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Artisti, anti­chità e una vigna in Tras­te­vere negli anni Ottanta e Novanta del Quattrocento

Capi­tolo 5 · Pagine dell’edizione a stampa 150–183

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5 Artisti, anti­chità e una vigna in Tras­te­vere negli anni Ottanta e Novanta del Quattrocento

Se il cardi­nale Riario è ricordato come grande commit­tente di archi­tet­tura, il suo sostegno alle arti figu­ra­tive è stato spesso guar­dato con scet­ti­cismo. Rispetto a Giuliano della Rovere, il suo gusto è apparso superato e la predi­le­zione per Jacopo Ripanda inspie­ga­bile. Il giudizio severo di Condivi sulla sua scarsa compe­tenza nella scul­tura ha lasciato il segno.1 L’eredità del cardi­nale ha risen­tito della ricos­tru­zione a poste­riori di Giorgio Vasari di un Rina­sci­mento maturo romano domi­nato da Michel­an­gelo e Raffa­ello, la cui maniera moderna è stata conside­rata l’unico stile legit­timo al tempo di Riario. È stata inoltre offus­cata dalla caduta in disgrazia del cardi­nale in seguito al coin­vol­gi­mento nella congiura Petrucci del 1517. I Riario usci­rono scon­fitti dalla riva­lità con i Medici e i Della Rovere e, rispetto a queste fami­glie, gran parte del loro mece­na­tismo artis­tico è rimasta in ombra, cancel­lata o dimenticata.

Tenendo conto della comples­sità della contro­versa repu­ta­zione di Riario, questo capi­tolo si concentra sugli aspetti tras­cu­rati del suo mece­na­tismo prima dell’esilio del 1499. Sviluppa i temi intro­dotti nel capi­tolo 4 esami­n­ando i pittori e i mini­a­tori da lui favo­riti, la villa in Tras­te­vere e la colle­zione di anti­chità negli anni Ottanta e Novanta. Come nel patro­cinio del teatro, dei lette­rati e dei predi­ca­tori, il sostegno di Riario alle arti assume forme sorpren­denti e sfida gli stereo­tipi. Un esempio è la vicinanza ai Gonzaga di Mantova, che egli spesso imitò nelle scelte artis­tiche.2 Attra­verso fonti finora tras­cu­rate, il capi­tolo ricon­sidera la crono­logia della villa in Tras­te­vere, propo­nendo che il cardi­nale abbia costruito questo ritiro subur­bano negli anni Novanta, prima di quanto si suppo­nesse. La sezione finale esamina la colle­zione di anti­chità, prepa­rando la discus­sione del Cupido dormi­ente e del Bacco di Michel­an­gelo nei capi­toli 6 e 7.

Gli artisti al servizio di Riario e la cerchia romana di Mantegna

A partire dal 1496, i libri conta­bili Galli-Balducci regis­trano numerosi paga­menti agli artisti impie­gati nel palazzo di Riario. Mostrano che il cardi­nale assu­meva grandi squadre di lavora­tori della pietra e operai («scar­pel­lini» e «manuali»), oltre ad arti­giani specia­liz­zati del metallo, faleg­nami e pittori iden­ti­fi­cati soltanto per nome. Accanto ai paga­menti ad Andrea Bregno e allo scul­tore «Giovanni da Como» menzio­nati nel capi­tolo 3, ve ne sono altri agli arti­giani del metallo,

fig. 87 Scrit­tura di Barto­lomeo Sanvito, minia­ture attri­buite a Lauro Pado­vano, Cicero, De Lege Manilia, Pro Marcello, De Amicitia, Cato Maior de Senec­tute, New York: Pier­pont Morgan Library, MS 882 (Dono di William S. Glazier; dicembre 1956), fol. 1 r. Circa 1495. Foto © The Morgan Library & Museum, New York.

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come «maestro Bernar­dino», o ai faleg­nami Antonio e Santi. Un artista indi­cato soltanto come «maestro Paolo» doveva essere il prin­ci­pale pittore di Riario. I conti docu­men­tano la sua vasta atti­vità nel Palazzo San Giorgio, dagli affre­schi sulle pareti alla dora­tura delle rose sopra le fine­stre della facciata.3 Dato il pres­tigio di questi inca­richi, Paolo doveva essere una figura importante, ma i libri conta­bili non offrono altri indizi sulla sua iden­tità o provenienza.

Un pittore attivo nel palazzo di Riario è il soggetto di due poesie scritte da Antonio Biax­ander per il cardi­nale, che offrono soltanto indizi limi­tati sulla sua iden­tità. Come altri compo­nimenti di Biax­ander, esse si concen­trano sulla speranza che Riario diventi un giorno papa. Entrambe sono scritte nella voce di un pittore che aveva appreso l’arte nella «casa» di Riario, ma ora serviva papa Giulio II. Egli onora ora la quercia dei Della Rovere, pur conser­vando la speranza di cele­brare un giorno un ponti­fi­cato Riario e di essere nuova­mente ispi­rato dal profumo della rosa:

Il pittore al cardi­nale di San Giorgio, nella cui casa apprese l’arte della pittura: Se la mia fiamma risplende nell’arte di Apelle, l’ha nutrita il sedu­cente profumo della rosa cipria. E come ora la quercia di Giulio risplende del mio onore, così possa la rosa dipinta da me fiorire nella propria stagione.4

Il dono del pittore al cardi­nale: La rosa cipria nutrì le mie dita d’artista; ora riceva i doni rico­no­s­centi della propria progenie. Ora la mia mano offre le opere che ha creato compo­nendo; possa il sereno profumo della rosa sosten­erla. Quando infine fiorirà dell’onore del Vati­cano, possa la rosa assi­curare ogni cosa con il proprio profumo divino.5

Le poesie offrono una testi­mo­ni­anza affa­scinante del patro­cinio di Riario nei confronti di un pittore anonimo, ma si concen­trano meno sull’artista che sulla riva­lità fra Riario e Della Rovere e sulla loro compe­ti­zione per il papato, espressa anche nella contesa per gli artisti.

Uno degli orien­ta­menti rico­no­sci­bili nel mece­na­tismo pitto­rico di Riario è la prefe­renza per artisti dell’Italia setten­trio­nale, soprat­tutto quelli legati alla corte dei Gonzaga a Mantova. Riario accolse numerosi fami­liari già al servizio del cardi­nale Gonzaga6 e favorì costan­te­mente artisti manto­vani e pado­vani legati ai Gonzaga e ad Andrea Mantegna. Nel 1488 lo stesso Mantegna giunse alla corte ponti­ficia, quando Fran­cesco II Gonzaga lo «prestò» a papa Inno­cenzo VIII. Doveva affres­care per il papa una cappella nella Villa del Belve­dere, opera in seguito distrutta durante la costru­zione del Museo Pio-Clemen­tino. Poiché durante il soggiorno romano Mantegna rimaneva al servizio di Gonzaga, che gli aveva affi­dato la deco­ra­zione della cappella, è impro­ba­bile che potesse assu­mere inca­richi importanti per Riario o altri. Non vi sono tuttavia molti dubbi che abbia lasciato un’impressione nella corte di Riario e nella cerchia di umanisti, artisti e mini­a­tori manto­vani e pado­vani presenti nella sua

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casa negli anni Ottanta. Battista Fiera, l’umanista manto­vano menzio­nato nel capi­tolo 4, scrisse del soggiorno romano di Mantegna nel De Iusticia Pingenda, un dialogo sati­rico sul periodo tras­corso dall’artista nell’Urbe.7 Incerto su come raffi­gurare la Gius­tizia nella cappella del Belve­dere di Inno­cenzo, Mantegna consultò diverse auto­rità, fra cui il predi­ca­tore predi­letto di Riario, fra Mariano da Genazzano.

Riario prot­esse un artista legato a Mantegna, il poeta, pittore e incisore pado­vano Giulio Campa­gnola. Come Mantegna, Campa­gnola sembra essersi formato nella bottega di Fran­cesco Squar­cione ed è noto soprat­tutto per le incis­ioni realiz­zate agli inizi del Cinque­cento nella cerchia di Tiziano e Gior­gione, come la Donna distesa in un paes­aggio (fig. 86). La sua carriera iniziò tuttavia con l’aiuto di Riario. Ancora giova­nis­simo, a soli «quin­dici anni circa», intorno al 1497, fu descritto in una lettera come «fami­liare del cardi­nale Riario». Malgrado la tenera età, si diceva che il pado­vano padron­eg­gi­asse già latino, greco ed ebraico, oltre alla musica, al canto, alla pittura e alla scul­tura.8 Purtroppo mancano altri parti­co­lari sul rapporto con Riario e non riman­gono tracce delle possi­bili opere artis­tiche o letter­arie che Campa­gnola potrebbe avergli offerto.

È proba­bile che Campa­gnola sia stato segnalato a Riario dagli altri artisti pado­vani al suo servizio, il mini­a­tore Gaspare da Padova e il copista Barto­lomeo Sanvito. Sanvito e Gaspare erano colla­bo­ra­tori ed erano stati entrambi al servizio del

fig. 86 Giulio Campa­gnola, Donna distesa in un paes­aggio, Chicago, Art Insti­tute, inv. 1932.1331, John H. Wrenn Memo­rial Coll­ec­tion. Circa 1508/9. Foto: Art Insti­tute of Chicago, pubblico dominio.

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cardi­nale Fran­cesco Gonzaga a San Lorenzo in Damaso, passando poi nella casa del suo succes­sore, il cardi­nale Riario. Se nel 1483 Sanvito era senes­calco di Gonzaga, nel 1492 veniva indi­cato come maestro di casa di Riario.9 Gaspare da Padova si era inizi­al­mente guad­a­gnato fama per il sontuoso mano­scritto in due volumi dell’Iliade e dell’Odissea di Omero, avviato per il cardi­nale Gonzaga.10 Dopo oltre sedici anni al suo servizio, come Sanvito entrò alle dipen­denze di Riario, appa­ren­te­mente per un lungo periodo. Un docu­mento del dicembre 1488 nel registro di Senilis, passato inos­ser­vato negli studi, defi­nisce Gaspare da Padova «fami­liare» di Riario.11 La fedeltà al cardi­nale gli costò perfino la vita. In una data impre­cisata, forse intorno al 1493, Gaspare morì in un inci­dente nel cantiere del palazzo. Secondo l’umanista napo­le­tano Pietro Summonte, era un uomo di fertile ingegno che, «non contento d’una palma, si donò all’Architectura» e, lavor­ando nella casa del cardi­nale di San Giorgio, alcuni anni prima era caduto dal cantiere ed era morto.12

Sono soprav­vis­suti due mano­scritti prepa­rati da Sanvito per il cardi­nale Riario, entrambi conten­enti testi di Cice­rone.13 Uno, oggi alla Morgan Library e forse miniato da un altro artista pado­vano, Lauro Pado­vano, è ornato da deli­cate minia­ture che combi­nano motivi anti­quari e imprese perso­nali di Riario. Vasi di rose si svilup­pano in scudi con l’emblema del timone, mentre maschere e cornu­copie tratte dalle grot­tesche antiche si fondono con grani rossi di rosario, il cappello cardi­na­lizio e gli emblemi di Riario. Al fol. 1 r

(fig. 87), il timone è abbi­nato al motto «hoc opuS SIc perpetuo» («così perpetuo quest’opera»). Intorno ai timoni compaiono le parole «fluc­tuaNt humaNa» («le vicende umane flut­tuano»), sugge­rendo che Riario tenesse salda­mente il timone della Chiesa, guidan­dola con rotta sicura fra le onde. Più in alto vi sono rose Riario e colombe asso­ciate alle parole ScI amorS («conosci l’amore»). Al folio 29 v (fig. 88), l’iniziale «D» miniata in oro raffi­gura un putto che cavalca un delfino sul mare agitato, tenendo le redini in una mano e un timone nell’altra. La coda del delfino si fonde con il timone, sotto­li­ne­ando il pieno controllo del cardi­nale sulle onde impre­ve­di­bili della Fortuna. Le rose che sboc­ciano anche in mare aperto accen­tuano l’abbondanza, la bellezza e il piacere del governo di Riario. Questa elabo­ra­zione delle sue imprese continua nei margini del fol. 42 r (fig. 89), ricca­mente deco­rati con grani di rosario, cappello cardi­na­lizio, timone e rosa a cinque petali. I motivi riecheg­giano le rose, i timoni e le sfere armil­lari che compaiono ovunque nella deco­ra­zione scul­torea del palazzo (si vedano figg. 25–26).

Sanvito e Gaspare da Padova produs­sero mano­scritti per diversi clienti, richi­aman­dosi frequen­te­mente a una cultura visiva anti­quaria fatta di gemme e meda­glie, colle­zioni di sculture,

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fig. 88 Scrit­tura di Barto­lomeo Sanvito, minia­ture attri­buite a Lauro Pado­vano, Cicero, De Lege Manilia, Pro Marcello, De Amicitia, Cato Maior de Senec­tute, New York: Pier­pont Morgan Library, mS 882 (Dono di William S. Glazier; dicembre 1956), fol. 29 v. Circa 1495. Foto © The Morgan Library & Museum, New York.

fig. 89 Scrit­tura di Barto­lomeo Sanvito, minia­ture attri­buite a Lauro Pado­vano, Cicero, De Lege Manilia, Pro Marcello, De Amicitia, Cato Maior de Senec­tute, New York: Pier­pont Morgan Library, mS 882 (Dono di William S. Glazier; dicembre 1956), fol. 42 r. Circa 1495. Foto © The Morgan Library & Museum, New York.

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iscri­zioni e rovine monu­men­tali romane. Come fami­liari di Riario dovet­tero essere strett­amente legati a una vasta rete di anti­quari e colle­zio­nisti, fra cui Jacopo Galli, uno dei mece­nati romani attivi in questi ambi­enti. Le conne­s­sioni fra Galli, la corte di Riario, Mantegna, Gaspare da Padova e Sanvito diven­tano evidenti conside­rando la tomba commis­sio­nata da Galli per il padre Giuliano. Come si è discusso nel capi­tolo 3, dopo la morte di Giuliano nel settembre 1488, Jacopo commis­sionò il monu­mento per la cappella di fami­glia nell’antica basi­lica di San Lorenzo in Damaso (fig. 90). Come osservò per primo Chris­toph Frommel, i putti alati che sorreg­gono la tabella iscritta nella tomba sono note­vol­mente simili ai putti con iscri­zione dipinti da Mantegna nella Camera degli Sposi nel Palazzo Ducale di Mantova (fig. 91). L’insolito progetto della tomba comprende anche un terzo putto, intrap­po­lato sotto l’epitaffio. Questo putto striato, che sembra impau­rito mentre cerca di liber­arsi, richiama anch’esso Mantegna, in parti­co­lare la celebre inven­zione di due putti mascherati che spaven­tano i compagni. Un passo dell’Arcadia di Jacopo Sanna­zaro descrive un vaso ligneo dipinto, diseg­nato da Mantegna, con una scena di due putti che giocano con maschere teatrali. Essi ne spaven­tano altri due, uno dei quali cade a terra e alza il braccio per difen­dersi: un’invenzione che ispirò un disegno oggi al Louvre (fig. 92)14 e, appa­ren­te­mente, anche il fanciullo impau­rito sotto l’epitaffio di Giuliano Galli. Presu­mi­bilm­ente Jacopo commis­sionò la tomba del padre durante il soggiorno romano di Mantegna al servizio del papa, come omaggio all’artista o forse in colla­bo­ra­zione diretta con lui.15 La stessa invenzione

fig. 90 Tomba di Giuliano Galli, Roma, San Lorenzo in Damaso. 1488 o succes­siva. Foto © Biblio­theca Hertziana – Max-Planck-Institut für Kunst­ge­schichte, Roma.

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di Mantegna richi­amata nella tomba di Giuliano Galli riappare, all’incirca nello stesso periodo, in un lussuoso mano­scritto della Chro­nica di Eusebio realiz­zato da Sanvito e Gaspare da Padova per l’umanista vene­ziano Bernardo Bembo.16 Il mano­scritto fu proba­bilm­ente prodotto fra il novembre 1487 e il novembre 1488, vicino alla data della tomba. Le minia­ture sono ricca­mente ornate di fantasie anti­quarie ispi­rate a Mantegna e alla Colonna Traiana (fig. 93).17 Il riuso della compo­si­zione di Mantegna nella tomba collega Galli agli «amici di Mantegna» favo­riti da Riario e colloca la loro cerchia all’avanguardia della cultura anti­quaria e artis­tica romana.

fig. 91 Andrea Mantegna, Camera degli Sposi, parti­co­lare dell’iscrizione dedi­ca­toria, Mantova, Palazzo Ducale. 1465–1474. Foto © Raffa­ello Bencini / Bridgeman Images. fig. 92 Da Andrea Mantegna, Putti mascherati che spaven­tano altri putti, Parigi, Louvre, Dépar­te­ment des Arts graphi­ques, inv. 5072 recto. Circa 1495. Foto: © Grand Palais/rmn (Musée du Louvre) / Michèle Bellot.

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Jacopo Ripanda da Bologna

Il pittore più strett­amente asso­ciato a Raffaele Riario è Jacopo Rimpatta da Bologna, noto dal Seicento come Jacopo Ripanda. È diffi­cile stabi­lire quando giunse a Roma e in quale contesto incontrò Riario. I conti Galli-Balducci illu­mi­nano il suo lavoro per il cardi­nale, ma soltanto a partire dal 1513 circa, quando l’artista bolo­gnese fu inca­ri­cato di eseguire affre­schi nel palazzo vesco­vile di Ostia (1513–1514), nel Palazzo San Giorgio (1513–1516) e nella vigna in Tras­te­vere (1516–1517). Un tempo si presu­meva che Ripanda fosse attivo a Roma già nel 1493 e facesse allora parte della bottega di Pintu­ric­chio in Vati­cano. Ricerche recenti hanno tuttavia dimostrato che il «Jacopo» attivo con Pintu­ric­chio nel 1493 doveva essere un altro artista. Allo stato attuale degli studi, la presenza di Ripanda a Roma è docu­men­tata soltanto dal maggio 1500.18 Come si è discusso sopra, è comunque possi­bile che Riario lo impie­gasse nelle cele­bra­zioni della caduta di Granada nel 1492, date le corrispon­denze fra soggetti e temi dei carri ideati per l’evento e gli affre­schi succes­sivi di Ripanda nel Palazzo dei Conser­va­tori. Vincenzo Fari­nella ha discusso alcuni disegni che potreb­bero illu­mi­nare i legami fra le cele­bra­zioni del 1492 e l’artista, fra cui un Trionfo di Scipione al Louvre (fig. 94). Nella compo­si­zione, due «mori» con turbante s’inginocchiano sotto­messi davanti a Scipione. Sullo sfondo, una figura legata e con turbante, seduta sotto una palma, viene portata in proces­sione. Sebbene la quercia carica di trofei in lontananza dati il disegno al ponti­fi­cato di Giulio II, l’immaginario richiama le proces­sioni patro­ci­nate da Riario, nelle quali Isabella e Ferdi­nando tenevano in catene Muhammad XII di Granada.19

Appena giunto a Roma, Ripanda si sarà dedi­cato allo studio delle rovine e delle anti­chità, formando certa­mente un vasto reper­torio di disegni anti­quari. L’artista raccolse infine il mate­riale che ispirò raccolte di disegni anti­quari oggi a Oxford e a Parigi, attri­buite ai suoi colla­bo­ra­tori o assis­tenti.20 Entro il 1506 aveva portato a compi­mento un’impresa fonda­men­tale nella storia dell’antiquaria: il rilievo dell’intero fregio scol­pito della Colonna Traiana. I disegni origi­nali sono perduti, ma ne soprav­vi­vono diverse copie o versioni.21 L’artista divenne celebre per aver diseg­nato l’intero programma dei rilievi utiliz­zando un’impalcatura appo­si­ta­mente progettata. Come scrisse Raffaele Maffei nei Commen­tari urbani, Ripanda meri­tava lode per aver diseg­nato «tutte le scul­ture della Colonna Traiana in ordine, con grande

fig. 93 Scrit­tura di Barto­lomeo Sanvito, minia­ture di Gaspare da Padova, Eusebio, Chro­nici canones, Londra, British Library, Royal MS 14 C iii, fol. 2 r. Circa 1485–1488. Foto © The British Library.

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ammi­ra­zione di tutti, salendo intorno a essa con grave peri­colo su un’impalcatura [machinis]».22 Presu­mi­bilm­ente la costru­zione di un’impalcatura costosa e lo sforzo comples­sivo richiesto dal progetto compor­ta­vano il sostegno finan­ziario di un mece­nate, forse il cardi­nale Riario.

Prima del 1503 Riario potrebbe aver contri­buito all’assegnazione a Ripanda della deco­ra­zione di quattro sale del Palazzo dei Conser­va­tori. Le scene illus­trano episodi della storia repubbli­cana di Roma, coeren­te­mente con la funzione dell’edificio come sede dei Conser­va­tori, alti magis­trati del governo muni­ci­pale. Non si sa esat­ta­mente quando Ripanda rice­vette l’incarico, ma un mano­scritto del tardo Cinque­cento rife­risce che la «prima sala», quella degli Orazi e Curiazi, fu dipinta al tempo di Ales­sandro VI. Entro il 1503, anno della morte del papa, Ripanda avrebbe dunque termi­nato questa sala e proba­bilm­ente anche una seconda.23 Le deco­ra­zioni delle prime due sale furono in seguito coperte da nuove pitture; soprav­vi­vono soltanto gli affre­schi della terza e della quarta, la Sala delle Guerre Puniche (si vedano figg. 83–84) e la Sala della Lupa,

fig. 94 Jacopo Ripanda, Trionfo di Scipione, Parigi, Louvre, Dépar­te­ment des Arts graphi­ques, inv. 8257 recto. Circa 1508. Foto: © Grand Palais/rmN (Musée du Louvre) / Michel Urtado.

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affres­cate fra il 1507 e il 1510.24 Secondo Fari­nella, l’intera commis­sione delle quattro sale potrebbe essere stata affi­data a Ripanda in occa­sione del giubileo del 1500. Come osserva lo studioso, in qualità di Came­ra­rius il cardi­nale Riario aveva la responsa­bi­lità di sorve­gliare i prepa­ra­tivi giubi­lari. Nella Sala della Lupa, sopra ogni affresco si trovano gli stemmi di papa Giulio II, del comune romano e anche del cardi­nale Riario (fig. 95). È dunque plau­si­bile che Riario abbia contri­buito ad assegnare l’incarico a Ripanda prima di andare in esilio alla fine del 1499.25

Dopo il ritorno a Roma, Riario fece di Ripanda il proprio artista predi­letto, affi­dan­dogli diversi progetti importanti. Ripanda sembra aver assunto il ruolo di orga­niz­za­tore o idea­tore degli affre­schi con la Vita di Traiano commis­sio­nati da Riario per l’Episcopio di Ostia, eseguiti da Bald­as­sare Peruzzi e Cesare da Sesto fra il 1511 circa e il 1513 (fig. 96).26 Fra il 1513 e il 1516 realizzò un intero programma di affre­schi per il Palazzo San Giorgio, rice­vendo dal cardi­nale la conside­re­vole somma di oltre 700 ducati. Purtroppo non ne rimane alcuna traccia. Fra il 1516 e il 1517 l’artista bolo­gnese eseguì un altro ciclo per Riario, questa volta nella vigna in Tras­te­vere, come si discu­terà oltre.27 Sebbene gran parte del suo lavoro per Riario sia perduta, Ripanda divenne dunque strett­amente asso­ciato all’immagine pubblica del cardi­nale e

fig. 95 Jacopo Ripanda, Sala della Lupa, parti­co­lare con lo stemma del cardi­nale Riario, Roma, Palazzo dei Conser­va­tori. 1508–1513. Foto: autrice, ripro­dotta su conces­sione della Sovrin­ten­denza Capi­to­lina ai Beni Culturali.

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potrebbe aver iniziato a colla­borare con lui poco dopo l’arrivo a Roma. I temi della sua arte, imma­gini trion­fali antiche e all’antica, sono strett­amente legati all’identità di Riario come mece­nate e come «San Giorgio» crociato. Come altre figure connesse alla corte dei Gonzaga, l’artista bolo­gnese soddis­faceva la prefe­renza di Riario per un imma­gi­nario anti­quario di impronta setten­trio­nale. Nel comp­lesso, Ripanda sembra essere stato l’artista ideale per espri­mere temi mili­tari e aral­dici in cele­bra­zione della fami­glia Riario, allu­dendo ad archi trion­fali, colonne isto­riate e scene di batta­glia antiche.

La vigna di Riario in Trastevere

Nel settembre 1492, meno di un mese dopo l’elezione di Rodrigo Borgia a papa con il nome di Ales­sandro VI, Riario acquistò una vigna in Tras­te­vere. Sorgeva dove oggi si trova la Galleria Corsini, dall’altro lato della strada rispetto alla Villa Farne­sina iniziata da Agos­tino Chigi nel Cinque­cento (fig. 97).28 Il terreno doveva attrarre parti­co­lar­mente Riario perché si trovava di fronte alla proprietà di Giovanni della Rovere, prefetto di Roma e fratello del cardi­nale Giuliano, ritratto da Melozzo da Forlì nella fig. 13. Era situato lungo via della Lungara, appena fuori Porta Setti­miana, in una posi­zione pitto­resca fra le pendici del Gianicolo

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e le rive del Tevere, facilm­ente raggi­ungi­bile sia dal Vati­cano sia dal palazzo di Riario nel rione Parione. L’umanista, colle­zio­nista e antico alleato dei Riario Agos­tino Maffei vendette al cardi­nale la proprietà con le sue «case ed edifici» per 1200 ducati.29 Maffei aggi­unse alla vendita anche un cannetum o arun­di­netum adia­cente, ossia una strut­tura di canne usata per colti­vare le viti.30 Sodale di Pomponio Leto, Maffei aveva già venduto nel 1479 al conte Girolamo Riario la proprietà desti­nata a diven­tare il Palazzo Riario presso Sant’Apollinare. Come si è ricordato nel capi­tolo 2, era anche il mece­nate che aveva commis­sio­nato a Capella e De Clodiis un’egloga in onore di Raffaele Riario [Appen­dice I].31

La decis­ione di Riario di acquis­tare una vigna in questo luogo si inse­risce in una più ampia tras­for­ma­zione delle rive del Tevere nel Quat­tro­cento, quando l’area passò da appar­tato spazio di isti­tu­zioni reli­giose a luogo di ville aris­to­cra­tiche. La zona in cui Riario acquistò la villa cost­eg­giava un tratto del Tevere rela­tiv­a­mente lungo e retti­lineo. Una strada di pelle­gri­n­aggio nota come via sacra la colle­gava a sud con Porta Setti­miana e Tras­te­vere e a nord con la Schola Saxonum e il Vati­cano. L’area si sviluppò con la costru­zione dell’eremo di Sant’Onofrio sulle pendici del Giani­colo negli anni Trenta del Quat­tro­cento e, al tempo di Paolo II, era già dive­nuta un luogo predi­letto per l’ozio, come mostra la descri­zione di Gaspare da Verona delle conver­sa­zioni avute «sotto il Giani­colo» in una vigna presso San Giacomo alla Lungara.32 La costru­zione di Ponte Sisto per il giubileo del 1475 rese la zona ancora più attraente. Il nuovo ponte vi portò maggior traf­fico e ne fece un nodo fra via Aurelia a ovest, il porto di Ripa a sud e il centro commer­ciale della città oltre il Tevere. Il carat­tere della riva cambiò, poiché i mece­nati dell’élite erano più disposti a inves­tire in una parte di Roma prece­den­te­mente evitata a causa delle frequenti inondazioni.

Si è spesso supposto che, dopo l’acquisto della vigna da Maffei nel 1492, il cardi­nale avesse scarso inter­esse a costruirvi una villa, essendo assor­bito dal palazzo di San Lorenzo. È stato proposto che Riario si sia rivolto alla vigna soltanto dopo il 1510, oppure che Fran­cesco Riario-Sforza, figlio di Girolamo, abbia iniziato a svilup­parla dopo il 1511.33 Fonti prece­den­te­mente escluse dalla discus­sione rivelano tuttavia che una villa signi­fi­ca­tiva esis­teva già prima del 1495. Essa fu ricordata quando venne quasi distrutta dall’eccezionale piena del Tevere del dicembre 1495, un evento cata­stro­fico regis­trato da nume­rose lapidi delle inon­d­a­zioni ancora visi­bili a Roma, per esempio sulla facciata di Sant’Eustachio (fig. 98).

fig. 98 Lapide comme­mo­ra­tiva dell’inondazione, Roma, Sant’Eustachio. 1495. Foto: autrice.

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L’esistenza della villa di Riario è confer­mata da una poesia del chierico fioren­tino Giuliano Dati, noto soprat­tutto per una tradu­zione in versi italiani dell’Epistola di Cris­to­foro Colombo sulle «isole recen­te­mente scoperte» nelle Americhe, pubbli­cata nel 1493. Nel 1495, per soddis­fare l’interesse del pubblico per un altro evento d’attualità, Dati pubblicò un compo­nimento sull’inondazione di Roma, Del diluvio de Roma.34 Molti teme­vano che il mondo sarebbe finito nel 1500, e la poesia rappre­sen­tava la piena come segno di Dio e presagio della fine dei tempi provo­cato dal peccato umano. Dati la colle­gava a prodigi quali l’apparizione di una cometa, illus­trata nel fron­te­spizio (fig. 99), e la nascita di un maiale con testa umana.

Il testo di Dati descrive come nel 1495 il Tevere superò gli argini, entrò da Porta Setti­miana, allagò il giar­dino di Giovanni della Rovere e poi raggi­unse l’altro lato di via della Lungara, dove devastò la villa «ornata» del cardi­nale Riario, abbat­ten­done i muri:

[L’acqua] conti­nuava a entrare da Porta Portu­ense e ugual­mente da Porta Setti­miana, dove trovava il giar­dino del prefetto [Giovanni della Rovere] e, sull’altro lato, quello del cardi­nale, ossia di San Giorgio, ricca­mente ornato. Molti muri furono gettati a terra e spia­nati, e quelli della vigna di Battista de Novara spez­zati e divelti, come anche quelli di messer Filippo di Ponte­corvo. […] La chiesa di San Giacomo era allagata, insieme alla casa e al giar­dino del cardi­nale. Ogni amena vigna di Setti­miana era sommersa, ogni edificio anne­gato nell’acqua. Imma­gina ora il grande dolore e l’angoscia di tutti gli abitanti di Setti­miana e di Savo d’Aversa, le cui vigne e case furono comple­ta­mente inon­date.35

Anche tenendo conto della dram­ma­tiz­za­zione dell’evento desti­nata al pubblico, la poesia rivela che sul terreno di Riario esis­teva già nel 1495 una villa in uso, poco dopo l’acquisto della vigna da Maffei. Non era un appezzamento tras­cu­rato, ma una villa con «case ed edifici» dann­eg­giata dall’inondazione. Il compo­nimento chia­risce inoltre che la villa di Riario

fig. 99 Giuliano Dati, Del diluvio de Roma, fron­te­spizio, Napoli, Biblio­teca Nazio­nale Vittorio Emanuele III, S.Q. 8.B 0042(1. 1495. Foto su conces­sione del Minis­tero della Cultura © Biblio­teca Nazio­nale di Napoli.

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faceva parte di un gruppo di ritiri subur­bani appar­ten­enti alla sua cerchia più vicina, fra cui Giovanni della Rovere, Filippo di Ponte­corvo e Battista «Anselmi» de Novara. Ponte­corvo, notaio della Camera Apos­to­lica, era lo stesso che aveva rogato i docu­menti rela­tivi alla vendita della vigna di Agos­tino Maffei a Riario nel 1492 e curava numerosi affari perso­nali del cardi­nale. Lo scriptor apos­to­lico Battista Anselmi de Novara era un altro agente e procu­ra­tore fidato al servizio di Riario.36

I danni dell’inondazione del 1495 avreb­bero imposto a Riario di riparare o ricos­truire la villa, e regis­tra­zioni finora inos­ser­vate nei conti Galli-Balducci rivelano che lavori di ripa­ra­zione o ampli­a­mento erano effet­ti­va­mente in corso pochi anni dopo il disastro. Nel maggio 1499 Riario pagò dieci ducati di carlini a maestro Alberto, iden­ti­fi­cato nel capi­tolo 3 con Alberto da Piacenza, per la «torre della vigna».37 Il 18 giugno 1499 il cardi­nale versò ad Alberto altri tre ducati per lavori commis­sio­nati da Anselmi de Novara «per la vigna». Lo stesso giorno Alberto rice­vette altri venti­nove carlini «per costruire una porta e rialzare un piano supe­riore quando verrà Cesare, vescovo di Pisa».38

fig. 100 Anthonis van den Wijn­gaerde, Panorama di Roma visto dal Giani­colo, parti­co­lare, New York, The Metro­po­litan Museum of Art, n. d’inventario 52.124.1, Rogers Fund, 1952. Circa 1540–1550. Foto: The Metro­po­litan Museum of Art, New York, pubblico dominio.

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L’ammontare dei paga­menti noti effet­tuati da Riario a maestro Alberto per i lavori nella villa è piut­tosto modesto; forse rappre­sen­tano soltanto una parte del compenso per inter­venti estesi, oppure la sua atti­vità riguardò soprat­tutto restauri, anziché nuove aggi­unte. Sebbene sia diffi­cile stabi­lire quale torre e quali altre parti della villa Alberto costruì o restaurò, una veduta di Roma di Hughes Pinard della metà del Cinque­cento (cfr. Fig. 97) rappre­senta la villa di Riario con quattro strut­ture simili a torri attorno a una loggia centrale. Un’altra veduta della zona compare in un disegno di Anthonis van den Wijn­gaerde al Metro­po­litan Museum (Fig. 100). Il disegno mostra, sul retro della villa di Riario, quella che sembra una torre carat­teristica, forse la strut­tura alla quale lavorò maestro Alberto.39

Il paga­mento del giugno 1499 «per elevare un piano supe­riore quando verrà Cesare, vescovo di Pisa» offre indi­ca­zioni sulle circos­tanze di questi lavori. Il vescovo di Pisa che Riario atten­deva a Roma era Cesare Riario-Sforza, figlio del conte Girolamo Riario e di Cate­rina Sforza. Appena il 3 giugno 1499 il cardi­nale Riario aveva rinun­ciato all’arcivescovado di Pisa in favore di Cesare, sebbene questi avesse allora soltanto dici­an­nove anni. Secon­do­ge­nito desti­nato alla Chiesa, Cesare contava su Riario per avan­zare nella carriera. Nell’ottobre 1498, appena raggi­unta la maggiore età, si era recato a Roma insieme a Poli­doro Tiberti, agente di Cate­rina Sforza, allo scopo di otte­nere un’alta carica eccle­si­a­stica, prefe­ri­bilm­ente il cardi­nalato. Poiché il papa non era disposto a conce­dergli il cappello cardi­na­lizio, fu proposta una solu­zione di ripiego: il cardi­nale Riario avrebbe rinun­ciato in suo favore all’arcivescovado di Pisa, trat­ten­endo per sé metà delle rendite.40 Una lettera di Tiberti a Cate­rina Sforza descrive come Cesare si rivol­gesse al cardi­nale Riario per otte­nere assi­cu­ra­zioni di aiuto. Con Riario, scri­veva Tiberti a Sforza, si era stabi­lito che Cesare «non sarebbe entrato a Roma senza una dignità epis­co­pale, senza una buona e adeguata rendita e un castello capace di ospi­tare trecento uomini».41 La lettera non chia­risce quale castello fosse stato promesso a Cesare. Poiché presu­mi­bilm­ente Tiberti non poteva rifer­irsi alla villa di Tras­te­vere, il castello desti­nato a Cesare era forse quello degli Anguil­lara a Capra­rola, un dominio che papa Inno­cenzo VIII aveva concesso ai Riario.42

Poco dopo la visita di Cesare a Roma nel 1498, le sue neces­sità diven­nero più urgenti. Nel maggio 1499 Cesare Borgia si prepa­rava a inva­dere Imola, minac­ci­ando grave­mente gli eredi di Girolamo Riario. Cesare Riario-Sforza partì per Roma e, ai primi di giugno 1499, il cardi­nale Riario gli tras­ferì l’arcivescovado di Pisa, manten­endo così la promessa di una «dignità epis­co­pale» fatta nel 1498. Nel maggio e giugno 1499 maestro Alberto lavorò con urgenza per preparare la villa di Tras­te­vere, concent­ran­dosi su una torre e sull’ampliamento di un piano supe­riore, alla luce delle minacce che incom­be­vano sulla fami­glia Riario.43 Le esigenze di Cesare furono soddis­fatte dall’arcivescovado, presu­mi­bilm­ente da un grande «castello» e anche da un’imponente villa a Tras­te­vere, forti­fi­cata dalle recenti aggi­unte di maestro Alberto.

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La succes­sione degli eventi mostra che già negli anni Novanta del Quat­tro­cento il cardi­nale Riario imma­gi­nava per la propria villa una funzione dinastica e un uso condi­viso con gli eredi di Girolamo Riario. Questa conce­zione del luogo proseguì all’inizio del Cinque­cento, quando, in momenti diversi, il cardi­nale concesse una parte della proprietà della villa ai figli di Girolamo, Fran­cesco o Galeazzo Riario-Sforza. Almeno dal 1510 i fratelli Riario-Sforza inves­t­irono somme ingenti nella villa, acqui­s­tando terreni adia­centi per ampli­arla.44 Il cardi­nale Riario, tuttavia, non rinunciò comple­ta­mente ai diritti sulla proprietà, ma continuò a condi­vi­derla con i cugini.45 Era il membro di rango più elevato della fami­glia e le poche tracce di affre­schi della villa risa­lenti alla sua vita recano il suo stemma, anziché quello dei Riario-Sforza. Enzo Borsel­lino scoprì questi affre­schi in una parte nascosta del soffitto dell’attuale villa Corsini, dove sono soprav­vis­suti a secoli di succes­sivi rifa­ci­menti (Fig. 101).46 Di recente sono stati ritro­vati nei conti Galli-Balducci paga­menti che attestano la commis­sione di affre­schi a Jacopo Ripanda da parte del cardi­nale Riario per la villa di Tras­te­vere nel 1516 e 1517. È stato recen­te­mente proposto che Ripanda fosse l’autore delle deco­ra­zioni del soffitto con lo stemma di Riario.47 Queste pitture modeste sembrano però stili­sti­ca­mente incom­pa­ti­bili con l’opera di Ripanda, e il soggetto dei suoi vasti affre­schi nella vigna di Tras­te­vere rimane misterioso.

La crea­zione da parte del cardi­nale Riario di una villa pres­ti­giosa per la fami­glia Riario nella Lungara negli anni Novanta del Quat­tro­cento contribuì in modo importante a defi­nire il carat­tere della riva del Tevere, nonché il futuro

fig. 101 Affre­schi con gli stemmi del cardi­nale Riario e grot­tesche. Roma, Palazzo Corsini. 1500 circa?. Foto © Enzo Borsellino.

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sviluppo dell’area nel Cinque­cento. Poco dopo il 1495 Giovanni della Rovere vendette la sua vigna, dall’altro lato della strada rispetto a quella del cardi­nale Riario, al cardi­nale Ales­sandro Farnese, futuro papa Paolo III. Farnese era stato tesoriere gene­rale della Camera Apos­to­lica di Riario, e l’acquisto della vigna può essere inter­pre­tato alla luce del suo desi­derio di seguirne l’esempio.48 Nel 1505 il ricco banchiere senese Agos­tino Chigi acquistò un terreno di fronte al cardi­nale Riario, dove iniziò a costruire la villa «Farne­sina». Bald­ass­arre Peruzzi progettò la villa di Chigi in risposta e in diretta compe­ti­zione con i Farnese e con Riario, come Fabio Chigi (papa Ales­sandro VII) avrebbe in seguito affer­mato nella biografia di Agos­tino Chigi. La Farne­sina, sostiene Fabio Chigi, doveva superare le ville di altre fami­glie rivali già inse­diate sulle rive del Tevere.49 Vista in questa pros­pet­tiva, la villa di Riario, rafforzata da una torre, doveva essere un edificio impo­nente, capace di susci­tare una risposta diretta da parte di Agos­tino Chigi e del suo archi­tetto Peruzzi nella villa Farne­sina. Si può soltanto ipotiz­zare come Jacopo Ripanda, attivo nella villa di Riario nel 1516 e 1517, abbia a sua volta risposto alle celebri deco­ra­zioni dipinte da Raffa­ello, Peruzzi e altri nella Farnesina.

La colle­zione di anti­chità di Riario

Riario espresse la propria vene­ra­zione per le testi­mo­ni­anze mate­riali del passato antico non soltanto come commit­tente di opere d’arte e di archi­tet­tura, ma anche come colle­zio­nista di scul­ture antiche. Sebbene si affermi spesso che la sua colle­zione di anti­chità fosse una delle più vaste di Roma, se ne sa sorpren­den­te­mente poco.50 Quale aspetto aveva la colle­zione di Riario, quali oggetti posse­deva e dove li espo­neva? Sono domande cruciali per qual­siasi discus­sione del Cupido dormi­ente e del Bacco di Michel­an­gelo. Poche fonti accennano solo indi­rett­amente al contenuto e all’aspetto della colle­zione, a partire da una lettera di un amba­scia­tore fioren­tino datata 1490. Questa stra­or­di­naria lettera, che descrive la scoperta di una scul­tura bronzea in una delle vigne di Riario, è una delle prime descri­zioni note di scavi archeo­lo­gici di qual­siasi tipo a Roma:

Di recente monsi­gnore di San Giorgio, facendo cavare pietre da una sua vigna, trovò una stanza sotter­ranea, dove rinvenne quattro uomini di bronzo su cavalli di bronzo e altrett­ante donne in groppa, cosa bellis­sima, e la sta collo­cando nell’edificio che costruisce come proprio palazzo.51

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In un arti­colo pubbli­cato nel 1999 Doris Carl ha sostenuto che questa «cosa bellis­sima» potesse essere un rilievo bronzeo raffi­gu­rante uomini e donne a cavallo, forse un gruppo di acro­bati equestri. Carl ha proposto che gli operai di Riario scoprissero l’oggetto nel cantiere di San Lorenzo in Damaso, costruito sopra antiche scuderie.52 L’ipotesi è sugges­tiva, ma sembra impro­ba­bile, poiché la lettera parla di un ritro­va­mento in una delle vigne di Riario.

Pur offrendo pochi dettagli sulla scul­tura bronzea collo­cata da Riario nel suo palazzo, la lettera sugge­risce che già nel 1490 egli proget­tasse una colle­zione di anti­chità da esporre nel Palazzo San Giorgio, da poco iniziato. Una descri­zione di Roma pubbli­cata negli anni Novanta del Quat­tro­cento offre ulte­riori indi­ca­zioni sulla possi­bile presenza di una colle­zione a San Lorenzo, poiché menziona la gigan­tesca statua di una Musa posse­duta dal cardi­nale. La Musa è chiamata «Minerva» nel poema noto come Anti­quarie pros­pe­tiche romane, di autore ignoto, che usò soltanto lo pseudo­nimo di «Pros­pet­tivo Mila­nese». Il «Pros­pet­tivo», anti­quario dell’Italia setten­trio­nale e cono­s­cente di Leonardo da Vinci, scrisse il poema per cele­brare Leonardo come scul­tore e invi­tarlo a visi­tare Roma per ammi­rarne le mera­vi­glie antiche, in parti­co­lare le statue. Recen­te­mente il poema è stato datato in modo convin­cente al 1495 o al 1496.53 Il poema del Pros­pet­tivo menziona colle­zioni di anti­chità in circa quin­dici palazzi romani, alcuni appar­ten­enti a nobili romani e altri a cardi­nali, tra cui Raffaele Riario. Si concentra su uno o due oggetti note­voli di ogni colle­zione e non intende essere una guida o un reso­conto completo dei loro contenuti.

La descri­zione del palazzo di Riario si concentra sulla statua di «Minerva» del cardi­nale, che il poeta para­gona a un’altra Minerva visi­bile a Palazzo San Marco (oggi Palazzo Venezia):

Nella casa di San Giorgio vi è una Minerva che fa battere il mio cuore come un martello, pari a quella di San Marco.54

La «Minerva» di San Marco menzio­nata dal Pros­pet­tivo Mila­nese si trova ancora all’esterno della chiesa di San Marco. Oggi iden­ti­fi­cata come Iside o sacer­dot­essa di Iside, nella prima età moderna era popolar­mente nota come Madonna Lucrezia (Fig. 102).55 Il Pros­pet­tivo para­gona questa statua a un’analoga «Minerva» posse­duta dal cardi­nale Riario: certa­mente, data la somi­gli­anza di soggetto e dimen­sioni con la Madonna Lucrezia, la gigantesca

fig. 102 Iside o sacer­dot­essa di Iside, Roma, Palazzo Venezia. II secolo d.C. Foto: autrice.

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Musa di Riario, attu­al­mente al Louvre (Fig. 103).56 La Musa di Riario è oggi restau­rata come Melpo­mene, ma nel Quat­tro­cento non aveva attri­buti che ne rendes­sero imme­dia­ta­mente compren­si­bile l’identità di Musa. Nell’antichità rappre­sen­tava proba­bilm­ente Erato. Appar­teneva a un ciclo di statue delle nove Muse e di Apollo, tutte di propor­zioni colos­sali, che origi­na­ria­mente deco­ra­vano la scaenae frons del teatro di Pompeo (Mappa 1.13).57

Non è certo come o quando questa Musa giunse a San Lorenzo in Damaso, né se Riario fosse responsa­bile del suo tras­fe­ri­mento. Sarebbe sorpren­dente che il cardi­nale avesse scavato la Musa dal terreno nel Quat­tro­cento, o l’avesse acqui­sita dirett­amente dal teatro di Pompeo, senza che l’evento fosse menzio­nato nella lette­ra­tura anti­quaria. È più proba­bile che la statua arriv­asse a San Lorenzo per vie indi­rette e che avesse lasciato la collo­ca­zione origi­naria nel teatro di Pompeo molto prima del Quat­tro­cento. Secondo l’antiquario e scul­tore cinque­cen­tesco Flaminio Vacca, quattro statue del ciclo antico furono scavate alla fine del Cinque­cento nella parte setten­trio­nale del Campo Marzio, lontano dal teatro di Pompeo. Furono trovate in quelle che sembrano le rovine di una bottega di marmorari tardo­an­tica. Come racconta Vacca, questo scavo, nel giar­dino di San Salva­tore in Lauro (Mappa 1.1), restituì l’Apollo e le due grandi Muse oggi esposti nel cortile di Palazzo Borg­hese (cfr. Fig. 169).58 Un’altra statua dello stesso gruppo era già visi­bile nel Campo Marzio nel 1510. È la gigan­tesca Musa a Napoli, oggi restau­rata come Urania, che nel 1510 si trovava davanti alla casa della fami­glia Casale presso la chiesa di Santa Maria della Conce­zione, nell’attuale piazza in Campo Marzio, a note­vole distanza dal teatro di Pompeo e da San Lorenzo in Damaso (Fig. 104).59

È signi­fi­ca­tivo che il Pros­pet­tivo Mila­nese para­goni la Musa di Riario all’Iside allora visi­bile all’esterno di Palazzo San Marco. Il cardi­nale Riario avrebbe senza dubbio conside­rato un modello per il proprio palazzo quello costruito dal vene­ziano papa Paolo II (Pietro Barbo) quando era cardi­nale. Forse Riario tras­ferì la gigan­tesca Musa a San Lorenzo per imitare l’esposizione dell’Iside a San Marco, attin­gendo così al pres­tigio della scul­tura antica di grandi dimen­sioni che aveva attratto anche Paolo II. L’Iside di San Marco, maggiore del natu­rale, faceva parte di una raccolta di grandi anti­chità che Barbo aveva collo­cato davanti al palazzo, guar­dando all’esempio della basi­lica di San Marco a Venezia — ornata di impo­nenti statue in marmo, porfido e bronzo — e a quello della colle­zione di bronzi antichi davanti a San Giovanni in Late­rano. Tenendo presenti questi pres­ti­giosi modelli, Barbo portò davanti a San Marco non soltanto l’Iside, ma anche il sarco­fago in porfido di Costan­tina, figlia di Costan­tino, e una grande vasca di granito. Nel 1467 circolò persino la voce che Paolo II inten­desse tras­ferire i Dioscuri marmorei da Monte Cavallo e

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fig. 103 Musa, restau­rata come Melpo­mene, Parigi, Louvre, Dépar­te­ment ager, ma 411. 50–150 d.C. circa. Foto © Musée du Louvre, Dist. rmn-Grand Palais / Anne Chauvet. fig. 104 Musa, restau­rata come Urania, Napoli, Museo Archeo­lo­gico Nazio­nale, inv. 5960. 50–150 d.C. circa. Foto su conces­sione del Minis­tero della Cultura – Museo Archeo­lo­gico Nazio­nale di Napoli.

fig. 105 Anonimo, Musa al Palazzo San Giorgio, Foss­om­brone, Biblio­teca Civica Passionei, Codex Foss­om­brone, Disegni vol. 3, fol. 32 r. 1524–1538 circa. Foto pubbli­cata su conces­sione del Servizio Cultu­rale del Comune di Foss­om­brone. fig. 106 Anonimo, Musa al Palazzo San Giorgio, Foss­om­brone, Biblio­teca Civica Passionei, Codex Foss­om­brone, Disegni vol. 3, fol. 33 r. 1524–1538 circa. Foto pubbli­cata su conces­sione del Servizio Cultu­rale del Comune di Fossombrone.

Pagina illus­trata. Per l’immagine si veda il PDF completo ad accesso aperto.

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la statua equestre bronzea di Marco Aurelio davanti al proprio palazzo.60 Forse, espo­nendo la Musa a San Lorenzo, Raffaele Riario imitò deli­be­ra­ta­mente l’ambizione di Paolo II.

Il Pros­pet­tivo Mila­nese offre poche indi­ca­zioni sulla collo­ca­zione della Minerva/Musa di Riario alla metà degli anni Novanta del Quat­tro­cento, al di là del rife­ri­mento alla sua espo­si­zione nella «casa» del cardi­nale, che mette la statua in rela­zione con il palazzo di San Lorenzo in Damaso anziché con la basilica.

Nel Cinque­cento Riario espose la figura nel nuovo palazzo, preci­sa­mente all’interno del cortile, compl­etato soltanto nel 1503. Tre stra­or­di­nari disegni cinque­cen­te­schi rappre­sen­tano la Musa nel cortile appena costruito. Due compaiono nell’anonimo Codex Foss­om­brone, una raccolta di disegni anti­quari che potreb­bero essere copie di disegni prodotti nella bottega di Raffa­ello nel secondo decennio del Cinque­cento. Mostrano la Musa sul lato sudo­ri­en­tale del cortile di Riario, sotto il porti­cato (Figg. 105–06). Collo­cata obli­qua­mente tra la prima e la seconda colonna a partire dall’ingresso (Fig. 107), la statua si volge verso i visi­ta­tori che giungono alla soglia di Riario.61 Un’altra rappre­sen­ta­zione, del portog­hese Fran­cisco de Holanda, della fine degli anni Trenta o degli anni Quaranta del Cinque­cento, raffi­gura la Musa in una posi­zione legger­mente diversa, non più rivolta obli­qua­mente verso l’ingresso, ma alli­neata con l’architettura della loggia (Fig. 108).62

fig. 107 Roma, Palazzo San Giorgio, lato meri­dio­nale del cortile. 1496–1503 circa. Foto: autrice.

fig. 108 Fran­cisco de Holanda, Os desenhos das anti­gu­alhas, Musa al Palazzo San Giorgio, Real Biblio­teca del Monas­terio de El Escorial, inv. 28–1‑20, fol. 10 r. 1538–1541 circa. Foto © Patri­monio Nacional, Real Biblio­teca del Monas­terio de El Escorial, rbme Digital.

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Un altro affa­scinante scorcio sull’esposizione della Musa da parte di Riario è offerto da un poema scritto prima del 1513/14 circa dal suo adula­tore Antonio Biax­ander. In quest’opera Biax­ander iden­ti­fica corrett­amente la statua come Musa e fa rife­ri­mento alla sua espo­si­zione nel nuovo Palazzo San Giorgio [Appen­dice ii.19]. Dal contesto si può ipotiz­zare che il poema fosse composto poco dopo il tras­fe­ri­mento della statua nel nuovo cortile del cardi­nale. Biax­ander si rivolge alla Musa di Riario come a una dea che si è avvici­nata alla grande soglia di Riario «con piede modesto». Ricorda le «mura bronzee» del palazzo, che impe­dis­cono all’incrollabile virtù di Riario di vacil­lare. «Musa», scrive Biax­ander, «saluta le feste ora cele­brate presso nuovi foco­lari, saluta gli dèi propizi, ralle­gran­doti di questo momento favorevole». Giocando sull’impresa del timone dei Riario, afferma che il cardi­nale, «nella sua gran­dezza, governa le redini di Roma sospinte dalle onde, e gius­tizia e pietà prosperano sotto i suoi auspici». L’arrivo della Musa nel palazzo rico­nosce «l’onore, lo sple­ndore e la gloria del nostro tempo» e sembra riportare «il regno beato del vecchio portatore di falce», ossia l’età di Saturno.63 In questo stra­or­di­nario poema Biax­ander celebra la Musa come una presenza divina nella casa del cardi­nale, in accordo con l’immagine pubblica che Riario inten­deva colti­vare. Le sue virtù e gli sple­ndori del palazzo hanno attratto alla corte la colos­sale Musa, che l’ha scelta come dimora. Ripren­dendo il concetto del palazzo o giar­dino nobi­liare come «nuovo Elicona», tema frequen­te­mente evocato nella poesia enco­mi­a­stica rivolta a papi e cardi­nali, il poema rappre­sen­tava la presenza della gigan­tesca Musa nel cortile come un’approvazione divina del cardi­nale e del suo palazzo.

In assenza di ulte­riori descri­zioni o disegni di oggetti della colle­zione, la Musa del Louvre è l’unica scul­tura antica asso­cia­bile al cardi­nale durante la sua vita. Nessun disegno d’artista, docu­mento d’archivio o descri­zione scritta noti possono essere colle­gati ad altri oggetti antichi in suo possesso. Non vi è alcun fonda­mento per l’ipotesi, talvolta avanzata nella lette­ra­tura storico-artis­tica, che Riario posse­desse una grande statua di Cerere o Demetra oggi ai Musei Vati­cani, oppure il gruppo di Muse scoperto nell’Odeon di villa Adriana a Tivoli e succes­si­v­a­mente tras­fe­rito a villa Madama.64 Neppure i conti Galli-Balducci offrono indi­ca­zioni signi­fi­ca­tive sulle colle­zioni di Riario. Vi è regis­trato un suo paga­mento per «certe storie» scavate nella vigna di Simone da Piom­bino nel 1498, ma non è chiaro se queste «storie» — presu­mi­bilm­ente rilievi antichi — fossero mate­riali edilizi o scul­ture desti­nate a una colle­zione. Il cardi­nale le acquistò per la somma rela­tiv­a­mente modesta di due ducati, para­gona­bile ai paga­menti ai cava­tori per pezzi di marmo gene­rici.65

Nono­stante la scar­sità delle testi­mo­ni­anze, è comunque certo che Riario posse­desse una qualche colle­zione di anti­chità, poiché diverse fonti vi fanno rife­ri­mento indi­rett­amente. Una guida di Roma, l’Opusculum del chierico fioren­tino Fran­cesco Alber­tini pubbli­cato nel 1510, menziona non soltanto

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la colos­sale Musa, ma anche altre «statue e pitture» nella casa di Riario.66 La Nota d’Anticaglie, descri­zione anonima delle anti­chità di Roma composta verso la fine del ponti­fi­cato di Ales­sandro VI, afferma che nella «casa di San Giorgio» si potevano vedere «anti­ca­glie et spoglie et cose mara­vigliose».67 Nel 1506, quando il Laocoonte emerse dal terreno, Riario sembra fosse inter­es­sato ad acquis­tarlo.68 E nel 1519, verso la fine della sua vita, un rife­ri­mento concreto alle sue anti­chità compare in una lettera di Federico II Gonzaga a Bald­ass­arre Castig­lione a Roma. Chie­d­en­dogli di cercare anti­chità da inviare a Mantova, Gonzaga gli indi­cava di «rivol­gersi al cardi­nale di San Giorgio, che ne ha soli­ta­mente molte, poiché se ne diletta».69 Vi è inoltre la ques­tione del Cupido dormi­ente e del Bacco di Michel­an­gelo. Come si vedrà nei capi­toli 6 e 7, quando nel 1496 il mercante fioren­tino Bald­ass­arre del Mila­nese tentò di vendere a Riario il Cupido dormi­ente di Michel­an­gelo come opera antica, presu­meva che il cardi­nale fosse disposto ad acquis­tare una costosa «anti­chità». Ulte­riori rife­ri­menti indi­retti alla colle­zione sono conte­nuti nella lettera del luglio 1496 di Michel­an­gelo al suo protet­tore fioren­tino Lorenzo di Pier­fran­cesco de’ Medici [Appen­dice ii.10], già menzio­nata nel capi­tolo 1 e discussa più ampia­mente nei capi­toli 6 e 7. In questa lettera Michel­an­gelo descrive l’arrivo a Roma, il tenta­tivo di ricom­prare il Cupido dormi­ente da Bald­ass­arre e la commis­sione del Bacco da parte di Riario. Al primo incontro, scrive l’artista, il cardi­nale lo mandò a osser­vare «certe figure». Come si vedrà, vi sono pochi dubbi che queste certe figure fossero soprat­tutto, se non esclu­si­v­a­mente, statue antiche appar­ten­enti a Riario stesso.

Quale aspetto aveva dunque la colle­zione di anti­chità di Riario, e dove si trovava? Queste domande non ammet­tono risposte semplici. A compli­carle sono la storia costrut­tiva del palazzo e il lungo periodo di tras­for­ma­zioni a San Lorenzo, iniziato negli anni Ottanta del Quat­tro­cento e protrat­tosi fino al secondo decennio del Cinque­cento. Pur con poche certezze, in questo capi­tolo e nei succes­sivi si proporrà che, prima che i lavori di ricos­tru­zione costring­es­sero Riario a lasciare San Lorenzo, la colle­zione fosse proba­bilm­ente esposta nel giar­dino del palazzo. Quando però i lavori entra­rono nel vivo e Riario lasciò l’edificio, è impro­ba­bile che le anti­chità vi rima­nes­sero. Il cardi­nale le avrebbe invece custo­dite altrove, più logi­ca­mente nella casa del fidato ammi­nis­tra­tore Jacopo Galli, dall’altro lato della strada. Questa ipotesi sarà appro­fon­dita nel capi­tolo 7;70 il resto della presente discus­sione si concen­trerà sul giar­dino di San Lorenzo in Damaso e sulla sua idon­eità a ospi­tare la colle­zione di scul­ture. Come si vedrà, già prima dell’arrivo di Riario esis­teva una tradi­zione d’uso del giar­dino del palazzo e della sua loggia come luogo di svago e intrat­ten­imento. Il giar­dino di San Lorenzo era inoltre una sede para­gona­bile ad altri esempi di colle­zioni esposte nei palazzi dei pari di Riario.

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fig. 109 Giulio Campo­rese, Pianta del pian­ter­reno del Palazzo San Giorgio con l’area del giar­dino, Roma, Archivio di Stato, Colle­zioni disegni e mappe – Colle­zione I, 87 — 546 / 2. 1843. Foto © Minis­tero della Cultura. Tutti i diritti riservati.

fig. 110 Tazza Farnese, Napoli, Museo Archeo­lo­gico Nazio­nale, inv. 27611. III–II secolo a.C. Foto su conces­sione del Minis­tero della Cultura – Museo Archeo­lo­gico Nazio­nale di Napoli.

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Tra il 1483, quando gli fu asseg­nato San Lorenzo in Damaso, e la partenza dal palazzo, proba­bilm­ente nel 1492 o 1493, Riario vi abitò per circa dieci anni.71 Il palazzo cardi­na­lizio eredi­tato aveva un giar­dino segreto a ovest della chiesa e del palazzo (Mappa 2).72 Il giar­dino occu­pava all’incirca la stessa area che avrebbe occu­pato nel Cinque­cento, dopo la ricos­tru­zione dell’intero comp­lesso da parte di Riario (Fig. 109). Al suo arrivo a San Lorenzo, il giar­dino era usato come ritiro privato del cardi­nale resi­dente. Le sue funzioni emer­gono dai conti dei responsa­bili di San Lorenzo: nell’ottobre 1481 i fabri­cieri paga­rono per installare tre fine­stre impan­nate, cioè scher­mate, nella grande sacrestia all’angolo nord­oc­ci­den­tale della basi­lica, tra cui una «sopra dove si trova l’organo, affinché non si veda il cardi­nale [Fran­cesco Gonzaga] passeg­giare nel giar­dino, cosa che provocher­ebbe scan­dalo in quegli ambi­enti».73 Per mante­nere il decoro, il giar­dino privato del cardi­nale era tenuto sepa­rato dalla basi­lica e sottratto alla vista di chi vi si trovava.

È proba­bile che il giar­dino fosse usato per esporre scul­ture antiche dai cardi­nali Ludo­vico Trevisan, resi­dente a San Lorenzo tra il 1440 e il 1465, e Fran­cesco Gonzaga, che vi abitò tra il 1467 e il 1483. Un inven­tario dei beni di Trevisan redatto nel 1465 elenca grandi quan­tità di coppe di cris­tallo, argen­terie, scul­ture bronzee e oltre mille monete. Per qualche tempo la sua colle­zione ospitò la Tazza Farnese (Fig. 110), nonché una celebre corniola incisa nota come Sigillo di Nerone.74 Trevisan proba­bilm­ente colle­zionava anche scul­ture marmoree antiche, poiché nel 1446 donò al re Alfonso I di Napoli una Ninfa dormi­ente in marmo, quasi certa­mente una statua antica.75 Il cardi­nale era noto per l’amore dei banchetti e degli intrat­ten­imenti, alcuni dei quali si tenevano nel giar­dino di San Lorenzo. Una lettera del 1462 ricorda, per esempio, «un solen­nis­simo banchetto» tenuto «sotto una loggia adia­cente a un bellis­simo giar­dino che possiede, nel quale sono realiz­zate con il verde mille delizie: galee, navi, pavoni, leoni».76

Fran­cesco Gonzaga, succes­sore di Trevisan a San Lorenzo in Damaso, riunì una colle­zione altrett­anto sple­ndida di anti­chità e oggetti preziosi. Inven­tari redatti nel 1483 e nel 1496 descri­vono grandi quan­tità di cammei, intagli, meda­glie, figure bronzee e coppe in cris­tallo e pietre dure, molte delle quali acqui­s­tate dall’eredità di papa Paolo II.77 David Cham­bers ha sostenuto che Gonzaga colle­zi­on­asse «senza dubbio» anche scul­ture marmoree, benché non siano menzio­nate negli inven­tari, incen­trati sugli oggetti custo­diti all’interno della casa.78 Durante il periodo in cui Gonzaga fu cardi­nale di San Lorenzo, il palazzo cardinalizio

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posse­deva una grande loggia a due piani affac­ciata sul giar­dino (cfr. Mappa 2), forse simile nell’aspetto alla loggia a tre piani che guarda sul giar­dino di Palazzo Picco­lo­mini a Pienza (Fig. 111). I due livelli di questa loggia regale offri­vano a Gonzaga la possi­bi­lità di mangiare nel giar­dino oppure al di sopra di esso. Le sue funzioni sono rive­late da una lettera del 1472 che descrive la conva­le­s­cenza del cardi­nale: «si vestì e scese nella sua loggia del giar­dino, vi mangiò e tornò in camera. A cena si vestì di nuovo e fece lo stesso nella loggia supe­riore».79 La loggia offriva a Gonzaga non soltanto un ambi­ente sereno per il godi­mento privato, ma anche uno spazio simile a una scena, adatto agli intrat­ten­imenti e ai rice­vi­menti del palazzo. Nel luglio 1472, mentre Gonzaga era a Bologna, il cardi­nale Pietro Riario offrì nella «caxa di Mantoa» un banchetto a un gruppo di amba­scia­tori fran­cesi. Le lettere che ne rife­ris­cono descri­vono un banchetto in una «loggia nel giar­dino» rives­tita di velluto rosso, con deco­ra­zioni sontuose e persino scul­ture commes­ti­bili che illus­tra­vano le «storie di Giasone».80

fig. 111 Pienza, Palazzo Picco­lo­mini. 1459–1462. Foto © Andreas Weyermann.

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La discus­sione del giar­dino di Gonzaga a San Lorenzo è stata compli­cata dal fatto che il cardi­nale posse­deva due giar­dini: quello di San Lorenzo in Damaso e un giar­dino più grande nella villa di Sant’Agata de’ Goti sul Quiri­nale, presso le terme di Costan­tino. In lettere del 1479 al maggior­domo Fran­cesco Maffei, Gonzaga descrive detta­glia­ta­mente uno di essi come un vasto giar­dino con un labi­rinto e pitture mitolo­giche.81 David Cham­bers e altri hanno sostenuto che questo ampio rifugio deco­rato con scene mitolo­giche fosse il giar­dino segreto di San Lorenzo in Damaso; se così fosse, avrebbe grande rilievo per qual­siasi inter­pre­ta­zione della colle­zione di anti­chità di Riario e del Bacco di Michel­an­gelo. Le lettere del cardi­nale, tuttavia, descri­vono quasi certa­mente il giar­dino di Sant’Agata. Nella corrispon­denza Gonzaga rimpro­vera Maffei per aver modi­fi­cato un giar­dino ampio ed elabo­rato, progettato secondo le proprie idee («el pensiere nostro»), e lo redar­gu­isce per aver sradi­cato melo­grani che il cardi­nale aveva pian­tato di persona. Menziona una camera del bagno, un boschetto di cipressi e pini e arbusti potati in forme orna­men­tali «alti quanto si può alzare la mano». Chiede a Maffei di commis­sio­nare pitture della batta­glia dei Lapiti e dei Centauri per un horti­cello segreto recin­tato e una raffi­gu­ra­zione della storia di Mele­agro per un’uscita presso un pozzo. Descrive un labi­rinto che desi­derava deco­rare con pitture della storia di Teseo.82 Le dimen­sioni impli­cite del giar­dino e la comples­sità del programma icono­gra­fico non si conci­liano con il giar­dino urbano rela­tiv­a­mente piccolo di San Lorenzo in Damaso. Le lettere devono rifer­irsi a Sant’Agata, come chiarisce

fig. 112 Maarten van Heems­kerck, Palazzo Medici-Madama, Berlino, SmB, Kupfer­stich­ka­bi­nett, inv. 79.D.2, Album I, fol. 5 r. 1532–1537. Foto © bpk / Kupfer­stich­ka­bi­nett, SmB / Jörg P. Anders.

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fig. 113 Giuseppe Vasi, Palazzo S. Marco della Sere­niss. Rep. di Venezia (tavola 65), con «Parte del Palazzo S. Marco con Giar­dino pensile» indi­cata dal numero 4, Delle magni­ficenze di Roma antica e moderna, libro quarto, David Rumsey Map Center, Stan­ford Univer­sity. 1754. Foto: David Rumsey Map Center, Stan­ford Libra­ries, cc By-Nc-Sa 3.0.

fig. 114 Il giar­dino pensile di Palazzo San Marco a Roma, Venezia, Archivio di Stato, Miscel­lanea materie miste nota­bili, b. 120. 1621. Foto © Archivio di Stato, Venezia.

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il rife­ri­mento del cardi­nale Gonzaga al «sopracelo de la nostra camera di cani», ossia il tetto di un rico­vero per i suoi cani da caccia. Una strut­tura del genere sarebbe stata adatta soltanto alla casa di Sant’Agata de’ Goti, dove il cardi­nale cacciava spesso.83

Il giar­dino di San Lorenzo in Damaso era invece un giar­dino segreto del tipo che, nella Roma del tardo Quat­tro­cento e del primo Cinque­cento, divenne una sede privi­le­giata per le colle­zioni di anti­chità dei cardi­nali. La loggia annessa lo avrebbe reso parti­co­lar­mente adatto all’esposizione, poiché le logge affac­ciate sui giar­dini dei palazzi urbani erano luoghi favo­riti per mostrare scul­ture antiche. Le colle­zioni cardi­na­lizie erano strett­amente legate ai rice­vi­menti diplo­ma­tici tenuti nelle logge dei giar­dini in onore di ospiti illustri. Le anti­chità erano dunque spesso esposte sotto logge aperte usate per pranzare nei mesi estivi, talvolta in compa­gnia di amba­scia­tori o di altri cardinali.

Un ambi­ente simile ispirò i disegni di Maarten van Heems­kerck della colle­zione di anti­chità in una loggia affac­ciata sul giar­dino di Palazzo Medici-Madama, abitato prima dal cardi­nale Giovanni de’ Medici e poi dalla cognata Alfon­sina Orsini (Fig. 112).84

Nel Quat­tro­cento, un esempio importante e un prece­dente fonda­men­tale per Riario sarebbe stato il grande giar­dino recin­tato che Pietro Barbo costruì a Palazzo San Marco dopo essere diven­tato papa Paolo II. Il giar­dino fu sman­tel­lato e tras­fe­rito nell’Ottocento per fare spazio al monu­mento a Vittorio Emanuele II, ma disegni, stampe e foto­grafie ne conser­vano l’aspetto origi­nario. L’incisione di Giuseppe Vasi del Palazzo San Marco rappre­senta il vasto «giar­dino pensile» come un’imponente strut­tura merlata, con scuderie al pian­ter­reno e un giar­dino alto due piani al di sopra (Fig. 113). In una pianta seicen­tesca è suddi­viso in aiuole disposte attorno a una fontana circo­lare (Fig. 114). Questo deli­zioso giar­dino ospi­tava l’importante colle­zione di anti­chità di Paolo II, creando un’atmosfera regale e divina che ne faceva un luogo ideale per rice­vere ospiti di riguardo. Il contenuto delle colle­zioni può essere in parte dedotto da disegni e descri­zioni che menzio­nano fram­menti archi­tet­to­nici esposti o un sarco­fago molto ammi­rato, raffi­gu­rante Dioniso ebbro sorretto da satiri (Fig. 115).85 Nelle logge Barbo espo­neva statue antiche, come un gruppo marmoreo a gran­dezza natu­rale di

fig. 115 Sarco­fago bacchico già a Palazzo San Marco, Napoli, Museo Archeo­lo­gico Nazio­nale, inv. 27710. Metà del II secolo d.C. Foto su conces­sione del Minis­tero della Cultura – Museo Archeo­lo­gico Nazio­nale di Napoli.

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Poli­femo e un greco, ancora visi­bile quando Ulisse Aldro­vandi visitò il giar­dino nel 1550.86 Quando il cardi­nale Lorenzo Cibo risie­deva a Palazzo San Marco (1491–1503), il pittore bolo­gnese Amico Asper­tini lo visitò e disegnò un rilievo di suove­tau­rilia con la didas­calia «in logar­dino de santo marco» (Figg. 116–17).87 Oltre a questi rife­ri­menti sparsi, foto­grafie storiche dell’Ottocento offrono un’idea comples­siva della possi­bile dispo­si­zione delle scul­ture nel Quat­tro­cento. Mostrano che le scul­ture erano esposte nella loggia del giar­dino quando esso ospi­tava l’Accademia di Belle Arti del Regno Italico (Fig. 118).

La funzione del giar­dino di scul­ture di Palazzo San Marco come sede di rice­vi­menti diplo­ma­tici si riflette nella poesia di Giovanni Michele Nagonio, in parti­co­lare in un poema enco­mi­a­stico dedi­cato nel 1494 all’imperatore del Sacro Romano Impero Massi­mi­liano I. Nagonio consi­glia a Massi­mi­liano di recarsi a Roma perché papa Ales­sandro VI possa inco­ro­narlo impe­ra­tore. Il poema descrive vivi­da­mente il glorioso ingresso che gli sarebbe riser­vato e il banchetto cele­bra­tivo nel giar­dino di Palazzo San Marco. Descrive il palazzo come un «edificio immenso» che «supera l’Olimpo». «Imma­gini antiche e statue degli dèi e fram­menti di sacre rovine» deco­rano il giar­dino, mentre una Cibele turrita occupa una fontana centrale. Tutt’attorno sono disposte imma­gini degli dèi; «innu­me­re­voli uomini conti­nuano a vivere in antiche statue e celebri donne dell’impero appaiono in imma­gini sedu­centi».88 Gli dèi animano l’ambiente e rendono omaggio a Massi­mi­liano, ospite d’onore del papa. Banchetti solenni nel giar­dino sono descritti anche diversi decenni più tardi, nel 1523, quando

fig. 116 Rilievo dei suove­tau­rilia, Parigi, Louvre, Dépar­te­ment ager, ma 1096. 15 d.C. circa. Foto © rmN-Grand Palais (Musée du Louvre) / Hervé Lewandowski.

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fig. 117 Amico Asper­tini, Anti­chità in San Pietro e nel giar­dino di San Marco, Wolfegg, Schloss Wolfegg, Codex Wolfegg, fols 30 v–31 r. 1500–1503. Foto per gentile conces­sione di Schloss Wolfegg.

fig. 118 Foto­grafia di Palazzo Venezia / Palazzo San Marco come sede dell’Accademia di Belle Arti del Regno Italico, con il giar­dino pensile (il «Palaz­zetto Venezia») prima della demo­li­zione, Roma, Palazzo Venezia, Archivio Foto­gra­fico. XIX secolo. Pubbli­cata su conces­sione del Minis­tero della Cultura – Vitto­riano e Palazzo Venezia.

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un amba­scia­tore vene­ziano riferì di un rice­vi­mento tenuto nel giar­dino, osser­vando che le tavole erano state disposte lungo il corri­doio della loggia supe­riore, affac­ciato su un giar­dino «con in mezzo una bella fontana circon­data di aranci, allori e cipressi».89

Un altro prece­dente quat­tro­cen­tesco di grande rilievo per il cardi­nale Riario era costi­tuito dal giar­dino e dalla colle­zione di anti­chità del cardi­nale Giuliano della Rovere ai SS. Apos­toli. Della Rovere ereditò il palazzo da Pietro Riario nel 1474 e negli anni Ottanta e Novanta del Quat­tro­cento vi espose una delle più celebri colle­zioni private di anti­chità di Roma, ante­ce­dente diretto del cortile delle statue del Belve­dere da lui fondato dopo l’elezione al papato come Giulio II. Il fulcro delle colle­zioni ai SS. Apos­toli era l’Apollo del Belve­dere, scoperto nel 1489 in una vigna a San Lorenzo in Panis­perna. Anche l’Ercole e Anteo (Fig. 119) e la Venere Felix, entrambi poi portati al Belve­dere, erano quasi certa­mente esposti ai SS. Apos­toli quando della Rovere era ancora cardi­nale.90 Le anti­chità erano disposte in una loggia affac­ciata sul giar­dino (Fig. 120). Una fontana ricavata da un’immensa vasca di porfido — l’imponente oggetto oggi al centro della Sala Rotonda dei Musei Vati­cani — segnava il centro di una dispo­si­zione ordi­nata di aranci pian­tati nel giar­dino.91 Come a Palazzo San Marco, i rice­vi­menti si tenevano sotto la loggia, alla presenza delle statue antiche. La descri­zione di uno di questi eventi, cele­brato il 1º maggio 1504, chia­risce la funzione della colle­zione in tali occa­sioni. Della Rovere viveva ormai in Vati­cano come papa Giulio II e il banchetto era offerto dal cardi­nale allora resi­dente, Giovanni Colonna, per cele­brare la festa degli Apos­toli. Gli intrat­ten­imenti compren­de­vano la reci­ta­zione di un poema di Evan­ge­lista Madda­leni de’ Capo­di­ferro, gli «Acta in convivio Io. Columnae».92 Durante la rappre­sen­ta­zione la statua dell’Apollo del Belve­dere diven­tava interlo­cu­trice del poema, «pronun­ci­ando» i versi scritti per Apollo. «Ora non guar­d­armi qui in marmo», afferma Apollo, «ma vedimi nella mia vera forma». Nel poema l’Apollo del Belve­dere si dichiara alleato e servi­tore di papa Giulio II, affer­mando di essere più felice nel Palazzo dei SS. Apos­toli che a Delfi. «Questa è la mia dimora certa, e dalle tue querce, Giulio, porto responsi a queste sedi avite».93 Come a San Marco, la colle­zione di scul­ture nel giar­dino svol­geva una funzione enco­mi­a­stica ritenuta adatta ai rice­vi­menti diplomatici.

* * *

fig. 119 Ercole e Anteo, Firenze, Palazzo Pitti. II secolo d.C. Foto © Minis­tero della Cultura. È vietata la ripro­du­zione senza autorizzazione.

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Come si è visto, gli artisti predi­letti da Riario incar­na­vano un approccio alla cultura visiva distin­ta­mente nord­ita­liano, un senso dello sple­ndore corti­giano e un anti­qua­rismo attento all’immaginario mili­tare e all’araldica. Il cardi­nale sfruttò i favori otte­nuti nel conclave che elesse Ales­sandro VI per fondare una villa Riario a Tras­te­vere, conc­e­pita come sede dinastica forti­fi­cata dei Riario-Sforza a Roma. Allo stesso tempo aspi­rava a posse­dere un’importante colle­zione di scul­ture antiche, come si intuisce da rife­ri­menti sparsi e perlopiù indi­retti. Il giar­dino del palazzo cardi­na­lizio di San Lorenzo era proba­bilm­ente la sede più adatta, conside­rando l’uso che ne avevano fatto i cardi­nali Trevisan e Gonzaga e gli esempi paral­leli delle colle­zioni di Paolo II e del cardi­nale Giuliano della Rovere. Data l’instancabile ricerca di premi­nenza di Riario, le sue ambi­zioni colle­zio­ni­stiche mira­vano proba­bilm­ente a riva­leg­giare con queste raccolte, le più pres­ti­giose di Roma. A Palazzo San Marco e nel Palazzo dei SS. Apos­toli le anti­chità creavano l’illusione che gli «dèi» fossero presenti ai banchetti terreni, avendo scelto di dimorare nelle case di sovrani divini. Questi temi trova­vano eco non soltanto nella Musa di Riario, ma anche nella statua di Bacco commis­sio­nata a Michel­an­gelo, vero­si­milm­ente per ampliare la colle­zione di anti­chità, compe­tere con i suoi pari di maggior successo e creare nel palazzo l’atmosfera appro­priata di una presenza divina. Le stra­or­di­narie circos­tanze che port­arono per la prima volta lo scul­tore fioren­tino alla soglia di Riario nell’estate del 1496 sono il tema del prossimo capitolo.

fig. 120 Roma, Palazzo Colonna ai SS. Apos­toli, loggia. Dopo il 1471–prima del 1503. Foto: Roberto Sigis­mondi, © Biblio­theca Hertziana – Max-Planck-Institut für Kunst­ge­schichte, Roma.