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L’ascesa dei Riario, 1471–1484

Capi­tolo 2 · Pagine dell’edizione a stampa 34–83

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2 L’ascesa dei Riario, 1471–1484

A diffe­renza della commit­tenza dei Della Rovere, quella dei Riario ha rice­vuto scarsa atten­zione, nono­stante l’importanza della fami­glia in ambito artis­tico, poli­tico e cultu­rale. I prin­ci­pali prot­ago­nisti della dinastia Riario nel Quat­tro­cento e nel Cinque­cento — i fratelli cardi­nale Pietro e conte Girolamo Riario e il loro nipote, il cardi­nale Raffaele — furono a lungo sino­nimo di immo­ra­lità e deca­denza e soltanto di recente sono dive­nuti oggetto di studi più equi­li­brati. Molte delle più signi­fi­ca­tive commis­sioni artis­tiche della fami­glia, tanto a Roma quanto nella città d’origine, Savona, sono andate perdute, sono state attri­buite erro­n­ea­mente ad altri commit­tenti o sono state dimen­ti­cate. Nel dibat­tito storico-artis­tico su Raffaele Riario, il ruolo del cardi­nale nelle più ampie ambi­zioni poli­tiche della fami­glia, sostenute dalla commit­tenza artis­tica e archi­tet­to­nica, è stato esplo­rato ben poco. Questo capi­tolo affronta tali temi a partire dalle origini del potere della dinastia Riario nell’epoca di Sisto IV. Esamina come Raffaele Riario, fin da giovane, sia stato coin­volto nei progetti fami­liari di accu­mu­lare potere e assi­cur­arsi un dominio feudale in Romagna. Riario fu elevato al cardi­nalato a dici­as­sette anni e subito inviato a Firenze dallo zio Girolamo per contri­buire a una congiura dei Riario e dei Pazzi volta ad assas­si­nare Lorenzo e Giuliano de’ Medici. Nella prima­vera del 1478, mentre si svilup­pava la congiura dei Pazzi, i congi­urati usarono Raffaele come una pedina, chie­dendo inviti ai Medici con il pretesto del vivo inter­esse del cardi­nale per le loro colle­zioni d’arte. Durante i diversi mesi tras­corsi nell’ambiente dei Pazzi, Riario si avvicinò in parti­co­lare a Marsilio Ficino. Il capi­tolo esamina queste espe­ri­enze e considera i primi passi del cardi­nale come commit­tente a Roma, dopo che gli fu confe­rita la potente carica di Came­ra­rius. Analizza un’egloga latina, finora non studiata, commis­sio­nata per il cardi­nale da Agos­tino Maffei e si conclude con una discus­sione della commit­tenza degli zii di Riario, il conte Girolamo e il cardi­nale Pietro, chie­den­dosi in che modo queste eminenti figure servi­rono da modello a Raffaele.

Secondo un cronista contem­po­raneo poco favorevole ai Riario, il conte Girolamo Riario era figlio di un umile calzo­laio e aveva iniziato la propria carriera come speziale. Altre fonti, più atten­di­bili, attri­buis­cono ai Riario di Savona un’origine nobile, descri­ven­doli come una fami­glia di magis­trati, uomini di mare e soldati.1 L’evento che li portò a un’imprevista premi­nenza fu l’elezione, nel 1471, di Fran­cesco della Rovere a papa con il nome di Sisto IV. Sisto favorì i Riario più di ogni altra fami­glia, benché sia diffi­cile stabi­lire la natura esatta del loro rapporto di parentela con il ponte­fice. La maggior parte delle testi­mo­ni­anze uffi­ciali quat­tro­cen­te­sche afferma che Pietro e Girolamo Riario erano figli della sorella di Sisto IV, Bianca della Rovere, e di suo marito Paolo Riario.2 In tempi recenti, tuttavia, gli storici hanno prefe­rito una ricos­tru­zione più comp­lessa. Le fonti quat­tro­cen­te­sche rivelano che Paolo Riario si sposò tre volte: dapp­rima con Violante della Rovere, poi con la nobil­donna savo­nese Bianca Beccalla e infine con Bianca della Rovere, sorella di Sisto IV. Da queste unioni nacquero almeno due figlie, Violante e Petruccia,

fig. 13 Melozzo da Forlì, Sisto IV nomina il Platina prefetto della Biblio­teca Vati­cana, Vati­cano, Musei Vati­cani. 1477. Foto © bpk / Scala.

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e tre figli, Raffaele, Girolamo e Pietro.3 Come affer­mano l’orazione funebre per Girolamo Riario e altre fonti, Girolamo e Pietro erano figli non della sorella del papa, ma della seconda moglie di Paolo Riario, Bianca Beccalla. Se queste testi­mo­ni­anze sono esatte, Pietro e Girolamo Riario non erano nipoti di Sisto, né erano suoi consanguinei.

A conso­li­dare inizi­al­mente il rapporto della fami­glia Riario con il futuro papa Fran­cesco della Rovere fu il legame perso­nale fra Paolo Riario e Della Rovere, descritto in dettaglio dal pittore e storico Leone Cobelli nelle sue Cronache Forli­vesi. Cobelli afferma che Paolo Riario accolse il giovane ‘Frate Fran­ce­schino’ e lo assunse come precet­tore dei figli. Rico­no­scendo l’amore di Fran­cesco per lo studio, Paolo gli prestò il denaro neces­sario a finan­ziare la sua istru­zione. Fran­cesco si affe­zionò in modo parti­co­lare a Pietro, figlio di Paolo, al punto da chie­dere a quest’ultimo di ‘dargli’ Pietro come proprio protetto.4 In defi­ni­tiva, il fedele servizio di Pietro a Della Rovere avrebbe assi­cu­rato il futuro successo dei Riario a Roma. Quando Fran­cesco della Rovere divenne cardi­nale, nominò Pietro Riario suo segre­tario. Nel conclave del 1471, Pietro si adoperò inten­sa­mente per far eleg­gere papa Della Rovere, e i cronisti contem­poranei gli attri­buis­cono gran parte del merito dell’inattesa vittoria di quest’ultimo.5 Divenuto papa Sisto IV, Della Rovere cominciò a colmare Pietro di ricom­pense. Pochi mesi dopo l’elezione, contrav­ve­nendo agli accordi stabi­liti nel conclave, lo creò cardi­nale pres­bi­tero di San Sisto.6 Nello stesso giorno elevò un altro ex allievo, Giuliano della Rovere, il futuro papa Giulio II, alla dignità di cardi­nale pres­bi­tero di San Pietro in Vincoli. Fra questi due giovani ‘nipoti’, il venti­sei­enne Pietro Riario era di gran lunga il favo­rito del ponte­fice. Nei tre anni succes­sivi, prima della prema­tura morte di Pietro nel 1474, Sisto gli concesse privi­legi senza prece­denti, alimen­tando le voci secondo cui Pietro sarebbe stato suo figlio segreto.7

Il nuovo papa aveva bisogno di alleati, e numerosi espo­nenti della nobiltà savo­nese — non soltanto i Della Rovere e i Riario, ma anche i Gara, i Basso, gli Spinola, i Sansoni, i Vegerio, i Ferrero e i Del Carretto — accorsero a Roma.8 In cambio della loro fedeltà, Sisto offrì cardi­nalati, matri­moni vantag­giosi, titoli illustri e feudi. Il suo approccio segna il pass­aggio a ciò che gli storici italiani hanno defi­nito grande nepo­tismo.9 Lo scopo di Sisto, in questa forma avanzata di nepo­tismo, non era soltanto rendere quanto più potenti possi­bile i propri parenti e le fami­glie a lui vicine, ma anche incorag­gi­arli a fondare dinastie auto­nome in compe­ti­zione fra loro. I Riario, i Della Rovere piemon­tesi e i Della Rovere liguri erano i più stretti alleati di Sisto, ma fra loro diven­nero rivali. Colti­va­rono iden­tità indi­pen­denti strin­gendo alle­anze con potenze contrap­poste: il cardi­nale Pietro Riario si alleò

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con i mila­nesi, mentre il cardi­nale Giuliano si alleò con il nemico di Milano, il re di Napoli. La riva­lità — e l’antagonismo — che si sviluppò fra i nipoti del papa, e in parti­co­lare fra Girolamo Riario e Giuliano della Rovere, operava a vantaggio di Sisto. In un’epoca in cui il papato era coin­volto più che mai nelle guerre della penisola italiana, il controllo dello Stato ponti­ficio, fram­men­tato e diviso, richie­deva frequenti rial­li­nea­menti delle alle­anze. Avere nipoti schie­rati in campi avversi offriva a Sisto la fles­si­bi­lità neces­saria per operare su un ampio spettro politico.

Nel 1472, il cardi­nale Giuliano ottenne un importante successo per i Della Rovere, nego­zi­ando il matri­monio fra suo fratello Leonardo, ‘Prefetto di Roma’, e la figlia del re Ferrante di Napoli: un’unione che procurò a Leonardo i terri­tori di Sora e Arpino.10 Nell’estate del 1472, Pietro Riario si affrettò a recarsi a Milano nella speranza di otte­nere dai duchi Sforza un matri­monio altrett­anto vantag­gioso per il fratello Girolamo. Galeazzo Maria Sforza, duca di Milano, era un alleato natu­rale dei Riario, poiché Savona era allora soggetta al dominio mila­nese. Sforza fece a Pietro Riario l’allettante proposta di un matri­monio fra Girolamo e la propria figlia ille­git­tima, Cate­rina Sforza. L’unione avrebbe segnato il destino dei Riario, che grazie a questa alle­anza entra­rono nella fami­glia allar­gata dei duchi di Milano. Il matri­monio di Girolamo con Cate­rina, che allora aveva appena una decina d’anni, gli portò il terri­torio di Bosco d’Alessandria nella Romagna setten­trio­nale, il titolo di ‘Conte’ e il diritto di inquar­tare il proprio stemma con quello degli Sforza.11 Un mese dopo il matri­monio del conte Girolamo e di Cate­rina, nel febbraio 1473, Sisto rafforzò ulte­rior­mente la posi­zione di Girolamo nomi­n­an­dolo Capi­tano gene­rale della Chiesa, coman­dante delle armate ponti­ficie. Il cardi­nale Pietro compì il passo succes­sivo recan­dosi di nuovo a Milano in settembre, questa volta accom­pa­gnato da un seguito di oltre duecento uomini. La missione si concluse con l’accordo in base al quale Sisto IV e i Riario avreb­bero acqui­s­tato per 40,000 ducati Imola, un terri­torio sotto controllo mila­nese. I Medici di Firenze avevano già cercato di acqui­sire questa importante roccaf­orte, ma il papa ne aveva bloc­cato la vendita, che avrebbe aperto ai fioren­tini la strada al predo­minio sull’intera Italia centrale. Controllare Imola, impe­dendo nel contempo ai Medici di impa­dro­nir­sene, fu una mossa stra­te­gica decisiva per Sisto e un grande vantaggio per i Riario, che vi fonda­rono un proprio Stato. Poiché tuttavia il prezzo concordato superava di gran lunga le risorse finan­ziarie della fami­glia, il papa fu costretto a contrarre ingenti pres­titi, che chiese dapp­rima al banco Medici. Quando Lorenzo de’ Medici rifiutò, Sisto prese una decis­ione dalle conse­guenze dura­ture: si rivolse a una fami­glia rivale di banchieri fioren­tini, i Pazzi.12

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La nomina del conte Riario a nuovo vicario di Imola da parte di Sisto IV, il 6 novembre 1473, è gene­ral­mente conside­rata un punto di svolta nella poli­tica ponti­ficia. La forma­zione di uno Stato dei Riario entro lo Stato ponti­ficio rappre­sen­tava un tenta­tivo diretto ed espli­cito di usare il potere del papato per procurare privi­legi ai propri ‘parenti’. Era una mossa che prefi­gurava il caso, più noto, delle conquiste di Cesare Borgia in Romagna con l’aiuto del padre, papa Ales­sandro VI. Per i Riario, da poco assurti al potere, Imola era una conquista importante, soprat­tutto per le solide difese della città e la sua posi­zione stra­te­gica sulla via Emilia. Poiché qualunque eser­cito in tran­sito attra­verso l’Italia avrebbe dovuto passare o per la Toscana o per la Romagna lungo la via Emilia, il governo di Imola confe­riva ai Riario un enorme potere nego­ziale. Allo stesso tempo, la posi­zione di Girolamo Riario era precaria. Sebbene i Riario fossero stati nomi­nati vicari perp­etui di Imola, riman­evano al potere soltanto per volontà di Sisto IV e, alla succes­sione, del ponte­fice succes­sivo. I Riario erano inoltre obbli­gati a servire gli Sforza di Milano. Poiché per gli Sforza il controllo di Imola era una neces­sità difen­siva, Girolamo Riario vi manteneva un eser­cito perma­nente al servizio di Milano e operava come cond­ot­tiere del duca Sforza.13 Legati a due potenti signori — il papa e i duchi di Milano — i Riario si trova­vano in una posi­zione poli­tica condi­zio­nata, ed era soltanto ques­tione di tempo prima che le loro fedeltà entras­sero in conflitto.

In gennaio, poco dopo il ritorno da Milano, il cardi­nale Pietro Riario morì improv­vi­sa­mente, mettendo in dubbio gli accordi appena conclusi con il duca Sforza.14 Girolamo orga­nizzò rapi­da­mente la propria inves­ti­tura a signore di Imola in febbraio. In aprile conso­lidò la sua auto­rità nella città inse­di­an­dovi come vicer­eg­genti la sorella Violante Riario e suo marito Dome­nico Gentile Ricci.15 Violante era stata prece­den­te­mente sposata con Antonio Sansoni; quando Gentile Ricci e Riario si tras­fer­i­rono in Romagna, port­arono con sé il giovane Raffaele Sansoni, figlio di Violante e del primo marito.16 Forse intorno al momento del tras­fe­ri­mento in Romagna, Raffaele abban­donò il cognome paterno ‘Sansoni’ e assunse quello di ‘Riario’.17 Una scelta simile non era senza prece­denti: Rodrigo Borgia, per esempio, aveva abban­do­nato il cognome origi­nario Lançol dopo essere stato adottato da papa Callisto III. Il nuovo cognome di Raffaele Riario costi­tuisce nondi­meno un segno stra­or­di­nario del potere dei Riario in quel momento e dell’intenzione di fare di Raffaele il sosti­tuto dello zio Pietro Riario. Gentile Ricci, Violante Riario e il giovane Raffaele lascia­rono Savona per sostenere le ambi­zioni dei Riario nell’Italia centrale e furono ricom­pen­sati da Sisto IV. In seguito Gentile Ricci fu nomi­nato castel­lano di Spoleto, dove Violante morì e fu sepolta in una posi­zione di rilievo nel duomo citta­dino (Fig. 14).

Girolamo Riario puntava a una rapida eleva­zione del giovane Raffaele al cardi­nalato da parte di Sisto IV, ed è proprio alla vigilia di un bril­lante futuro che Melozzo da Forlì ritrasse Raffaele in un celebre ritratto di gruppo (Fig. 13). In un momento compreso fra il luglio 1476 e il dicembre 1477, la nomina di Barto­lomeo Sacchi, detto ‘il Platina’, a prefetto della Biblio­teca Vati­cana fu comme­mo­rata con un ritratto del Platina ingi­noc­chiato davanti al papa, circon­dato dai membri della ‘fami­glia’ più vicini a Sisto. L’affresco ornava in origine la Sala Latina della biblio­teca.18 La figura

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che indossa una veste di velluto azzurro chiaro rappre­senta il conte Girolamo Riario, in un’effigie che richiama dirett­amente il suo ritratto sulla tomba del fratello Pietro Riario ai SS. Apos­toli (si vedano Figg. 44–45). La figura all’estrema sinistra è iden­ti­fi­ca­bile senza contro­versie con Giovanni della Rovere, fratello del cardi­nale Giuliano e prefetto di Roma. Dopo che i Riario avevano acqui­sito Imola, Giuliano della Rovere negoziò un matri­monio fra Giovanni e la figlia di Federico da Monte­feltro, che portò in dote il vica­riato di Seni­g­allia e Mondavio nelle Marche.19 Nell’affresco di Melozzo, Girolamo Riario e Giovanni della Rovere compaiono sul lato sinistro come capi laici dei rispet­tivi clan. Guardano in dire­zioni diverse e sono distinti dai diffe­renti colori delle loro eleganti vesti, ma entrambi portano spesse catene d’oro, esibendo il successo delle recenti alle­anze con i Monte­feltro e gli Sforza. Girolamo Riario, che si trova davanti a Della Rovere, riceve chia­ra­mente una posi­zione di maggiore rilievo nella gerar­chia della fami­glia papale.

Nel ritratto di gruppo di Melozzo, una colonna separa i laici a sinistra dagli eccle­si­a­stici a destra. Mentre la figura promi­nente in veste cardi­na­lizia rossa nella metà destra dell’affresco è certa­mente il cardi­nale Giuliano della Rovere, l’identità della figura collo­cata davanti a Della Rovere e accanto a papa Sisto (Fig. 15) è stata a lungo contro­versa. Nel 1886 August Schmarsow sostenne che rappre­sen­tasse Raffaele Riario adole­s­cente, poco prima della sua eleva­zione al cardi­nalato. L’identificazione rimase incon­testata fino a quando José Ruys­schaert, citando

fig. 14 Tomba di Violante Riario Ricci, madre di Raffaele Riario, e del suo bambino. Spoleto, Duomo. 1483. Foto: Autrice.

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un passo del poema Convi­vium scien­ti­arum del notaio Antonio de Tomeis, sostenne che il ritratto rappre­sen­tasse il defunto cardi­nale Pietro Riario.20 È tuttavia diffi­cile credere che Pietro Riario non sarebbe stato raffi­gu­rato in veste cardi­na­lizia rossa, come Giuliano della Rovere.21 Seguendo la tesi origi­naria di Schmarsow, la figura alla destra di Sisto, con la tonsura, il naso aqui­lino, la mandi­bola pronun­ciata e la bocca rivolta verso il basso, può essere iden­ti­fi­cata con Raffaele Riario. Come è stato osser­vato, Riario indossa il tipo di mantello scuro proprio dei proto­no­tari apos­to­lici, la carica che rico­priva in quel momento. Inoltre il person­aggio di Melozzo presenta una marcata somi­gli­anza con un ritratto di Riario — dalla mascella promi­nente e dalla bocca cascante — su una meda­glia quasi contem­po­ranea (Figg. 16–17).22 Si può persino rico­no­scere una somi­gli­anza con il ritratto del cardi­nale Riario nella piena matu­rità dipinto da Raffa­ello nella Messa di Bolsena (si veda Fig. 76). Nel comp­lesso del ritratto di gruppo di Melozzo, Raffaele Riario appare come l’erede desi­gnato dello zio Pietro, nel momento in cui stava per essere elevato a posi­zioni di immenso potere. Raffaele è vicino a Sisto: i profili e la dire­zione degli sguardi si corrispon­dono, quasi a sotto­li­neare la reciproca lealtà e le ambi­zioni condivise.

Il cardi­nale Riario, Marsilio Ficino e la congiura dei Pazzi

I favori prean­nun­ciati nell’affresco si concre­tiz­za­rono presto: nel dicembre 1477 Sisto creò cardi­nale il dici­as­set­tenne Raffaele Riario. In conside­ra­zione della sua giovane età e della mancanza di una forma­zione eccle­si­a­stica, il papa lo nominò cardi­nale diacono, anziché cardi­nale pres­bi­tero, assegn­an­dogli la chiesa di San Giorgio in Velabro ‘ad velum aureum’, presso il Foro

fig. 15 Melozzo da Forlì, Sisto IV nomina il Platina prefetto della Biblio­teca Vati­cana, parti­co­lare con i ritratti di Raffaele Riario e papa Sisto IV, Vati­cano, Musei Vati­cani. 1477. Foto © Vatican Museums and Galle­ries, Vatican City / Bridgeman Images.

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Romano.23 Una meda­glia fusa per cele­brare la nomina tenta di compen­sare lo scan­dalo della tenera età di Riario asso­ci­an­dolo a un ‘San Giorgio’ giovane ed eroico (si vedano Figg. 16 e 17). La meda­glia fissa il titolo e l’iconografia di san Giorgio che il cardi­nale avrebbe adottato per tutta la vita.24 Sul diritto il profilo del cardi­nale è accom­pa­gnato dalle parole ‘raphael annorum xvii cardi­nalis S georgii’, mentre sul rove­scio compare san Giorgio che uccide il drago insieme al motto ‘virtvs’.25 L’immagine richiama la storia di san Giorgio narrata nella Legenda aurea: Giorgio uccise un drago per salvare una prin­cipessa, iden­ti­fi­ca­bile con l’Ecclesia, usando una lancia asso­cia­bile alla croce. San Giorgio era un eroe delle crociate e una figura di fede cris­tiana e valore mili­tare appro­priata per Riario in quel momento, quando Girolamo Riario stava per coin­vol­gerlo in una guerra contro i Medici.

Conce­dere il cardi­nalato a Raffaele Riario nel 1477 costi­tuiva già di per sé un forte affronto alla fami­glia Medici. I banchieri fioren­tini avevano sostenuto l’elezione di Sisto IV nel conclave del 1471 e, al momento del proprio inse­dia­mento, il papa aveva accolto Lorenzo de’ Medici a Roma a braccia aperte. Lorenzo rice­vette dal ponte­fice busti antichi in dono e poté acquis­tare oggetti preziosi appar­te­nuti alla colle­zione di papa Paolo II, fra cui la Tazza Farnese (si veda Fig. 110).26 Il papa favorì ulte­rior­mente de’ Medici lasci­an­dogli sperare che presto avrebbe

figg. 16–17 Attri­buita a Lisippo, Meda­glia di Raffaele Riario cardi­nale di San Giorgio, diritto e rove­scio, Londra, Victoria and Albert Museum, inv. A.192‑1910. Dopo il dicembre 1477. Foto © Victoria and Albert Museum, London.

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concesso un cardi­nalato a un fioren­tino, forse addi­rit­tura a Giuliano, fratello di Lorenzo. Negli anni succes­sivi, tuttavia, il rapporto di Sisto con i Medici si dete­riorò. Nel 1474 Sisto e i Riario acquis­ta­rono Imola, un terri­torio a lungo desi­de­rato dai Medici, ricor­rendo a pres­titi del banco rivale dei Pazzi. Nell’estate di quell’anno, dopo che Lorenzo aveva appog­giato una ribel­lione contro il governo ponti­ficio a Città di Castello, il papa privò i Medici del ruolo di depo­si­tari della Camera Apos­to­lica e nominò i Pazzi suoi prin­ci­pali banchieri. In ottobre nominò arcive­s­covo di Pisa Fran­cesco Salviati, cugino dei Pazzi, omet­tendo la consueta richiesta di appro­va­zione alla Signoria fioren­tina. I Medici giudi­ca­rono la nomina di Salviati tanto intol­ler­a­bile da impe­dirgli per oltre un anno di assu­mere l’incarico. Un altro colpo giunse nell’estate del 1476, quando Sisto tras­ferì dai Medici ai Pazzi i cont­ratti per la gestione delle miniere ponti­ficie di allume a Tolfa. Nel 1477, fallito un tenta­tivo di elevare l’arcivescovo Salviati al cardi­nalato, Sisto IV promosse Raffaele Riario. Il mess­aggio era chiaro: a Riario era stato asseg­nato il cardi­nalato ‘fioren­tino’ per il quale i Medici si erano adope­rati e che sper­avano di otte­nere per Giuliano.27

L’elevazione al cardi­nalato del giovane Raffaele Riario fu un pass­aggio importante nel piano dei Riario e dei Pazzi per elimi­nare la fami­glia Medici. Dopo che l’assassinio di Galeazzo Maria Sforza, nel dicembre 1476, aveva privato i Medici di un potente alleato, prese forma un progetto segreto per ucci­dere Lorenzo e Giuliano de’ Medici. Il conte di Monte­secco, uno dei prin­ci­pali prot­ago­nisti della congiura, rivelò nella propria confes­sione che l’arcivescovo Salviati, Fran­cesco Pazzi e Girolamo Riario avevano ideato insieme il piano a Roma nell’estate del 1477. Papa Sisto, secondo Monte­secco, sosteneva l’idea di un cambia­mento di regime a Firenze, ma rifi­utava di appro­vare lo spar­gi­mento di sangue.28 Sisto usò i propri poteri per favorire i congi­urati, e il piano dei Pazzi cominciò a concre­tiz­zarsi dopo la nomina cardi­na­lizia di Raffaele Riario in dicembre. Il primo passo fu collo­care il cardi­nale Riario a Pisa, dove venne iscritto come studente di diritto cano­nico sotto la prote­zione dell’arcivescovo Salviati. In seguito Riario fu nomi­nato legato ponti­ficio in Umbria e delegò i propri compiti al vescovo croato Nicola di Modruš, che lo rappre­sen­tava nella regione.29 L’assegnazione di questo inca­rico stabi­liva un paral­lelo fra Raffaele Riario e lo zio Pietro, già legato di Sisto, e chia­riva che Raffaele avrebbe conti­nuato a sostenere, come Pietro, la crea­zione di uno Stato dei Riario nell’Italia centrale. La mossa poneva inoltre Raffaele Riario in contrasto con i Medici, poiché Perugia era attra­ver­sata da un’insurrezione anti­pa­pale sostenuta da Lorenzo il Magni­fico.30

Con il pretesto di dover sfug­gire a un’epidemia di peste a Pisa, il cardi­nale Riario fu inviato a soggiornare presso i Pazzi a Firenze. Vi si recò con un ampio seguito, che offriva ai congi­urati un nascon­diglio ideale. Il cardi­nale giunse in marzo 1478, accom­pa­gnato dal segre­tario Jacopo di Poggio Brac­cio­lini e da Salviati, e fu ospi­tato alla ‘Loggia dei Pazzi’, la villa della fami­glia a Montughi.31 Da quella posi­zione alle porte dei Medici, i congi­urati comin­cia­rono a mettere in atto i propri piani. Un elemento decisivo della loro stra­tegia era la

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cons­ape­vo­lezza che la dignità cardi­na­lizia di Riario obbli­gava i Medici a rice­verlo con un banchetto, offrendo così l’occasione di sfer­rare l’attacco. I Medici este­sero debi­ta­mente un invito alla villa di Lorenzo de’ Medici a Fiesole, in rico­no­sci­mento della carica di Riario e del suo desi­derio di ‘vedere tale luogo, che è bellis­simo di vista e di edificio, e di poi la Badia’.32 Cons­ape­vole del peri­colo, Giuliano de’ Medici rimase a casa malato, vani­fi­cando i piani dei congi­urati. Questi cerca­rono un’altra occa­sione, insis­tendo di nuovo sulla neces­sità di comple­tare l’educazione artis­tica del cardi­nale: Riario aveva cono­sciuto le delizie di Fiesole, ma non poteva essere privato di una visita al celebre palazzo dei Medici in via Larga. Doveva essere invi­tato a palazzo, come scrisse Angelo Poli­ziano nella sua storia della congiura, per vedere tutte le sue ‘argen­terie e gioie, meda­glie e altre gentili cose’. Lorenzo non ebbe altra scelta che acco­gliere la richiesta e invitò gli ospiti a un banchetto da tenersi dopo la messa di dome­nica 26 aprile.33

Il giorno stabi­lito, Riario entrò a Firenze con un numeroso seguito di fami­liari e servi­tori. Si riferì che la sua prima tappa fu Palazzo Medici, dove il cardi­nale inten­deva cambiarsi gli abiti da viaggio. Per un malin­teso, o forse per un espe­di­ente deli­berato volto a creare confu­sione, i Medici non erano in casa a rice­verlo.34 Per alcuni momenti carichi di tensione, Riario avrebbe potuto ammi­rare il palazzo mediceo, sple­ndi­da­mente alles­tito per il rice­vi­mento in suo onore all’ora di pranzo. Anche solo fuga­ce­mente, avrebbe potuto posare gli occhi sulle statue antiche esposte nel giar­dino, sul David di Donatello nel cortile (si veda Fig. 166), sugli ‘argenti, le statue e i rilievi riuniti nel cortile’ e sulle gemme inesti­ma­bili che i Medici avevano ‘disposto negli armadi’.35

Prima della messa divenne chiaro che Giuliano avrebbe rinun­ciato al banchetto, e i congi­urati modi­fi­ca­rono rapi­da­mente i piani perché il colpo avesse luogo nel duomo di Firenze. Dopo che l’assassino desi­gnato, il conte di Monte­secco, si rifiutò di commet­tere un omic­idio in luogo sacro, l’esecuzione fu affi­data a un gruppo di sacer­doti inesperti. Mentre il cardi­nale Riario sedeva in un posto d’onore vicino all’altare, i Pazzi e i loro alleati si avven­ta­rono sui Medici, ucci­dendo Giuliano ma rius­cendo soltanto a ferire Lorenzo. Una meda­glia fusa in seguito da Bertoldo di Giovanni (Figg. 18–19) raffi­gura l’attacco appena fuori dalla recin­zione lignea del coro di Brunel­le­schi. Il diritto, con l’iscrizione ‘salus publica’, celebra la salvezza di Lorenzo, mentre il rove­scio, recante ‘luctus publicus’, piange l’assassinio di Giuliano. Su entrambi i lati, alcuni eccle­si­a­stici sono rappre­sen­tati all’interno del coro mentre assis­tono alla messa. Benché i loro tratti siano appena distin­gui­bili, l’uomo seduto con un largo cappello, visi­bile su entrambi i lati della meda­glia, rappre­senta proba­bilm­ente il cardi­nale Riario.36 La meda­glia di Bertoldo mostra Riario estraneo all’episodio violento, con lo sguardo concen­trato sulla ceri­monia e le spalle rivolte agli eventi che si svol­gono fuori dal coro.

Il piano degli assas­sini di conquis­tare il sostegno dei fioren­tini crollò nel caos seguito all’uccisione di Giuliano. Quando fu chiaro che i Pazzi non avreb­bero ottenuto il controllo della città, i

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Medici e i loro alleati comin­cia­rono a eser­ci­tare una brutale vendetta. Jacopo Pazzi, l’arcivescovo Salviati e Jacopo Brac­cio­lini furono impic­cati alle fine­stre del Palazzo della Signoria, e molti altri membri del seguito di Riario persero la vita. Si raccontò che quel giorno il cardi­nale fosse tanto atter­rito dalla folla da chie­dere egli stesso di essere arrestato.37 Insieme al fratello Fran­cesco Sansoni, anch’egli presente quel giorno in duomo, il cardi­nale Riario fu rinchiuso a Palazzo Vecchio.38 Lorenzo de’ Medici gli risparmiò la vita, ma lo trat­tenne a Firenze per sfrut­tarne il valore come ostaggio. Nelle setti­mane succes­sive giunsero rappre­sen­tanti del papa per cercare di nego­ziarne la libe­ra­zione da Palazzo Vecchio, fra cui il vescovo Nicola di Modruš. Modruš affermò di avere ottenuto rapi­da­mente conces­sioni dai Medici, che il papa annunciò nel concis­toro del 15 marzo 1478: Lorenzo de’ Medici avrebbe dato in sposa la figlia Lucrezia a Fran­cesco Sansoni, il ‘fratello del Cardi­nale’, e Raffaele Riario avrebbe rice­vuto l’arcivescovado di Pisa, già retto da Salviati. Si trat­tava indub­bia­mente di notizie false diffuse per inde­bo­lire la posi­zione fioren­tina.39

Dopo lunghe trat­ta­tive e una guerra di parole combat­tuta da entrambe le parti, Riario fu infine liberato in giugno. Il giorno della sua libe­ra­zione, Sisto emanò una bolla ponti­ficia che scomu­ni­cava Lorenzo de’ Medici e i suoi sosteni­tori e sotto­po­neva Firenze, Pistoia e Fiesole all’interdetto. Fra le ragioni addotte figur­avano l’uccisione dei fami­liari di Riario e la lunga prigionia del cardi­nale. Riario rischiò di essere ricond­otto in carcere, ma riuscì a fuggire da Firenze e a raggi­ungere Siena il 13 giugno. Secondo tutte le testi­mo­ni­anze vi arrivò in preda al terrore, più ‘morto che vivo’ dopo essere scam­pato per un soffio.40 La paura di Riario fu tale, si disse, da lasciargli per tutta la vita un pallore spet­trale.41

figg. 18–19 Bertoldo di Giovanni, La congiura dei Pazzi, diritto e rove­scio, New York, The Metro­po­litan Museum of Art, Acces­sion no. 23.280.44, Bequest of Anne D. Thomson, 1923. 1478 o succes­sivo. Foto: The Metro­po­litan Museum of Art, New York, pubblico dominio.

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Benché Riario fosse sfug­gito alla morte grazie alla giovane età e all’alto rango, la ques­tione della sua ‘inno­cenza’ fu, e rimane tuttora, contro­versa. I testi pole­mici scritti subito dopo gli eventi presen­ta­rono opinioni contrastanti sul ruolo del cardi­nale nella congiura e sul trat­ta­mento che gli fu riser­vato in seguito. La Floren­tina Synodus, pubbli­cata anonima nell’estate del 1478 dall’apologeta mediceo Giovanni de’ Becchi, sosteneva che Riario fosse stato sempli­ce­mente un ‘ospite’ dei fioren­tini. De’ Becchi citava una lettera che affer­mava essere stata scritta dallo stesso Riario per espri­mere simpatia verso Firenze e testi­mo­niare la sua stretta amicizia con Lorenzo il Magni­fico.42 Una narra­zione opposta, dal punto di vista ponti­ficio, la Dissentio inter Sanc­tis­simum dominum nostrum Papam et Floren­tinos suborta, fu pubbli­cata nell’autunno del 1478. Anch’essa uscì anonima, ma è stata spesso attri­buita al Platina. Ripren­dendo le affer­ma­zioni di Nicola di Modruš, la Dissentio sosteneva che Lorenzo de’ Medici avesse offerto di dare in sposa la figlia al fratello di Riario, Fran­cesco Sansoni, e di conce­dere a Riario l’arcivescovado di Pisa.43 La Dissentio presen­tava Raffaele Riario come un semplice spett­a­tore, sosten­endo che Girolamo Riario non avrebbe mai potuto essere tanto crudele da esporre l’adolescente Raffaele a un peri­colo mortale.

La maggior parte degli storici moderni che si sono inter­ro­gati sull’innocenza di Riario ha privi­le­giato questo punto di vista ponti­ficio. Secondo Paul Oskar Kristeller, per esempio, ‘il cardi­nale non era real­mente coin­volto nella congiura e proba­bilm­ente non ne era a cono­scenza’.44 Sembra tuttavia incon­ce­pi­bile che Riario igno­rasse un complotto svilupp­a­tosi per mesi nella sua cerchia più stretta. Più credi­bile è la sintesi senza indul­genze dello storico Paolo Giovio:

Il cardi­nale Raffaele Riario venne fatto venire dall’Università di Pisa a Firenze con la scusa di fargli visi­tare questa città cosí bella e ricca di monu­menti. In realtà giunse a Firenze per un altro motivo: dare forza ai congi­urati di persona, con la propria auto­rità; anche se altri pensano che fosse all’oscuro di un piano cosí importante, data la sua giovane età e la sua scarsa profon­dità intel­let­tuale.45

Se le espe­ri­enze di Riario a Firenze furono trau­ma­tiche, gli offri­rono anche una profonda forma­zione cultu­rale e artis­tica. Il soggiorno presso i Pazzi negli anni Settanta del Quat­tro­cento lo immerse nella comu­nità fioren­tina di lette­rati, artisti e colle­zio­nisti. Il cardi­nale parte­cipò atti­va­mente alla vita cultu­rale della città, e un prezioso mano­scritto trecen­tesco della Divina Commedia, oggi a Savona, fu forse una delle opere che Riario acquistò a Firenze durante quel soggiorno.46 Poté cono­scere la scul­tura di Donatello e di Bertoldo di Giovanni e i dipinti di Botti­celli e Filippo Lippi. Come si è visto, un aspetto singo­lare della congiura dei Pazzi è che essa faceva leva sullo sple­ndore e sulla fama delle colle­zioni medicee e sulla presun­zione che i Medici dove­s­sero soddis­fare il vivo desi­derio di Riario di visi­tarle. È suggestivo

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imma­gi­nare che fra le attra­zioni medicee cono­sciute da Riario nel periodo prece­dente la congiura figu­rasse il giar­dino di anti­chità di Lorenzo de’ Medici presso San Marco, dove più tardi si sarebbe formato Michel­an­gelo. Il giar­dino di scul­ture esis­teva già nel 1478 e, negli anni Ottanta del Quat­tro­cento, i visi­ta­tori di Firenze lo consider­avano un luogo di grande rilievo.47 Una visita di Riario al giar­dino appare tuttavia impro­ba­bile, poiché avrebbe richiesto un rice­vi­mento formale da parte dei Medici e sarebbe quindi stata regis­trata in una delle storie della congiura. Riario avrebbe nondi­meno avuto la possi­bi­lità di visi­tare altre colle­zioni fioren­tine, in parti­co­lare quella nel palazzo di Guglielmo Pazzi in via dell’Oriuolo, nota almeno nel Cinque­cento per le sue scul­ture antiche e moderne.48 Subito dopo la libe­ra­zione dal carcere a Firenze, trovò rifugio a Siena nella casa di Tommaso del Testa Picco­lo­mini, vescovo di Pienza. Una volta entrato nell’ambiente dei Picco­lo­mini, ebbe forse occa­sione di vedere il Bacco di Antonio Fede­righi (si vedano Figg. 158–59), una statua marmorea che sarebbe poi stata un’importante fonte d’ispirazione per l’opera di Michel­an­gelo dello stesso soggetto.

Nella prima­vera del 1478, Riario entrò in stretto rapporto con Marsilio Ficino, legato ai Pazzi fin dagli anni Cinquanta del Quat­tro­cento e già precet­tore dei figli di Piero de’ Pazzi. All’epoca Ficino era celebre per avere in gran parte compl­etato la tradu­zione dei dialoghi di Platone intra­presa per Cosimo de’ Medici. Alla vigilia della congiura dei Pazzi aveva da poco termi­nato un commento al Simposio di Platone, il De amore, e i diciotto libri della Theo­logia Plato­nica, che fu stam­pata nel 1482. Alla fine degli anni Settanta Ficino cercava nuovi protet­tori e aveva preso contatto con Riario ancor prima dell’arrivo del cardi­nale a Firenze. Nel gennaio 1478, mentre Riario si trovava ancora a Pisa, Ficino gli inviò l’Epistola Veri­tatis: de insti­tu­tione prin­cipis, ‘Lettera della Verità: sull’educazione del prin­cipe’, tramite i suoi tutori Fran­cesco Salviati e Jacopo Brac­cio­lini, che defi­niva ‘grandi uomini e veri amici’. Nell’Epistola Ficino imma­gina di avere visi­tato Riario il giorno prece­dente, guidato dalla luce del pianeta Venere e della luna. Quel giorno la sua guida sarebbe stata Cupido, che lo esorta a cercare l’amore di Riario. Nel testo succes­sivo Ficino si rivolge al cardi­nale con la voce di Veritas, la ‘Verità’, che è nuda. Nella tradi­zione dello ‘spec­chio dei prin­cipi’, la Verità offre al cardi­nale consigli filoso­fici e morali. Gli ricorda che deve la sua alta carica non ai propri meriti, ma ai legami fami­liari. Ha dunque il compito di dimostrar­sene degno colti­vando la virtù inte­riore ed evitando la corru­zione. La Verità consi­glia a Riario di tenersi lontano dagli adula­tori e di rifug­gire l’invidia, il fasto e il lusso. Lo esorta a dedi­carsi al servizio divino, allo studio e a una vita tempe­rante e seria. ‘La tua casa’, prosegue il testo, ‘sia un tempio di Dio. Sia un occhio di prudenza, una bilancia di gius­tizia, una sede di fortezza; sia un esempio di mode­ra­zione, un modello d’integrità, uno sple­ndore d’amore, una fonte delle Grazie e un coro delle Muse’.49

A comple­mento della lettera, Ficino inviò a Riario una copia del De Chris­tiana reli­gione, un trat­tato composto inizi­al­mente nel 1474 e riela­bo­rato nel decennio succes­sivo.50 Il trat­tato espone le speranze di Ficino in un rinno­va­mento spiri­tuale della Chiesa e in un recupero del signi­fi­cato auten­tico della reli­gione cris­tiana. Molto prima della venuta di Cristo, sostiene,

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Dio aveva rivelato i misteri divini ai profeti del passato: Ermete Tris­me­gisto, Mosè, Orfeo, Platone e altri. Poiché il cris­tia­ne­simo è il punto d’arrivo e il vero oggetto di molte forme di rivela­zione, siano esse le Scrit­ture ebraiche o gli scritti di Platone, queste opere potevano essere lette come forme di profezia cris­tiana. Ora che il cris­tia­ne­simo si era degra­dato ed era divenuto ecces­si­v­a­mente isti­tu­zi­o­na­liz­zato, il ritorno a Platone e ad altre testi­mo­ni­anze dell’antica teologia poteva offrire un neces­sario rinno­va­mento spiri­tuale. Nella seconda parte, il De Chris­tiana reli­gione associa una giusti­fi­ca­zione dell’interpretazione cris­tiana dei testi sacri ebraici a un violento attacco alla vali­dità della reli­gione ebraica. Per questa parte del trat­tato Ficino si basò su pole­miche anti­se­mite e anti-isla­miche e attinse a una reto­rica crociata inasprita dai recenti conflitti con gli Otto­mani.51

Ficino trovò in Riario un allievo dispo­ni­bile ed entus­i­asta. Dopo l’arrivo del cardi­nale a Firenze, i due passeg­gi­a­rono insieme sulle ‘colline di Montughi’, vicino alla villa dei Pazzi, e per diverse setti­mane frequen­ta­rono la stessa rist­retta cerchia, che compren­deva i Pazzi, Salviati, Brac­cio­lini e il poeta Niccolò Lelio Cosmico, il quale sembra fosse precet­tore del cardi­nale.52 In quei mesi anche Sebas­tiano Salvini, cugino e allievo di Ficino, che aveva colla­bo­rato con lui al De Chris­tiana reli­gione, cercò il favore di Riario. Qualche tempo dopo la congiura, proba­bilm­ente nel 1480 o nel 1481, Salvini pubblicò un testo che aveva presen­tato e dedi­cato a Riario nella prima­vera del 1478. Si trat­tava di una tradu­zione italiana della Lettera contro gli errori dei giudei, Epis­tola contra Judae­orum errores, attri­buita a un certo ‘rabbino Samuele’. Il testo si presen­tava come il racconto di un rabbino conver­tito al cris­tia­ne­simo attra­verso la lettura dell’Antico Testa­mento, ma era in realtà una finzione utiliz­zata come stru­mento di conver­sione cris­tiana. La dedica di Salvini a Riario getta luce sugli argo­menti discussi fra i due a Firenze all’inizio del 1478, quando Salvini cercava il sostegno di Riario e parlò con lui ‘più volte’.53 Essa attinge alla stessa reto­rica anti­se­mita del De Chris­tiana reli­gione e alla mede­sima tesi secondo cui la tradi­zione ebraica delle Scrit­ture sacre celer­ebbe verità cris­tiane. L’educazione reli­giosa e filoso­fica offerta a Riario da Ficino e Salvini, così come le pole­miche che la sosten­evano, sembra averlo segnato profon­da­mente. Nei decenni succes­sivi, il cardi­nale avrebbe appog­giato con convin­zione campagne contro ebrei e musul­mani, e la sua commit­tenza artis­tica e letteraria avrebbe rivelato l’interesse per temi cari a Ficino: l’astrologia, il plato­nismo, le Scrit­ture ebraiche e l’antica teologia.

Poiché nella lette­ra­tura storico-artis­tica Ficino è stato costan­te­mente asso­ciato ai Medici, il suo stretto rapporto con il cardi­nale Riario nel periodo prece­dente la congiura dei Pazzi rivela un’immagine alter­na­tiva e inat­tesa del filosofo. Per risol­vere l’apparente para­dosso dell’‘amicizia’ di Ficino con Riario, i loro scambi sono stati inter­pre­tati come una ques­tione perso­nale nata da inter­essi intel­let­tuali comuni. Riccardo Fubini, tuttavia, ha messo in discus­sione l’immagine idea­liz­zata di Ficino come intel­let­tuale estraneo alla poli­tica del proprio tempo. Quando incontrò Riario, sostenne Fubini, Ficino non si presen­tava come un ‘filosofo mediceo’, ma come un prot­ago­nista indi­pen­dente, cons­ape­vole della

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posi­zione anti­me­dicea dei Riario e dei Pazzi e della possi­bi­lità di un cambia­mento di regime.54 La decis­ione di Ficino di avvicinarsi a Riario fu una mossa rischiosa, che incrinò a lungo i suoi rapporti con i Medici.55 Dopo il falli­mento della congiura dei Pazzi si cercò di nascon­dere quanto fossero stati stretti, nella prima­vera del 1478, i suoi rapporti con il cardi­nale, Salviati e Brac­cio­lini: i dettagli più compro­met­tenti furono cancel­lati dalla copia mano­scritta delle sue lettere e non vennero inclusi nella raccolta a stampa delle opere.56 Riario era cons­ape­vole dei peri­coli corsi da Ficino a Firenze dopo la congiura, poiché, come rivela la loro corrispon­denza, gli offrì di raggi­ungerlo a Roma ed entrare nella sua fami­glia.57 Ficino rifiutò, sapendo che ciò avrebbe proba­bilm­ente compor­tato un esilio perma­nente da Firenze. Il filosofo continuò tuttavia a scri­vere a Riario per molti anni. ‘Mi dicesti’, gli ricordò, ‘che se non fossi venuto con te [a Roma] alla tua partenza, non mi avresti mai più scritto né mandato mess­aggi’.58 Poiché non si conserva alcuna lettera di Riario a Ficino, sembra che il cardi­nale abbia mantenuto la parola.

Raffaele Riario, S. R. E. Camerarius

Dopo la congiura dei Pazzi, Sisto IV e il conte Girolamo conti­nu­arono a perse­guire con aggres­si­vità l’espansione dei terri­tori dei Riario nell’Italia centrale e, nell’agosto 1480, il papa investì Girolamo del vica­riato di Forlì, un’altra preziosa conquista nella regione.59 Raffaele Riario fu nuova­mente impie­gato a sostegno dei loro obiet­tivi e, meno di una setti­mana dopo l’arrivo a Roma nel 1478, fu inviato a Perugia per assu­mere l’incarico di legato ponti­ficio. Concluso il mandato a Perugia, fu legato nelle Marche dal novembre 1480 al novembre 1481.60 Durante quest’ultima missione Riario avrà presu­mi­bilm­ente visi­tato la corte del duca Federico da Monte­feltro a Urbino, dove avrebbe visto di persona il magni­fico palazzo ducale che Fran­cesco di Giorgio Martini stava allora comple­tando (Fig. 20). A Urbino Riario potrebbe inoltre aver incont­rato Giovanni Sulpizio da Veroli, l’umanista e pedagogo che in seguito gli avrebbe dedi­cato l’editio prin­ceps del De archi­tec­tura di Vitruvio, come si discu­terà nel Capi­tolo 3. I rapporti stretti in queste missioni diplo­ma­tiche prose­gui­rono dopo il ritorno a Roma, come mostra una delle sue prime commis­sioni artis­tiche note: una carta nautica su perga­mena eseguita per Riario dal carto­grafo anco­netano Grazioso Benin­casa. La firma sulla carta rivela che Benin­casa la completò ad Ancona nel 1482, poco dopo il viaggio del cardi­nale nelle Marche (Fig. 21). Questa stra­or­di­naria carta offre uno sguardo sulla visione del mondo di Riario alla vigilia dei viaggi europei verso le Americhe e l’Asia meri­dio­nale. In tale visione, Genova è imma­gi­nata come il centro di una rete marit­tima in espan­sione che attra­ver­sava l’intero Medi­ter­raneo. I margini della carta sono popolati da mitici re afri­cani e asia­tici e da navi che si diri­gono veloci verso terre scono­sciute.61

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fig. 20 Cortile d’onore, Urbino, Palazzo Ducale. 1466–1472. Foto © iStock / Getty Images / Gim42.

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fig. 22 Pianta da Roma sino a Viterbo, Roma, Archivio di Stato, Presi­denza delle strade, Catasto Ales­sand­rino 433/V. 1660. Foto © Minis­tero della Cultura. Tutti i diritti riservati.

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fig. 21 Grazioso Benin­casa, Carta nautica di Raffaele Riario, Bologna, Biblio­teca Univer­si­taria di Bologna, Rotulo 3. 1482. Foto © Alma Mater Studiorum Univer­sità di Bologna — Biblio­teca Univer­si­taria di Bologna. Tutti i diritti riservati.

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Dopo la congiura dei Pazzi, papa Sisto IV colmò Riario di importanti inca­richi, che gli avreb­bero garan­tito redditi per decenni. Rice­vette numerosi bene­fici a Imola,62 e la duch­essa di Milano, Bona di Savoia, gli concesse l’abbazia cister­cense di Chia­ra­valle della Colomba.63 Nell’aprile 1479 il cardi­nale Riario fu nomi­nato abate commen­da­tario della ricca abbazia dei SS. Vincenzo e Anastasio alle Tre Fontane. Sebbene l’abbazia sorgesse alla perif­eria di Roma, i suoi posse­di­menti compren­de­vano tenute nella campagna di Pali­doro e Strac­cia­cappe, che Riario avrebbe utiliz­zato a proprio profitto e diletto.64 Pali­doro si trovava nei pressi della via Aurelia, a metà strada fra Roma e Civi­ta­vec­chia, mentre Strac­cia­cappe era a nord di Roma, vicino al lago di Brac­ciano. Per decenni Riario sfruttò Pali­doro come una reddi­tizia fonte di grano, pesce e legname.65 Vicino a Strac­cia­cappe si trovava Monterosi, dove posse­deva una tenuta agri­cola, una vigna e una fores­teria che usava come luogo di sosta e ritiro.66 La posi­zione di Monterosi, all’incrocio fra la via Cassia e la via Flaminia (Fig. 22), ne faceva un luogo ideale per acco­gliere visi­ta­tori importanti, e il Diarium romanum di Jacopo Gherardi rife­risce che lo stesso papa Sisto vi si fermò a mangiare nello ‘xeno­do­chium del cardi­nale di San Giorgio’.67

Nel settembre 1479 Sisto IV assegnò a Riario l’ambito arcive­s­co­vado di Pisa, rimasto vacante dopo la morte di Fran­cesco Salviati. I fioren­tini dapp­rima ostaco­la­rono la nomina, ma poi l’accettarono nell’ambito degli accordi di pace conclusi con il papa nel gennaio e febbraio 1480.68 Intorno a questo periodo il cardi­nale Riario fece realiz­zare un sigillo per comme­morare il nuovo inca­rico (Fig. 23). Nella parte infe­riore compare il suo stemma cardi­na­lizio con la rosa dei Riario, mentre in alto è raffi­gu­rata la Vergine entro una mandorla sorretta da angeli. Sotto la Vergine, san Giorgio che uccide il drago con la lancia stabi­lisce un paral­lelo fra il giovane cardi­nale Riario e il valo­roso santo, protet­tore dei crociati. Come nelle meda­glie con il ritratto di Riario, l’iconografia del sigillo ha un carat­tere mili­tare ed eroico e sotto­linea il suo ruolo nel recente conflitto con Firenze.69 In contrasto con le imma­gini reli­giose del sigillo, l’impugnatura rivela le incli­na­zioni anti­quarie del cardi­nale (Fig. 24), raffi­gu­rando l’antico motivo del delfino che morde un cala­maro. Questo simbolo di tenacia

fig. 24 Matrice del sigillo del cardi­nale Riario come arcive­s­covo di Pisa, parti­co­lare dell’impugnatura, Roma, Museo Nazio­nale di San Marco. 1479 o succes­sivo, inv. 9529/87. Foto: © Minis­tero della Cultura – Vitto­riano e Palazzo Venezia.

fig. 23 Matrice del sigillo del cardi­nale Riario come arcive­s­covo di Pisa, Roma, Museo Nazio­nale di San Marco. 1479 o succes­sivo. inv. 9529/87, recto. Foto: © Minis­tero della Cultura – Vitto­riano e Palazzo Venezia.

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è uno dei numerosi temi nautici che ricom­paiono nell’immaginario del cardi­nale Riario durante la sua lunga carriera. Le sue origini nella città mari­nara di Savona, sulla costa tirre­nica, dove Cris­to­foro Colombo tras­corse la giovi­nezza, sareb­bero state costan­te­mente richi­amate da una serie di imprese perso­nali adottate dal cardi­nale e intrecciate con l’emblema della rosa dei Riario: il timone, il globo e la sfera armil­lare (Figg. 25–27).70

L’accordo di pace fra Sisto e Firenze revocò i prece­denti inter­detti e consentì la ripresa dei rapporti diplo­ma­tici con i Medici. Una nuova stagione di diplo­mazia cultu­rale e commit­tenza fioren­tina era già in corso nella prima­vera del 1481, quando Lorenzo de’ Medici inviò a deco­rare la Cappella Sistina un gruppo di artisti: Botti­celli, Ghir­lan­daio, Cosimo Rosselli, Piero di Cosimo e Luca Signo­relli. La loro presenza a Roma e la rinno­vata dispo­ni­bi­lità delle risorse artis­tiche fioren­tine dovet­tero impres­sio­nare profon­da­mente Riario.71 Si apri­rono nuove possi­bi­lità anche per il suo programma di commit­tenza, mentre Sisto gli confe­riva onori e privi­legi che gli avreb­bero permesso di isti­tuire una corte magni­fica. La morte, nel gennaio 1483, del cardi­nale fran­cese Guil­laume d’Estouteville (Figg. 28–29) consentì a Sisto di tras­ferire a Riario gli inca­richi di protet­tore gene­rale dell’ordine agos­ti­niano e di camer­lengo di Santa Romana Ecclesia.72 Nei giorni prece­denti l’annuncio, si era molto specu­lato sulla possi­bi­lità che Sisto nomi­nasse Came­ra­rius il cardi­nale Giuliano della Rovere. Il papa affidò invece l’incarico, e i suoi vasti poteri, a Riario. Dopo la nomina, Riario abitò nel palazzo presso Piazza Sant’Apollinare già occu­pato da d’Estouteville (Mappa 1.2 e 1.3), vicino alla basi­lica di Sant’Agostino, chiesa madre degli eremi­tani agos­ti­niani che d’Estouteville aveva da poco ricos­truito (Fig. 30, Mappa 1.4). Il palazzo di d’Estouteville non era fra i più ambiti di Roma e, nell’ottobre 1483, si presentò un’alternativa prefe­ri­bile: la morte del cardi­nale manto­vano Fran­cesco Gonzaga rese dispo­ni­bile la basi­lica di San Lorenzo in Damaso (Mappa 2). Sisto concesse imme­dia­ta­mente a Riario questa pres­ti­giosa chiesa e la domus annessa ‘in perpetuo’. San Lorenzo in Damaso era una delle più antiche basi­liche romane, godeva di una posi­zione ideale nel centro citta­dino ed era

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fig. 26 Parti­co­lare di una cornice di porta deco­rata con la rosa dei Riario, Roma, Palazzo San Giorgio, c. 1500. Foto: Autrice.

fig. 25 Parti­co­lare di una cornice di porta deco­rata con il timone dei Riario, Roma, Palazzo San Giorgio. c. 1500. Foto: Autrice.

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figg. 28–29 Cris­to­foro di Geremia, Meda­glia di Guil­laume d’Estouteville, diritto e rove­scio, Washington, DC, National Gallery of Art, Samuel H. Kress Coll­ec­tion, inv. 1957.14.807.a. 1461 o succes­siva. Foto: National Gallery of Art, Washington, DC, pubblico dominio.

fig. 30 Jacopo da Pietra­santa e Sebas­tiano Fioren­tino, Facciata di Sant’Agostino, Roma. 1483. Foto © Giulio Riotta.

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uno dei pochi prov­visti di un grande palazzo tito­lare. Il cardi­nale doveva desi­derare molto il tras­fe­ri­mento, poiché il papa agì con stra­or­di­naria rapi­dità per assi­cur­argli il subentro, firmando i docu­menti neces­sari quando Gonzaga era ancora soltanto «presu­mi­bilm­ente morto» nella lontana Bologna.73

In breve tempo Sisto assegnò a Riario ricom­pense stra­or­di­narie: numerosi vesco­vati e arcive­s­co­vati (nel 1479 Pisa e Cuenca, nel 1480 Tréguier, nel 1482 Sala­manca e nel 1483 Osma), il palazzo di San Lorenzo e la carica di Came­ra­rius, seconda soltanto al papato stesso.74 È opportuno soffer­marsi sul ruolo di Riario come Came­ra­rius e sulla natura della sua auto­rità, poiché, nono­stante l’attenzione rivolta al mece­na­tismo dei cardi­nali nella Roma della prima età moderna, gli storici dell’arte hanno spesso tras­cu­rato il signi­fi­cato parti­co­lare di questa carica, anche in materia di arte, archi­tet­tura e colle­zio­nismo anti­quario. Il ruolo di Riario a capo della Camera Apos­to­lica definì la sua iden­tità pubblica e la sua carriera di mece­nate, e i poteri che esso compor­tava furono decisivi per la costru­zione del Palazzo San Giorgio. Come Came­ra­rius, Riario condi­vi­deva di fatto con il papa i poteri tempo­rali su Roma e sullo Stato ponti­ficio ed eser­ci­tava un’ampia super­vi­sione in materia di guerra, gius­tizia, governo e commercio. Era un segreto di Pulci­nella che l’autorità del camer­lengo sulle fortezze dello Stato ponti­ficio, insieme alla facoltà di ammi­nis­trare i cont­ratti mili­tari papali, facesse di questa carica «una via al papato».75 Un elemento fonda­men­tale nell’ascesa dei Riario fu infatti la capa­cità di combi­nare il ruolo di Girolamo come capi­tano delle armate ponti­ficie con quello di Raffaele come Came­ra­rius.76

Il Came­ra­rius diri­geva la vasta orga­niz­za­zione della Camera Apos­to­lica, ammi­nis­trata da diversi chie­rici di Camera, dall’Auditor Camerae, da un tesoriere e da un vice­ca­mer­lengo, che era anche «Guber­nator in alma Urbe», ossia gover­na­tore di Roma. Nel Quat­tro­cento la sede prin­ci­pale della Camera era un grande palazzo che Inno­cenzo VIII aveva fatto costruire accanto all’atrio dell’antica basi­lica di San Pietro. Essa perce­piva entrate da molte fonti, fra cui le imposte sui bene­fici eccle­si­a­stici, gestite attra­verso una rete inter­na­zio­nale di collet­tori. La Camera era a capo di tutte le tesorerie dello Stato ponti­ficio (i Tesorieri Provin­ciali dell’Umbria, della Romagna e di altre regioni) e riscuo­teva tributi annuali dai gover­na­tori dei vica­riati ponti­fici. Fra le sue fonti di reddito figur­avano i mono­poli papali del sale nelle Marche e a Ostia e, dopo la loro scoperta negli anni Sessanta del Quat­tro­cento, le reddi­tizie miniere di allume della Tolfa. Nel quadro dell’accentramento e dell’espansione dell’autorità della Curia, nel Quat­tro­cento la Camera assunse un controllo maggiore sull’imposizione fiscale e sull’amministrazione di Roma, sottraendo poteri in prece­denza dete­nuti dalle auto­rità muni­ci­pali romane e dai mercanti-banchieri locali. Dopo il ritorno dei papi a Roma agli inizi del Quat­tro­cento, la Camera Apos­to­lica prese in carico le imposte locali sui generi alimen­tari e sulle impor­ta­zioni tradi­zio­nal­mente ammi­nis­trate dalla Camera Urbis, la tesoreria muni­ci­pale romana.77 Vi rien­tra­vano le imposte sulle merci in arrivo lungo il Tevere (la Dogana di Ripa e Ripetta) o per via terrestre (la Dogana delle Merci o di Sant’Eustachio), nonché quelle sulla vendita di pesce, carne, olio, legname e calce viva (la Dogana della Grascia). Altre entrate prove­ni­vano dai pedaggi sui ponti e alle porte della città e dalla

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gabella studii, un’imposta sul vino fores­tiero venduto nelle taverne, isti­tuita per finan­ziare l’Università di Roma.78

Dalle casse del camer­lengo usci­vano i paga­menti per le spese quoti­diane della corte ponti­ficia, i progetti edilizi papali e civici, il manten­imento della buro­crazia eccle­si­a­stica e le armate ponti­ficie. La Camera era responsa­bile dei conclavi, dei possessi o proces­sioni inau­gu­rali di ciascun papa, dei giubilei e dei fune­rali papali; delle forni­ture di cavalli, arma­ture e polvere da sparo del Vati­cano; e degli stipendi dei castel­lani dello Stato ponti­ficio, del maestro delle ceri­monie e dei cantori del papa. Pagava le spese di manu­ten­zione e deco­ra­zione del palazzo ponti­ficio e finan­ziava la Fabbrica di San Pietro, oltre ad altri cantieri papali.79 La Camera Apos­to­lica eser­ci­tava inoltre il controllo sulla mone­ta­zione e sull’approvvigionamento idrico di Roma.

Al Came­ra­rius spet­tava il ruolo di arci­can­cel­liere sia dello Studium Urbis sia dello Studium Curiae, e in tale veste egli eser­ci­tava il potere di nomi­nare i profes­sori e di stabi­lirne gli stipendi.80 Diri­geva i lavori stra­dali e sovrin­ten­deva ai Maestri delle Strade; fu in qualità di Came­ra­rius che nel 1499 il cardi­nale Riario super­vi­sionò la costru­zione della via Ales­sand­rina fra il Vati­cano e il Tevere e ordinò la rimo­zione di una parte conside­re­vole della «Meta Romuli» che ne ostruiva il percorso.81 In virtù della propria auto­rità sull’esportazione del grano e di altre merci, la Camera rila­sciava licenze per l’esportazione di anti­chità, sebbene i Conser­va­tori romani, invo­cando la loro tradi­zio­nale prero­ga­tiva di custodi del patri­monio cultu­rale di Roma, scorag­gi­as­sero tale pratica.82 Essa conce­deva anche permessi per scavi archeo­lo­gici all’interno della città. L’istituzione posse­deva ampi poteri in questo ambito e, nel rila­sciare le licenze, spesso riser­vava a sé una quota dei reperti rinve­nuti.83 Grazie alla sua vasta giuris­di­zione sui lavori edilizi, sulle feste e sugli scavi, la Camera svolse un ruolo importante nelle arti visive, nel colle­zio­nismo anti­quario, nell’urbanistica, nell’architettura e negli appa­rati effi­meri della Roma della prima età moderna. Come verrà discusso in questo studio, la posi­zione di Riario a capo della Camera fu cruciale nei suoi rapporti con la banca Galli-Balducci, nella ricos­tru­zione di San Lorenzo in Damaso e in ogni aspetto della sua iden­tità pubblica.

Ritratti e poesia

Dopo la nomina a camer­lengo, diversi testi e imma­gini cele­bra­rono Riario come una figura giovane ed eroica, spesso richi­aman­dosi a ideali antichi. Fra questi vi è una meda­glia coniata per cele­brare la sua nuova carica (figg. 31–32), che presenta sul diritto un austero ritratto di profilo di «Raphael de Riario» e sul rove­scio un’allegoria semi­nuda della Libe­ra­litas con una cornu­copia. La figura alle­go­rica, seduta su un’urna mentre distri­buisce una moneta a un supplice, rende omaggio sia alla gene­ro­sità del cardi­nale sia al suo ruolo di tesoriere ponti­ficio.84 L’immagine giova­nile e idea­liz­zata di Riario fu cele­brata anche in due raffi­nati busti-ritratto,

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uno in terra­cotta oggi a Berlino (fig. 33) e uno in marmo oggi a Boston (fig. 34). Entrambe le versioni, quella di Boston e quella di Berlino, sono state attri­buite ad Andrea Bregno e costi­tuis­cono, insieme, un raro caso in cui sono soprav­vis­sute sia una versione prepa­ra­toria in terra­cotta sia la versione defi­ni­tiva scol­pita in marmo. L’innegabile somi­gli­anza con gli altri ritratti del cardi­nale, insieme all’abbigliamento e alla tonsura, ha permesso a Fran­cesco Caglioti di iden­ti­fi­care in Riario il soggetto di questi busti. Come osserva Caglioti, il busto in marmo presenta fori nei quali era stata inse­rita un’aureola, dopo che l’identità del person­aggio era stata dimen­ti­cata e si era creduto che l’opera rappre­sen­tasse un santo diacono, forse san Lorenzo.85 Questi ritratti raffi­gu­rano il cardi­nale in un linguaggio spic­ca­ta­mente clas­si­cista, adott­ando la forma del busto con testa e spalle ispi­rata all’antico. Rappre­sen­tando Riario con un’espressione vigile e le labbra serrate, sugge­ris­cono un paral­lelo fra il giovane Riario e un prin­cipe dell’età augustea.

Proba­bilm­ente intorno al periodo in cui Bregno concepì questi busti, il poeta Aurelio «Lippo» Bran­do­lini compose una poesia che, analog­amente, faceva della giovi­nezza del cardi­nale Riario una virtù. Una data intorno al 1480 è sugge­rita dal rife­ri­mento alla gloria che il cardi­nale aveva da poco conqui­s­tato come legato ponti­ficio nelle Marche («la terra picena»). Il compo­nimento di Bran­do­lini completa l’immagine che Riario coltivò all’indomani della congiura dei Pazzi: quella di un abile agente del conte Girolamo Riario e di un eroe quasi divino:

In lode del cardi­nale Raffaele di San Giorgio Chi negherà che la virtù esista fin dalla tenera età? Chi negherà che esista già nel primo seme? Quali raggi, quali luci diffonde ora? Quanto è lumi­nosa la virtù che risplende in tutto il suo petto? Guarda il nobile aspetto nel suo giovane corpo: quale eleganza, quanta grazia in tutto l’uomo? Quanto è amabile, generoso, pio, puro ed equo? Ne è testi­mone la sua gloria, nata nella terra picena. Ma quanto è grande la potenza del suo intel­letto e del suo spirito? Quale ardore vi è in lui? Nessun limite può conten­erlo. Disprezza la ricchezza, arde d’amore per la lode più alta; la sua nobile

figg. 31–32 Attri­buita ad Adriano Fioren­tino, Meda­glia del cardi­nale Riario come Came­ra­rius, diritto e rove­scio, Brescia, Musei d’Arte e Storia di Brescia, Rizzini 776. 1483 o succes­siva. Foto © Archivio foto­gra­fico Musei d’Arte e Storia di Brescia.

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mente aspira all’onore più alto. Il tuo Girolamo ti innalza alle stelle eteree; un’ombra sacra di prospera forza ti prot­egge. Ti ispi­rino ora i fati: finché ti resta la vita, la gloria ti innal­zerà, Raffaele, fino alle stelle [Appen­dice II.2].

Questo paral­lelo letterario alla rappre­sen­ta­zione clas­si­cista di un prin­cipe giovane ed eroico proposta da Bregno si riflette anche in un’egloga latina e in due pane­gi­rici composti in onore di Riario dai poeti Gaspare «Manio» de Clodiis e Bernar­dino Capella in un periodo compreso fra la nomina di Riario a Came­ra­rius (gennaio 1483) e la morte di Sisto IV (agosto 1484). Questi compo­nimenti sono stati menzio­nati di sfug­gita negli studi prece­denti, ma vengono pubbli­cati qui inte­gral­mente [Appen­dice I] per la prima volta.86 Come rife­risce il prologo, l’umanista vero­nese Agos­tino Maffei commis­sionò l’egloga a De Clodiis e Capella affinché fosse rappre­sen­tata «per diver­ti­mento» al termine di una commedia, dal titolo non speci­fi­cato, messa in scena in onore di Riario. Manio e Capella compo­sero inoltre brevi pane­gi­rici per Riario, riuniti all’egloga nella più completa copia mano­scritta supers­tite, oggi alla British Library. Queste opere offrono indi­ca­zioni signi­fi­ca­tive non solo sulle atti­vità letter­arie dell’entourage di Riario negli anni Ottanta del Quat­tro­cento, ma anche sulla diretta sovrap­po­si­zione fra i poeti da lui favo­riti e l’Accademia romana di Giulio Pomponio Leto, profes­sore di reto­rica allo Studium Urbis. Mentre papa Paolo II aveva accu­sato Leto e i suoi seguaci di eresia, facen­done impri­gio­nare molti, Sisto IV ne riabi­litò la repu­ta­zione durante il proprio ponti­fi­cato e nominò biblio­te­cario ponti­ficio Platina, sodale di Leto. Riario e altri nipoti di Sisto offri­rono spesso prote­zione e altri favori ai membri del circolo letterario di Leto.

fig. 33 Attri­buito ad Andrea Bregno, Busto del cardi­nale Riario, Berlino, smb, Skulp­tu­ren­samm­lung und Museum für Byzan­ti­ni­sche Kunst, inv. 4996. Circa 1478. Foto © bpk / Skulp­tu­ren­samm­lung und Museum für Byzan­ti­ni­sche Kunst, smb. fig. 34 Attri­buito ad Andrea Bregno, Busto di Raffaele Riario, Boston, Isabella Stewart Gardner Museum, n. d’inventario S27w71. Circa 1478. Foto © Isabella Stewart Gardner Museum.

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fig. 35 Lapide funeraria di Gaspare de Clodiis, Roma, via Giulia, 131. 1497. Foto: autrice.

fig. 36 Lorenzo di Lodo­vico di Guglielmo, detto Loren­zetto, Tomba di Bernar­dino Capella, Roma, Santo Stefano Rotondo. 1524 o succes­siva. Foto: autrice.

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De Clodiis e Capella sembrano essere stati compagni fin dalla giovi­nezza, grazie al comune legame con Pomponio Leto.87 Dei due poeti sappiamo meno del romano De Clodiis, che adottò il nome acca­de­mico di «Manius» e nel 1480 scrisse un commento alle Elegie di Properzio con l’aiuto di Leto.88 Nel 1497 De Clodiis fu sepolto a Santa Lucia del Gonfa­lone con un semplice epitaffio che lo defi­nisce «poeta Romanus» (fig. 35).89 L’altro autore, Bernar­dino Capella, anch’egli romano, sembra aver raggiunto una fama maggiore. Nell’aprile del 1484, quando Lorenzo Bonin­contri ed Elio Lampridio Cerva rice­vet­tero da Leto la laurea poetica, Capella fu scelto per pronun­ciare un’orazione in loro onore.90 Il suo nome compare anche nelle lettere scam­biate con Federico Flavio di Foligno, a lungo segre­tario di Riario.91 La testi­mo­ni­anza più note­vole dei successi di Capella è tuttavia la sua tomba a Santo Stefano Rotondo. Alla sua morte, nel 1523, Capella fu sepolto in questo impo­nente monu­mento, progettato dallo scul­tore Loren­zetto e pagato dai suoi amici lette­rati Mario Maffei di Volterra e Jacopo Sado­leto (fig. 36).92

Il commit­tente dell’egloga di De Clodiis e Capella fu Agos­tino Maffei, un altro stretto colla­bo­ra­tore di Pomponio Leto, incar­ce­rato insieme a lui durante le perse­cu­zioni di Paolo II. Maffei appar­teneva a una nota fami­glia di anti­quari, biblio­fili e colle­zio­nisti di origine vero­nese. Ad Agos­tino va proba­bilm­ente attri­buita la fonda­zione della colle­zione di anti­chità dei Maffei, che alla fine del Quat­tro­cento compren­deva la celebre Arianna dormi­ente, in seguito venduta dalla fami­glia ai papi e desti­nata a diven­tare uno dei pezzi più ammi­rati del cortile delle statue del Belve­dere (fig. 37). Negli anni Trenta del Cinque­cento, le colle­zioni dei Maffei in via de’ Cestari, presso il Pantheon, attir­a­rono l’attenzione dell’artista neer­lan­dese Maarten van Heems­kerck, che disegnò il cortile della loro casa affol­lato di scul­ture antiche (fig. 38).93 Il patro­cinio dell’egloga da parte di Agos­tino Maffei riflette il suo rapporto dura­turo con la fami­glia Riario: Maffei sostenne Girolamo Riario per tutti gli anni Settanta e Ottanta del Quat­tro­cento, tanto che Marcan­tonio Altieri lo descrisse come colui che «gestiva» tutti gli affari pubblici e privati del conte Girolamo.94 Nel gennaio 1479 Maffei vendette a Girolamo una casa che il conte incor­porò nel palazzo costruito in piazza Sant’Apollinare, imme­dia­ta­mente a nord di piazza Navona (mappa 1.2

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fig. 37 Arianna dormi­ente, Vati­cano, Musei Vati­cani, inv. mv.548.0.0. Copia di età adrianea di un origi­nale del II secolo a.C. Foto © bpk / Scala.

fig. 38 Maarten van Heems­kerck, Casa dei Maffei, Berlino, SmB, Kupfer­stich­ka­bi­nett, inv. 79.D.2, Album I, fol. 3 v. 1532–1537. Foto © bpk / Kupfer­stich­ka­bi­nett, SmB / Jörg P. Anders.

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e 5).95 Più tardi, nel 1492, Maffei aiutò nuova­mente la fami­glia vendendo al cardi­nale Riario la propria vigna in Tras­te­vere, primo nucleo della Villa Riario-Corsini.96 Come agente, inter­me­diario e anche ricco finan­zia­tore capace di conce­dere pres­titi ai Riario quando neces­sario, Maffei anti­cipa il ruolo che Jacopo Galli avrebbe rico­perto come «gestore» degli affari di Raffaele Riario (così Galli fu descritto nel 1497).97 Sia Agos­tino Maffei sia Jacopo Galli erano romani facol­tosi e ben intro­dotti. Erano inoltre umanisti, inter­me­diari, colle­zio­nisti e patro­ci­na­tori del teatro, che offri­vano ai Riario molte­plici servizi e l’accesso ai circoli umani­stici e anti­quari della città.

Tornando all’egloga di Manio e Capella, il testo si apre con una breve intro­du­zione nella quale i due autori, che si defi­nis­cono «devo­tis­simi clienti» del cardi­nale, presen­tano la propria opera. Seguendo le conven­zioni della poesia pasto­rale, chie­dono al cardi­nale di scusarne la legge­rezza e i temi rustici. Scrivono:

I poeti offrono indizi sul contesto dell’opera e sugge­ris­cono che la rappre­sen­ta­zione dell’egloga, e della commedia che la prece­deva, ebbe luogo in una villa o vigna anziché in un palazzo:

Mentre leggi questi scherzi poco eloquenti, vergo­gnosi, piut­tosto rustici, rozzi e inso­lenti, scritti senza ecces­siva fatica, abbassa con indul­genza la fronte sacra al Lazio. Qui non vi sono la Curia, i Templi e il Senato, ma i Ginnasi, i Teatri e le Terme, dove non ci si vergogna di confes­sare ciò che è umile.

Ha quindi inizio l’egloga vera e propria. I due interlo­cu­tori sono un musico rustico, Almo, e il capraio Tibe­rinus, person­aggi che pren­dono nome dai fiumi sacri di Roma. Il compo­nimento descrive Almo che trova Tibe­rinus seduto in silenzio all’ombra, intento a lamen­tarsi del fatto che i luoghi circostanti,

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un tempo paci­fici e idil­liaci, sono ormai caduti in rovina dopo l’arrivo di un aggres­sore esterno. I due rievo­cano insieme un’epoca in cui le greggi pasco­la­vano contente, i campi erano fertili ed essi suona­vano canti gioiosi in compa­gnia di satiri e ninfe. Nel corso del dialogo, il loro stato d’animo si apre alla speranza mentre imma­gi­nano un tempo di pace, nel quale gli dèi rustici torner­anno e il paes­aggio sarà resti­tuito alla sua condi­zione origi­naria. L’egloga si chiude con un saluto ai conta­dini e ai romani che vi hanno assistito.

Assu­mendo un tono più elevato, Manio inizia quindi il suo pane­gi­rico di Riario. Loda il giovane cardi­nale con versi da cantare accom­pa­gn­an­dosi alla lira: «Ora, eccelso prin­cipe Raffaele», scrive, «è tempo di parlare con una lira migliore e un plettro più sublime». Perché Manio dovrebbe invo­care il potere degli dèi alla presenza di Riario, si chiede, quando è il cardi­nale stesso a ispi­r­arlo? Rivol­gen­dosi a Riario con un epiteto del dio Bacco («Euhan»), continua: «Tu sei il mio Febo», afferma, «la mia fonte del Parnaso». «Per te», scrive, «Roma felice può contem­plare il proprio teatro e, benché invi­diata, desi­derare le dimore di un tempo». Capella presenta poi il proprio pane­gi­rico, prodi­gando ulte­riori lodi al cardi­nale per il patro­cinio della poesia e del teatro:

Tu sei l’unica speranza certa dei poeti cenciosi, e la Musa vive, ora che è stata accolta nel tuo abbraccio. E grazie a te Roma può rico­no­scere i propri discen­denti, e possono tornare le epoche passate della toga romana. Per questo nuovo dono si può ripe­tere l’antico applauso, quando i teatri colti risuo­nano di piace­voli scherzi.

Manio e Capella sotto­li­neano che, come grande uomo di Stato e guida della Chiesa, Riario dimostrerà il proprio valore predis­po­nendo le difese di Roma contro i suoi nemici. Ma per il momento, afferma Capella, finché è ancora giovane, Riario dovrebbe godere del «dolce ozio della fonte Castalia e svuo­tare coppe traboc­canti sotto la verde ombra». Lo atten­dono i piaceri della tavola e, prima che soprag­gi­unga la vecchiaia, dovrebbe ornare i capelli «di fiori sple­ndenti». «E a una tenera fanciulla piaccia», continua, «ripo­sare nel tuo abbraccio e posare graditi baci sulle tue guance purpuree».

Nel loro insieme, questa note­vole egloga e i pane­gi­rici si leggono come un’accorata risposta alle guerre con Firenze combat­tute fra il 1478 e il 1480 e alle guerre del sale iniziate nel 1482 e durate fino alla morte di Sisto nel 1484. Durante tali conflitti, all’interno di Roma e nella campagna romana esplo­sero osti­lità fra le fazioni dei Colonna e degli Orsini. Manio e Capella sembrano riflet­tere sulle conse­guenze distrut­tive di questi eventi e raffi­gu­rano Riario come un capo mili­tare capace di espel­lere il nemico. Riario, affer­mano, resti­tuirà la pace al paes­aggio romano, facen­done nuova­mente un luogo di poesia e canto. Tibe­rinus e Almo sperano quindi che tornino Pale, il «padre Libero», i Fauni e Cerere, riportando pace, gius­tizia e musica gioiosa. Nel comp­lesso, questi compo­nimenti offrono una testi­mo­ni­anza stra­or­di­naria della forma­zione dell’immagine pubblica di Riario e dei temi del suo mece­na­tismo desti­nati a durare nei decenni succes­sivi. Prean­nun­ciano il futuro patro­cinio della poesia e del teatro da parte del cardi­nale, nonché la succes­siva commis­sione del Bacco di Michel­an­gelo, un dio agri­colo asso­ciato nell’egloga alla prote­zione del paes­aggio romano.

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Poiché i poeti e gli umanisti coin­volti coin­ci­dono in parte con coloro che parte­ci­pa­rono alla cele­bra­zione del natale di Roma (nota come Palilie), orga­niz­zata da Pomponio Leto e dai suoi sodali nel 1484, è possi­bile che Maffei abbia commis­sio­nato la commedia, l’egloga, i pane­gi­rici e la cena convi­viale succes­siva nell’ambito delle festi­vità di quell’anno. Uno dei momenti culmi­nanti delle Palilie era un concorso poetico orga­niz­zato da Leto, il cui vinci­tore veniva onorato con una ceri­monia di laurea­zione nella sua casa. Nel 1484 Leto assegnò il primo premio a due vinci­tori: Elio Lampridio e il poeta astro­lo­gico Lorenzo Bonin­contri. Come si è detto, quell’anno Bernar­dino Capella fu scelto per pronun­ciare l’orazione in onore dei due laureati. Nella sua descri­zione dell’evento, Bonin­contri scrisse che un favorevole alli­nea­mento degli astri e dei pianeti aveva cond­otto alla sua laurea­zione «da parte del collegio dei poeti, presie­duto da Gaspare Biondo, con Pomponio, Sulpizio e Pietro Marsi come censori».98 Tutti questi parte­ci­panti face­vano allora parte dell’entourage del cardi­nale Riario, fra cui Gaspare Biondo di Forlì, figlio maggiore di Flavio Biondo e notaio della Camera Apos­to­lica, e Pietro Marsi, oratore e docente univer­si­tario.99 Come si vedrà, nel 1487 Giovanni Sulpizio da Veroli avrebbe dedi­cato a Raffaele Riario l’editio prin­ceps del De archi­tec­tura di Vitruvio, mentre Bonin­contri era un fami­liare di Riario che compo­neva previ­sioni astro­lo­giche per il cardi­nale.100 Capella, Bonin­contri, Biondo, Sulpizio e Marsi furono dunque tutti figure centrali nelle cele­bra­zioni delle Palilie del 1484, tutti sodali di Leto e tutti favo­riti da Raffaele Riario. È quindi possi­bile che l’egloga sia stata commis­sio­nata da Agos­tino Maffei come una delle rappre­sen­ta­zioni alles­tite quell’anno in onore del natale di Roma; conside­rando gli eventi cui i poeti sembrano allu­dere, una data nell’aprile 1484 appare proba­bile. Nell’ambiente raccolto di una vigna romana, dopo molti anni di guerra, Manio e Capella sfrut­ta­rono proba­bilm­ente l’occasione del natale di Roma per contem­plare il paes­aggio devas­tato della città ed espri­mere la speranza che la devo­zione di Riario alle «Muse e a Febo Apollo» portasse un rinnovamento.

Modelli di mece­na­tismo: il cardi­nale Pietro Riario

Fin da giovane, Raffaele Riario assi­milò le lezioni di vita dei potenti zii, il cardi­nale Pietro e il conte Girolamo Riario. Pietro, in parti­co­lare, fu un modello per Riario, essendo l’illustre person­aggio che il giovane Raffaele Sansoni era stato chiamato a sosti­tuire. Pietro Riario era uno dei prin­ci­pali mece­nati romani in materia di spet­ta­coli teatrali, poesia, astro­logia e archi­tet­tura, e in tutti questi inter­essi rappre­sentò un importante esempio per Raffaele.101 Negli studi moderni il «primo» cardi­nale Riario è stato spesso sott­ova­lu­tato e conside­rato un arche­tipo degli eccessi mondani e seco­lari dei cardi­nali rina­sci­men­tali. Nel Ritratto di Dorian Gray, Oscar Wilde raffi­gurò Pietro Riario come «il giovane cardi­nale arcive­s­covo di Firenze, figlio e favo­rito di Sisto IV, la cui bellezza era egua­gliata soltanto dalla disso­lu­tezza, e che rice­vette Eleo­nora d’Aragona in un padiglione di seta bianca e cremisi, pieno di ninfe e centauri».102 Ferdi­nand Grego­ro­vius conso­lidò la repu­ta­zione di Riario come «povero frate» che «divenne improv­vi­sa­mente un Creso, spro­fond­ando nella più sfre­nata sensua­lità».103 Sebbene a lungo negli studi sia persis­tita un’interpretazione errata di Pietro, lavori recenti hanno superato gli stereo­tipi, pren­dendo più seria­mente il suo ruolo di mece­nate. Andando oltre i giudizi morali, gli storici hanno di recente ricon­side­rato le moti­va­zioni che port­arono Pietro a intro­durre «un’opulenza osten­tata nella vita del cardi­nale rina­sci­men­tale, un’idea in precedenza

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riser­vata ai prin­cipi seco­lari».104 Come hanno sostenuto Jennifer DeSilva e altri, i cardi­nali delle fami­glie Della Rovere e Riario legati a Sisto erano facol­tosi e colti rappre­sen­tanti in grado di tutelare gli inter­essi del papa nel ceri­mo­niale, nella diplo­mazia e nelle arti. Attra­verso banchetti e gran­diosi progetti archi­tet­to­nici, Pietro Riario e il suo succes­sore, il cardi­nale Raffaele, agivano come dele­gati del ponte­fice nella sfera seco­lare della poli­tica.105

Quando nel 1471 Sisto elevò Pietro Riario al cardi­nalato, gli assegnò i SS. Apos­toli, una chiesa del proprio ordine, i Frati Minori Conven­tuali fran­ce­scani. Ne promosse ener­gi­ca­mente l’ascesa e, sebbene fosse cardi­nale per soli due anni, Riario ottenne bene­fici e titoli stra­or­di­nari, fra cui il patri­ar­cato di Costan­ti­no­poli e gli arcive­s­co­vati di Valencia, Spalato, Sivi­glia e Firenze. Si ritiene che Riario fosse il cardi­nale più ricco della Roma quat­tro­cen­tesca, a giudi­care dalla stima di Paolo Cortesi, che ne valu­tava il reddito annuo in 60,000 fiorini d’oro.106 Il cardi­nale proget­tava di costi­tuire una grande biblio­teca nel suo palazzo ai SS. Apos­toli e ne affidò la realiz­za­zione a Giovanni Andrea Bussi, inca­ri­can­dolo di acquis­tare mano­scritti e creando così un prece­dente per la Biblio­teca Vati­cana di Sisto, il cui primo biblio­te­cario fu lo stesso Bussi.107 Pietro riunì una delle più grandi fami­glie cardi­na­lizie di Roma, che si diceva avesse raggiunto i cinque­cento membri.108 Aspi­rando a fare del proprio palazzo una «dimora delle Muse», fu anche uno dei più generosi protet­tori dei lette­rati in Italia.109 Nell’orazione funebre per il cardi­nale, Niccolò Perotti descrisse la sua casa come un rifugio per «pittori, scultori, oratori, poeti, profes­sori delle arti libe­rali, mate­ma­tici: insomma, chiunque posse­desse anche la più piccola scin­tilla di virtù».110 Platina ricordò i «servi­tori vestiti di seta e scar­latto, poeti promet­tenti e pittori famosi» di Pietro.111 La sua sple­ndida corte atti­rava talenti letterari da luoghi vicini e lontani: Domizio Calde­rini da Verona, Porcelio Pandone da Napoli, Baccio Ugolini da Firenze e Ottavio Cleofilo da Fano.112 Pietro fu arcive­s­covo di Firenze dal luglio 1473 fino alla morte, nel gennaio 1474, e si diceva che predi­lig­esse in parti­co­lare gli attori e gli artisti fioren­tini. Dopo la sua morte, l’anziano cardi­nale Amman­nati Picco­lo­mini si lamentò, in una lettera al cardi­nale Fran­cesco Gonzaga, degli «artisti, attori e mimi» fioren­tini che Riario aveva portato a Roma. Altri

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ricorda­vano le sacre rappre­sen­ta­zioni che il cardi­nale allestì per Eleo­nora d’Aragona avva­len­dosi di «li Fioren­tini festaioli», con rife­ri­mento alle confra­ter­nite fioren­tine specia­liz­zate nel teatro reli­gioso.113 Questi indizi del suo apprezzamento per i talenti fioren­tini sugge­ris­cono che i gusti di Pietro fornirono un modello al succes­sore Raffaele Riario, che reclutò numerosi lette­rati e artisti della Firenze medicea.

La gene­ro­sità di Pietro Riario come mece­nate è un tema ricor­rente in molte poesie a lui dedi­cate. Una di esse, composta da Giovanni Sulpizio da Veroli, cercava di conquis­tarne il favore riflet­tendo sui segni e sui presagi che ne avevano annun­ciato l’illustre avve­nire. Il compo­nimento loda Riario imma­gi­n­ando che Apollo stesso gli avesse ordi­nato di offrire «rifugio ai poeti».114 Nume­rose altre poesie in onore di Pietro Riario sono raccolte nelle opere a stampa di Giann­an­tonio Campano. Esse lo adulano para­gon­an­dolo ad Augusto, che tras­formò Roma da città di mattoni in città di marmo, oppure ad Agrippa, che la ricos­truì inau­gu­rando un’età dell’oro.115 Campano celebrò le gran­diose ambi­zioni archi­tet­to­niche di Riario scri­vendo: «Costruisce in cielo, non in terra, e a buon diritto cerca di avere gli dèi per vicini».116 Campano non fu il solo a esal­tare il mece­na­tismo archi­tet­to­nico di Pietro, anche se i progetti da lui avviati erano ancora incom­piuti alla sua morte. La Vita di papa Sisto IV di Platina rife­risce che Pietro cominciò a edifi­care ai SS. Apos­toli con tale magni­ficenza da sembrare voler «gareggiare in gran­dezza con l’antico». Come affermò Niccolò di Modruš nell’orazione funebre per Riario, «non cessò di restaurare le chiese poste sotto la sua tutela che erano cadute in rovina, né di prov­ve­dere a quelle biso­gnose di restauro».117 Sebbene non sia certo che cosa Pietro riuscì effet­ti­va­mente a costruire ai SS. Apos­toli, egli inten­deva proba­bilm­ente ricos­truire il palazzo cardi­na­lizio a sud della chiesa, eredi­tato dal cardi­nale Bessa­rione e desti­nato, dopo la sua morte, al cardi­nale Giuliano della Rovere. In questo palazzo, oggi parte del comp­lesso dei Colonna, una mensola supers­tite scol­pita con lo stemma Riario costi­tuisce una testi­mo­ni­anza tangi­bile del suo mece­na­tismo archi­tet­to­nico (fig. 39).118 È stato sugge­rito che Pietro abbia conc­e­pito per primo un progetto edilizio poi realiz­zato dal cardi­nale della Rovere durante il suo soggiorno: unire i palazzi a sinistra e a destra dei SS. Apos­toli medi­ante una

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loggia a due ordini lungo la facciata della chiesa (fig. 40).119 La visione di Pietro sembra aver ispi­rato anche il mece­na­tismo archi­tet­to­nico del nipote Raffaele Riario. Quando Raffaele integrò piena­mente il progetto di San Lorenzo in Damaso con la costru­zione di un nuovo palazzo cardi­na­lizio, sembra essersi richi­amato a conce­zioni elabo­rate in prece­denza da Pietro.

Nell’ambito della più ampia riva­lu­ta­zione del mece­na­tismo di Pietro, è emerso che il cardi­nale commis­sionò anche una nuova abside per la basi­lica dei SS. Apos­toli, facen­dola deco­rare con affre­schi di Melozzo da Forlì. Quest’abside dipinta, che raffi­gurava l’Ascensione con angeli musi­canti, fu sman­tel­lata nel Sette­cento e soprav­vive oggi soltanto in fram­menti conser­vati nei Musei Vati­cani e nel Palazzo del Quiri­nale (fig. 41). A lungo l’abside fu attri­buita all’iniziativa del succes­sore di Pietro Riario, il cardi­nale Giuliano della Rovere. Nelle Vite, Giorgio Vasari affermò che era stato il «cardi­nale [Pietro] Riario, nipote di Sisto IV» a ordi­nare gli affre­schi e a pagare Melozzo da Forlì per il lavoro.120 Tuttavia Platina attribuì a Giuliano della Rovere la conce­zione e l’esecuzione dell’abside, e l’unico paga­mento noto per il progetto risale al 1474, quando Della Rovere era il cardi­nale resi­dente.121 Nel 1886 August

fig. 39 Mensola con lo stemma del cardi­nale Pietro Riario, Roma, Palazzo Colonna. 1471–1474. Foto: Roberto Sigis­mondi © Biblio­theca Hertziana – Max-Planck-Institut für Kunst­ge­schichte, Roma.

fig. 40 Roma, SS. Apos­toli. Foto: autrice.

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fig. 41 Melozzo da Forlì, Angelo musi­cante, fram­mento del ciclo di affre­schi per l’abside dei SS. Apos­toli, Vati­cano, Musei Vati­cani, mv.40269.14.14. Ante 1474. Foto © bpk / Scala.

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Schmarsow, non rius­cendo a conci­liare quella che riteneva un’opera tarda di Melozzo con una data ante­riore alla morte di Pietro Riario nel 1474, sostenne che gli affre­schi dove­s­sero essere stati commis­sio­nati da Giuliano della Rovere.122 Questa conclu­sione fu ampia­mente accettata finché Stefano Tumidei pubblicò un disegno di un putto che sorreg­geva lo stemma del cardi­nale Riario sull’arco della tribuna prima della sua distru­zione. Lorenzo Finocchi Ghersi rivelò che anche l’architetto inca­ri­cato di ricos­truire la tribuna nel Sette­cento, Fran­cesco Fontana, aveva osser­vato lo stemma di Pietro Riario sui due lati dell’arco.123 La resis­tenza all’idea che Pietro Riario avesse commis­sio­nato il ciclo di affre­schi generò l’improbabile tesi secondo cui gli stemmi in ques­tione non appar­ten­evano alla deco­ra­zione origi­naria, ma erano stati aggiunti nel Cinque­cento dal cardi­nale Ales­sandro Riario, dopo

fig. 42 Sante Picci­netti, L’abside dei SS. Apos­toli, Napoli, Archivio di Stato, busta 53, fasc. c. Circa 1708. Foto su conces­sione del Minis­tero dei Beni e delle Atti­vità Cultu­rali e del Turismo.

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aver assunto il controllo della cappella.124 Nel 2010 il dibat­tito si riac­cese quando Mario Epifani pubblicò un altro disegno, più detta­gliato, dello stemma Riario perduto (fig. 42).125 La testi­mo­ni­anza di Vasari e la soprav­vi­venza di questi disegni non lasciano dubbi sul fatto che Pietro Riario commis­sionò effet­ti­va­mente a Melozzo da Forlì il ciclo di affre­schi per una tribuna che aveva proba­bilm­ente conc­e­pito come mausoleo dei Riario. Quando Giuliano della Rovere assunse il ruolo di cardi­nale protet­tore dei SS. Apos­toli, spostò l’attenzione dai Riario ai Della Rovere collo­cando la tomba del proprio padre, Raffaele della Rovere (fig. 43), in un posto d’onore al centro dell’abside.126 La vicenda sotto­linea il successo dei Della Rovere nel sopra­van­zare i Riario e nell’appropriarsi dei loro monu­menti, una stra­tegia che ancora oggi condi­ziona il

modo in cui queste due fami­glie sono perc­e­pite negli studi. La repu­ta­zione e l’eredità dei Della Rovere conti­nuano a oscurare quelle dei Riario nella discus­sione storico-artis­tica, così come la rice­zione posi­tiva dei Della Rovere contrasta con la rappre­sen­ta­zione dei Riario come deca­denti o immo­rali.127

La repu­ta­zione di deca­denza di Pietro Riario deriva in parte dal fatto che, nel corso della sua breve carriera, egli si distinse soprat­tutto per l’allestimento di magni­fici eventi teatrali e feste. Gli spett­a­tori si mera­vi­glia­vano delle dimen­sioni degli intrat­ten­imenti teatrali, delle sacre rappre­sen­ta­zioni, delle giostre e dei sontuosi banchetti di Riario, come quello tenuto durante il carne­vale romano del 1473. Gli ospiti, fra cui diversi cardi­nali, amba­scia­tori e il conte Girolamo, furono intrat­te­nuti da danza­tori «more­schi» e da un’esecuzione di «O rosa bella», cantata in onore della rosa Riario. Assi­stet­tero all’esibizione di attori in costume

fig. 43 Andrea Bregno, Tomba di Raffaele della Rovere, Roma, SS. Apos­toli. 1477 o succes­siva. Foto: autrice.

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su un palco rialzato, che inter­pre­ta­vano Uzun Hassan, il sovrano turco­manno della Persia. All’epoca, a Roma Uzun Hassan era conside­rato un possi­bile alleato contro gli otto­mani. Durante lo spet­ta­colo, un «amba­scia­tore otto­mano» inter­ruppe il banchetto per dichiarare guerra a Uzun Hassan e al cardi­nale Riario. Entrò un gruppo di turchi che, davanti agli occhi degli invi­tati, si conver­ti­rono al cris­tia­ne­simo e abbrac­cia­rono la causa del cardi­nale. Dopo la cena, l’azione si spostò all’aperto, in piazza SS. Apos­toli, dove gli otto­mani e Uzun Hassan si affronta­rono pubbli­ca­mente e quest’ultimo risultò vinci­tore. In seguito, i soldati turchi furono cond­otti in proces­sione attra­verso la città e portati nel palazzo di Riario per esservi «impri­gio­nati». La proces­sione rievo­cava il recente trionfo del gennaio 1473, quando il cardi­nale Diomede Carafa, dopo una grande vittoria sulle forze otto­mane, aveva fatto sfilare per Roma un gruppo di «venti­cinque turchi e dodici cammelli». Sembra proba­bile che alcuni di questi prigio­nieri siano stati impie­gati come inter­preti nello spet­ta­colo del cardi­nale Riario.128 Con tali rappre­sen­ta­zioni, Pietro accen­tuava la propria imma­gine pubblica di Cesare cris­tiano desti­nato a sotto­met­tere tutte le altre reli­gioni. Come scrisse Giovanni Sulpizio da Veroli in un pane­gi­rico a Pietro:

Sarai la gloria del mondo, più grande di Cesare Augusto. Resti­tuirai l’età di Saturno alle terre infe­lici. Speg­nerai ovunque i riti maomet­tani. E offrirai il più alto tributo dell’emiro inca­te­nato. Resti­tuirai subito l’antico potere alla rupe Tarpea. Ricon­durrai sotto la reli­gione di Cristo i popoli d’Europa, d’Asia e dell’ardente Libia.129

Usando la rappre­sen­ta­zione teatrale per presen­tarsi come difen­sore della reli­gione cris­tiana, Pietro offrì un importante esempio a Raffaele, poiché anche per il più giovane cardi­nale Riario le feste pubbliche che cele­bra­vano la scon­fitta dell’Islam sareb­bero state un elemento rile­vante del mecenatismo.

Il più celebre degli intrat­ten­imenti di Pietro Riario fu il banchetto offerto nel giugno 1473 a Eleo­nora d’Aragona, figlia di re Ferrante di Napoli, durante il suo pass­aggio per Roma in viaggio verso Ferrara per sposare Ercole I d’Este. L’evento lasciò un’imponente eredità letteraria. Ne soprav­vi­vono diverse descri­zioni, comprese quelle scritte dalla stessa Eleo­nora nelle lettere al padre.130 Sebbene le fonti diffe­riscano nei parti­co­lari, tutte concordano sulla magni­ficenza della sala da banchetto tempo­ranea in legno che Pietro fece costruire per l’occasione in piazza SS. Apos­toli. Per il benes­sere di Eleo­nora e del suo seguito di corti­giani napo­le­tani e ferra­resi, la sala era coperta da un tendone e rinfres­cata con la neve. Gli ospiti ammi­ra­vano colonne avvolte da ghir­lande e fiori, arazzi e una credenza a dodici ripiani. Durante il banchetto ricor­re­vano frequenti rife­ri­menti alla rosa Riario: gli invi­tati rice­ve­vano rose, si lava­vano le mani con

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acqua di rose, mangi­a­vano rose commes­ti­bili di zucchero e ammi­ra­vano perfino una fontana, alimen­tata da una vasca sul tetto dei SS. Apos­toli, con un putto dorato che «urinava» acqua di rose.131 Durante il banchetto, le varie portate erano intro­dotte dagli dèi in inter­valli a tema mitolo­gico, nei quali attori in costume reci­ta­vano epigrammi latini.132 Fra i person­aggi divini che si esibi­rono per gli ospiti di Riario vi era Bacco, giunto insieme a Cerere per offrire i propri doni di vino e pane. Secondo le descri­zioni nei versi composti per l’occasione da Porcelio Pandone e Domizio Calde­rini, gli dèi arri­va­rono insieme su un carro. Come rife­risce Pandone, Bacco si presentò come Libero con una corona d’uva. Accom­pa­gnato da una «tigre inca­te­nata», aveva conqui­s­tato la Libia e le Indie ed era tornato vinci­tore dal «nuovo mondo». Per sotto­li­neare la reve­renza di Bacco verso il cardi­nale Pietro Riario, il dio recava sul proprio carro trion­fale un’«effigie» del cardi­nale, un’immagine o ritratto che Pandone non descrive ulte­rior­mente. Nei versi di Calde­rini, Bacco ordina ai compagni di unirsi alla tavola per cele­brare il matri­monio di Eleo­nora, una «bella Arianna». Il dio del vino porta all’occasione una doppia gioia con le sue coppe di «doppia gran­dezza».133 Sia Pandone sia Calde­rini includono la frase «Bacco è qui!» («Bacchus adest»), un brin­disi che riprende un verso spesso evocato, pronun­ciato da Didone, regina di Carta­gine, nell’Eneide di Virgilio (I.734), durante il banchetto nel quale s’innamora di Enea: «Sia presente Bacco, dispen­sa­tore di gioia».

Era opinione diffusa che Pietro Riario sarebbe succe­duto a Sisto come papa, un’ambizione cui allude una lettera del dicembre 1473, che defi­nisce uno dei suoi banchetti «ponti­fi­cale» per gran­dio­sità. Dopo il pasto, Riario mostrò agli ospiti alcuni dei suoi beni più preziosi, fra cui una sedia (cathedra) da poco commis­sio­nata, «rives­tita di velluto con broc­cato d’oro […] lavorata elegan­te­mente, con piedi d’argento dorato a forma di artigli di grifone […] e con borchie a forma di rose dorate, così da essere bellis­sima a vedersi e facilm­ente adatta a un papa o a un impe­ra­tore».134 Meno di una setti­mana dopo Riario morì, a ventotto anni, in circos­tanze che fanno pensare a un avve­le­namento.135 Per l’anziano cardi­nale Amman­nati Picco­lo­mini, la morte prema­tura di Riario era un monito agli altri membri del Collegio che si immer­ges­sero così profon­da­mente nei lussi mate­riali e nei piaceri seco­lari. Un cardi­nale che aveva amato i banchetti, scrisse, era diven­tato cibo per i vermi; un mece­nate che aveva deco­rato il proprio palazzo con argento, oro e seta abitava ora una tomba di cemento e gesso. Pietro era stato promosso in giovane età, non per le sue imprese illustri, e si era curato soltanto dello sfarzo e di banchetti che «tutta l’antichità pagana» avrebbe potuto ammi­rare.136

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Il conte Girolamo Riario

Dopo la morte inat­tesa del cardi­nale Pietro, Sisto IV volle contrastare tali critiche, comme­morare Riario e insis­tere sulla conti­nuità della dinastia. Sebbene all’epoca fosse inso­lito che i papi commis­si­on­as­sero tombe, ordinò ad Andrea Bregno e Mino da Fiesole un monu­mento funebre per Pietro Riario (fig. 44).137 Con questo gesto, Sisto rafforzò l’idea del proprio legame fami­liare con i Riario, affer­mando al contempo la capa­cità di Girolamo di conti­nuare la stirpe. L’elegante monu­mento, collo­cato sul lato sinistro dell’abside dei SS. Apos­toli, combina un’effigie di Pietro con un rilievo raffi­gu­rante Pietro e Girolamo Riario ingi­noc­chiati davanti alla Vergine e a Cristo. Santi fran­ce­scani occu­pano nicchie ai lati. Mentre san Pietro, alla destra della Vergine, racco­manda Pietro Riario al Bambino che lo bene­dice, san Paolo posa la spada accanto a Girolamo (fig. 45), sotto­li­ne­ando il ruolo del conte come capi­tano delle armate ponti­ficie di Sisto. Le figure paral­lele e ingi­noc­chiate di Pietro e Girolamo Riario accen­tuano la soli­dità della dinastia e la prote­zione accorda­tale da Cristo e dalla Vergine.

Girolamo Riario, come suo fratello Pietro, fu un modello fonda­men­tale per Raffaele Riario. Pur avendo acqui­sito Imola nel 1473, Girolamo rimase a Roma, vicino a Sisto IV, assu­mendo piena­mente il ruolo di capi­tano gene­rale del papa.138 Numerosi cronisti rife­ris­cono dei vasti poteri di Girolamo a Roma, criti­cati, come già quelli di Pietro Riario, perché sembra­vano egua­gliare quelli dello stesso ponte­fice.139 Girolamo era ben noto per la sua spieta­tezza e per le eser­ci­ta­zioni mili­tari e le giostre orga­niz­zate come dimostra­zioni di forza.140 La sua passione per le giostre è docu­men­tata perfino nei registri doga­nali di Roma, che rivelano l’insaziabile richiesta del conte di selle, redini, lance e arma­ture equestri d’importazione.141 La sua bruta­lità divenne leggen­daria durante la guerra fra Orsini e Colonna negli anni 1482–1484. In questo conflitto, Sisto e Girolamo si alle­arono con gli Orsini e con il cond­ot­tiero Virginio Orsini. L’ostilità fra le fami­glie baro­nali divampò dopo l’assassinio di Girolamo Colonna nell’aprile 1482 da parte dei Sant­acroce, alleati degli Orsini. Peggiorò quando i Colonna strin­sero un accordo con Napoli durante le guerre del sale, che oppo­sero i papi a Ercole d’Este di Ferrara e al suocero di questi, Ferrante di Napoli. I Colonna apri­rono i propri terri­tori fuori Roma alle armate napo­le­tane, susci­tando l’ira di Sisto IV e del conte Riario. Nella prima­vera del 1484 Riario si vendicò dei Colonna, pren­dendo di mira in parti­co­lare il proto­no­tario Lorenzo Oddone Colonna. Mentre Roma era para­liz­zata dalla paura, Colonna si barricò nel comp­lesso della propria fami­glia presso i SS. Apos­toli. Secondo il diarista Stefano Infes­sura, il cardi­nale Raffaele Riario tentò di risol­vere la situa­zione e inviò perfino a Colonna un avver­ti­mento sull’imminente peri­colo. Tale avver­ti­mento, e la prote­zione di

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fig. 44 Andrea Bregno e Mino da Fiesole, Tomba di Pietro Riario, Roma, SS. Apos­toli. 1474 o succes­siva. Foto © Foto Marburg, Albert Hirmer e Irmgard Ernstmeier-Hirmer.

fig. 45 Andrea Bregno e Mino da Fiesole, Tomba di Pietro Riario, parti­co­lare, Roma, SS. Apos­toli. 1474 o succes­siva. Foto © Foto Marburg, Albert Hirmer e Irmgard Ernstmeier-Hirmer.

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Giuliano della Rovere non pote­rono salvare il proto­no­tario, che Girolamo Riario fece torturare e gius­ti­ziare a Castel Sant’Angelo.142

Come Pietro, Girolamo si richiamò alla gran­dezza dell’antica Roma come stru­mento di auto­pro­mo­zione. Diede ai figli maggiori i nomi clas­sici di Otta­viano e Cesare e progettò che gli succe­des­sero in Romagna. Edificò inoltre una sede dinastica per i Riario a Roma: un palazzo a nord di piazza Navona, presso Sant’Apollinare e la torre nota come Tor Sangu­igna. Oggi l’antico Palazzo Riario costi­tuisce il nucleo del Palazzo Altemps, museo nazio­nale di scul­tura antica (fig. 46). Nel 1483 era descritto come un palazzo «onore­vo­lis­simo», «con giar­dino, stalle e torre».143 Come ha osser­vato Margaret Daly Davis, un passo della Divina propor­tione di Luca Pacioli, composta entro la fine del Quat­tro­cento e pubbli­cata nel 1509, rievoca la costru­zione del palazzo come un momento in cui molti talenti confluirono

fig. 46 Roma, Palazzo Riario-Altemps. Foto © Giulio Riotta.

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nella corte di Girolamo. Secondo Pacioli, Girolamo parte­ci­pava perso­nal­mente a discus­sioni sull’architettura insieme a lui e a Melozzo da Forlì, che esortò Riario a chie­dere a uno dei suoi scal­pel­lini di scol­pire un capi­tello nello stile dei diagrammi geome­trici di Pacioli. Sia Riario sia l’anonimo maestro sott­ova­lu­t­a­rono la diffi­coltà del compito e, quando lo scul­tore non riuscì a superare la prova, inter­venne Pacioli.144 Sebbene non si debba neces­sa­ria­mente inten­dere il passo come un reso­conto esatto, esso è indi­ca­tivo delle aspi­ra­zioni di Riario come commit­tente di archi­tet­tura.145

Riario ammi­rava Melozzo da Forlì e lo coin­volse nella deco­ra­zione del nuovo palazzo. Secondo Leone Cobelli, Riario compensò gene­ro­sa­mente Melozzo, rico­no­scen­done l’eccellenza nelle arti della pittura e della pros­pet­tiva. Cobelli afferma che il conte Girolamo lo chiamava Melancio dal nome del pittore antico, ossia Melanzio di Sicione ricordato da Plinio.146 Sebbene le pitture di Melozzo per il Palazzo Riario siano andate perdute, fra le poche vestigia supers­titi della deco­ra­zione quat­tro­cen­tesca vi è il celebre affresco illu­sio­ni­stico di una credenza davanti a un finto arazzo mille­fiori (fig. 47). L’opera combina un imma­gi­nario cortese di gusto borgo­gnone con una mura­tura all’antica. Il soggetto prin­ci­pale è una lumi­nosa espo­si­zione di piatti, coppe e vasi, alcuni dei quali erano proba­bilm­ente dorati. Vi sono raffi­gu­rate anche lettere lasciate da visi­ta­tori e da persone venute a porgere omaggio, proba­bilm­ente un’allusione agli invi­tati alle nozze di Girolamo Riario e Cate­rina Sforza a Roma nel 1477. L’immagine evoca i banchetti e i rice­vi­menti offerti dal cardi­nale Pietro, nonché le leggen­darie colle­zioni di arazzi e vasel­lame da tavola che gli erano appar­te­nute, passate al fratello Girolamo dopo la sua morte.147

Quando il cardi­nale Pietro morì improv­vi­sa­mente, gli umanisti romani sper­a­rono che il fratello Girolamo colmasse il vuoto e offrisse loro prote­zione. Paolo Emilio Bocca­bella tentò di conquis­tarne il favore dedi­can­dogli nuova­mente una delle raccolte di poesie enco­mi­a­stiche composte per Pietro, mentre Porcelio Pandone avanzò una richiesta analoga di sostegno.148 Girolamo Riario, tuttavia, non sembra essere stato inter­es­sato a patro­ci­nare la poesia. Benché molti pompo­niani contri­buis­sero a una raccolta a stampa di compo­nimenti per la morte prema­tura del paggio di Girolamo Riario, Ales­sandro Cinuzzi da Siena, il nome di Girolamo non compare nelle poesie stesse, sugge­rendo che il conte non fosse dirett­amente coin­volto.149 La sua indif­fe­renza contrasta con la presenza di anti­quari e seguaci di Pomponio Leto fra i suoi fami­liari, soprat­tutto Agos­tino Maffei di Verona, che, come si è detto, fungeva da agente e «gestore» di Riario.150 Un altro fami­liare prove­ni­ente dal circolo di Leto era il fran­cese Thomas James, che assi­stette i Riario durante la congiura dei Pazzi. James, divenuto vescovo di Dol in Bretagna nel 1482, maturò a Firenze e a Roma un gusto per le anti­chità e le colle­zioni anti­quarie, evidente nello sple­ndido messale commis­sio­nato al mini­a­tore fioren­tino Atta­vante degli Atta­vanti nel 1483/1484. Il folio 6 v dell’opera è popolato di imma­gini tratte da gemme antiche posse­dute da Lorenzo de’ Medici e da un sarco­fago con Nereidi poi confluito

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fig. 47 Anonimo, Credenza, Roma, Palazzo Riario, Sala della Piat­taia. Circa 1477–1480. Foto © Soprin­ten­denza Speciale per i Beni Archeo­lo­gici di Roma. Tutti i diritti riservati.

fig. 48 Atta­vante degli Atta­vanti e bottega, Messale romano di Thomas James, vescovo di Dol. Circa 1483–1484, Lione: Biblio­t­hèque Muni­ci­pale de Lyon, MS 5123, fol. 6 v. Foto © Coll­ec­tion BmL | Numelyo Ms 5123 fol. 6 v.

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nella colle­zione Della Valle, cele­brando la bellezza di questi oggetti (fig. 48). La predi­le­zione del vescovo per un imma­gi­nario fioren­tino e clas­si­cista trovò infine espres­sione anche nella sua tomba nella catte­drale di Dol, commis­sio­nata nel 1507 dal nipote ai fioren­tini Giovanni e Antonio Giusti (fig. 49).151 Come per Raffaele Riario, sembra che l’esperienza fioren­tina durante la congiura dei Pazzi abbia inciso profon­da­mente sul suo gusto artistico.

Nel corso della carriera, Raffaele Riario si ispirò costan­te­mente all’esempio di mece­na­tismo ambi­zioso offerto dagli zii. Come il cardi­nale Pietro, Raffaele patro­cinò poeti abili nel pane­gi­rico; così come i fami­liari di Pietro lo loda­vano per aver ripor­tato gli «spet­ta­coli dell’antico circo»,152 gli umanisti che circon­da­vano Raffaele lo esor­ta­vano a far rivi­vere il teatro antico e a orga­niz­zare feste pubbliche. Il più giovane cardi­nale Riario seguì da vicino l’esempio dello zio Pietro nel sostegno all’architettura, all’antiquaria e all’astrologia. Come Pietro, anche Raffaele conquistò popola­rità a Roma con spet­ta­coli che cele­bra­vano una vittoria mondiale del cris­tia­ne­simo nelle guerre di reli­gione. Come si vedrà nel capi­tolo 7, la commi­stione degli «dèi» nel programma di autor­appre­sen­ta­zione di Pietro Riario negli anni Settanta del Quat­tro­cento costituì un prece­dente per l’interesse del nipote, negli anni Novanta, verso una statua di Bacco. Anche Girolamo, fratello di Pietro, fu per Raffaele un modello come commit­tente di archi­tet­tura e orga­niz­za­tore di giostre; l’immagine pubblica di Girolamo come eroe caval­le­resco riecheggia nell’evocazione del santo crociato «San Giorgio» da parte del cardi­nale. Le alle­anze che Girolamo aveva stretto con gli Sforza di Milano e con gli alleati nella congiura dei Pazzi prose­gui­rono senza solu­zione di conti­nuità nella corte di Raffaele, come dimostra il gruppo di fami­liari, fra cui Niccolò di Modruš, Thomas James e Agos­tino Maffei, passati dalla casa di Girolamo a quella di Raffaele. Soprat­tutto, gli zii instil­la­rono in Raffaele fin da giovane la neces­sità di ampliare l’autorità della dinastia Riario, tanto a Roma quanto in Romagna.

* * *

Cons­ape­voli che la loro fortuna avrebbe potuto mutare facilm­ente con un cambio di regime dopo la morte di Sisto IV, i Riario si adope­r­a­rono rapi­da­mente per accu­mu­lare potere, sperando che durasse. La loro situa­zione cambiò radi­cal­mente con la morte del papa nell’agosto 1484. Il trat­tato di Bagnolo, stipu­lato il 7 agosto 1484, concluse le guerre del sale senza alcun guad­agno terri­to­riale per Sisto IV e lo Stato ponti­ficio. Si raccon­tava che, rice­vuta la notizia, Sisto fosse stato colto da un accesso d’ira, morendo cinque giorni più tardi. Con la sua morte, i favori e la prote­zione goduti dai Riario cess­arono brusca­mente. Dando sfogo ad anni di osti­lità repressa verso il conte, il popolo si riversò sul palazzo di Girolamo Riario presso piazza Navona. Al grido di «Colonna! Colonna!», una folla furiosa saccheggiò il palazzo, depredandolo

fig. 49 Giovanni e Antonio Giusti, Tomba del vescovo Thomas James e dei suoi nipoti, Dol, Cathé­drale Saint-Samson. 1507 o succes­siva. Foto © Manuel Cohen.

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degli stipiti delle porte e strap­pando dalle pareti le rose dorate.153 Nel frat­tempo, Girolamo e Cate­rina Sforza agirono rapi­da­mente per impedire l’elezione di un papa ostile ai Riario. La carica di Came­ra­rius del cardi­nale Riario si rivelò decisiva: in qualità di capo del Sacro Collegio e del conclave durante la sede vacante, egli tenne riunioni dei cardi­nali nel proprio palazzo nella speranza di influ­en­zare l’elezione. I poteri di Riario sulle fortezze ponti­ficie e sulla nomina dei castel­lani gli permi­sero di contare sull’appoggio di Fran­cesco Mascardi, castel­lano di Castel Sant’Angelo. In assenza di Girolamo da Roma, Cate­rina Sforza, in avanzato stato di gravi­danza, poté occupare Castel Sant’Angelo insieme a Paolo Orsini, sosten­endo che il papa avesse affi­dato la fortezza a Girolamo Riario come suo capi­tano gene­rale. Dopo che il cardi­nale Giuliano della Rovere, affi­an­cato dai Colonna e dai loro alleati, ebbe sfer­rato un cont­r­at­tacco, Girolamo Riario accettò di lasciare Roma in cambio di un ingente riscatto e del diritto di governare Imola e Forlì. La brutale dimostra­zione di forza ebbe successo, assi­cu­rando a Girolamo la conti­nuità del suo precario vica­riato.154 Al tempo stesso, emersero nuove minacce con l’elezione a papa, con il nome di Inno­cenzo VIII, del geno­vese Giov­an­bat­tista Cibo, alleato di Giuliano della Rovere. L’equilibrio di potere si spostò imme­dia­ta­mente a favore dei Della Rovere, come mostrano la nomina di Giovanni della Rovere a gonfa­lo­niere della Chiesa e quella di Barto­lomeo della Rovere a castel­lano di Castel Sant’Angelo.155 La morte di Sisto IV e l’ascesa dei Della Rovere, in parti­co­lare del cardi­nale Giuliano, crearono rischi conside­re­voli per i Riario. Negli anni compresi fra il 1484 e l’esilio da Roma nel 1499, il cardi­nale Riario si fece carico della responsa­bi­lità di prot­eg­gere e promuo­vere gli inter­essi della fami­glia, un impegno che trovò la sua massima espres­sione nella costru­zione del Palazzo San Giorgio.

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