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L’ascesa dei Riario, 1471–1484
Capitolo 2 · Pagine dell’edizione a stampa 34–83
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2 L’ascesa dei Riario, 1471–1484
A differenza della committenza dei Della Rovere, quella dei Riario ha ricevuto scarsa attenzione, nonostante l’importanza della famiglia in ambito artistico, politico e culturale. I principali protagonisti della dinastia Riario nel Quattrocento e nel Cinquecento — i fratelli cardinale Pietro e conte Girolamo Riario e il loro nipote, il cardinale Raffaele — furono a lungo sinonimo di immoralità e decadenza e soltanto di recente sono divenuti oggetto di studi più equilibrati. Molte delle più significative commissioni artistiche della famiglia, tanto a Roma quanto nella città d’origine, Savona, sono andate perdute, sono state attribuite erroneamente ad altri committenti o sono state dimenticate. Nel dibattito storico-artistico su Raffaele Riario, il ruolo del cardinale nelle più ampie ambizioni politiche della famiglia, sostenute dalla committenza artistica e architettonica, è stato esplorato ben poco. Questo capitolo affronta tali temi a partire dalle origini del potere della dinastia Riario nell’epoca di Sisto IV. Esamina come Raffaele Riario, fin da giovane, sia stato coinvolto nei progetti familiari di accumulare potere e assicurarsi un dominio feudale in Romagna. Riario fu elevato al cardinalato a diciassette anni e subito inviato a Firenze dallo zio Girolamo per contribuire a una congiura dei Riario e dei Pazzi volta ad assassinare Lorenzo e Giuliano de’ Medici. Nella primavera del 1478, mentre si sviluppava la congiura dei Pazzi, i congiurati usarono Raffaele come una pedina, chiedendo inviti ai Medici con il pretesto del vivo interesse del cardinale per le loro collezioni d’arte. Durante i diversi mesi trascorsi nell’ambiente dei Pazzi, Riario si avvicinò in particolare a Marsilio Ficino. Il capitolo esamina queste esperienze e considera i primi passi del cardinale come committente a Roma, dopo che gli fu conferita la potente carica di Camerarius. Analizza un’egloga latina, finora non studiata, commissionata per il cardinale da Agostino Maffei e si conclude con una discussione della committenza degli zii di Riario, il conte Girolamo e il cardinale Pietro, chiedendosi in che modo queste eminenti figure servirono da modello a Raffaele.
Secondo un cronista contemporaneo poco favorevole ai Riario, il conte Girolamo Riario era figlio di un umile calzolaio e aveva iniziato la propria carriera come speziale. Altre fonti, più attendibili, attribuiscono ai Riario di Savona un’origine nobile, descrivendoli come una famiglia di magistrati, uomini di mare e soldati.1 L’evento che li portò a un’imprevista preminenza fu l’elezione, nel 1471, di Francesco della Rovere a papa con il nome di Sisto IV. Sisto favorì i Riario più di ogni altra famiglia, benché sia difficile stabilire la natura esatta del loro rapporto di parentela con il pontefice. La maggior parte delle testimonianze ufficiali quattrocentesche afferma che Pietro e Girolamo Riario erano figli della sorella di Sisto IV, Bianca della Rovere, e di suo marito Paolo Riario.2 In tempi recenti, tuttavia, gli storici hanno preferito una ricostruzione più complessa. Le fonti quattrocentesche rivelano che Paolo Riario si sposò tre volte: dapprima con Violante della Rovere, poi con la nobildonna savonese Bianca Beccalla e infine con Bianca della Rovere, sorella di Sisto IV. Da queste unioni nacquero almeno due figlie, Violante e Petruccia,
fig. 13 Melozzo da Forlì, Sisto IV nomina il Platina prefetto della Biblioteca Vaticana, Vaticano, Musei Vaticani. 1477. Foto © bpk / Scala.
e tre figli, Raffaele, Girolamo e Pietro.3 Come affermano l’orazione funebre per Girolamo Riario e altre fonti, Girolamo e Pietro erano figli non della sorella del papa, ma della seconda moglie di Paolo Riario, Bianca Beccalla. Se queste testimonianze sono esatte, Pietro e Girolamo Riario non erano nipoti di Sisto, né erano suoi consanguinei.
A consolidare inizialmente il rapporto della famiglia Riario con il futuro papa Francesco della Rovere fu il legame personale fra Paolo Riario e Della Rovere, descritto in dettaglio dal pittore e storico Leone Cobelli nelle sue Cronache Forlivesi. Cobelli afferma che Paolo Riario accolse il giovane ‘Frate Franceschino’ e lo assunse come precettore dei figli. Riconoscendo l’amore di Francesco per lo studio, Paolo gli prestò il denaro necessario a finanziare la sua istruzione. Francesco si affezionò in modo particolare a Pietro, figlio di Paolo, al punto da chiedere a quest’ultimo di ‘dargli’ Pietro come proprio protetto.4 In definitiva, il fedele servizio di Pietro a Della Rovere avrebbe assicurato il futuro successo dei Riario a Roma. Quando Francesco della Rovere divenne cardinale, nominò Pietro Riario suo segretario. Nel conclave del 1471, Pietro si adoperò intensamente per far eleggere papa Della Rovere, e i cronisti contemporanei gli attribuiscono gran parte del merito dell’inattesa vittoria di quest’ultimo.5 Divenuto papa Sisto IV, Della Rovere cominciò a colmare Pietro di ricompense. Pochi mesi dopo l’elezione, contravvenendo agli accordi stabiliti nel conclave, lo creò cardinale presbitero di San Sisto.6 Nello stesso giorno elevò un altro ex allievo, Giuliano della Rovere, il futuro papa Giulio II, alla dignità di cardinale presbitero di San Pietro in Vincoli. Fra questi due giovani ‘nipoti’, il ventiseienne Pietro Riario era di gran lunga il favorito del pontefice. Nei tre anni successivi, prima della prematura morte di Pietro nel 1474, Sisto gli concesse privilegi senza precedenti, alimentando le voci secondo cui Pietro sarebbe stato suo figlio segreto.7
Il nuovo papa aveva bisogno di alleati, e numerosi esponenti della nobiltà savonese — non soltanto i Della Rovere e i Riario, ma anche i Gara, i Basso, gli Spinola, i Sansoni, i Vegerio, i Ferrero e i Del Carretto — accorsero a Roma.8 In cambio della loro fedeltà, Sisto offrì cardinalati, matrimoni vantaggiosi, titoli illustri e feudi. Il suo approccio segna il passaggio a ciò che gli storici italiani hanno definito grande nepotismo.9 Lo scopo di Sisto, in questa forma avanzata di nepotismo, non era soltanto rendere quanto più potenti possibile i propri parenti e le famiglie a lui vicine, ma anche incoraggiarli a fondare dinastie autonome in competizione fra loro. I Riario, i Della Rovere piemontesi e i Della Rovere liguri erano i più stretti alleati di Sisto, ma fra loro divennero rivali. Coltivarono identità indipendenti stringendo alleanze con potenze contrapposte: il cardinale Pietro Riario si alleò
con i milanesi, mentre il cardinale Giuliano si alleò con il nemico di Milano, il re di Napoli. La rivalità — e l’antagonismo — che si sviluppò fra i nipoti del papa, e in particolare fra Girolamo Riario e Giuliano della Rovere, operava a vantaggio di Sisto. In un’epoca in cui il papato era coinvolto più che mai nelle guerre della penisola italiana, il controllo dello Stato pontificio, frammentato e diviso, richiedeva frequenti riallineamenti delle alleanze. Avere nipoti schierati in campi avversi offriva a Sisto la flessibilità necessaria per operare su un ampio spettro politico.
Nel 1472, il cardinale Giuliano ottenne un importante successo per i Della Rovere, negoziando il matrimonio fra suo fratello Leonardo, ‘Prefetto di Roma’, e la figlia del re Ferrante di Napoli: un’unione che procurò a Leonardo i territori di Sora e Arpino.10 Nell’estate del 1472, Pietro Riario si affrettò a recarsi a Milano nella speranza di ottenere dai duchi Sforza un matrimonio altrettanto vantaggioso per il fratello Girolamo. Galeazzo Maria Sforza, duca di Milano, era un alleato naturale dei Riario, poiché Savona era allora soggetta al dominio milanese. Sforza fece a Pietro Riario l’allettante proposta di un matrimonio fra Girolamo e la propria figlia illegittima, Caterina Sforza. L’unione avrebbe segnato il destino dei Riario, che grazie a questa alleanza entrarono nella famiglia allargata dei duchi di Milano. Il matrimonio di Girolamo con Caterina, che allora aveva appena una decina d’anni, gli portò il territorio di Bosco d’Alessandria nella Romagna settentrionale, il titolo di ‘Conte’ e il diritto di inquartare il proprio stemma con quello degli Sforza.11 Un mese dopo il matrimonio del conte Girolamo e di Caterina, nel febbraio 1473, Sisto rafforzò ulteriormente la posizione di Girolamo nominandolo Capitano generale della Chiesa, comandante delle armate pontificie. Il cardinale Pietro compì il passo successivo recandosi di nuovo a Milano in settembre, questa volta accompagnato da un seguito di oltre duecento uomini. La missione si concluse con l’accordo in base al quale Sisto IV e i Riario avrebbero acquistato per 40,000 ducati Imola, un territorio sotto controllo milanese. I Medici di Firenze avevano già cercato di acquisire questa importante roccaforte, ma il papa ne aveva bloccato la vendita, che avrebbe aperto ai fiorentini la strada al predominio sull’intera Italia centrale. Controllare Imola, impedendo nel contempo ai Medici di impadronirsene, fu una mossa strategica decisiva per Sisto e un grande vantaggio per i Riario, che vi fondarono un proprio Stato. Poiché tuttavia il prezzo concordato superava di gran lunga le risorse finanziarie della famiglia, il papa fu costretto a contrarre ingenti prestiti, che chiese dapprima al banco Medici. Quando Lorenzo de’ Medici rifiutò, Sisto prese una decisione dalle conseguenze durature: si rivolse a una famiglia rivale di banchieri fiorentini, i Pazzi.12
La nomina del conte Riario a nuovo vicario di Imola da parte di Sisto IV, il 6 novembre 1473, è generalmente considerata un punto di svolta nella politica pontificia. La formazione di uno Stato dei Riario entro lo Stato pontificio rappresentava un tentativo diretto ed esplicito di usare il potere del papato per procurare privilegi ai propri ‘parenti’. Era una mossa che prefigurava il caso, più noto, delle conquiste di Cesare Borgia in Romagna con l’aiuto del padre, papa Alessandro VI. Per i Riario, da poco assurti al potere, Imola era una conquista importante, soprattutto per le solide difese della città e la sua posizione strategica sulla via Emilia. Poiché qualunque esercito in transito attraverso l’Italia avrebbe dovuto passare o per la Toscana o per la Romagna lungo la via Emilia, il governo di Imola conferiva ai Riario un enorme potere negoziale. Allo stesso tempo, la posizione di Girolamo Riario era precaria. Sebbene i Riario fossero stati nominati vicari perpetui di Imola, rimanevano al potere soltanto per volontà di Sisto IV e, alla successione, del pontefice successivo. I Riario erano inoltre obbligati a servire gli Sforza di Milano. Poiché per gli Sforza il controllo di Imola era una necessità difensiva, Girolamo Riario vi manteneva un esercito permanente al servizio di Milano e operava come condottiere del duca Sforza.13 Legati a due potenti signori — il papa e i duchi di Milano — i Riario si trovavano in una posizione politica condizionata, ed era soltanto questione di tempo prima che le loro fedeltà entrassero in conflitto.
In gennaio, poco dopo il ritorno da Milano, il cardinale Pietro Riario morì improvvisamente, mettendo in dubbio gli accordi appena conclusi con il duca Sforza.14 Girolamo organizzò rapidamente la propria investitura a signore di Imola in febbraio. In aprile consolidò la sua autorità nella città insediandovi come vicereggenti la sorella Violante Riario e suo marito Domenico Gentile Ricci.15 Violante era stata precedentemente sposata con Antonio Sansoni; quando Gentile Ricci e Riario si trasferirono in Romagna, portarono con sé il giovane Raffaele Sansoni, figlio di Violante e del primo marito.16 Forse intorno al momento del trasferimento in Romagna, Raffaele abbandonò il cognome paterno ‘Sansoni’ e assunse quello di ‘Riario’.17 Una scelta simile non era senza precedenti: Rodrigo Borgia, per esempio, aveva abbandonato il cognome originario Lançol dopo essere stato adottato da papa Callisto III. Il nuovo cognome di Raffaele Riario costituisce nondimeno un segno straordinario del potere dei Riario in quel momento e dell’intenzione di fare di Raffaele il sostituto dello zio Pietro Riario. Gentile Ricci, Violante Riario e il giovane Raffaele lasciarono Savona per sostenere le ambizioni dei Riario nell’Italia centrale e furono ricompensati da Sisto IV. In seguito Gentile Ricci fu nominato castellano di Spoleto, dove Violante morì e fu sepolta in una posizione di rilievo nel duomo cittadino (Fig. 14).
Girolamo Riario puntava a una rapida elevazione del giovane Raffaele al cardinalato da parte di Sisto IV, ed è proprio alla vigilia di un brillante futuro che Melozzo da Forlì ritrasse Raffaele in un celebre ritratto di gruppo (Fig. 13). In un momento compreso fra il luglio 1476 e il dicembre 1477, la nomina di Bartolomeo Sacchi, detto ‘il Platina’, a prefetto della Biblioteca Vaticana fu commemorata con un ritratto del Platina inginocchiato davanti al papa, circondato dai membri della ‘famiglia’ più vicini a Sisto. L’affresco ornava in origine la Sala Latina della biblioteca.18 La figura
che indossa una veste di velluto azzurro chiaro rappresenta il conte Girolamo Riario, in un’effigie che richiama direttamente il suo ritratto sulla tomba del fratello Pietro Riario ai SS. Apostoli (si vedano Figg. 44–45). La figura all’estrema sinistra è identificabile senza controversie con Giovanni della Rovere, fratello del cardinale Giuliano e prefetto di Roma. Dopo che i Riario avevano acquisito Imola, Giuliano della Rovere negoziò un matrimonio fra Giovanni e la figlia di Federico da Montefeltro, che portò in dote il vicariato di Senigallia e Mondavio nelle Marche.19 Nell’affresco di Melozzo, Girolamo Riario e Giovanni della Rovere compaiono sul lato sinistro come capi laici dei rispettivi clan. Guardano in direzioni diverse e sono distinti dai differenti colori delle loro eleganti vesti, ma entrambi portano spesse catene d’oro, esibendo il successo delle recenti alleanze con i Montefeltro e gli Sforza. Girolamo Riario, che si trova davanti a Della Rovere, riceve chiaramente una posizione di maggiore rilievo nella gerarchia della famiglia papale.
Nel ritratto di gruppo di Melozzo, una colonna separa i laici a sinistra dagli ecclesiastici a destra. Mentre la figura prominente in veste cardinalizia rossa nella metà destra dell’affresco è certamente il cardinale Giuliano della Rovere, l’identità della figura collocata davanti a Della Rovere e accanto a papa Sisto (Fig. 15) è stata a lungo controversa. Nel 1886 August Schmarsow sostenne che rappresentasse Raffaele Riario adolescente, poco prima della sua elevazione al cardinalato. L’identificazione rimase incontestata fino a quando José Ruysschaert, citando
fig. 14 Tomba di Violante Riario Ricci, madre di Raffaele Riario, e del suo bambino. Spoleto, Duomo. 1483. Foto: Autrice.
un passo del poema Convivium scientiarum del notaio Antonio de Tomeis, sostenne che il ritratto rappresentasse il defunto cardinale Pietro Riario.20 È tuttavia difficile credere che Pietro Riario non sarebbe stato raffigurato in veste cardinalizia rossa, come Giuliano della Rovere.21 Seguendo la tesi originaria di Schmarsow, la figura alla destra di Sisto, con la tonsura, il naso aquilino, la mandibola pronunciata e la bocca rivolta verso il basso, può essere identificata con Raffaele Riario. Come è stato osservato, Riario indossa il tipo di mantello scuro proprio dei protonotari apostolici, la carica che ricopriva in quel momento. Inoltre il personaggio di Melozzo presenta una marcata somiglianza con un ritratto di Riario — dalla mascella prominente e dalla bocca cascante — su una medaglia quasi contemporanea (Figg. 16–17).22 Si può persino riconoscere una somiglianza con il ritratto del cardinale Riario nella piena maturità dipinto da Raffaello nella Messa di Bolsena (si veda Fig. 76). Nel complesso del ritratto di gruppo di Melozzo, Raffaele Riario appare come l’erede designato dello zio Pietro, nel momento in cui stava per essere elevato a posizioni di immenso potere. Raffaele è vicino a Sisto: i profili e la direzione degli sguardi si corrispondono, quasi a sottolineare la reciproca lealtà e le ambizioni condivise.
Il cardinale Riario, Marsilio Ficino e la congiura dei Pazzi
I favori preannunciati nell’affresco si concretizzarono presto: nel dicembre 1477 Sisto creò cardinale il diciassettenne Raffaele Riario. In considerazione della sua giovane età e della mancanza di una formazione ecclesiastica, il papa lo nominò cardinale diacono, anziché cardinale presbitero, assegnandogli la chiesa di San Giorgio in Velabro ‘ad velum aureum’, presso il Foro
fig. 15 Melozzo da Forlì, Sisto IV nomina il Platina prefetto della Biblioteca Vaticana, particolare con i ritratti di Raffaele Riario e papa Sisto IV, Vaticano, Musei Vaticani. 1477. Foto © Vatican Museums and Galleries, Vatican City / Bridgeman Images.
Romano.23 Una medaglia fusa per celebrare la nomina tenta di compensare lo scandalo della tenera età di Riario associandolo a un ‘San Giorgio’ giovane ed eroico (si vedano Figg. 16 e 17). La medaglia fissa il titolo e l’iconografia di san Giorgio che il cardinale avrebbe adottato per tutta la vita.24 Sul diritto il profilo del cardinale è accompagnato dalle parole ‘raphael annorum xvii cardinalis S georgii’, mentre sul rovescio compare san Giorgio che uccide il drago insieme al motto ‘virtvs’.25 L’immagine richiama la storia di san Giorgio narrata nella Legenda aurea: Giorgio uccise un drago per salvare una principessa, identificabile con l’Ecclesia, usando una lancia associabile alla croce. San Giorgio era un eroe delle crociate e una figura di fede cristiana e valore militare appropriata per Riario in quel momento, quando Girolamo Riario stava per coinvolgerlo in una guerra contro i Medici.
Concedere il cardinalato a Raffaele Riario nel 1477 costituiva già di per sé un forte affronto alla famiglia Medici. I banchieri fiorentini avevano sostenuto l’elezione di Sisto IV nel conclave del 1471 e, al momento del proprio insediamento, il papa aveva accolto Lorenzo de’ Medici a Roma a braccia aperte. Lorenzo ricevette dal pontefice busti antichi in dono e poté acquistare oggetti preziosi appartenuti alla collezione di papa Paolo II, fra cui la Tazza Farnese (si veda Fig. 110).26 Il papa favorì ulteriormente de’ Medici lasciandogli sperare che presto avrebbe
figg. 16–17 Attribuita a Lisippo, Medaglia di Raffaele Riario cardinale di San Giorgio, diritto e rovescio, Londra, Victoria and Albert Museum, inv. A.192‑1910. Dopo il dicembre 1477. Foto © Victoria and Albert Museum, London.
concesso un cardinalato a un fiorentino, forse addirittura a Giuliano, fratello di Lorenzo. Negli anni successivi, tuttavia, il rapporto di Sisto con i Medici si deteriorò. Nel 1474 Sisto e i Riario acquistarono Imola, un territorio a lungo desiderato dai Medici, ricorrendo a prestiti del banco rivale dei Pazzi. Nell’estate di quell’anno, dopo che Lorenzo aveva appoggiato una ribellione contro il governo pontificio a Città di Castello, il papa privò i Medici del ruolo di depositari della Camera Apostolica e nominò i Pazzi suoi principali banchieri. In ottobre nominò arcivescovo di Pisa Francesco Salviati, cugino dei Pazzi, omettendo la consueta richiesta di approvazione alla Signoria fiorentina. I Medici giudicarono la nomina di Salviati tanto intollerabile da impedirgli per oltre un anno di assumere l’incarico. Un altro colpo giunse nell’estate del 1476, quando Sisto trasferì dai Medici ai Pazzi i contratti per la gestione delle miniere pontificie di allume a Tolfa. Nel 1477, fallito un tentativo di elevare l’arcivescovo Salviati al cardinalato, Sisto IV promosse Raffaele Riario. Il messaggio era chiaro: a Riario era stato assegnato il cardinalato ‘fiorentino’ per il quale i Medici si erano adoperati e che speravano di ottenere per Giuliano.27
L’elevazione al cardinalato del giovane Raffaele Riario fu un passaggio importante nel piano dei Riario e dei Pazzi per eliminare la famiglia Medici. Dopo che l’assassinio di Galeazzo Maria Sforza, nel dicembre 1476, aveva privato i Medici di un potente alleato, prese forma un progetto segreto per uccidere Lorenzo e Giuliano de’ Medici. Il conte di Montesecco, uno dei principali protagonisti della congiura, rivelò nella propria confessione che l’arcivescovo Salviati, Francesco Pazzi e Girolamo Riario avevano ideato insieme il piano a Roma nell’estate del 1477. Papa Sisto, secondo Montesecco, sosteneva l’idea di un cambiamento di regime a Firenze, ma rifiutava di approvare lo spargimento di sangue.28 Sisto usò i propri poteri per favorire i congiurati, e il piano dei Pazzi cominciò a concretizzarsi dopo la nomina cardinalizia di Raffaele Riario in dicembre. Il primo passo fu collocare il cardinale Riario a Pisa, dove venne iscritto come studente di diritto canonico sotto la protezione dell’arcivescovo Salviati. In seguito Riario fu nominato legato pontificio in Umbria e delegò i propri compiti al vescovo croato Nicola di Modruš, che lo rappresentava nella regione.29 L’assegnazione di questo incarico stabiliva un parallelo fra Raffaele Riario e lo zio Pietro, già legato di Sisto, e chiariva che Raffaele avrebbe continuato a sostenere, come Pietro, la creazione di uno Stato dei Riario nell’Italia centrale. La mossa poneva inoltre Raffaele Riario in contrasto con i Medici, poiché Perugia era attraversata da un’insurrezione antipapale sostenuta da Lorenzo il Magnifico.30
Con il pretesto di dover sfuggire a un’epidemia di peste a Pisa, il cardinale Riario fu inviato a soggiornare presso i Pazzi a Firenze. Vi si recò con un ampio seguito, che offriva ai congiurati un nascondiglio ideale. Il cardinale giunse in marzo 1478, accompagnato dal segretario Jacopo di Poggio Bracciolini e da Salviati, e fu ospitato alla ‘Loggia dei Pazzi’, la villa della famiglia a Montughi.31 Da quella posizione alle porte dei Medici, i congiurati cominciarono a mettere in atto i propri piani. Un elemento decisivo della loro strategia era la
consapevolezza che la dignità cardinalizia di Riario obbligava i Medici a riceverlo con un banchetto, offrendo così l’occasione di sferrare l’attacco. I Medici estesero debitamente un invito alla villa di Lorenzo de’ Medici a Fiesole, in riconoscimento della carica di Riario e del suo desiderio di ‘vedere tale luogo, che è bellissimo di vista e di edificio, e di poi la Badia’.32 Consapevole del pericolo, Giuliano de’ Medici rimase a casa malato, vanificando i piani dei congiurati. Questi cercarono un’altra occasione, insistendo di nuovo sulla necessità di completare l’educazione artistica del cardinale: Riario aveva conosciuto le delizie di Fiesole, ma non poteva essere privato di una visita al celebre palazzo dei Medici in via Larga. Doveva essere invitato a palazzo, come scrisse Angelo Poliziano nella sua storia della congiura, per vedere tutte le sue ‘argenterie e gioie, medaglie e altre gentili cose’. Lorenzo non ebbe altra scelta che accogliere la richiesta e invitò gli ospiti a un banchetto da tenersi dopo la messa di domenica 26 aprile.33
Il giorno stabilito, Riario entrò a Firenze con un numeroso seguito di familiari e servitori. Si riferì che la sua prima tappa fu Palazzo Medici, dove il cardinale intendeva cambiarsi gli abiti da viaggio. Per un malinteso, o forse per un espediente deliberato volto a creare confusione, i Medici non erano in casa a riceverlo.34 Per alcuni momenti carichi di tensione, Riario avrebbe potuto ammirare il palazzo mediceo, splendidamente allestito per il ricevimento in suo onore all’ora di pranzo. Anche solo fugacemente, avrebbe potuto posare gli occhi sulle statue antiche esposte nel giardino, sul David di Donatello nel cortile (si veda Fig. 166), sugli ‘argenti, le statue e i rilievi riuniti nel cortile’ e sulle gemme inestimabili che i Medici avevano ‘disposto negli armadi’.35
Prima della messa divenne chiaro che Giuliano avrebbe rinunciato al banchetto, e i congiurati modificarono rapidamente i piani perché il colpo avesse luogo nel duomo di Firenze. Dopo che l’assassino designato, il conte di Montesecco, si rifiutò di commettere un omicidio in luogo sacro, l’esecuzione fu affidata a un gruppo di sacerdoti inesperti. Mentre il cardinale Riario sedeva in un posto d’onore vicino all’altare, i Pazzi e i loro alleati si avventarono sui Medici, uccidendo Giuliano ma riuscendo soltanto a ferire Lorenzo. Una medaglia fusa in seguito da Bertoldo di Giovanni (Figg. 18–19) raffigura l’attacco appena fuori dalla recinzione lignea del coro di Brunelleschi. Il diritto, con l’iscrizione ‘salus publica’, celebra la salvezza di Lorenzo, mentre il rovescio, recante ‘luctus publicus’, piange l’assassinio di Giuliano. Su entrambi i lati, alcuni ecclesiastici sono rappresentati all’interno del coro mentre assistono alla messa. Benché i loro tratti siano appena distinguibili, l’uomo seduto con un largo cappello, visibile su entrambi i lati della medaglia, rappresenta probabilmente il cardinale Riario.36 La medaglia di Bertoldo mostra Riario estraneo all’episodio violento, con lo sguardo concentrato sulla cerimonia e le spalle rivolte agli eventi che si svolgono fuori dal coro.
Il piano degli assassini di conquistare il sostegno dei fiorentini crollò nel caos seguito all’uccisione di Giuliano. Quando fu chiaro che i Pazzi non avrebbero ottenuto il controllo della città, i
Medici e i loro alleati cominciarono a esercitare una brutale vendetta. Jacopo Pazzi, l’arcivescovo Salviati e Jacopo Bracciolini furono impiccati alle finestre del Palazzo della Signoria, e molti altri membri del seguito di Riario persero la vita. Si raccontò che quel giorno il cardinale fosse tanto atterrito dalla folla da chiedere egli stesso di essere arrestato.37 Insieme al fratello Francesco Sansoni, anch’egli presente quel giorno in duomo, il cardinale Riario fu rinchiuso a Palazzo Vecchio.38 Lorenzo de’ Medici gli risparmiò la vita, ma lo trattenne a Firenze per sfruttarne il valore come ostaggio. Nelle settimane successive giunsero rappresentanti del papa per cercare di negoziarne la liberazione da Palazzo Vecchio, fra cui il vescovo Nicola di Modruš. Modruš affermò di avere ottenuto rapidamente concessioni dai Medici, che il papa annunciò nel concistoro del 15 marzo 1478: Lorenzo de’ Medici avrebbe dato in sposa la figlia Lucrezia a Francesco Sansoni, il ‘fratello del Cardinale’, e Raffaele Riario avrebbe ricevuto l’arcivescovado di Pisa, già retto da Salviati. Si trattava indubbiamente di notizie false diffuse per indebolire la posizione fiorentina.39
Dopo lunghe trattative e una guerra di parole combattuta da entrambe le parti, Riario fu infine liberato in giugno. Il giorno della sua liberazione, Sisto emanò una bolla pontificia che scomunicava Lorenzo de’ Medici e i suoi sostenitori e sottoponeva Firenze, Pistoia e Fiesole all’interdetto. Fra le ragioni addotte figuravano l’uccisione dei familiari di Riario e la lunga prigionia del cardinale. Riario rischiò di essere ricondotto in carcere, ma riuscì a fuggire da Firenze e a raggiungere Siena il 13 giugno. Secondo tutte le testimonianze vi arrivò in preda al terrore, più ‘morto che vivo’ dopo essere scampato per un soffio.40 La paura di Riario fu tale, si disse, da lasciargli per tutta la vita un pallore spettrale.41
figg. 18–19 Bertoldo di Giovanni, La congiura dei Pazzi, diritto e rovescio, New York, The Metropolitan Museum of Art, Accession no. 23.280.44, Bequest of Anne D. Thomson, 1923. 1478 o successivo. Foto: The Metropolitan Museum of Art, New York, pubblico dominio.
Benché Riario fosse sfuggito alla morte grazie alla giovane età e all’alto rango, la questione della sua ‘innocenza’ fu, e rimane tuttora, controversa. I testi polemici scritti subito dopo gli eventi presentarono opinioni contrastanti sul ruolo del cardinale nella congiura e sul trattamento che gli fu riservato in seguito. La Florentina Synodus, pubblicata anonima nell’estate del 1478 dall’apologeta mediceo Giovanni de’ Becchi, sosteneva che Riario fosse stato semplicemente un ‘ospite’ dei fiorentini. De’ Becchi citava una lettera che affermava essere stata scritta dallo stesso Riario per esprimere simpatia verso Firenze e testimoniare la sua stretta amicizia con Lorenzo il Magnifico.42 Una narrazione opposta, dal punto di vista pontificio, la Dissentio inter Sanctissimum dominum nostrum Papam et Florentinos suborta, fu pubblicata nell’autunno del 1478. Anch’essa uscì anonima, ma è stata spesso attribuita al Platina. Riprendendo le affermazioni di Nicola di Modruš, la Dissentio sosteneva che Lorenzo de’ Medici avesse offerto di dare in sposa la figlia al fratello di Riario, Francesco Sansoni, e di concedere a Riario l’arcivescovado di Pisa.43 La Dissentio presentava Raffaele Riario come un semplice spettatore, sostenendo che Girolamo Riario non avrebbe mai potuto essere tanto crudele da esporre l’adolescente Raffaele a un pericolo mortale.
La maggior parte degli storici moderni che si sono interrogati sull’innocenza di Riario ha privilegiato questo punto di vista pontificio. Secondo Paul Oskar Kristeller, per esempio, ‘il cardinale non era realmente coinvolto nella congiura e probabilmente non ne era a conoscenza’.44 Sembra tuttavia inconcepibile che Riario ignorasse un complotto sviluppatosi per mesi nella sua cerchia più stretta. Più credibile è la sintesi senza indulgenze dello storico Paolo Giovio:
Il cardinale Raffaele Riario venne fatto venire dall’Università di Pisa a Firenze con la scusa di fargli visitare questa città cosí bella e ricca di monumenti. In realtà giunse a Firenze per un altro motivo: dare forza ai congiurati di persona, con la propria autorità; anche se altri pensano che fosse all’oscuro di un piano cosí importante, data la sua giovane età e la sua scarsa profondità intellettuale.45
Se le esperienze di Riario a Firenze furono traumatiche, gli offrirono anche una profonda formazione culturale e artistica. Il soggiorno presso i Pazzi negli anni Settanta del Quattrocento lo immerse nella comunità fiorentina di letterati, artisti e collezionisti. Il cardinale partecipò attivamente alla vita culturale della città, e un prezioso manoscritto trecentesco della Divina Commedia, oggi a Savona, fu forse una delle opere che Riario acquistò a Firenze durante quel soggiorno.46 Poté conoscere la scultura di Donatello e di Bertoldo di Giovanni e i dipinti di Botticelli e Filippo Lippi. Come si è visto, un aspetto singolare della congiura dei Pazzi è che essa faceva leva sullo splendore e sulla fama delle collezioni medicee e sulla presunzione che i Medici dovessero soddisfare il vivo desiderio di Riario di visitarle. È suggestivo
immaginare che fra le attrazioni medicee conosciute da Riario nel periodo precedente la congiura figurasse il giardino di antichità di Lorenzo de’ Medici presso San Marco, dove più tardi si sarebbe formato Michelangelo. Il giardino di sculture esisteva già nel 1478 e, negli anni Ottanta del Quattrocento, i visitatori di Firenze lo consideravano un luogo di grande rilievo.47 Una visita di Riario al giardino appare tuttavia improbabile, poiché avrebbe richiesto un ricevimento formale da parte dei Medici e sarebbe quindi stata registrata in una delle storie della congiura. Riario avrebbe nondimeno avuto la possibilità di visitare altre collezioni fiorentine, in particolare quella nel palazzo di Guglielmo Pazzi in via dell’Oriuolo, nota almeno nel Cinquecento per le sue sculture antiche e moderne.48 Subito dopo la liberazione dal carcere a Firenze, trovò rifugio a Siena nella casa di Tommaso del Testa Piccolomini, vescovo di Pienza. Una volta entrato nell’ambiente dei Piccolomini, ebbe forse occasione di vedere il Bacco di Antonio Federighi (si vedano Figg. 158–59), una statua marmorea che sarebbe poi stata un’importante fonte d’ispirazione per l’opera di Michelangelo dello stesso soggetto.
Nella primavera del 1478, Riario entrò in stretto rapporto con Marsilio Ficino, legato ai Pazzi fin dagli anni Cinquanta del Quattrocento e già precettore dei figli di Piero de’ Pazzi. All’epoca Ficino era celebre per avere in gran parte completato la traduzione dei dialoghi di Platone intrapresa per Cosimo de’ Medici. Alla vigilia della congiura dei Pazzi aveva da poco terminato un commento al Simposio di Platone, il De amore, e i diciotto libri della Theologia Platonica, che fu stampata nel 1482. Alla fine degli anni Settanta Ficino cercava nuovi protettori e aveva preso contatto con Riario ancor prima dell’arrivo del cardinale a Firenze. Nel gennaio 1478, mentre Riario si trovava ancora a Pisa, Ficino gli inviò l’Epistola Veritatis: de institutione principis, ‘Lettera della Verità: sull’educazione del principe’, tramite i suoi tutori Francesco Salviati e Jacopo Bracciolini, che definiva ‘grandi uomini e veri amici’. Nell’Epistola Ficino immagina di avere visitato Riario il giorno precedente, guidato dalla luce del pianeta Venere e della luna. Quel giorno la sua guida sarebbe stata Cupido, che lo esorta a cercare l’amore di Riario. Nel testo successivo Ficino si rivolge al cardinale con la voce di Veritas, la ‘Verità’, che è nuda. Nella tradizione dello ‘specchio dei principi’, la Verità offre al cardinale consigli filosofici e morali. Gli ricorda che deve la sua alta carica non ai propri meriti, ma ai legami familiari. Ha dunque il compito di dimostrarsene degno coltivando la virtù interiore ed evitando la corruzione. La Verità consiglia a Riario di tenersi lontano dagli adulatori e di rifuggire l’invidia, il fasto e il lusso. Lo esorta a dedicarsi al servizio divino, allo studio e a una vita temperante e seria. ‘La tua casa’, prosegue il testo, ‘sia un tempio di Dio. Sia un occhio di prudenza, una bilancia di giustizia, una sede di fortezza; sia un esempio di moderazione, un modello d’integrità, uno splendore d’amore, una fonte delle Grazie e un coro delle Muse’.49
A complemento della lettera, Ficino inviò a Riario una copia del De Christiana religione, un trattato composto inizialmente nel 1474 e rielaborato nel decennio successivo.50 Il trattato espone le speranze di Ficino in un rinnovamento spirituale della Chiesa e in un recupero del significato autentico della religione cristiana. Molto prima della venuta di Cristo, sostiene,
Dio aveva rivelato i misteri divini ai profeti del passato: Ermete Trismegisto, Mosè, Orfeo, Platone e altri. Poiché il cristianesimo è il punto d’arrivo e il vero oggetto di molte forme di rivelazione, siano esse le Scritture ebraiche o gli scritti di Platone, queste opere potevano essere lette come forme di profezia cristiana. Ora che il cristianesimo si era degradato ed era divenuto eccessivamente istituzionalizzato, il ritorno a Platone e ad altre testimonianze dell’antica teologia poteva offrire un necessario rinnovamento spirituale. Nella seconda parte, il De Christiana religione associa una giustificazione dell’interpretazione cristiana dei testi sacri ebraici a un violento attacco alla validità della religione ebraica. Per questa parte del trattato Ficino si basò su polemiche antisemite e anti-islamiche e attinse a una retorica crociata inasprita dai recenti conflitti con gli Ottomani.51
Ficino trovò in Riario un allievo disponibile ed entusiasta. Dopo l’arrivo del cardinale a Firenze, i due passeggiarono insieme sulle ‘colline di Montughi’, vicino alla villa dei Pazzi, e per diverse settimane frequentarono la stessa ristretta cerchia, che comprendeva i Pazzi, Salviati, Bracciolini e il poeta Niccolò Lelio Cosmico, il quale sembra fosse precettore del cardinale.52 In quei mesi anche Sebastiano Salvini, cugino e allievo di Ficino, che aveva collaborato con lui al De Christiana religione, cercò il favore di Riario. Qualche tempo dopo la congiura, probabilmente nel 1480 o nel 1481, Salvini pubblicò un testo che aveva presentato e dedicato a Riario nella primavera del 1478. Si trattava di una traduzione italiana della Lettera contro gli errori dei giudei, Epistola contra Judaeorum errores, attribuita a un certo ‘rabbino Samuele’. Il testo si presentava come il racconto di un rabbino convertito al cristianesimo attraverso la lettura dell’Antico Testamento, ma era in realtà una finzione utilizzata come strumento di conversione cristiana. La dedica di Salvini a Riario getta luce sugli argomenti discussi fra i due a Firenze all’inizio del 1478, quando Salvini cercava il sostegno di Riario e parlò con lui ‘più volte’.53 Essa attinge alla stessa retorica antisemita del De Christiana religione e alla medesima tesi secondo cui la tradizione ebraica delle Scritture sacre celerebbe verità cristiane. L’educazione religiosa e filosofica offerta a Riario da Ficino e Salvini, così come le polemiche che la sostenevano, sembra averlo segnato profondamente. Nei decenni successivi, il cardinale avrebbe appoggiato con convinzione campagne contro ebrei e musulmani, e la sua committenza artistica e letteraria avrebbe rivelato l’interesse per temi cari a Ficino: l’astrologia, il platonismo, le Scritture ebraiche e l’antica teologia.
Poiché nella letteratura storico-artistica Ficino è stato costantemente associato ai Medici, il suo stretto rapporto con il cardinale Riario nel periodo precedente la congiura dei Pazzi rivela un’immagine alternativa e inattesa del filosofo. Per risolvere l’apparente paradosso dell’‘amicizia’ di Ficino con Riario, i loro scambi sono stati interpretati come una questione personale nata da interessi intellettuali comuni. Riccardo Fubini, tuttavia, ha messo in discussione l’immagine idealizzata di Ficino come intellettuale estraneo alla politica del proprio tempo. Quando incontrò Riario, sostenne Fubini, Ficino non si presentava come un ‘filosofo mediceo’, ma come un protagonista indipendente, consapevole della
posizione antimedicea dei Riario e dei Pazzi e della possibilità di un cambiamento di regime.54 La decisione di Ficino di avvicinarsi a Riario fu una mossa rischiosa, che incrinò a lungo i suoi rapporti con i Medici.55 Dopo il fallimento della congiura dei Pazzi si cercò di nascondere quanto fossero stati stretti, nella primavera del 1478, i suoi rapporti con il cardinale, Salviati e Bracciolini: i dettagli più compromettenti furono cancellati dalla copia manoscritta delle sue lettere e non vennero inclusi nella raccolta a stampa delle opere.56 Riario era consapevole dei pericoli corsi da Ficino a Firenze dopo la congiura, poiché, come rivela la loro corrispondenza, gli offrì di raggiungerlo a Roma ed entrare nella sua famiglia.57 Ficino rifiutò, sapendo che ciò avrebbe probabilmente comportato un esilio permanente da Firenze. Il filosofo continuò tuttavia a scrivere a Riario per molti anni. ‘Mi dicesti’, gli ricordò, ‘che se non fossi venuto con te [a Roma] alla tua partenza, non mi avresti mai più scritto né mandato messaggi’.58 Poiché non si conserva alcuna lettera di Riario a Ficino, sembra che il cardinale abbia mantenuto la parola.
Raffaele Riario, S. R. E. Camerarius
Dopo la congiura dei Pazzi, Sisto IV e il conte Girolamo continuarono a perseguire con aggressività l’espansione dei territori dei Riario nell’Italia centrale e, nell’agosto 1480, il papa investì Girolamo del vicariato di Forlì, un’altra preziosa conquista nella regione.59 Raffaele Riario fu nuovamente impiegato a sostegno dei loro obiettivi e, meno di una settimana dopo l’arrivo a Roma nel 1478, fu inviato a Perugia per assumere l’incarico di legato pontificio. Concluso il mandato a Perugia, fu legato nelle Marche dal novembre 1480 al novembre 1481.60 Durante quest’ultima missione Riario avrà presumibilmente visitato la corte del duca Federico da Montefeltro a Urbino, dove avrebbe visto di persona il magnifico palazzo ducale che Francesco di Giorgio Martini stava allora completando (Fig. 20). A Urbino Riario potrebbe inoltre aver incontrato Giovanni Sulpizio da Veroli, l’umanista e pedagogo che in seguito gli avrebbe dedicato l’editio princeps del De architectura di Vitruvio, come si discuterà nel Capitolo 3. I rapporti stretti in queste missioni diplomatiche proseguirono dopo il ritorno a Roma, come mostra una delle sue prime commissioni artistiche note: una carta nautica su pergamena eseguita per Riario dal cartografo anconetano Grazioso Benincasa. La firma sulla carta rivela che Benincasa la completò ad Ancona nel 1482, poco dopo il viaggio del cardinale nelle Marche (Fig. 21). Questa straordinaria carta offre uno sguardo sulla visione del mondo di Riario alla vigilia dei viaggi europei verso le Americhe e l’Asia meridionale. In tale visione, Genova è immaginata come il centro di una rete marittima in espansione che attraversava l’intero Mediterraneo. I margini della carta sono popolati da mitici re africani e asiatici e da navi che si dirigono veloci verso terre sconosciute.61
fig. 20 Cortile d’onore, Urbino, Palazzo Ducale. 1466–1472. Foto © iStock / Getty Images / Gim42.
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fig. 22 Pianta da Roma sino a Viterbo, Roma, Archivio di Stato, Presidenza delle strade, Catasto Alessandrino 433/V. 1660. Foto © Ministero della Cultura. Tutti i diritti riservati.
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fig. 21 Grazioso Benincasa, Carta nautica di Raffaele Riario, Bologna, Biblioteca Universitaria di Bologna, Rotulo 3. 1482. Foto © Alma Mater Studiorum Università di Bologna — Biblioteca Universitaria di Bologna. Tutti i diritti riservati.
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Dopo la congiura dei Pazzi, papa Sisto IV colmò Riario di importanti incarichi, che gli avrebbero garantito redditi per decenni. Ricevette numerosi benefici a Imola,62 e la duchessa di Milano, Bona di Savoia, gli concesse l’abbazia cistercense di Chiaravalle della Colomba.63 Nell’aprile 1479 il cardinale Riario fu nominato abate commendatario della ricca abbazia dei SS. Vincenzo e Anastasio alle Tre Fontane. Sebbene l’abbazia sorgesse alla periferia di Roma, i suoi possedimenti comprendevano tenute nella campagna di Palidoro e Stracciacappe, che Riario avrebbe utilizzato a proprio profitto e diletto.64 Palidoro si trovava nei pressi della via Aurelia, a metà strada fra Roma e Civitavecchia, mentre Stracciacappe era a nord di Roma, vicino al lago di Bracciano. Per decenni Riario sfruttò Palidoro come una redditizia fonte di grano, pesce e legname.65 Vicino a Stracciacappe si trovava Monterosi, dove possedeva una tenuta agricola, una vigna e una foresteria che usava come luogo di sosta e ritiro.66 La posizione di Monterosi, all’incrocio fra la via Cassia e la via Flaminia (Fig. 22), ne faceva un luogo ideale per accogliere visitatori importanti, e il Diarium romanum di Jacopo Gherardi riferisce che lo stesso papa Sisto vi si fermò a mangiare nello ‘xenodochium del cardinale di San Giorgio’.67
Nel settembre 1479 Sisto IV assegnò a Riario l’ambito arcivescovado di Pisa, rimasto vacante dopo la morte di Francesco Salviati. I fiorentini dapprima ostacolarono la nomina, ma poi l’accettarono nell’ambito degli accordi di pace conclusi con il papa nel gennaio e febbraio 1480.68 Intorno a questo periodo il cardinale Riario fece realizzare un sigillo per commemorare il nuovo incarico (Fig. 23). Nella parte inferiore compare il suo stemma cardinalizio con la rosa dei Riario, mentre in alto è raffigurata la Vergine entro una mandorla sorretta da angeli. Sotto la Vergine, san Giorgio che uccide il drago con la lancia stabilisce un parallelo fra il giovane cardinale Riario e il valoroso santo, protettore dei crociati. Come nelle medaglie con il ritratto di Riario, l’iconografia del sigillo ha un carattere militare ed eroico e sottolinea il suo ruolo nel recente conflitto con Firenze.69 In contrasto con le immagini religiose del sigillo, l’impugnatura rivela le inclinazioni antiquarie del cardinale (Fig. 24), raffigurando l’antico motivo del delfino che morde un calamaro. Questo simbolo di tenacia
fig. 24 Matrice del sigillo del cardinale Riario come arcivescovo di Pisa, particolare dell’impugnatura, Roma, Museo Nazionale di San Marco. 1479 o successivo, inv. 9529/87. Foto: © Ministero della Cultura – Vittoriano e Palazzo Venezia.
fig. 23 Matrice del sigillo del cardinale Riario come arcivescovo di Pisa, Roma, Museo Nazionale di San Marco. 1479 o successivo. inv. 9529/87, recto. Foto: © Ministero della Cultura – Vittoriano e Palazzo Venezia.
è uno dei numerosi temi nautici che ricompaiono nell’immaginario del cardinale Riario durante la sua lunga carriera. Le sue origini nella città marinara di Savona, sulla costa tirrenica, dove Cristoforo Colombo trascorse la giovinezza, sarebbero state costantemente richiamate da una serie di imprese personali adottate dal cardinale e intrecciate con l’emblema della rosa dei Riario: il timone, il globo e la sfera armillare (Figg. 25–27).70
L’accordo di pace fra Sisto e Firenze revocò i precedenti interdetti e consentì la ripresa dei rapporti diplomatici con i Medici. Una nuova stagione di diplomazia culturale e committenza fiorentina era già in corso nella primavera del 1481, quando Lorenzo de’ Medici inviò a decorare la Cappella Sistina un gruppo di artisti: Botticelli, Ghirlandaio, Cosimo Rosselli, Piero di Cosimo e Luca Signorelli. La loro presenza a Roma e la rinnovata disponibilità delle risorse artistiche fiorentine dovettero impressionare profondamente Riario.71 Si aprirono nuove possibilità anche per il suo programma di committenza, mentre Sisto gli conferiva onori e privilegi che gli avrebbero permesso di istituire una corte magnifica. La morte, nel gennaio 1483, del cardinale francese Guillaume d’Estouteville (Figg. 28–29) consentì a Sisto di trasferire a Riario gli incarichi di protettore generale dell’ordine agostiniano e di camerlengo di Santa Romana Ecclesia.72 Nei giorni precedenti l’annuncio, si era molto speculato sulla possibilità che Sisto nominasse Camerarius il cardinale Giuliano della Rovere. Il papa affidò invece l’incarico, e i suoi vasti poteri, a Riario. Dopo la nomina, Riario abitò nel palazzo presso Piazza Sant’Apollinare già occupato da d’Estouteville (Mappa 1.2 e 1.3), vicino alla basilica di Sant’Agostino, chiesa madre degli eremitani agostiniani che d’Estouteville aveva da poco ricostruito (Fig. 30, Mappa 1.4). Il palazzo di d’Estouteville non era fra i più ambiti di Roma e, nell’ottobre 1483, si presentò un’alternativa preferibile: la morte del cardinale mantovano Francesco Gonzaga rese disponibile la basilica di San Lorenzo in Damaso (Mappa 2). Sisto concesse immediatamente a Riario questa prestigiosa chiesa e la domus annessa ‘in perpetuo’. San Lorenzo in Damaso era una delle più antiche basiliche romane, godeva di una posizione ideale nel centro cittadino ed era
fig. 26 Particolare di una cornice di porta decorata con la rosa dei Riario, Roma, Palazzo San Giorgio, c. 1500. Foto: Autrice.
fig. 25 Particolare di una cornice di porta decorata con il timone dei Riario, Roma, Palazzo San Giorgio. c. 1500. Foto: Autrice.
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figg. 28–29 Cristoforo di Geremia, Medaglia di Guillaume d’Estouteville, diritto e rovescio, Washington, DC, National Gallery of Art, Samuel H. Kress Collection, inv. 1957.14.807.a. 1461 o successiva. Foto: National Gallery of Art, Washington, DC, pubblico dominio.
fig. 30 Jacopo da Pietrasanta e Sebastiano Fiorentino, Facciata di Sant’Agostino, Roma. 1483. Foto © Giulio Riotta.
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uno dei pochi provvisti di un grande palazzo titolare. Il cardinale doveva desiderare molto il trasferimento, poiché il papa agì con straordinaria rapidità per assicurargli il subentro, firmando i documenti necessari quando Gonzaga era ancora soltanto «presumibilmente morto» nella lontana Bologna.73
In breve tempo Sisto assegnò a Riario ricompense straordinarie: numerosi vescovati e arcivescovati (nel 1479 Pisa e Cuenca, nel 1480 Tréguier, nel 1482 Salamanca e nel 1483 Osma), il palazzo di San Lorenzo e la carica di Camerarius, seconda soltanto al papato stesso.74 È opportuno soffermarsi sul ruolo di Riario come Camerarius e sulla natura della sua autorità, poiché, nonostante l’attenzione rivolta al mecenatismo dei cardinali nella Roma della prima età moderna, gli storici dell’arte hanno spesso trascurato il significato particolare di questa carica, anche in materia di arte, architettura e collezionismo antiquario. Il ruolo di Riario a capo della Camera Apostolica definì la sua identità pubblica e la sua carriera di mecenate, e i poteri che esso comportava furono decisivi per la costruzione del Palazzo San Giorgio. Come Camerarius, Riario condivideva di fatto con il papa i poteri temporali su Roma e sullo Stato pontificio ed esercitava un’ampia supervisione in materia di guerra, giustizia, governo e commercio. Era un segreto di Pulcinella che l’autorità del camerlengo sulle fortezze dello Stato pontificio, insieme alla facoltà di amministrare i contratti militari papali, facesse di questa carica «una via al papato».75 Un elemento fondamentale nell’ascesa dei Riario fu infatti la capacità di combinare il ruolo di Girolamo come capitano delle armate pontificie con quello di Raffaele come Camerarius.76
Il Camerarius dirigeva la vasta organizzazione della Camera Apostolica, amministrata da diversi chierici di Camera, dall’Auditor Camerae, da un tesoriere e da un vicecamerlengo, che era anche «Gubernator in alma Urbe», ossia governatore di Roma. Nel Quattrocento la sede principale della Camera era un grande palazzo che Innocenzo VIII aveva fatto costruire accanto all’atrio dell’antica basilica di San Pietro. Essa percepiva entrate da molte fonti, fra cui le imposte sui benefici ecclesiastici, gestite attraverso una rete internazionale di collettori. La Camera era a capo di tutte le tesorerie dello Stato pontificio (i Tesorieri Provinciali dell’Umbria, della Romagna e di altre regioni) e riscuoteva tributi annuali dai governatori dei vicariati pontifici. Fra le sue fonti di reddito figuravano i monopoli papali del sale nelle Marche e a Ostia e, dopo la loro scoperta negli anni Sessanta del Quattrocento, le redditizie miniere di allume della Tolfa. Nel quadro dell’accentramento e dell’espansione dell’autorità della Curia, nel Quattrocento la Camera assunse un controllo maggiore sull’imposizione fiscale e sull’amministrazione di Roma, sottraendo poteri in precedenza detenuti dalle autorità municipali romane e dai mercanti-banchieri locali. Dopo il ritorno dei papi a Roma agli inizi del Quattrocento, la Camera Apostolica prese in carico le imposte locali sui generi alimentari e sulle importazioni tradizionalmente amministrate dalla Camera Urbis, la tesoreria municipale romana.77 Vi rientravano le imposte sulle merci in arrivo lungo il Tevere (la Dogana di Ripa e Ripetta) o per via terrestre (la Dogana delle Merci o di Sant’Eustachio), nonché quelle sulla vendita di pesce, carne, olio, legname e calce viva (la Dogana della Grascia). Altre entrate provenivano dai pedaggi sui ponti e alle porte della città e dalla
gabella studii, un’imposta sul vino forestiero venduto nelle taverne, istituita per finanziare l’Università di Roma.78
Dalle casse del camerlengo uscivano i pagamenti per le spese quotidiane della corte pontificia, i progetti edilizi papali e civici, il mantenimento della burocrazia ecclesiastica e le armate pontificie. La Camera era responsabile dei conclavi, dei possessi o processioni inaugurali di ciascun papa, dei giubilei e dei funerali papali; delle forniture di cavalli, armature e polvere da sparo del Vaticano; e degli stipendi dei castellani dello Stato pontificio, del maestro delle cerimonie e dei cantori del papa. Pagava le spese di manutenzione e decorazione del palazzo pontificio e finanziava la Fabbrica di San Pietro, oltre ad altri cantieri papali.79 La Camera Apostolica esercitava inoltre il controllo sulla monetazione e sull’approvvigionamento idrico di Roma.
Al Camerarius spettava il ruolo di arcicancelliere sia dello Studium Urbis sia dello Studium Curiae, e in tale veste egli esercitava il potere di nominare i professori e di stabilirne gli stipendi.80 Dirigeva i lavori stradali e sovrintendeva ai Maestri delle Strade; fu in qualità di Camerarius che nel 1499 il cardinale Riario supervisionò la costruzione della via Alessandrina fra il Vaticano e il Tevere e ordinò la rimozione di una parte considerevole della «Meta Romuli» che ne ostruiva il percorso.81 In virtù della propria autorità sull’esportazione del grano e di altre merci, la Camera rilasciava licenze per l’esportazione di antichità, sebbene i Conservatori romani, invocando la loro tradizionale prerogativa di custodi del patrimonio culturale di Roma, scoraggiassero tale pratica.82 Essa concedeva anche permessi per scavi archeologici all’interno della città. L’istituzione possedeva ampi poteri in questo ambito e, nel rilasciare le licenze, spesso riservava a sé una quota dei reperti rinvenuti.83 Grazie alla sua vasta giurisdizione sui lavori edilizi, sulle feste e sugli scavi, la Camera svolse un ruolo importante nelle arti visive, nel collezionismo antiquario, nell’urbanistica, nell’architettura e negli apparati effimeri della Roma della prima età moderna. Come verrà discusso in questo studio, la posizione di Riario a capo della Camera fu cruciale nei suoi rapporti con la banca Galli-Balducci, nella ricostruzione di San Lorenzo in Damaso e in ogni aspetto della sua identità pubblica.
Ritratti e poesia
Dopo la nomina a camerlengo, diversi testi e immagini celebrarono Riario come una figura giovane ed eroica, spesso richiamandosi a ideali antichi. Fra questi vi è una medaglia coniata per celebrare la sua nuova carica (figg. 31–32), che presenta sul diritto un austero ritratto di profilo di «Raphael de Riario» e sul rovescio un’allegoria seminuda della Liberalitas con una cornucopia. La figura allegorica, seduta su un’urna mentre distribuisce una moneta a un supplice, rende omaggio sia alla generosità del cardinale sia al suo ruolo di tesoriere pontificio.84 L’immagine giovanile e idealizzata di Riario fu celebrata anche in due raffinati busti-ritratto,
uno in terracotta oggi a Berlino (fig. 33) e uno in marmo oggi a Boston (fig. 34). Entrambe le versioni, quella di Boston e quella di Berlino, sono state attribuite ad Andrea Bregno e costituiscono, insieme, un raro caso in cui sono sopravvissute sia una versione preparatoria in terracotta sia la versione definitiva scolpita in marmo. L’innegabile somiglianza con gli altri ritratti del cardinale, insieme all’abbigliamento e alla tonsura, ha permesso a Francesco Caglioti di identificare in Riario il soggetto di questi busti. Come osserva Caglioti, il busto in marmo presenta fori nei quali era stata inserita un’aureola, dopo che l’identità del personaggio era stata dimenticata e si era creduto che l’opera rappresentasse un santo diacono, forse san Lorenzo.85 Questi ritratti raffigurano il cardinale in un linguaggio spiccatamente classicista, adottando la forma del busto con testa e spalle ispirata all’antico. Rappresentando Riario con un’espressione vigile e le labbra serrate, suggeriscono un parallelo fra il giovane Riario e un principe dell’età augustea.
Probabilmente intorno al periodo in cui Bregno concepì questi busti, il poeta Aurelio «Lippo» Brandolini compose una poesia che, analogamente, faceva della giovinezza del cardinale Riario una virtù. Una data intorno al 1480 è suggerita dal riferimento alla gloria che il cardinale aveva da poco conquistato come legato pontificio nelle Marche («la terra picena»). Il componimento di Brandolini completa l’immagine che Riario coltivò all’indomani della congiura dei Pazzi: quella di un abile agente del conte Girolamo Riario e di un eroe quasi divino:
In lode del cardinale Raffaele di San Giorgio Chi negherà che la virtù esista fin dalla tenera età? Chi negherà che esista già nel primo seme? Quali raggi, quali luci diffonde ora? Quanto è luminosa la virtù che risplende in tutto il suo petto? Guarda il nobile aspetto nel suo giovane corpo: quale eleganza, quanta grazia in tutto l’uomo? Quanto è amabile, generoso, pio, puro ed equo? Ne è testimone la sua gloria, nata nella terra picena. Ma quanto è grande la potenza del suo intelletto e del suo spirito? Quale ardore vi è in lui? Nessun limite può contenerlo. Disprezza la ricchezza, arde d’amore per la lode più alta; la sua nobile
figg. 31–32 Attribuita ad Adriano Fiorentino, Medaglia del cardinale Riario come Camerarius, diritto e rovescio, Brescia, Musei d’Arte e Storia di Brescia, Rizzini 776. 1483 o successiva. Foto © Archivio fotografico Musei d’Arte e Storia di Brescia.
mente aspira all’onore più alto. Il tuo Girolamo ti innalza alle stelle eteree; un’ombra sacra di prospera forza ti protegge. Ti ispirino ora i fati: finché ti resta la vita, la gloria ti innalzerà, Raffaele, fino alle stelle [Appendice II.2].
Questo parallelo letterario alla rappresentazione classicista di un principe giovane ed eroico proposta da Bregno si riflette anche in un’egloga latina e in due panegirici composti in onore di Riario dai poeti Gaspare «Manio» de Clodiis e Bernardino Capella in un periodo compreso fra la nomina di Riario a Camerarius (gennaio 1483) e la morte di Sisto IV (agosto 1484). Questi componimenti sono stati menzionati di sfuggita negli studi precedenti, ma vengono pubblicati qui integralmente [Appendice I] per la prima volta.86 Come riferisce il prologo, l’umanista veronese Agostino Maffei commissionò l’egloga a De Clodiis e Capella affinché fosse rappresentata «per divertimento» al termine di una commedia, dal titolo non specificato, messa in scena in onore di Riario. Manio e Capella composero inoltre brevi panegirici per Riario, riuniti all’egloga nella più completa copia manoscritta superstite, oggi alla British Library. Queste opere offrono indicazioni significative non solo sulle attività letterarie dell’entourage di Riario negli anni Ottanta del Quattrocento, ma anche sulla diretta sovrapposizione fra i poeti da lui favoriti e l’Accademia romana di Giulio Pomponio Leto, professore di retorica allo Studium Urbis. Mentre papa Paolo II aveva accusato Leto e i suoi seguaci di eresia, facendone imprigionare molti, Sisto IV ne riabilitò la reputazione durante il proprio pontificato e nominò bibliotecario pontificio Platina, sodale di Leto. Riario e altri nipoti di Sisto offrirono spesso protezione e altri favori ai membri del circolo letterario di Leto.
fig. 33 Attribuito ad Andrea Bregno, Busto del cardinale Riario, Berlino, smb, Skulpturensammlung und Museum für Byzantinische Kunst, inv. 4996. Circa 1478. Foto © bpk / Skulpturensammlung und Museum für Byzantinische Kunst, smb. fig. 34 Attribuito ad Andrea Bregno, Busto di Raffaele Riario, Boston, Isabella Stewart Gardner Museum, n. d’inventario S27w71. Circa 1478. Foto © Isabella Stewart Gardner Museum.
fig. 35 Lapide funeraria di Gaspare de Clodiis, Roma, via Giulia, 131. 1497. Foto: autrice.
fig. 36 Lorenzo di Lodovico di Guglielmo, detto Lorenzetto, Tomba di Bernardino Capella, Roma, Santo Stefano Rotondo. 1524 o successiva. Foto: autrice.
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De Clodiis e Capella sembrano essere stati compagni fin dalla giovinezza, grazie al comune legame con Pomponio Leto.87 Dei due poeti sappiamo meno del romano De Clodiis, che adottò il nome accademico di «Manius» e nel 1480 scrisse un commento alle Elegie di Properzio con l’aiuto di Leto.88 Nel 1497 De Clodiis fu sepolto a Santa Lucia del Gonfalone con un semplice epitaffio che lo definisce «poeta Romanus» (fig. 35).89 L’altro autore, Bernardino Capella, anch’egli romano, sembra aver raggiunto una fama maggiore. Nell’aprile del 1484, quando Lorenzo Bonincontri ed Elio Lampridio Cerva ricevettero da Leto la laurea poetica, Capella fu scelto per pronunciare un’orazione in loro onore.90 Il suo nome compare anche nelle lettere scambiate con Federico Flavio di Foligno, a lungo segretario di Riario.91 La testimonianza più notevole dei successi di Capella è tuttavia la sua tomba a Santo Stefano Rotondo. Alla sua morte, nel 1523, Capella fu sepolto in questo imponente monumento, progettato dallo scultore Lorenzetto e pagato dai suoi amici letterati Mario Maffei di Volterra e Jacopo Sadoleto (fig. 36).92
Il committente dell’egloga di De Clodiis e Capella fu Agostino Maffei, un altro stretto collaboratore di Pomponio Leto, incarcerato insieme a lui durante le persecuzioni di Paolo II. Maffei apparteneva a una nota famiglia di antiquari, bibliofili e collezionisti di origine veronese. Ad Agostino va probabilmente attribuita la fondazione della collezione di antichità dei Maffei, che alla fine del Quattrocento comprendeva la celebre Arianna dormiente, in seguito venduta dalla famiglia ai papi e destinata a diventare uno dei pezzi più ammirati del cortile delle statue del Belvedere (fig. 37). Negli anni Trenta del Cinquecento, le collezioni dei Maffei in via de’ Cestari, presso il Pantheon, attirarono l’attenzione dell’artista neerlandese Maarten van Heemskerck, che disegnò il cortile della loro casa affollato di sculture antiche (fig. 38).93 Il patrocinio dell’egloga da parte di Agostino Maffei riflette il suo rapporto duraturo con la famiglia Riario: Maffei sostenne Girolamo Riario per tutti gli anni Settanta e Ottanta del Quattrocento, tanto che Marcantonio Altieri lo descrisse come colui che «gestiva» tutti gli affari pubblici e privati del conte Girolamo.94 Nel gennaio 1479 Maffei vendette a Girolamo una casa che il conte incorporò nel palazzo costruito in piazza Sant’Apollinare, immediatamente a nord di piazza Navona (mappa 1.2
fig. 37 Arianna dormiente, Vaticano, Musei Vaticani, inv. mv.548.0.0. Copia di età adrianea di un originale del II secolo a.C. Foto © bpk / Scala.
fig. 38 Maarten van Heemskerck, Casa dei Maffei, Berlino, SmB, Kupferstichkabinett, inv. 79.D.2, Album I, fol. 3 v. 1532–1537. Foto © bpk / Kupferstichkabinett, SmB / Jörg P. Anders.
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e 5).95 Più tardi, nel 1492, Maffei aiutò nuovamente la famiglia vendendo al cardinale Riario la propria vigna in Trastevere, primo nucleo della Villa Riario-Corsini.96 Come agente, intermediario e anche ricco finanziatore capace di concedere prestiti ai Riario quando necessario, Maffei anticipa il ruolo che Jacopo Galli avrebbe ricoperto come «gestore» degli affari di Raffaele Riario (così Galli fu descritto nel 1497).97 Sia Agostino Maffei sia Jacopo Galli erano romani facoltosi e ben introdotti. Erano inoltre umanisti, intermediari, collezionisti e patrocinatori del teatro, che offrivano ai Riario molteplici servizi e l’accesso ai circoli umanistici e antiquari della città.
Tornando all’egloga di Manio e Capella, il testo si apre con una breve introduzione nella quale i due autori, che si definiscono «devotissimi clienti» del cardinale, presentano la propria opera. Seguendo le convenzioni della poesia pastorale, chiedono al cardinale di scusarne la leggerezza e i temi rustici. Scrivono:
I poeti offrono indizi sul contesto dell’opera e suggeriscono che la rappresentazione dell’egloga, e della commedia che la precedeva, ebbe luogo in una villa o vigna anziché in un palazzo:
Mentre leggi questi scherzi poco eloquenti, vergognosi, piuttosto rustici, rozzi e insolenti, scritti senza eccessiva fatica, abbassa con indulgenza la fronte sacra al Lazio. Qui non vi sono la Curia, i Templi e il Senato, ma i Ginnasi, i Teatri e le Terme, dove non ci si vergogna di confessare ciò che è umile.
Ha quindi inizio l’egloga vera e propria. I due interlocutori sono un musico rustico, Almo, e il capraio Tiberinus, personaggi che prendono nome dai fiumi sacri di Roma. Il componimento descrive Almo che trova Tiberinus seduto in silenzio all’ombra, intento a lamentarsi del fatto che i luoghi circostanti,
un tempo pacifici e idilliaci, sono ormai caduti in rovina dopo l’arrivo di un aggressore esterno. I due rievocano insieme un’epoca in cui le greggi pascolavano contente, i campi erano fertili ed essi suonavano canti gioiosi in compagnia di satiri e ninfe. Nel corso del dialogo, il loro stato d’animo si apre alla speranza mentre immaginano un tempo di pace, nel quale gli dèi rustici torneranno e il paesaggio sarà restituito alla sua condizione originaria. L’egloga si chiude con un saluto ai contadini e ai romani che vi hanno assistito.
Assumendo un tono più elevato, Manio inizia quindi il suo panegirico di Riario. Loda il giovane cardinale con versi da cantare accompagnandosi alla lira: «Ora, eccelso principe Raffaele», scrive, «è tempo di parlare con una lira migliore e un plettro più sublime». Perché Manio dovrebbe invocare il potere degli dèi alla presenza di Riario, si chiede, quando è il cardinale stesso a ispirarlo? Rivolgendosi a Riario con un epiteto del dio Bacco («Euhan»), continua: «Tu sei il mio Febo», afferma, «la mia fonte del Parnaso». «Per te», scrive, «Roma felice può contemplare il proprio teatro e, benché invidiata, desiderare le dimore di un tempo». Capella presenta poi il proprio panegirico, prodigando ulteriori lodi al cardinale per il patrocinio della poesia e del teatro:
Tu sei l’unica speranza certa dei poeti cenciosi, e la Musa vive, ora che è stata accolta nel tuo abbraccio. E grazie a te Roma può riconoscere i propri discendenti, e possono tornare le epoche passate della toga romana. Per questo nuovo dono si può ripetere l’antico applauso, quando i teatri colti risuonano di piacevoli scherzi.
Manio e Capella sottolineano che, come grande uomo di Stato e guida della Chiesa, Riario dimostrerà il proprio valore predisponendo le difese di Roma contro i suoi nemici. Ma per il momento, afferma Capella, finché è ancora giovane, Riario dovrebbe godere del «dolce ozio della fonte Castalia e svuotare coppe traboccanti sotto la verde ombra». Lo attendono i piaceri della tavola e, prima che sopraggiunga la vecchiaia, dovrebbe ornare i capelli «di fiori splendenti». «E a una tenera fanciulla piaccia», continua, «riposare nel tuo abbraccio e posare graditi baci sulle tue guance purpuree».
Nel loro insieme, questa notevole egloga e i panegirici si leggono come un’accorata risposta alle guerre con Firenze combattute fra il 1478 e il 1480 e alle guerre del sale iniziate nel 1482 e durate fino alla morte di Sisto nel 1484. Durante tali conflitti, all’interno di Roma e nella campagna romana esplosero ostilità fra le fazioni dei Colonna e degli Orsini. Manio e Capella sembrano riflettere sulle conseguenze distruttive di questi eventi e raffigurano Riario come un capo militare capace di espellere il nemico. Riario, affermano, restituirà la pace al paesaggio romano, facendone nuovamente un luogo di poesia e canto. Tiberinus e Almo sperano quindi che tornino Pale, il «padre Libero», i Fauni e Cerere, riportando pace, giustizia e musica gioiosa. Nel complesso, questi componimenti offrono una testimonianza straordinaria della formazione dell’immagine pubblica di Riario e dei temi del suo mecenatismo destinati a durare nei decenni successivi. Preannunciano il futuro patrocinio della poesia e del teatro da parte del cardinale, nonché la successiva commissione del Bacco di Michelangelo, un dio agricolo associato nell’egloga alla protezione del paesaggio romano.
Poiché i poeti e gli umanisti coinvolti coincidono in parte con coloro che parteciparono alla celebrazione del natale di Roma (nota come Palilie), organizzata da Pomponio Leto e dai suoi sodali nel 1484, è possibile che Maffei abbia commissionato la commedia, l’egloga, i panegirici e la cena conviviale successiva nell’ambito delle festività di quell’anno. Uno dei momenti culminanti delle Palilie era un concorso poetico organizzato da Leto, il cui vincitore veniva onorato con una cerimonia di laureazione nella sua casa. Nel 1484 Leto assegnò il primo premio a due vincitori: Elio Lampridio e il poeta astrologico Lorenzo Bonincontri. Come si è detto, quell’anno Bernardino Capella fu scelto per pronunciare l’orazione in onore dei due laureati. Nella sua descrizione dell’evento, Bonincontri scrisse che un favorevole allineamento degli astri e dei pianeti aveva condotto alla sua laureazione «da parte del collegio dei poeti, presieduto da Gaspare Biondo, con Pomponio, Sulpizio e Pietro Marsi come censori».98 Tutti questi partecipanti facevano allora parte dell’entourage del cardinale Riario, fra cui Gaspare Biondo di Forlì, figlio maggiore di Flavio Biondo e notaio della Camera Apostolica, e Pietro Marsi, oratore e docente universitario.99 Come si vedrà, nel 1487 Giovanni Sulpizio da Veroli avrebbe dedicato a Raffaele Riario l’editio princeps del De architectura di Vitruvio, mentre Bonincontri era un familiare di Riario che componeva previsioni astrologiche per il cardinale.100 Capella, Bonincontri, Biondo, Sulpizio e Marsi furono dunque tutti figure centrali nelle celebrazioni delle Palilie del 1484, tutti sodali di Leto e tutti favoriti da Raffaele Riario. È quindi possibile che l’egloga sia stata commissionata da Agostino Maffei come una delle rappresentazioni allestite quell’anno in onore del natale di Roma; considerando gli eventi cui i poeti sembrano alludere, una data nell’aprile 1484 appare probabile. Nell’ambiente raccolto di una vigna romana, dopo molti anni di guerra, Manio e Capella sfruttarono probabilmente l’occasione del natale di Roma per contemplare il paesaggio devastato della città ed esprimere la speranza che la devozione di Riario alle «Muse e a Febo Apollo» portasse un rinnovamento.
Modelli di mecenatismo: il cardinale Pietro Riario
Fin da giovane, Raffaele Riario assimilò le lezioni di vita dei potenti zii, il cardinale Pietro e il conte Girolamo Riario. Pietro, in particolare, fu un modello per Riario, essendo l’illustre personaggio che il giovane Raffaele Sansoni era stato chiamato a sostituire. Pietro Riario era uno dei principali mecenati romani in materia di spettacoli teatrali, poesia, astrologia e architettura, e in tutti questi interessi rappresentò un importante esempio per Raffaele.101 Negli studi moderni il «primo» cardinale Riario è stato spesso sottovalutato e considerato un archetipo degli eccessi mondani e secolari dei cardinali rinascimentali. Nel Ritratto di Dorian Gray, Oscar Wilde raffigurò Pietro Riario come «il giovane cardinale arcivescovo di Firenze, figlio e favorito di Sisto IV, la cui bellezza era eguagliata soltanto dalla dissolutezza, e che ricevette Eleonora d’Aragona in un padiglione di seta bianca e cremisi, pieno di ninfe e centauri».102 Ferdinand Gregorovius consolidò la reputazione di Riario come «povero frate» che «divenne improvvisamente un Creso, sprofondando nella più sfrenata sensualità».103 Sebbene a lungo negli studi sia persistita un’interpretazione errata di Pietro, lavori recenti hanno superato gli stereotipi, prendendo più seriamente il suo ruolo di mecenate. Andando oltre i giudizi morali, gli storici hanno di recente riconsiderato le motivazioni che portarono Pietro a introdurre «un’opulenza ostentata nella vita del cardinale rinascimentale, un’idea in precedenza
riservata ai principi secolari».104 Come hanno sostenuto Jennifer DeSilva e altri, i cardinali delle famiglie Della Rovere e Riario legati a Sisto erano facoltosi e colti rappresentanti in grado di tutelare gli interessi del papa nel cerimoniale, nella diplomazia e nelle arti. Attraverso banchetti e grandiosi progetti architettonici, Pietro Riario e il suo successore, il cardinale Raffaele, agivano come delegati del pontefice nella sfera secolare della politica.105
Quando nel 1471 Sisto elevò Pietro Riario al cardinalato, gli assegnò i SS. Apostoli, una chiesa del proprio ordine, i Frati Minori Conventuali francescani. Ne promosse energicamente l’ascesa e, sebbene fosse cardinale per soli due anni, Riario ottenne benefici e titoli straordinari, fra cui il patriarcato di Costantinopoli e gli arcivescovati di Valencia, Spalato, Siviglia e Firenze. Si ritiene che Riario fosse il cardinale più ricco della Roma quattrocentesca, a giudicare dalla stima di Paolo Cortesi, che ne valutava il reddito annuo in 60,000 fiorini d’oro.106 Il cardinale progettava di costituire una grande biblioteca nel suo palazzo ai SS. Apostoli e ne affidò la realizzazione a Giovanni Andrea Bussi, incaricandolo di acquistare manoscritti e creando così un precedente per la Biblioteca Vaticana di Sisto, il cui primo bibliotecario fu lo stesso Bussi.107 Pietro riunì una delle più grandi famiglie cardinalizie di Roma, che si diceva avesse raggiunto i cinquecento membri.108 Aspirando a fare del proprio palazzo una «dimora delle Muse», fu anche uno dei più generosi protettori dei letterati in Italia.109 Nell’orazione funebre per il cardinale, Niccolò Perotti descrisse la sua casa come un rifugio per «pittori, scultori, oratori, poeti, professori delle arti liberali, matematici: insomma, chiunque possedesse anche la più piccola scintilla di virtù».110 Platina ricordò i «servitori vestiti di seta e scarlatto, poeti promettenti e pittori famosi» di Pietro.111 La sua splendida corte attirava talenti letterari da luoghi vicini e lontani: Domizio Calderini da Verona, Porcelio Pandone da Napoli, Baccio Ugolini da Firenze e Ottavio Cleofilo da Fano.112 Pietro fu arcivescovo di Firenze dal luglio 1473 fino alla morte, nel gennaio 1474, e si diceva che prediligesse in particolare gli attori e gli artisti fiorentini. Dopo la sua morte, l’anziano cardinale Ammannati Piccolomini si lamentò, in una lettera al cardinale Francesco Gonzaga, degli «artisti, attori e mimi» fiorentini che Riario aveva portato a Roma. Altri
ricordavano le sacre rappresentazioni che il cardinale allestì per Eleonora d’Aragona avvalendosi di «li Fiorentini festaioli», con riferimento alle confraternite fiorentine specializzate nel teatro religioso.113 Questi indizi del suo apprezzamento per i talenti fiorentini suggeriscono che i gusti di Pietro fornirono un modello al successore Raffaele Riario, che reclutò numerosi letterati e artisti della Firenze medicea.
La generosità di Pietro Riario come mecenate è un tema ricorrente in molte poesie a lui dedicate. Una di esse, composta da Giovanni Sulpizio da Veroli, cercava di conquistarne il favore riflettendo sui segni e sui presagi che ne avevano annunciato l’illustre avvenire. Il componimento loda Riario immaginando che Apollo stesso gli avesse ordinato di offrire «rifugio ai poeti».114 Numerose altre poesie in onore di Pietro Riario sono raccolte nelle opere a stampa di Giannantonio Campano. Esse lo adulano paragonandolo ad Augusto, che trasformò Roma da città di mattoni in città di marmo, oppure ad Agrippa, che la ricostruì inaugurando un’età dell’oro.115 Campano celebrò le grandiose ambizioni architettoniche di Riario scrivendo: «Costruisce in cielo, non in terra, e a buon diritto cerca di avere gli dèi per vicini».116 Campano non fu il solo a esaltare il mecenatismo architettonico di Pietro, anche se i progetti da lui avviati erano ancora incompiuti alla sua morte. La Vita di papa Sisto IV di Platina riferisce che Pietro cominciò a edificare ai SS. Apostoli con tale magnificenza da sembrare voler «gareggiare in grandezza con l’antico». Come affermò Niccolò di Modruš nell’orazione funebre per Riario, «non cessò di restaurare le chiese poste sotto la sua tutela che erano cadute in rovina, né di provvedere a quelle bisognose di restauro».117 Sebbene non sia certo che cosa Pietro riuscì effettivamente a costruire ai SS. Apostoli, egli intendeva probabilmente ricostruire il palazzo cardinalizio a sud della chiesa, ereditato dal cardinale Bessarione e destinato, dopo la sua morte, al cardinale Giuliano della Rovere. In questo palazzo, oggi parte del complesso dei Colonna, una mensola superstite scolpita con lo stemma Riario costituisce una testimonianza tangibile del suo mecenatismo architettonico (fig. 39).118 È stato suggerito che Pietro abbia concepito per primo un progetto edilizio poi realizzato dal cardinale della Rovere durante il suo soggiorno: unire i palazzi a sinistra e a destra dei SS. Apostoli mediante una
loggia a due ordini lungo la facciata della chiesa (fig. 40).119 La visione di Pietro sembra aver ispirato anche il mecenatismo architettonico del nipote Raffaele Riario. Quando Raffaele integrò pienamente il progetto di San Lorenzo in Damaso con la costruzione di un nuovo palazzo cardinalizio, sembra essersi richiamato a concezioni elaborate in precedenza da Pietro.
Nell’ambito della più ampia rivalutazione del mecenatismo di Pietro, è emerso che il cardinale commissionò anche una nuova abside per la basilica dei SS. Apostoli, facendola decorare con affreschi di Melozzo da Forlì. Quest’abside dipinta, che raffigurava l’Ascensione con angeli musicanti, fu smantellata nel Settecento e sopravvive oggi soltanto in frammenti conservati nei Musei Vaticani e nel Palazzo del Quirinale (fig. 41). A lungo l’abside fu attribuita all’iniziativa del successore di Pietro Riario, il cardinale Giuliano della Rovere. Nelle Vite, Giorgio Vasari affermò che era stato il «cardinale [Pietro] Riario, nipote di Sisto IV» a ordinare gli affreschi e a pagare Melozzo da Forlì per il lavoro.120 Tuttavia Platina attribuì a Giuliano della Rovere la concezione e l’esecuzione dell’abside, e l’unico pagamento noto per il progetto risale al 1474, quando Della Rovere era il cardinale residente.121 Nel 1886 August
fig. 39 Mensola con lo stemma del cardinale Pietro Riario, Roma, Palazzo Colonna. 1471–1474. Foto: Roberto Sigismondi © Bibliotheca Hertziana – Max-Planck-Institut für Kunstgeschichte, Roma.
fig. 40 Roma, SS. Apostoli. Foto: autrice.
fig. 41 Melozzo da Forlì, Angelo musicante, frammento del ciclo di affreschi per l’abside dei SS. Apostoli, Vaticano, Musei Vaticani, mv.40269.14.14. Ante 1474. Foto © bpk / Scala.
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Schmarsow, non riuscendo a conciliare quella che riteneva un’opera tarda di Melozzo con una data anteriore alla morte di Pietro Riario nel 1474, sostenne che gli affreschi dovessero essere stati commissionati da Giuliano della Rovere.122 Questa conclusione fu ampiamente accettata finché Stefano Tumidei pubblicò un disegno di un putto che sorreggeva lo stemma del cardinale Riario sull’arco della tribuna prima della sua distruzione. Lorenzo Finocchi Ghersi rivelò che anche l’architetto incaricato di ricostruire la tribuna nel Settecento, Francesco Fontana, aveva osservato lo stemma di Pietro Riario sui due lati dell’arco.123 La resistenza all’idea che Pietro Riario avesse commissionato il ciclo di affreschi generò l’improbabile tesi secondo cui gli stemmi in questione non appartenevano alla decorazione originaria, ma erano stati aggiunti nel Cinquecento dal cardinale Alessandro Riario, dopo
fig. 42 Sante Piccinetti, L’abside dei SS. Apostoli, Napoli, Archivio di Stato, busta 53, fasc. c. Circa 1708. Foto su concessione del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo.
aver assunto il controllo della cappella.124 Nel 2010 il dibattito si riaccese quando Mario Epifani pubblicò un altro disegno, più dettagliato, dello stemma Riario perduto (fig. 42).125 La testimonianza di Vasari e la sopravvivenza di questi disegni non lasciano dubbi sul fatto che Pietro Riario commissionò effettivamente a Melozzo da Forlì il ciclo di affreschi per una tribuna che aveva probabilmente concepito come mausoleo dei Riario. Quando Giuliano della Rovere assunse il ruolo di cardinale protettore dei SS. Apostoli, spostò l’attenzione dai Riario ai Della Rovere collocando la tomba del proprio padre, Raffaele della Rovere (fig. 43), in un posto d’onore al centro dell’abside.126 La vicenda sottolinea il successo dei Della Rovere nel sopravanzare i Riario e nell’appropriarsi dei loro monumenti, una strategia che ancora oggi condiziona il
modo in cui queste due famiglie sono percepite negli studi. La reputazione e l’eredità dei Della Rovere continuano a oscurare quelle dei Riario nella discussione storico-artistica, così come la ricezione positiva dei Della Rovere contrasta con la rappresentazione dei Riario come decadenti o immorali.127
La reputazione di decadenza di Pietro Riario deriva in parte dal fatto che, nel corso della sua breve carriera, egli si distinse soprattutto per l’allestimento di magnifici eventi teatrali e feste. Gli spettatori si meravigliavano delle dimensioni degli intrattenimenti teatrali, delle sacre rappresentazioni, delle giostre e dei sontuosi banchetti di Riario, come quello tenuto durante il carnevale romano del 1473. Gli ospiti, fra cui diversi cardinali, ambasciatori e il conte Girolamo, furono intrattenuti da danzatori «moreschi» e da un’esecuzione di «O rosa bella», cantata in onore della rosa Riario. Assistettero all’esibizione di attori in costume
fig. 43 Andrea Bregno, Tomba di Raffaele della Rovere, Roma, SS. Apostoli. 1477 o successiva. Foto: autrice.
su un palco rialzato, che interpretavano Uzun Hassan, il sovrano turcomanno della Persia. All’epoca, a Roma Uzun Hassan era considerato un possibile alleato contro gli ottomani. Durante lo spettacolo, un «ambasciatore ottomano» interruppe il banchetto per dichiarare guerra a Uzun Hassan e al cardinale Riario. Entrò un gruppo di turchi che, davanti agli occhi degli invitati, si convertirono al cristianesimo e abbracciarono la causa del cardinale. Dopo la cena, l’azione si spostò all’aperto, in piazza SS. Apostoli, dove gli ottomani e Uzun Hassan si affrontarono pubblicamente e quest’ultimo risultò vincitore. In seguito, i soldati turchi furono condotti in processione attraverso la città e portati nel palazzo di Riario per esservi «imprigionati». La processione rievocava il recente trionfo del gennaio 1473, quando il cardinale Diomede Carafa, dopo una grande vittoria sulle forze ottomane, aveva fatto sfilare per Roma un gruppo di «venticinque turchi e dodici cammelli». Sembra probabile che alcuni di questi prigionieri siano stati impiegati come interpreti nello spettacolo del cardinale Riario.128 Con tali rappresentazioni, Pietro accentuava la propria immagine pubblica di Cesare cristiano destinato a sottomettere tutte le altre religioni. Come scrisse Giovanni Sulpizio da Veroli in un panegirico a Pietro:
Sarai la gloria del mondo, più grande di Cesare Augusto. Restituirai l’età di Saturno alle terre infelici. Spegnerai ovunque i riti maomettani. E offrirai il più alto tributo dell’emiro incatenato. Restituirai subito l’antico potere alla rupe Tarpea. Ricondurrai sotto la religione di Cristo i popoli d’Europa, d’Asia e dell’ardente Libia.129
Usando la rappresentazione teatrale per presentarsi come difensore della religione cristiana, Pietro offrì un importante esempio a Raffaele, poiché anche per il più giovane cardinale Riario le feste pubbliche che celebravano la sconfitta dell’Islam sarebbero state un elemento rilevante del mecenatismo.
Il più celebre degli intrattenimenti di Pietro Riario fu il banchetto offerto nel giugno 1473 a Eleonora d’Aragona, figlia di re Ferrante di Napoli, durante il suo passaggio per Roma in viaggio verso Ferrara per sposare Ercole I d’Este. L’evento lasciò un’imponente eredità letteraria. Ne sopravvivono diverse descrizioni, comprese quelle scritte dalla stessa Eleonora nelle lettere al padre.130 Sebbene le fonti differiscano nei particolari, tutte concordano sulla magnificenza della sala da banchetto temporanea in legno che Pietro fece costruire per l’occasione in piazza SS. Apostoli. Per il benessere di Eleonora e del suo seguito di cortigiani napoletani e ferraresi, la sala era coperta da un tendone e rinfrescata con la neve. Gli ospiti ammiravano colonne avvolte da ghirlande e fiori, arazzi e una credenza a dodici ripiani. Durante il banchetto ricorrevano frequenti riferimenti alla rosa Riario: gli invitati ricevevano rose, si lavavano le mani con
acqua di rose, mangiavano rose commestibili di zucchero e ammiravano perfino una fontana, alimentata da una vasca sul tetto dei SS. Apostoli, con un putto dorato che «urinava» acqua di rose.131 Durante il banchetto, le varie portate erano introdotte dagli dèi in intervalli a tema mitologico, nei quali attori in costume recitavano epigrammi latini.132 Fra i personaggi divini che si esibirono per gli ospiti di Riario vi era Bacco, giunto insieme a Cerere per offrire i propri doni di vino e pane. Secondo le descrizioni nei versi composti per l’occasione da Porcelio Pandone e Domizio Calderini, gli dèi arrivarono insieme su un carro. Come riferisce Pandone, Bacco si presentò come Libero con una corona d’uva. Accompagnato da una «tigre incatenata», aveva conquistato la Libia e le Indie ed era tornato vincitore dal «nuovo mondo». Per sottolineare la reverenza di Bacco verso il cardinale Pietro Riario, il dio recava sul proprio carro trionfale un’«effigie» del cardinale, un’immagine o ritratto che Pandone non descrive ulteriormente. Nei versi di Calderini, Bacco ordina ai compagni di unirsi alla tavola per celebrare il matrimonio di Eleonora, una «bella Arianna». Il dio del vino porta all’occasione una doppia gioia con le sue coppe di «doppia grandezza».133 Sia Pandone sia Calderini includono la frase «Bacco è qui!» («Bacchus adest»), un brindisi che riprende un verso spesso evocato, pronunciato da Didone, regina di Cartagine, nell’Eneide di Virgilio (I.734), durante il banchetto nel quale s’innamora di Enea: «Sia presente Bacco, dispensatore di gioia».
Era opinione diffusa che Pietro Riario sarebbe succeduto a Sisto come papa, un’ambizione cui allude una lettera del dicembre 1473, che definisce uno dei suoi banchetti «pontificale» per grandiosità. Dopo il pasto, Riario mostrò agli ospiti alcuni dei suoi beni più preziosi, fra cui una sedia (cathedra) da poco commissionata, «rivestita di velluto con broccato d’oro […] lavorata elegantemente, con piedi d’argento dorato a forma di artigli di grifone […] e con borchie a forma di rose dorate, così da essere bellissima a vedersi e facilmente adatta a un papa o a un imperatore».134 Meno di una settimana dopo Riario morì, a ventotto anni, in circostanze che fanno pensare a un avvelenamento.135 Per l’anziano cardinale Ammannati Piccolomini, la morte prematura di Riario era un monito agli altri membri del Collegio che si immergessero così profondamente nei lussi materiali e nei piaceri secolari. Un cardinale che aveva amato i banchetti, scrisse, era diventato cibo per i vermi; un mecenate che aveva decorato il proprio palazzo con argento, oro e seta abitava ora una tomba di cemento e gesso. Pietro era stato promosso in giovane età, non per le sue imprese illustri, e si era curato soltanto dello sfarzo e di banchetti che «tutta l’antichità pagana» avrebbe potuto ammirare.136
Il conte Girolamo Riario
Dopo la morte inattesa del cardinale Pietro, Sisto IV volle contrastare tali critiche, commemorare Riario e insistere sulla continuità della dinastia. Sebbene all’epoca fosse insolito che i papi commissionassero tombe, ordinò ad Andrea Bregno e Mino da Fiesole un monumento funebre per Pietro Riario (fig. 44).137 Con questo gesto, Sisto rafforzò l’idea del proprio legame familiare con i Riario, affermando al contempo la capacità di Girolamo di continuare la stirpe. L’elegante monumento, collocato sul lato sinistro dell’abside dei SS. Apostoli, combina un’effigie di Pietro con un rilievo raffigurante Pietro e Girolamo Riario inginocchiati davanti alla Vergine e a Cristo. Santi francescani occupano nicchie ai lati. Mentre san Pietro, alla destra della Vergine, raccomanda Pietro Riario al Bambino che lo benedice, san Paolo posa la spada accanto a Girolamo (fig. 45), sottolineando il ruolo del conte come capitano delle armate pontificie di Sisto. Le figure parallele e inginocchiate di Pietro e Girolamo Riario accentuano la solidità della dinastia e la protezione accordatale da Cristo e dalla Vergine.
Girolamo Riario, come suo fratello Pietro, fu un modello fondamentale per Raffaele Riario. Pur avendo acquisito Imola nel 1473, Girolamo rimase a Roma, vicino a Sisto IV, assumendo pienamente il ruolo di capitano generale del papa.138 Numerosi cronisti riferiscono dei vasti poteri di Girolamo a Roma, criticati, come già quelli di Pietro Riario, perché sembravano eguagliare quelli dello stesso pontefice.139 Girolamo era ben noto per la sua spietatezza e per le esercitazioni militari e le giostre organizzate come dimostrazioni di forza.140 La sua passione per le giostre è documentata perfino nei registri doganali di Roma, che rivelano l’insaziabile richiesta del conte di selle, redini, lance e armature equestri d’importazione.141 La sua brutalità divenne leggendaria durante la guerra fra Orsini e Colonna negli anni 1482–1484. In questo conflitto, Sisto e Girolamo si allearono con gli Orsini e con il condottiero Virginio Orsini. L’ostilità fra le famiglie baronali divampò dopo l’assassinio di Girolamo Colonna nell’aprile 1482 da parte dei Santacroce, alleati degli Orsini. Peggiorò quando i Colonna strinsero un accordo con Napoli durante le guerre del sale, che opposero i papi a Ercole d’Este di Ferrara e al suocero di questi, Ferrante di Napoli. I Colonna aprirono i propri territori fuori Roma alle armate napoletane, suscitando l’ira di Sisto IV e del conte Riario. Nella primavera del 1484 Riario si vendicò dei Colonna, prendendo di mira in particolare il protonotario Lorenzo Oddone Colonna. Mentre Roma era paralizzata dalla paura, Colonna si barricò nel complesso della propria famiglia presso i SS. Apostoli. Secondo il diarista Stefano Infessura, il cardinale Raffaele Riario tentò di risolvere la situazione e inviò perfino a Colonna un avvertimento sull’imminente pericolo. Tale avvertimento, e la protezione di
fig. 44 Andrea Bregno e Mino da Fiesole, Tomba di Pietro Riario, Roma, SS. Apostoli. 1474 o successiva. Foto © Foto Marburg, Albert Hirmer e Irmgard Ernstmeier-Hirmer.
fig. 45 Andrea Bregno e Mino da Fiesole, Tomba di Pietro Riario, particolare, Roma, SS. Apostoli. 1474 o successiva. Foto © Foto Marburg, Albert Hirmer e Irmgard Ernstmeier-Hirmer.
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Giuliano della Rovere non poterono salvare il protonotario, che Girolamo Riario fece torturare e giustiziare a Castel Sant’Angelo.142
Come Pietro, Girolamo si richiamò alla grandezza dell’antica Roma come strumento di autopromozione. Diede ai figli maggiori i nomi classici di Ottaviano e Cesare e progettò che gli succedessero in Romagna. Edificò inoltre una sede dinastica per i Riario a Roma: un palazzo a nord di piazza Navona, presso Sant’Apollinare e la torre nota come Tor Sanguigna. Oggi l’antico Palazzo Riario costituisce il nucleo del Palazzo Altemps, museo nazionale di scultura antica (fig. 46). Nel 1483 era descritto come un palazzo «onorevolissimo», «con giardino, stalle e torre».143 Come ha osservato Margaret Daly Davis, un passo della Divina proportione di Luca Pacioli, composta entro la fine del Quattrocento e pubblicata nel 1509, rievoca la costruzione del palazzo come un momento in cui molti talenti confluirono
fig. 46 Roma, Palazzo Riario-Altemps. Foto © Giulio Riotta.
nella corte di Girolamo. Secondo Pacioli, Girolamo partecipava personalmente a discussioni sull’architettura insieme a lui e a Melozzo da Forlì, che esortò Riario a chiedere a uno dei suoi scalpellini di scolpire un capitello nello stile dei diagrammi geometrici di Pacioli. Sia Riario sia l’anonimo maestro sottovalutarono la difficoltà del compito e, quando lo scultore non riuscì a superare la prova, intervenne Pacioli.144 Sebbene non si debba necessariamente intendere il passo come un resoconto esatto, esso è indicativo delle aspirazioni di Riario come committente di architettura.145
Riario ammirava Melozzo da Forlì e lo coinvolse nella decorazione del nuovo palazzo. Secondo Leone Cobelli, Riario compensò generosamente Melozzo, riconoscendone l’eccellenza nelle arti della pittura e della prospettiva. Cobelli afferma che il conte Girolamo lo chiamava Melancio dal nome del pittore antico, ossia Melanzio di Sicione ricordato da Plinio.146 Sebbene le pitture di Melozzo per il Palazzo Riario siano andate perdute, fra le poche vestigia superstiti della decorazione quattrocentesca vi è il celebre affresco illusionistico di una credenza davanti a un finto arazzo millefiori (fig. 47). L’opera combina un immaginario cortese di gusto borgognone con una muratura all’antica. Il soggetto principale è una luminosa esposizione di piatti, coppe e vasi, alcuni dei quali erano probabilmente dorati. Vi sono raffigurate anche lettere lasciate da visitatori e da persone venute a porgere omaggio, probabilmente un’allusione agli invitati alle nozze di Girolamo Riario e Caterina Sforza a Roma nel 1477. L’immagine evoca i banchetti e i ricevimenti offerti dal cardinale Pietro, nonché le leggendarie collezioni di arazzi e vasellame da tavola che gli erano appartenute, passate al fratello Girolamo dopo la sua morte.147
Quando il cardinale Pietro morì improvvisamente, gli umanisti romani sperarono che il fratello Girolamo colmasse il vuoto e offrisse loro protezione. Paolo Emilio Boccabella tentò di conquistarne il favore dedicandogli nuovamente una delle raccolte di poesie encomiastiche composte per Pietro, mentre Porcelio Pandone avanzò una richiesta analoga di sostegno.148 Girolamo Riario, tuttavia, non sembra essere stato interessato a patrocinare la poesia. Benché molti pomponiani contribuissero a una raccolta a stampa di componimenti per la morte prematura del paggio di Girolamo Riario, Alessandro Cinuzzi da Siena, il nome di Girolamo non compare nelle poesie stesse, suggerendo che il conte non fosse direttamente coinvolto.149 La sua indifferenza contrasta con la presenza di antiquari e seguaci di Pomponio Leto fra i suoi familiari, soprattutto Agostino Maffei di Verona, che, come si è detto, fungeva da agente e «gestore» di Riario.150 Un altro familiare proveniente dal circolo di Leto era il francese Thomas James, che assistette i Riario durante la congiura dei Pazzi. James, divenuto vescovo di Dol in Bretagna nel 1482, maturò a Firenze e a Roma un gusto per le antichità e le collezioni antiquarie, evidente nello splendido messale commissionato al miniatore fiorentino Attavante degli Attavanti nel 1483/1484. Il folio 6 v dell’opera è popolato di immagini tratte da gemme antiche possedute da Lorenzo de’ Medici e da un sarcofago con Nereidi poi confluito
fig. 47 Anonimo, Credenza, Roma, Palazzo Riario, Sala della Piattaia. Circa 1477–1480. Foto © Soprintendenza Speciale per i Beni Archeologici di Roma. Tutti i diritti riservati.
fig. 48 Attavante degli Attavanti e bottega, Messale romano di Thomas James, vescovo di Dol. Circa 1483–1484, Lione: Bibliothèque Municipale de Lyon, MS 5123, fol. 6 v. Foto © Collection BmL | Numelyo Ms 5123 fol. 6 v.
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nella collezione Della Valle, celebrando la bellezza di questi oggetti (fig. 48). La predilezione del vescovo per un immaginario fiorentino e classicista trovò infine espressione anche nella sua tomba nella cattedrale di Dol, commissionata nel 1507 dal nipote ai fiorentini Giovanni e Antonio Giusti (fig. 49).151 Come per Raffaele Riario, sembra che l’esperienza fiorentina durante la congiura dei Pazzi abbia inciso profondamente sul suo gusto artistico.
Nel corso della carriera, Raffaele Riario si ispirò costantemente all’esempio di mecenatismo ambizioso offerto dagli zii. Come il cardinale Pietro, Raffaele patrocinò poeti abili nel panegirico; così come i familiari di Pietro lo lodavano per aver riportato gli «spettacoli dell’antico circo»,152 gli umanisti che circondavano Raffaele lo esortavano a far rivivere il teatro antico e a organizzare feste pubbliche. Il più giovane cardinale Riario seguì da vicino l’esempio dello zio Pietro nel sostegno all’architettura, all’antiquaria e all’astrologia. Come Pietro, anche Raffaele conquistò popolarità a Roma con spettacoli che celebravano una vittoria mondiale del cristianesimo nelle guerre di religione. Come si vedrà nel capitolo 7, la commistione degli «dèi» nel programma di autorappresentazione di Pietro Riario negli anni Settanta del Quattrocento costituì un precedente per l’interesse del nipote, negli anni Novanta, verso una statua di Bacco. Anche Girolamo, fratello di Pietro, fu per Raffaele un modello come committente di architettura e organizzatore di giostre; l’immagine pubblica di Girolamo come eroe cavalleresco riecheggia nell’evocazione del santo crociato «San Giorgio» da parte del cardinale. Le alleanze che Girolamo aveva stretto con gli Sforza di Milano e con gli alleati nella congiura dei Pazzi proseguirono senza soluzione di continuità nella corte di Raffaele, come dimostra il gruppo di familiari, fra cui Niccolò di Modruš, Thomas James e Agostino Maffei, passati dalla casa di Girolamo a quella di Raffaele. Soprattutto, gli zii instillarono in Raffaele fin da giovane la necessità di ampliare l’autorità della dinastia Riario, tanto a Roma quanto in Romagna.
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Consapevoli che la loro fortuna avrebbe potuto mutare facilmente con un cambio di regime dopo la morte di Sisto IV, i Riario si adoperarono rapidamente per accumulare potere, sperando che durasse. La loro situazione cambiò radicalmente con la morte del papa nell’agosto 1484. Il trattato di Bagnolo, stipulato il 7 agosto 1484, concluse le guerre del sale senza alcun guadagno territoriale per Sisto IV e lo Stato pontificio. Si raccontava che, ricevuta la notizia, Sisto fosse stato colto da un accesso d’ira, morendo cinque giorni più tardi. Con la sua morte, i favori e la protezione goduti dai Riario cessarono bruscamente. Dando sfogo ad anni di ostilità repressa verso il conte, il popolo si riversò sul palazzo di Girolamo Riario presso piazza Navona. Al grido di «Colonna! Colonna!», una folla furiosa saccheggiò il palazzo, depredandolo
fig. 49 Giovanni e Antonio Giusti, Tomba del vescovo Thomas James e dei suoi nipoti, Dol, Cathédrale Saint-Samson. 1507 o successiva. Foto © Manuel Cohen.
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degli stipiti delle porte e strappando dalle pareti le rose dorate.153 Nel frattempo, Girolamo e Caterina Sforza agirono rapidamente per impedire l’elezione di un papa ostile ai Riario. La carica di Camerarius del cardinale Riario si rivelò decisiva: in qualità di capo del Sacro Collegio e del conclave durante la sede vacante, egli tenne riunioni dei cardinali nel proprio palazzo nella speranza di influenzare l’elezione. I poteri di Riario sulle fortezze pontificie e sulla nomina dei castellani gli permisero di contare sull’appoggio di Francesco Mascardi, castellano di Castel Sant’Angelo. In assenza di Girolamo da Roma, Caterina Sforza, in avanzato stato di gravidanza, poté occupare Castel Sant’Angelo insieme a Paolo Orsini, sostenendo che il papa avesse affidato la fortezza a Girolamo Riario come suo capitano generale. Dopo che il cardinale Giuliano della Rovere, affiancato dai Colonna e dai loro alleati, ebbe sferrato un contrattacco, Girolamo Riario accettò di lasciare Roma in cambio di un ingente riscatto e del diritto di governare Imola e Forlì. La brutale dimostrazione di forza ebbe successo, assicurando a Girolamo la continuità del suo precario vicariato.154 Al tempo stesso, emersero nuove minacce con l’elezione a papa, con il nome di Innocenzo VIII, del genovese Giovanbattista Cibo, alleato di Giuliano della Rovere. L’equilibrio di potere si spostò immediatamente a favore dei Della Rovere, come mostrano la nomina di Giovanni della Rovere a gonfaloniere della Chiesa e quella di Bartolomeo della Rovere a castellano di Castel Sant’Angelo.155 La morte di Sisto IV e l’ascesa dei Della Rovere, in particolare del cardinale Giuliano, crearono rischi considerevoli per i Riario. Negli anni compresi fra il 1484 e l’esilio da Roma nel 1499, il cardinale Riario si fece carico della responsabilità di proteggere e promuovere gli interessi della famiglia, un impegno che trovò la sua massima espressione nella costruzione del Palazzo San Giorgio.
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