Ausilio alla lettura in italiano
Il Bacco di Jacopo Galli, 1497–1505
Capitolo 8 · Pagine dell’edizione a stampa 258–301
English original · Indice italiano
Apri il PDF originale inglese su Brepols ↗
La ricerca comprende tutte le sezioni accessibili, inclusi i testi in lingua originale delle appendici e i riferimenti bibliografici.
Pagina di illustrazioni. Per l’immagine si veda il PDF completo ad accesso aperto.
8 Il Bacco di Jacopo Galli, 1497–1505
È possibile che Jacopo Galli abbia esposto il Bacco nella propria casa fin da quando Michelangelo lo completò, nel 1497. Considerate le circostanze originarie della commissione da parte di Riario, nonché il disegno di van Heemskerck degli anni Trenta del Cinquecento che raffigura la statua fra i marmi Galli (si veda fig. 215), vi sono pochi dubbi sul fatto che Galli la presentasse come parte della sua collezione di antichità. Questo capitolo esamina le possibili ragioni del possesso del Bacco da parte di Galli e ne colloca l’esposizione nel suo ambiente antiquario e letterario. Tra l’arrivo di Michelangelo a Roma nel 1496 e la morte di Galli nel 1505, il banchiere ebbe un ruolo decisivo nella carriera dell’artista. In questo periodo favorì diverse importanti commissioni, fra cui il Giovane arciere oggi a Manhattan, la Pietà vaticana, una pala dipinta per Sant’Agostino, le statue per l’altare Piccolomini a Siena e la Madonna di Bruges (si vedano figg. 5, 187, 193, 198–201). Figura di rilievo nell’ambiente umanistico romano, Galli si dedicava alla poesia, al teatro e alle arti. Nei primi anni del Cinquecento, la sua casa in Parione e la sua vigna presso Castel Sant’Angelo divennero luoghi d’incontro per letterati illustri come Jacopo Sadoleto, Tommaso Inghirami, Camillo Porcari e Pietro Bembo. Questa cerchia letteraria e il suo possibile interesse per il Bacco saranno esaminati attraverso i dialoghi filosofici di Sadoleto, le lettere dei conoscenti di Galli e i conti Galli-Balducci. Fonti trascurate o poco studiate offrono preziose informazioni sul ruolo di Galli negli ambienti artistici, commerciali e antiquari, confermandolo come una delle figure più interessanti del Rinascimento romano.
Gli insuccessi di Riario e i successi di Galli
Poco dopo che Michelangelo ebbe completato il Bacco, una serie di sventure avviò il declino dei Riario, sia a Roma sia in Romagna. Papa Alessandro VI si volse contro la famiglia dopo l’assassinio di suo figlio, il duca di Gandia, nell’estate del 1497. L’altro figlio di Alessandro VI, Cesare Borgia, destinato alla carriera ecclesiastica ed elevato al cardinalato a diciotto anni, assunse gradualmente il ruolo di principe secolare della famiglia Borgia. Alessandro VI e Cesare puntarono a sottrarre Imola e Forlì ai Riario per creare in Romagna uno stato sotto il controllo dei Borgia. Nella primavera del 1498 il papa tentò di combinare un matrimonio tra sua figlia Lucrezia Borgia e uno dei figli di Caterina Sforza.1 Progetti più radicali emersero quando Alessandro VI iniziò a trattare con il nuovo re di Francia, Luigi XII. Da duca d’Orléans, Luigi aveva combattuto nelle guerre d’Italia ed era stato gravemente tradito dal duca di Milano, Ludovico Sforza. Poco dopo l’ascesa al trono francese si alleò con Venezia per una campagna congiunta contro gli Sforza. Vedendo l’opportunità di assicurare territori a Cesare, il papa cercò di trarre vantaggio dalla prevista invasione francese della Lombardia. Nell’agosto del 1498 Cesare Borgia compì l’audace passo di rinunciare al cardinalato. Vendette i suoi benefici al miglior offerente, mentre il cappello cardinalizio fu dato a Georges d’Amboise per compiacere il re francese. Borgia si recò quindi in Francia per organizzare
un matrimonio nobiliare e ottenere il titolo di ‘duca di Valentinois’. In dicembre papa Alessandro VI annullò il matrimonio di Luigi XII, consentendo al re di sposare Anna di Bretagna, vedova del suo predecessore, e assicurarsi il controllo dei suoi territori.
Questo scambio di favori consolidò l’alleanza franco-borgiana contro gli Sforza-Riario. Entro il marzo del 1499 Alessandro VI aveva nominato Cesare vicario di Imola e Forlì, e in maggio Cesare concluse il tanto desiderato matrimonio con una nobildonna francese. In ottobre, con l’aiuto di Cesare, Luigi XII riuscì a cacciare gli Sforza da Milano, rendendo disponibili truppe francesi per sostenere le campagne italiane del Borgia. Rafforzato dai francesi, Cesare attaccò Imola il 21 novembre 1499; quello stesso giorno Raffaele Riario fuggì precipitosamente da Roma. Secondo il diario del cerimoniere pontificio Johann Burchard, un certo musicista, Tommasino Cospi da Forlì, era stato arrestato per aver tentato di assassinare il papa mediante lettere avvelenate. Temendo di essere presto coinvolto come complice e imprigionato a Castel Sant’Angelo, Riario fuggì con il pretesto di una battuta di caccia. La sua prima tappa fu la roccaforte degli Orsini a Monterotondo, sulla via Salaria. Congedata gran parte del seguito, proseguì in incognito fino a Sarzana e da lì raggiunse infine Savona.2
Nel giro di poche settimane Cesare Borgia rovesciò i Riario-Sforza, conquistando sia Imola sia Forlì. Al cardinale Riario non restò che attendere la morte di Alessandro VI: sarebbe rimasto in esilio quasi quattro anni. Inizialmente si rifugiò a Pavia, sede vescovile di Ascanio Sforza, ma trascorse la maggior parte di questo periodo in Francia, dove Sforza era stato condotto prigioniero e dove si era rifugiato anche il cardinale Giuliano della Rovere.3 La morte del papa nell’agosto del 1503 consentì infine a Riario di rientrare trionfalmente a Roma il 9 settembre 1503.4 Riprese le funzioni di camerlengo, presiedette il conclave tenutosi più tardi nello stesso mese. Sebbene la sua candidatura raccogliesse un notevole sostegno,5 prevalse il senese Francesco Todeschini Piccolomini, papa Pio III. Il nuovo pontefice morì meno di un mese dopo l’elezione, rendendo necessario un altro conclave. Ancora una volta Riario fu fra i principali candidati,6 ma, quando divenne chiaro che non avrebbe raccolto voti sufficienti, sostenne l’elezione di
Giuliano della Rovere, sperando che questi ricambiasse restituendo Imola e Forlì ai Riario.7 Della Rovere risultò vincitore e salì al soglio pontificio come Giulio II. Con l’aiuto di Jacopo Galli, il cardinale Riario manifestò il proprio sostegno a Giulio commissionando elaborati e costosi archi trionfali davanti al suo palazzo per celebrare il possesso del nuovo papa.8
Il cardinale Riario intraprese un’aspra campagna per riportare al potere in Romagna gli eredi di Girolamo Riario e limitare l’influenza della loro madre, Caterina Sforza. Decisa a difendere la propria posizione, Sforza si mosse rapidamente per riconquistare Imola a favore del primogenito Ottaviano. Nel frattempo il cardinale elaborò una strategia contrapposta per rivendicare Imola per sé e per Galeazzo, fratello minore di Ottaviano. Si sviluppò così una rivalità per Imola fra Ottaviano Riario-Sforza, sostenuto da Caterina, e Galeazzo Riario-Sforza, appoggiato dal cardinale.9 Le lettere dell’ambasciatore veneziano Antonio Giustinian rivelano gli sforzi tenaci di Riario, protrattisi per oltre sei mesi, a sostegno di Galeazzo. Una proposta prevedeva che Giulio II desse in sposa a Galeazzo una nipote, concedendo alla coppia il controllo di Imola. Un’altra, volta a ottenere l’appoggio della fazione guelfa imolese, prevedeva che il cardinale Riario desse in moglie la propria figlia al suo capo, Giovanni Sassatelli.10 Quando queste prospettive giunsero a Imola, la città esplose in festeggiamenti: il popolo gridava i nomi di Galeazzo e del cardinale Riario, e sul Palazzo Comunale veniva innalzato lo stendardo di Girolamo Riario.11 Per un breve momento Raffaele Riario assaporò la vittoria. La situazione peggiorò tuttavia nei mesi successivi, con lo scoppio di violenze a Imola e le accuse dei Sassatelli al cardinale di aver organizzato un colpo di mano contro di loro. Alla fine Giulio II intervenne a risolvere il conflitto, dichiarando che Imola non sarebbe tornata ai Riario, ma sarebbe passata sotto il controllo diretto della Chiesa.
Giustinian descrive vividamente l’amara delusione del cardinale. Riario lamentava che il papa avesse abbandonato i Riario, che, come i Della Rovere, erano ‘creature de papa Sisto’. Minacciò di lasciare Roma e tornare in esilio, in Francia o in Spagna.12 Durante una festa nuziale al Belvedere, Riario fece un ultimo tentativo di ottenere un vantaggio
fig. 179 Antonio Tempesta, Pianta di Roma, particolare, New York, Metropolitan Museum of Art, n. d’inventario 1983.1027(1–12), Edward Pearce Casey Fund, 1983. 1645 (prima edizione 1593). Foto: The Metropolitan Museum of Art, New York, pubblico dominio.
fig. 180 Giovanni Battista Nolli, Nuova pianta di Roma, particolare. 1748. Foto: Wikimedia Commons, pubblico dominio.
fig. 181 Giovanni Battista Nolli, Nuova pianta di Roma, particolare con la vigna Galli presso il Tevere. 1748. Foto: Wikimedia Commons, pubblico dominio.
Pagina di illustrazioni. Per l’immagine si veda il PDF completo ad accesso aperto.
per sé e per gli eredi Riario. Offrì al papa Imola a nome dei suoi cugini, chiedendo in cambio la promessa di trovare per loro un altro territorio di adeguata dignità. Il ritratto che Giustinian offre di Riario in quel momento è di pura disperazione:
Certo è che il cardinale dissimula, ma non abbastanza bene, la grandissima passione dell’animo suo, e presta fede ai vani giudizi degli astrologi, che pronosticano vita breve al papa e infondono al cardinale la speranza di potergli succedere.13
Nell’agosto del 1504 il papa rivendicò Imola per la Chiesa; i risarcimenti per i Riario furono esigui e agli eredi del conte non giunse mai alcun territorio sostitutivo.14
Il declino del cardinale Riario, iniziato nel 1499, contrasta nettamente con la crescente prosperità di Jacopo Galli. Il prestigio di Galli raggiunse un nuovo livello nel 1498, quando ricoprì la carica di uno dei tre conservatori di Roma, ufficio riservato ai patrizi romani e fra i più alti del governo municipale.15 Dopo la partenza di Riario da Roma nel 1499, Galli rafforzò ulteriormente la propria posizione intervenendo a colmare i vuoti lasciati dall’assenza del cardinale. Ereditò il rapporto di Riario con Michelangelo e divenne il sostenitore, mecenate e promotore dello scultore, come si vedrà più avanti. Senza dubbio ebbe anche un ruolo chiave nei lavori in corso a San Lorenzo in Damaso, contribuendo al completamento della basilica e del cortile del palazzo. Come osservato nel capitolo 3, il suo intervento nella gestione quotidiana del cantiere si può dedurre dalle migliaia di pagamenti a operai e fornitori erogati in questi anni dal conto della fabbrica presso il banco Galli-Balducci. Nell’ultimo decennio della sua vita prosperarono anche le attività commerciali personali di Galli. Il banco ampliò le proprie operazioni, spedendo merci attraverso il Mediterraneo verso destinazioni come l’Elba e la Sicilia. I soci aprirono una filiale a Napoli e rafforzarono la collaborazione con il banco Fazzi a Firenze.16 Alla sua morte Galli possedeva numerosi immobili, fra cui gran parte delle botteghe e delle case comprese tra la Piazza di San Lorenzo e la Piazza di Parione. L’Isola Galli raggiunse dimensioni paragonabili a quelle dei complessi baronali romani, come il vicino Monte Giordano degli Orsini, come mostrano le piante di Giovanni Battista Falda (si veda fig. 67), Antonio Tempesta (fig. 179) e Giambattista Nolli (fig. 180), oltre al Catasto Urbano (mappe 1 e 3).
L’estensione del patrimonio immobiliare di Galli è chiarita da un inventario dei suoi beni immobili redatto nei giorni successivi alla morte, nel 1505, che elenca tutte le sue vigne, case e botteghe. Vi sono persino i nomi degli inquilini che allora le prendevano in affitto [Appendice II.18]. L’inventario elenca due vigne di sua proprietà: una fuori Castel Sant’Angelo, ereditata dal padre,17 e un’altra nel rione Ripa, accanto al Tevere. Sembra che quest’ultima fosse stata acquistata nel maggio del 1500 da Antonio Jacobini, come suggerisce una registrazione nei conti Galli-Balducci.18 Nel 1599, quando apparteneva al discendente Leone Lanciarini Galli, la vigna
era descritta come un ‘orto di carciofi con la sua casa, a Ripa presso il fiume, adiacente ai granai della Camera [Apostolica]’.19 La pianta di Roma di Nolli individua la posizione pittoresca della vigna, indicata come Orto Galli (fig. 181).
L’inventario elenca inoltre il palazzetto di fronte al palazzo del cardinale Riario e alla chiesa di San Lorenzo, e la casa grande di fronte al palazzo del cardinale Carafa, sul lato settentrionale dell’Isola Galli. Galli abitava nel palazzetto più piccolo, il cui aspetto è conservato da rare fotografie ottocentesche della Piazza della Cancelleria (si vedano figg. 1, 71). La facciata
fig. 182 Alessandro Specchi, Palazzo della Cancelleria, Il quarto libro del nuovo teatro delli palazzi in prospettiva di Roma moderna. 1699. Foto: Rijksmuseum, Amsterdam, pubblico dominio.
della residenza di Galli è raffigurata in stampe settecentesche di Alessandro Specchi (fig. 182) e Giuseppe Vasi (figg. 72–73), mentre una pianta seicentesca di Piazza San Lorenzo (fig. 183) chiarisce la disposizione della dimora nobiliare, indicata come ‘Ill.mo Sig.re March[es]e Galli’, e la sua vicinanza alla chiesa e al palazzo di Riario.20 Secondo l’inventario del 1505, il palazzetto comprendeva un pozzo, un cortile, stalle e tre botteghe al pianterreno, allora affittate a un archibugiere fiammingo, un liutaio tedesco e un calzolaio fiorentino.21 Anche nelle fotografie ottocentesche (figg. 1, 71) si distinguono le botteghe al pianterreno accanto al grande portale della casa, punto di riferimento ben visibile per chi entrava in Piazza San Lorenzo da Campo de’ Fiori. A ovest di questa proprietà si estendeva una fila di case e botteghe di fronte a San Lorenzo in Damaso, tutte appartenenti a Galli (mappa 3). Nel 1505 erano affittate a diversi inquilini, fra cui un ciabattino, un liutaio perugino, un sarto fiorentino e altri. Più a nord, lungo la via dei Leutari nel punto in cui piegava verso Piazza di Parione, si trovava una domus con cortile. Galli la affittava al cardinale Riario come residenza per Corrado Sansoni, un suo parente che lo aveva accompagnato da Savona a Roma.22 Accanto sorgeva un’altra domus affittata a un cappellano di San Lorenzo in Damaso, seguita da una bottega e da un’abitazione con cortile affittate al pittore napoletano Geronimo Picus. Altre botteghe sulla strada erano affittate a un oste, un liutaio, un aromatarius (speziale o mercante di spezie) e un falegname. L’inventario del 1505 descrive inoltre la prestigiosa casa grande di Galli, allora disabitata, dall’altra parte della strada rispetto al Pasquino e al palazzo del cardinale di Napoli. Come osservato nel capitolo 3, Galli aveva acquistato questo palazzo, l’attuale Palazzo Bonadies-Lancellotti in via di San Pantaleo (si vedano figg. 66, 184, mappa 3), dalla famiglia Santacroce nel 1505.23 La grande domus comprendeva stalle, cortili, un pozzo e tre botteghe al pianterreno affacciate sulla via Papalis e sulla Piazza di Parione.24 Galli probabilmente intendeva trasferirsi nel grande palazzo, ma morì soltanto pochi mesi dopo l’acquisto.
fig. 183 Pianta di Piazza della Cancelleria, Roma, Archivio di Stato, Collezioni disegni e mappe – Collezione I, 80–244/1. Dopo il 1689–prima del 1740. Foto © Ministero della Cultura. Tutti i diritti riservati.
L’esposizione del Bacco nella casa di Galli
Questa vasta Isola era un importante punto di riferimento romano, un dominio che rappresentava non solo la ricchezza di Jacopo Galli, ma anche la sua raffinata e colta identità pubblica. Nel palazzetto affacciato su Piazza San Lorenzo, Galli dava forma visibile a tale immagine mediante una collezione di antichità e altre opere d’arte, fra cui il Bacco di Michelangelo. La prima menzione documentata della statua nella casa di Jacopo Galli compare nei Commentari urbani di Raffaele Maffei, pubblicati nel marzo del 1506. Il compendio enciclopedico di Maffei descrive la statua in una breve discussione sulle opere di pittori e scultori celebri. In questa sezione l’autore elogia Michelangelo, sottolineandone i risultati con la Pietà in San Pietro, il colossale David ‘davanti alla curia di Firenze’ e il Bacco ‘piuttosto profano,
fig. 184 Giuseppe Vasi, Piazza di Pasquino o dei Librari, Delle magnificenze di Roma antica e moderna, Libro secondo, tav. 24, Stanford University, David Rumsey Map Center. 1752. Foto: David Rumsey Map Center, Stanford Libraries, CC BY-NC-SA 3.0.
ma nondimeno elaborato’, ‘nell’atrio della casa di Jacopo Galli’.25 Benché il libro di Maffei fosse pubblicato nel febbraio del 1506, il passo che menziona il Bacco deve essere stato scritto prima della morte di Jacopo Galli nel giugno del 1505.26 Se Galli fosse già morto al momento della stesura, Maffei lo avrebbe senza dubbio indicato come ‘olim Jacobus Gallus’ (‘il defunto Jacopo Galli’). Maffei è una fonte attendibile, che presumibilmente vide il Bacco di persona nella casa di Galli, dato che aveva rapporti con il banco Galli-Balducci e conosceva personalmente Jacopo.27 Inoltre i fratelli Maffei di Volterra, Raffaele, Antonio e Mario, erano alleati di Raffaele Riario. Antonio Maffei aveva infatti perso la vita durante la congiura dei Pazzi, in qualità di inesperto aspirante assassino che aveva tentato di uccidere Lorenzo de’ Medici nella cattedrale di Firenze.28
Secondo Maffei, Jacopo Galli esponeva il Bacco in un ‘atrium’. Il celebre disegno di Maarten van Heemskerck che mostra il Bacco nella casa di Paolo Galli, figlio di Jacopo (fig. 215), raffigura un cortile che si potrebbe descrivere come un ‘atrium’, dove erano esposti torsi, una figura distesa e un sarcofago decorato con ghirlande e amorini. È probabile che Maffei abbia visto la statua di Michelangelo in questo spazio, presumibilmente come parte di una collezione di antichità. Mentre i disegni di van Heemskerck (si vedano figg. 215–16) e la descrizione nella guida di Ulisse Aldrovandi [Appendice II.31] chiariscono il contenuto e l’allestimento delle sculture Galli diversi decenni dopo la morte di Jacopo, le sole fonti note per la sua collezione risalenti alla sua vita sono sillogi epigrafiche, ossia manoscritti contenenti elenchi di iscrizioni antiche. Queste sillogi, la più antica delle quali si ritiene compilata fra il 1488 circa e il 1498, registrano oltre due dozzine di iscrizioni antiche ‘in domo d. Ioannis Galli scriptoris penitentiariae’ o ‘in domo cuiusdam Galli officialis poenitentiariae’.29 L’allusione a ‘Johannes’ (Giovanni) è certamente un riferimento erroneo a Jacopo Galli, che aveva acquistato l’ufficio venale di scrittore apostolico prima dell’aprile del 1489.30 I nomi Jacopo e Giovanni si confondono facilmente, poiché entrambi possono essere abbreviati in ‘Io.’, e non è noto alcun Giovanni Galli di questo periodo. Nel 1521 la raccolta di iscrizioni antiche nota come Epigrammata Antiquae Urbis, pubblicata dall’amico di Jacopo Galli Giacomo Mazzocchi, collocava gran parte di queste iscrizioni nella casa di ‘Io. Galli scriptoris penitenitariae’ in Parione (fig. 185). La casa in questione era dunque certamente quella di Jacopo Galli.31 Anche se queste iscrizioni antiche sono l’unico elemento documentato delle sue collezioni durante la sua vita, vi sono pochi dubbi
che collezionasse anche sculture. Del tardo Quattrocento sopravvivono pochissime descrizioni scritte o disegni che trattino collezioni di scultura antica, e molte importanti raccolte romane formatesi nel XV secolo sono oggi prive di documentazione.32
Restano elusive risposte definitive su come, perché e quando il Bacco di Michelangelo sia entrato in possesso di Jacopo Galli. Se Michelangelo visse presso Galli mentre lavorava al Bacco, sembra improbabile che la statua abbia lasciato la casa prima che Maffei la descrivesse nel 1506, meno di un decennio dopo la sua creazione. Come già suggerito, poiché il palazzo di Riario era in ricostruzione all’arrivo di Michelangelo, è plausibile che le statue della collezione del cardinale fossero custodite da Galli: ciò contribuirebbe a spiegare perché il Bacco rimase per molti anni nella sua casa.
Il possesso del Bacco da parte di Jacopo Galli non può però spiegarsi come una semplice necessità pratica. Il successivo trasferimento della statua a Galli deve riflettere in qualche modo le profonde alleanze e lealtà che legavano i due uomini. I loro interessi convergevano e si sovrapponevano attraverso la vicinanza della casa di Galli al palazzo di Riario, l’impegno comune nella ricostruzione di San Lorenzo in Damaso e il ruolo di Galli come agente di fiducia del cardinale. Christoph Frommel ha avanzato la plausibile ipotesi che Riario abbia donato il Bacco a Galli, forse come ricompensa per la gestione dei suoi affari durante l’esilio. Benché questa ipotesi sia convincente, si possono probabilmente escludere gli altri scenari proposti da Frommel: che Riario abbia scambiato il Bacco con una statua antica o abbia consentito a Galli di trattenerlo in cambio del pagamento del compenso dell’artista.33 Data la complessità dei legami fra Riario, Galli e Michelangelo e il profondo significato del Bacco nella loro cerchia comune, è difficile immaginare la statua come oggetto di baratto o mezzo di pagamento. Essa divenne inoltre proprietà personale di Galli, trasmessa ai figli, anziché un bene del banco Galli-Balducci. Non è stata individuata una spiegazione definitiva del motivo per cui il Bacco rimase nella casa di Galli, ma la sua presenza riflette senza dubbio legami duraturi e obblighi reciproci fra due alleati di lunga data.
Come si vedrà più diffusamente in seguito, fino alla morte nel 1505 Galli fu anche amico, alleato e agente di Michelangelo. Procurò commissioni all’artista, controfirmò i suoi contratti e custodì i suoi blocchi di marmo di Carrara. Oltre al Bacco, Galli acquistò anche
fig. 185 Epigrammata Antiquae Urbis, a cura di Giacomo Mazzocchi, fol. 96 v, particolare, Monaco, Bayerische Staatsbibliothek, Res/2 Arch. 103 <urn:nbn:de:bvb:12bsb10196158‑2>. 1521. Foto: Bayerische Staatsbibliothek, Monaco, NoC-nc/1.0.
una figura di Giovane arciere dello scultore (si vedano figg. 5, 187). Queste circostanze suggeriscono che Michelangelo stesso possa aver avuto un ruolo nell’esposizione del Bacco a casa di Galli. Più avanti nella sua vita, Michelangelo donò lo Schiavo ribelle e lo Schiavo morente (fig. 161), statue incompiute della commissione per la tomba di Giulio II, a un caro amico, Roberto Strozzi. Questi, insieme a Luigi del Riccio, amministratore del banco Strozzi, si era preso cura dell’artista durante una malattia nel 1544. Come gesto di gratitudine, Michelangelo affidò gli Schiavi a Strozzi, assicurandosi che rimanessero presso un alleato e protettore.34 In questo caso l’artista fece sì che le sue opere fossero esposte dai membri più fidati della sua cerchia più vicina. Indipendentemente da come fosse stata negoziata la proprietà del Bacco da parte di Galli, la sistemazione finale rifletteva probabilmente le preferenze personali dell’artista.
Jacopo Galli nella prima carriera di Michelangelo
Fino alla morte nel 1505, Jacopo Galli sostenne Michelangelo in molti modi. Dopo l’arrivo dello scultore a Roma alla fine del giugno 1496, sembra che lo abbia ospitato nella propria residenza in via dei Leutari per poco più di un anno. Condivi e Vasari menzionano questa sistemazione, confermata da altre fonti e soprattutto da una registrazione del settembre 1496 nei conti Galli-Balducci, relativa alla consegna di vino alla casa di Galli ‘per Michelangelo’.35 L’artista ricevette il saldo per il Bacco nel luglio del 1497 e probabilmente alloggiava ancora presso Galli in agosto, quando suo fratello Buonarroto visitò Roma. Il 19 agosto Michelangelo scrisse al padre che Buonarroto era giunto sano e salvo, ma soggiornava in un’osteria, poiché lui stesso viveva ‘con altri’ e non aveva ‘comodità’ per ospitarlo.36 Nel novembre del 1497 Michelangelo lasciò Roma per un lungo viaggio a Firenze e Carrara. Non scrisse agli amici, provocando il rimprovero del suo assistente Piero d’Argenta in una lettera del 13 gennaio 1498. D’Argenta osservava la totale mancanza di comunicazioni, in particolare con Jacopo Galli: ‘Messer Jacopo e tutti noi ci meravigliamo che non abbia mai scritto un verso’.37
A metà della commissione del Bacco, nel marzo del 1497, Michelangelo aprì un proprio conto presso il banco Galli-Balducci. Le registrazioni seguono poi i movimenti dell’artista nelle reti di Galli e Riario, mentre cercava nuovi committenti. Rivelano che poco dopo il completamento del Bacco, il 27 giugno 1497, Michelangelo prelevò la modesta somma di 3 carlini per una tavola ‘per dipingerla’.38 Questa breve annotazione, la più antica testimonianza nota della carriera pittorica di Michelangelo, ha suscitato un ampio dibattito. Hirst collegò la tavola alla Madonna di Manchester (fig. 186), ma la piccola somma prelevata è insufficiente per un supporto ligneo consistente come quello della Madonna di Manchester, composto da spesse assi di pioppo.39 Restano incerte le precise intenzioni dell’artista per la modesta tavola. È tuttavia forse
significativo che proprio in quel periodo Jacopo Galli stesse organizzando una squadra di muratori, falegnami e pittori per rinnovare il palazzetto sulla Piazza San Lorenzo. Il 21 luglio 1497, meno di un mese dopo l’acquisto della tavola da parte di Michelangelo, i conti Galli-Balducci documentano pagamenti per dipinti destinati a una sala al piano superiore della casa di Galli. Forse all’artista era stato chiesto di dipingere una modesta tavola per ornare una stanza o un mobile della casa, anche se nel suo conto non compare alcun pagamento per un’opera simile.
In seguito Hirst rivide la propria opinione sulla tavola, collegandola invece a una piccola pala oggi perduta raffigurante San Francesco che riceve le stimmate, realizzata per San Pietro in Montorio a Roma. Si può ricavare un’idea dell’aspetto di questo dipinto da due stampe che Antonio Lafréry
fig. 187 Michelangelo Buonarroti, Giovane arciere, New York, The Metropolitan Museum of Art (in prestito dalla Repubblica francese). 1497? Foto © Raffaello Bencini / Bridgeman Images.
fig. 186 Michelangelo Buonarroti, Madonna di Manchester, Londra, The National Gallery (acquistata nel 1870), inv. NG809. 1494 circa. Foto © The National Gallery, Londra.
pubblicò negli anni Sessanta o Settanta del Cinquecento sulla base della piccola pala (fig. 188).40 Il riferimento più antico, nel manoscritto dell’‘Anonimo Magliabechiano’ redatto fra il 1537 e il 1542, la descrive come una piccola tavola. Raffigurava san Francesco che riceve le stimmate ed era stata ‘disegnata e forse colorita’ da Michelangelo. Nella prima edizione delle Vite Vasari descrive la tavola come una Stigmatizzazione dipinta da Michelangelo ‘nella maniera antica’ [Appendice II.27].41 Nella seconda edizione, tuttavia, rivide il racconto, descrivendo l’opera come una collaborazione fra Michelangelo e il barbiere del cardinale Riario:
Michelangelo divenne amico di un barbiere del cardinale [Riario], pittore capace di colorire a tempera con grande abilità, ma privo di disegno. Michelangelo eseguì un disegno di san Francesco che riceve le stimmate, che il barbiere colorì poi con molta diligenza su una piccola tavola in San Pietro in Montorio [Appendice II.34].
Un visitatore spagnolo della chiesa nel Seicento menzionò la tavola e ne attribuì la coloritura all’assistente di Michelangelo, Piero d’Argenta, anziché al barbiere di Riario. Negli studi attuali d’Argenta è generalmente considerato il probabile autore dell’opera, mentre l’idea che la tavola sia stata dipinta dal barbiere è stata per lo più accantonata.42
fig. 188 Incisione da una perduta Stigmatizzazione di san Francesco, edita da Antonio Lafreri, Real Biblioteca del Monasterio de El Escorial, inv. 28-II‑8, fol. 246 r. Anni Sessanta o Settanta del Cinquecento. Foto © Patrimonio Nacional, Real Biblioteca del Monasterio de El Escorial.
L’idea che il barbiere di Riario abbia effettivamente dipinto una tavola su disegno di Michelangelo acquista tuttavia credibilità se considerata insieme a fonti finora trascurate. I conti Galli-Balducci registrano numerosi pagamenti al barbiere di Riario, un personaggio chiamato ‘Rossino’, definito ‘barbiere del R.mo Cardinale di San Giorgio’. I conti rivelano che Rossino lavorava a stretto contatto con altri membri della casa del cardinale, soprattutto per la cura dei cavalli e l’acquisto di attrezzature equestri.43 La sua personalità prende vita nelle lettere pubblicate da Matteo Bonfini di Ascoli, docente allo Studium Urbis. Bonfini fu segretario del cardinale Riario e per qualche tempo prese anche in affitto una casa e una bottega nell’Isola Galli.44 Nel 1514 pubblicò una raccolta di sei lettere indirizzate a Riario tra il 1510 e il 1511.45 Le lettere rivelano che aveva servito il cardinale per otto anni, finché questi lo aveva congedato. Pubblicandole, Bonfini sperava di riconquistarne il favore. Incorniciò la raccolta con una storia sul barbiere di Riario, noto come ‘Rossino’. Secondo Bonfini, Rossino gli aveva portato alcune lettere ricevute da Giuliano Galli, figlio di Jacopo. Una di esse suggeriva che Bonfini scrivesse a Riario per tentare di riconciliarsi con il cardinale e riguadagnarne il favore. Questo suggerimento gli diede la fiducia necessaria per offrire a Riario le sei lettere, che univano elogi del cardinale a discrete richieste di rinnovato sostegno.
La quinta lettera, datata 13 gennaio 1511, descrive un dialogo umoristico fra Bonfini e Rossino. Il barbiere aveva visitato Bonfini la sera precedente, chiedendo di vedere le ‘lettere indirizzate al nostro comune signore’, ossia le prime quattro lettere a Riario stampate nella raccolta. Rossino insistette perché Bonfini leggesse ad alta voce la prima lettera in latino e ne spiegasse il significato. Dopo averla ascoltata reagì con entusiasmo: ‘È una lettera eccellente, elegantissima, e degna davvero di essere scritta da un ingegno della nostra regione’, apparentemente alludendo alla loro comune origine marchigiana. Bonfini rise, stupito che Rossino si fosse trasformato all’improvviso ‘da barbiere in critico e giudice esigente di letteratura’. Quando però Bonfini lesse la seconda lettera, Rossino lamentò una certa ‘qualità fastidiosa’:
Rossino è diventato un esperto di lettere, pur essendo ignorante e del tutto estraneo a ogni arte. Rivolgendomi a lui dissi: ‘Ebbene, sciocco, dov’è questo fastidio di cui parli?’ ‘Non so esprimerlo a parole’, rispose Rossino. ‘So soltanto che entrambe sono buone lettere, ma la prima è di gran lunga migliore’.46
Interrogato ancora, Rossino precisa il motivo dell’irritazione: Bonfini non dovrebbe ‘lamentare le proprie ristrettezze’ a Riario. Non occorre sommergere il cardinale di richieste esplicite d’aiuto, poiché è tanto generoso che il suo soccorso verrà
spontaneamente. Bonfini rimase colpito dalla saggezza delle parole del barbiere e scrisse: ‘mi parve di aver udito una profezia non da Rossino, ma da un oracolo di Apollo’.47
Benché siano costruzioni letterarie concepite per adulare e dilettare Riario, le lettere offrono preziose indicazioni sulla personalità socievole di Rossino e sulla disinvoltura con cui si muoveva nelle cerchie del cardinale e dei Galli. Il ritratto di Rossino tracciato da Bonfini offre inoltre un interessante parallelo con il racconto vasariano della tavola per San Pietro in Montorio. Sia nelle lettere di Bonfini sia nella biografia di Vasari, Rossino è rappresentato come un dilettante entusiasta. Che si atteggi a umanista capace di giudicare le lettere di Bonfini o a pittore in grado di dipingere una tavola su disegno di Michelangelo, egli rispecchia l’erudizione e le abilità dei personaggi di spicco alla corte di Riario. In questo senso la vivida caratterizzazione di Bonfini rende più credibile l’affermazione di Vasari sul ruolo di Rossino nell’esecuzione della Stigmatizzazione.
La successiva impresa nota di Michelangelo fu una statua menzionata in una lettera al padre dell’agosto 1497. L’artista rivela di aver da poco iniziato una figura in marmo ‘per mio piaciere’, dopo il fallimento di una commissione di Piero de’ Medici, allora in esilio a Roma. Nonostante la recente alleanza tra Lorenzo il Magnifico e Riario, fondata su obiettivi comuni a Imola, sorprende che il figlio di Lorenzo potesse commissionare una statua a Michelangelo mentre l’artista faceva ancora parte del seguito romano del cardinale. Esistono tuttavia altre prove dei buoni rapporti fra la casa di Riario e Piero de’ Medici in quel periodo, soprattutto nell’ambito della fazione antisavonaroliana che circondava Riario: fra Mariano da Genazzano era uno dei più tenaci alleati romani di Piero e si adoperò attivamente per aiutarlo a tornare al potere a Firenze.48
Sebbene la formulazione della lettera di Michelangelo al padre sia ambigua, l’artista lascia intendere che, dopo che Piero era venuto meno all’impegno della commissione, gli era rimasto un blocco di marmo non lavorato, del quale poteva disporre liberamente. Aveva speso complessivamente dieci ducati per il marmo destinato a de’ Medici, comprando dapprima un blocco che ‘non fu buono’ e poi un secondo, migliore, non più necessario per la statua di Piero. Ogni blocco gli era costato cinque ducati.49 Nel marzo del 1498 Michelangelo versò trenta ducati di karlini sul conto di Piero de’ Medici, presumibilmente restituendo il denaro anticipato per la commissione fallita.50 Non si sa quale scultura Piero avesse ordinato per poi rinunciarvi; vivendo in esilio, presumibilmente non avrebbe desiderato una figura di grandi dimensioni, deduzione confermata dalla spesa relativamente modesta sostenuta da Michelangelo per il marmo.
È probabile che Michelangelo abbia impiegato il blocco per il Giovane arciere, o Cupido senza ali, che entrò infine in possesso di Jacopo Galli. Secondo la
Vita di Condivi del 1553, dopo la commissione del Bacco Galli ‘volse anco che [Michelangelo] gli facesse un Cupido’, statua allora visibile nella casa dei figli di Jacopo, Giuliano e Paolo Galli [Appendice II.29].51 Solo recentemente gli studiosi hanno accettato l’identificazione dell’Arciere Galli con una figura di proprietà del governo francese, oggi in prestito al Metropolitan Museum (fig. 187; si veda anche fig. 5). Prima di considerare ulteriormente se questo Arciere fosse davvero l’invenzione ‘per piacere’ realizzata da Michelangelo nel 1497,52 occorre soffermarsi sulla statua stessa e sull’acceso dibattito circa la sua attribuzione all’artista.
Nella guida alle collezioni romane composta nel 1550, Ulisse Aldrovandi descrisse l’Arciere Galli in una stanza al piano superiore della casa di Paolo Galli, il palazzetto sulla Piazza San Lorenzo. Lo chiamò ‘un Apollo ignudo con la faretra e le saette al fianco e un vaso ai piedi’ [Appendice II.31]. Seguendo Aldrovandi, negli anni Sessanta del Novecento Alessandro Parronchi identificò il Cupido Galli con una statua di cui aveva trovato la fotografia in un catalogo d’asta.53 La sua ubicazione era allora ignota e l’attribuzione non ottenne ampio consenso. L’ipotesi fu in gran parte dimenticata finché, decenni più tardi, la figura che aveva attirato l’attenzione di Parronchi fu sorprendentemente ritrovata nella dimora Payne Whitney a Manhattan, sede dei servizi culturali dell’ambasciata francese, a breve distanza dal Metropolitan Museum of Art (figg. 5, 187). James Draper, curatore della scultura al Met, annunciò il ritrovamento nella monografia su Bertoldo di Giovanni del 1992. Inizialmente giudicò la figura ‘troppo palesemente scorretta nell’anatomia per essere di Michelangelo’.54 Tuttavia Kathleen Weil-Garris Brandt, docente alla NYU, riprese l’ipotesi di Parronchi e attribuì la statua a Michelangelo, suscitando un vivace e controverso dibattito sull’autore del ‘marmo di Manhattan’.55
La statua di New York raffigura un arciere esile in movimento dinamico, con una posa a spirale e la testa rovesciata all’indietro e verso l’alto. Nell’attuale stato frammentario la composizione ha perso gran parte della propria eleganza. In origine la figura stendeva il braccio destro, oggi mancante, davanti al corpo per tirare verso di sé la faretra, mentre allungava il sinistro dietro la schiena per estrarre una freccia. La faretra, terminante in una zampa leonina, è strettamente assicurata al corpo da una cinghia. Un alto vaso ai piedi della figura è oggi perduto, ma un tempo sosteneva il peso della statua. La forma slanciata fu a lungo motivo di contestazione dell’attribuzione a Michelangelo. James Beck la liquidò come ‘un falso moderno’, mentre Hirst la attribuì a Bertoldo.56 Le critiche rivolte alla figura negli anni Novanta e negli anni Dieci del Duemila riecheggiavano quelle al Bacco: come quest’ultimo, l’Arciere sembrava privo di ‘consistenza fisica’, quasi che lo scultore fosse ‘a disagio con una forma tridimensionale pienamente sviluppata’.57 La scoperta di disegni cinquecenteschi raffiguranti la statua convinse tuttavia molti studiosi, fra cui Draper, a sostenere l’attribuzione a Michelangelo avanzata da Weil-Garris Brandt.58 La pubblicazione da parte di Draper di un disegno cinquecentesco di Jean-Robert Ango
(fig. 189) confermò la presenza originaria del vaso descritto da Aldrovandi. Il disegno chiarì anche la posizione del braccio destro davanti al corpo.59 Facendo riferimento a questo schizzo, Draper poté evidenziare lo stretto parallelo, già osservato da Parronchi, fra la composizione del Giovane arciere e l’Orfeo bronzeo di Bertoldo di Giovanni, maestro di Michelangelo nel giardino di sculture dei Medici (si veda fig. 154).60 L’attribuzione a Michelangelo ricevette ulteriore sostegno nel 2003, quando Paul Joannides pubblicò un disegno del primo Cinquecento con l’Arciere visto da quattro angolazioni sul recto (fig. 190) e schizzi da un ignudo della volta sistina sul verso.61
Ora vi sono pochi dubbi che l’Arciere di New York sia il Cupido di Michelangelo un tempo posseduto dai Galli. Un’ulteriore conferma che il Cupido Galli e la statua di New
fig. 190 Anonimo, Giovane arciere, ubicazione attuale sconosciuta. 1510–1520 circa. Foto © Christie’s Images / Bridgeman Images.
fig. 189 Jean-Robert Ango, Giovane arciere, New York, Cooper-Hewitt, Smithsonian Design Museum, inv. 1977–110‑2–13. Dopo il 1759–prima del 1773. Foto: Smithsonian, pubblico dominio.
York siano la stessa figura proviene dal Trattato dell’arte della pittura di Giovanni Paolo Lomazzo, pubblicato nel 1584. Lomazzo osservò che il Cupido scolpito dal divino Michelangelo per Jacopo Galli assomigliava a un Cupido dipinto ‘dal nostro Tiziano, appoggiato sopra la spalla di Venere’: un riferimento al putto timido nascosto dietro Venere nel dipinto Venere benda Amore di Tiziano, la cui posa rispecchia quella del Giovane arciere Galli (fig. 191).62 Come ha sostenuto Caglioti, l’Arciere marmoreo presenta una graziosa torsione figurale che Michelangelo apprese dalle statuette di Bertoldo, una strategia compositiva prediletta, ripresa più volte nel corso della carriera: la figura sposta il peso su una gamba, consentendo all’altra di piegarsi e ruotare. Un braccio attraversa il corpo verso la gamba piegata, mentre la testa segue il movimento del braccio ma ruota con un angolo più accentuato, sollevando il mento. Un uso analogo della torsione si riscontra nel San Girolamo ligneo di Faenza, attribuito alternativamente a Donatello e a Bertoldo (fig. 192), nell’Orfeo di Bertoldo (si veda fig. 154), nel san Giovannino della Madonna di Manchester di Michelangelo (si veda fig. 186) e nel satiro dispettoso del Bacco (si veda fig. 131).63 È questa torsione caratteristica che Lomazzo riconobbe nel putto timido di Tiziano (si veda fig. 191). Nell’Arciere di Manhattan, la cinghia che attraversa il corpo, tratto distintivo della scultura di Michelangelo, accentua la percezione del corpo come contenitore costrittivo, reso inquieto dai moti dell’anima. Bertoldo aveva concepito la composizione a spirale per raffigurare il musicista Orfeo, che sembra attratto dal suono di una musica celeste; l’Arciere esprime un’idea simile, quella di uno spirito anelante che tende verso l’alto e lotta contro i vincoli corporei. Oltre alle opere fiorentine di Donatello e Bertoldo, è plausibile ipotizzare che il frammentario Pasquino
fig. 191 Tiziano, Venere benda Amore, Roma, Galleria Borghese. 1565 circa. Foto © bpk / Alinari Archives / Mauro Magliani.
(si veda fig. 85), che nel 1501 era esposto vicino alla casa di Galli in Piazza di Parione, possa aver ispirato Michelangelo mentre scolpiva il Giovane arciere.64 Si possono osservare paralleli fra le due figure, soprattutto nelle pose in torsione e nella cinghia che attraversa il petto.
Vi sono buone ragioni per ritenere non soltanto che l’Arciere di Manhattan sia quello dei Galli, ma anche che sia la statua che Michelangelo, nell’agosto del 1497, disse al padre di voler scolpire ‘per piacere’. Le dimensioni e la qualità del marmo sembrano appropriate a un blocco costato cinque ducati, ossia metà del prezzo del marmo per il Bacco. Ulteriori indicazioni provengono da fonti finora non considerate in rapporto all’Arciere: i registri Galli-Balducci relativi alla decorazione di due camere nella casa di Jacopo Galli nell’estate del 1497. Come già ricordato, quando Aldrovandi visitò il palazzetto nel 1550 vide l’Arciere di Michelangelo ‘in una camera più su presso la sala’. In questa stanza superiore trovò anche un busto ‘assai bello’ di Marco Aurelio, oltre ad altre teste e frammenti [Appendice II.31]. Lo spazio corrisponde probabilmente a una delle stanze superiori decorate da Jacopo Galli nel luglio e nell’agosto del 1497, descritte come una sala affacciata sulla strada e due camere.65 Come osservato, la tavola lignea acquistata da Michelangelo il 27 giugno 1497 potrebbe essere collegata a queste decorazioni. Considerando che al tempo di Aldrovandi il Giovane arciere era visibile in una stanza al piano superiore, è anche plausibile che Michelangelo lo abbia realizzato per una camera superiore nel 1497, quando Galli arredava vari ambienti con dipinti, sculture e oggetti da collezione. Galli era sostenitore e cliente del libraio antiquario Giacomo Mazzocchi,66 e le camere potrebbero corrispondere a una biblioteca o a uno studiolo dove conservare libri ed esporre oggetti preziosi come ritratti, medaglie, monete o statuette.67 È significativo, a questo proposito, che nel Seicento il palazzetto sulla Piazza della Cancelleria ospitasse un importante studiolo. Quando vi abitava Francesco Galli, discendente di Jacopo, fonti degli anni Ottanta del Seicento descrivono la sua celebre biblioteca e il camerino o ‘studio di antichità’, apparentemente situato al termine di una rampa di scale in un mezzanino della casa, che riuniva naturalia, gemme, medaglie, conchiglie e altri oggetti preziosi. La raccolta di curiosità di Francesco Galli, pur rispondendo al gusto seicentesco, potrebbe essere l’erede diretta di una camera allestita da Jacopo nel Quattrocento per esporre oggetti preziosi, fra cui l’Arciere di Michelangelo.68
Nei conti di Galli di questo periodo non compare alcun pagamento per l’Arciere, il che suggerisce che Michelangelo possa averglielo offerto in dono mentre probabilmente abitava ancora nella sua casa. Il soggetto dell’Arciere sembra perfettamente adatto al gusto colto di Galli: si accorda con il suo raffinato apprezzamento dell’arte classica e prosegue lo spirito di competizione con l’antico già presente nel Bacco. Richiama la richiesta del cardinale Riario di ‘qualcosa di bello’ da accostare a opere antiche. Con la sua posa in torsione, l’Arciere costituisce un degno contrappunto al Bacco, soprattutto per la somiglianza formale con il satiro che mangia l’uva. Entrambe le opere esplorano temi di liberazione spirituale, mentre l’Arciere evoca un immaginario dionisiaco, come indica il motivo della zampa animale sulla faretra. Nella
fig. 192 Bertoldo di Giovanni, forse con Donatello, San Girolamo, Faenza, Pinacoteca Comunale. 1465–1466 circa. Foto © Comune di Faenza, Pinacoteca Comunale.
fig. 193 Michelangelo Buonarroti, Pietà, Vaticano, Basilica di San Pietro. 1498–1499. Foto © Luisa Ricciarini / Bridgeman Images.
Pagina di illustrazioni. Per l’immagine si veda il PDF completo ad accesso aperto.
sua composizione immaginativa, l’Arciere gareggia con la poesia e sembra nascere dalle discussioni intellettuali, antiquarie e filosofiche che si svolgevano nella casa e nella vigna di Galli.
Michelangelo potrebbe essere passato direttamente dal piccolo Arciere a un’opera assai diversa: la Pietà scolpita per il cardinale francese Jean Bilhères de Lagraulas (fig. 193).69 Il successo di questa straordinaria scultura, destinata alla tomba del cardinale nel mausoleo di Santa Petronilla nell’antica San Pietro, gli aprì la strada a una lunga carriera romana. Il committente, il cardinale Bilhères, era un aristocratico francese e abate della cattedrale di Saint-Denis. A Roma difendeva gli interessi della monarchia francese e dei suoi centri di culto: Santissima Trinità dei Monti, San Luigi dei Francesi e Santa Petronilla, cappella dei re di Francia in San Pietro, scelta come luogo di sepoltura.70 Bilhères ordinò la Pietà per collocarla in una nicchia dietro un altare e sopra la sua tomba,71 rendendola la commissione più visibile e prestigiosa fino ad allora ricevuta da Michelangelo. Vi sono pochi dubbi che i rapporti con Riario e Galli abbiano aiutato l’artista a ottenere questo importante incarico. I Riario erano alleati della comunità francese a Roma, come mostrano i loro rapporti con Thomas James e con il cardinale d’Estouteville. Riario sosteneva Bilhères e nel 1492 lo aveva nominato personalmente governatore di Roma, o vicecamerlengo.72 Anche Jacopo Galli ebbe un ruolo decisivo come intermediario fra Michelangelo e Bilhères, fungendo da garante del contratto: la copia superstite fu trascritta di suo pugno per l’artista (fig. 194).73 Nel documento, datato 27 agosto 1498, Galli si impegnava a garantire che il cardinale effettuasse i pagamenti concordati e che Michelangelo consegnasse la scultura entro un anno. Garantiva inoltre che sarebbe stata ‘la più bella opera di marmo che sia oggi a Roma, e che nessun maestro oggi potrebbe far meglio’.74
È difficile stabilire se la prassi di garantire opere scultoree fosse insolita nel contesto romano, dato il numero esiguo di contratti superstiti. A Roma si trovano invece paralleli nei pagamenti agli artisti
fig. 194 Jacopo Galli (estensore), Contratto per la Pietà vaticana, Firenze, Casa Buonarroti, Archivio Buonarroti, II–III, n. 1. 27 agosto 1498. Foto © Casa Buonarroti, Archivio Buonarroti.
effettuati dalla Fabbrica di San Pietro, un’articolazione della Camera Apostolica incaricata della costruzione e decorazione della basilica. I banchieri intervenivano spesso come garanti degli artisti della Fabbrica, assumendosi la responsabilità del completamento di commissioni importanti.75 Forse il ruolo di Jacopo Galli come garante di Michelangelo si basava su accordi consueti fra i mercanti-banchieri romani e la Camera Apostolica.76 L’aspetto più notevole dell’impegno di Galli sembra tuttavia essere la promessa di garantire la ‘bellezza’ e la superiorità artistica della scultura; il fatto che gli si affidasse la garanzia di queste qualità testimonia la sua reputazione di conoscitore e il prestigio delle sue collezioni d’arte.
Dopo aver depositato la prima rata del compenso per la Pietà presso il banco Galli-Balducci nel novembre del 1497, Michelangelo acquistò un cavallo ‘per andare a charrara’ e prelevò contanti. Entro il 29 dicembre giunse a Firenze, e nel febbraio del 1498 raggiunse le cave di marmo di Carrara. Prima del 10 marzo 1498 tornò a Roma, dove attese la consegna dei blocchi scelti.77 Seguì un lungo ritardo e soltanto nel giugno del 1498 cominciarono ad arrivare le spedizioni di marmo.78 Nell’agosto di quell’anno Michelangelo pagava l’affitto a un certo Fabrizio Puligato, aromatario (mercante di spezie o farmacista) e conoscente di Jacopo Galli.79 È probabile che Galli abbia contribuito a procurargli l’alloggio presso l’amico Puligato, dopo l’arrivo delle spedizioni da Carrara nel giugno e luglio del 1498, quando Michelangelo aveva urgente bisogno di un luogo dove trasportare i blocchi. Lo scultore pagò l’affitto a Puligato il 21 agosto 1498 e il 27 agosto firmò insieme a Galli il contratto per la Pietà. Due giorni dopo ricevette cinquanta ducati dal cardinale Bilhères tramite il banco Galli-Balducci; il 30 agosto versò quindi dieci ducati ‘per fare portare e marmj a chasa’, ossia per trasferire i blocchi nella casa di Puligato nel rione Arenula.80 L’assistenza di Galli sembra essere stata fondamentale per garantire pagamenti tempestivi e risolvere il bisogno dell’artista di spazi per deposito e lavoro; come intermediario, il banchiere sapeva trovare soluzioni a problemi pratici e aprire opportunità a Michelangelo quando necessario.
Il legame fra Galli, Michelangelo e Puligato nel periodo in cui lo scultore lavorava alla Pietà emerge dal fatto che Michelangelo e Puligato furono entrambi testimoni, nello stesso giorno, di un documento rogato nella casa di Galli. Erano presenti il 7 settembre 1498, dieci giorni dopo la firma del contratto per la Pietà, per testimoniare un atto redatto in due parti: alla prima furono testimoni maestro Sancto, materassaio del rione Parione, e ‘Michelangelo fiorentino, statuario’; alla seconda
un lavoratore del cuoio di nome Alessio e il padrone di casa di Michelangelo, Puligato.81 La presenza simultanea di queste persone nella casa di Galli chiarisce il ruolo del banchiere come intermediario fra Michelangelo e Puligato. Con l’aiuto di Galli e della sua vasta rete di relazioni, Michelangelo poté creare la Pietà, un capolavoro sublime scolpito nel miglior blocco possibile di marmo importato da Carrara e rifinito alla perfezione in tempi rapidi.
Secondo i conti Galli-Balducci, Michelangelo pagò oltre 130 ducati per almeno due spedizioni di marmo da Carrara a Roma. Come ha osservato Rab Hatfield, questa quantità superava di gran lunga il fabbisogno della Pietà.82 L’artista si attendeva evidentemente altre commissioni a Roma, dove il marmo di Carrara era una merce molto apprezzata. Quando il padre gli scrisse nel dicembre del 1500 esortandolo a tornare a Firenze, gli consigliò di depositare presso gli amici il marmo rimasto: ‘Se non puoi finire i marmi, affidali a qualcuno dei tuoi amici e quando sarà il momento non ti sarà difficile tornarvi’.83 Seguendo il consiglio, nel febbraio del 1501 Michelangelo lasciò i blocchi eccedenti a Jacopo Galli, che gli versò ottanta ducati a garanzia del loro valore.84 Data questa sequenza di eventi, è plausibile che Galli abbia influito sulla decisione dell’artista di estrarre altro marmo a Carrara e mantenerne una scorta a Roma. Il suo coinvolgimento nelle forniture è suggerito dal deposito dei blocchi presso Puligato, dal loro trasferimento nella propria casa e dalla vendita di parte del marmo eccedente allo scultore fiorentino Pietro Torrigiani dopo la partenza di Michelangelo per Firenze. L’autorizzazione a vendere parte delle scorte indica una probabile collaborazione con l’artista, che forse aveva incaricato Galli di amministrare il suo marmo. Questo scenario è ulteriormente sostenuto dal ruolo di Galli come mercante di materiali da costruzione.85 Si può immaginare che volesse sostenere Michelangelo fungendo da garante del suo studio romano, unendo il talento dello scultore, dimostrato dall’esposizione del Bacco e del Cupido accanto alle antichità nella propria casa, la propria intraprendenza e un’abbondante disponibilità di marmo di alta qualità.86
Il 2 settembre 1500, poco dopo il completamento della Pietà, Michelangelo ricevette sessanta ducati di camera per una nuova commissione, ottenuta ancora una volta con l’aiuto di Jacopo Galli. Si trattava di una pala per Sant’Agostino, pagata dall’eredità di Giovanni Ebu, noto anche come Giovanni da Viterbo, vescovo di Crotone.87 Nel corso degli anni Novanta del Quattrocento, Giovanni da
Viterbo ebbe rapporti con Riario. Probabilmente viveva presso il cardinale, poiché fungeva spesso da testimone a documenti firmati nella sua residenza. Nel testamento il vescovo nominò il cardinale erede universale. Dopo la sua morte nel novembre del 1496, i collaboratori di Riario organizzarono la sepoltura in una cappella di Sant’Agostino, chiesa nella quale riposavano diversi familiari del cardinale (mappa 1.4).88 Per liquidare l’eredità, il procuratore di Riario, Bartolomeo de’ Dossis, prese possesso della casa del vescovo nel rione Ponte, non lontano da Sant’Agostino. La vendita, assistita da Jacopo Galli, fruttò 1000 ducati, 500 dei quali furono consegnati ai frati agostiniani per una cappella nella loro chiesa.89 Parte dei fondi fu destinata alla decorazione, compresi i sessanta ducati di camera pagati a Michelangelo per una pala il 2 settembre 1500.90 La scelta dell’artista non sorprende, dato il ruolo di Jacopo Galli nella selezione; il loro legame in quel momento è testimoniato dall’acquisto di una botte di vino corso da parte di Michelangelo presso il banchiere il 22 settembre.91 Anche Fabrizio Puligato, conoscente di entrambi, potrebbe essere stato coinvolto in qualche modo nella commissione, poiché nello stesso mese i conti Galli-Balducci registrano curiose transazioni, ancora inspiegate, fra i frati di Sant’Agostino, Puligato e Galli.92
Michelangelo avrebbe infine abbandonato la pala di Sant’Agostino e lasciato Roma per Firenze. Come ricordato, nel dicembre del 1500 il padre gli scrisse esortandolo a rientrare e accennando a nuove opportunità. Entro il febbraio del 1501 l’artista aveva disposto il deposito delle proprie scorte di marmo presso Jacopo Galli in vista della partenza.93 A Firenze trovò effettivamente successo, assicurandosi presto la prestigiosa commissione del David marmoreo (fig. 214). Lasciò incompiuta la pala di Sant’Agostino e nel novembre del 1501 il compito di terminarla fu affidato a un pittore chiamato ‘maestro Andrea’. In quanto artista di seconda scelta, Andrea avrebbe ricevuto un compenso inferiore a quello di Michelangelo.94 Benché la sua identità resti misteriosa, era probabilmente tedesco, poiché i frati di Sant’Agostino avevano già impiegato nel 1497, per altri lavori, un pittore indicato come ‘Andrea pictore todesco’.95
Negli studi storico-artistici si è discusso molto se la Deposizione incompiuta di Michelangelo a Londra (fig. 195) sia la tavola che gli fu chiesto di dipingere per Sant’Agostino e che non portò a termine. Mancusi-Ungaro fu il primo ad associarla alla commissione per Sant’Agostino, quando pubblicò i relativi
registri Galli-Balducci nel 1971.96 Hirst sostenne poi questa proposta, affermando che la Deposizione incompiuta di Londra fosse la pala iniziata da Michelangelo per la cappella di Giovanni da Viterbo. Richiamò l’attenzione sulla provenienza romana della tavola, presente nella collezione Farnese a Roma nel 1644, sulle dimensioni relativamente grandi, sul tema funerario e sulla somiglianza generale con altre opere di Michelangelo datate intorno al 1500.97 In un articolo del 1994 Alexander Nagel appoggiò la tesi pubblicando pagamenti per la consegna di una ‘nuova’ pala a Sant’Agostino il 18 giugno 1502, lo stesso giorno in cui maestro Andrea ricevette il saldo. Due mesi dopo, i conti di Sant’Agostino registrano l’installazione di una tenda azzurra per coprire una ‘tavola della Pietà’, presumibilmente la pala di Andrea. Anche la Deposizione londinese di Michelangelo, sostenne Nagel, sarebbe stata adatta a un altare dedicato alla Pietà.98
Benché vi siano tutte le ragioni per ritenere che la Deposizione di Londra sia stata dipinta da Michelangelo, il collegamento fra questa tavola e la commissione interrotta per Sant’Agostino è quasi certamente erroneo.99 Nel marzo del 1501 i conti di Sant’Agostino indicano che i committenti spesero quaranta ducati di camera per una tavola lignea e ventisei ducati per la doratura.100 Il supporto della pala fu dunque pagato con una parte consistente dei cinquecento ducati destinati a tutte le spese della cappella di Giovanni da Viterbo. È assai improbabile che questa tavola ampiamente dorata fosse quella utilizzata da Michelangelo per la Deposizione londinese: era un oggetto costoso che gli amministratori dell’eredità non avrebbero avuto motivo di cedere all’artista. Dopo il suo ritiro dalla commissione, avrebbero affidato la tavola a maestro Andrea e, una volta completata, l’avrebbero installata a Sant’Agostino. È inoltre probabile che la Deposizione londinese risalga al soggiorno fiorentino del primo Cinquecento anziché al periodo romano di Michelangelo. Paul Joannides e Achim Gnann hanno proposto che uno straordinario studio di nudo femminile dell’artista (fig. 196) fosse preparatorio per la pala londinese. Come Hirst fu il primo a osservare, il margine verticale della tavola è tracciato sul lato sinistro del foglio, appena a sinistra del nudo inginocchiato.101 La presenza di questa linea suggerisce che il disegno fosse preparatorio alla pittura della pala, per definire la composizione delle figure rispetto ai bordi del supporto. Tuttavia esso è databile al periodo fiorentino del 1503/4 circa, poiché sul verso compaiono studi per la Battaglia di Cascina (fig. 197). Come ha sostenuto Gnann, queste circostanze suggeriscono che la tavola londinese appartenga alla fase fiorentina, anziché romana, della prima carriera di Michelangelo. Rivela affinità con il Tondo Doni, commissione fiorentina,
fig. 195 Michelangelo Buonarroti, Deposizione, Londra, National Gallery, inv. NG790. 1504 circa? Foto © The National Gallery, Londra.
fig. 196 Michelangelo Buonarroti, Studio per la Deposizione di Londra, Parigi, Louvre, Département des Arts graphiques, inv. 726 r. 1503–1504? Foto © RMN-Grand Palais (Musée du Louvre) / Thierry Le Mage.
fig. 197 Michelangelo Buonarroti, Studio per la Battaglia di Cascina, Parigi, Louvre, Département des Arts graphiques, inv. 726 v. 1503–1504? Foto © RMN-Grand Palais (Musée du Louvre) / Thierry Le Mage.
Pagina di illustrazioni. Per l’immagine si veda il PDF completo ad accesso aperto.
e con studi eseguiti da Michelangelo dal cartone della Sant’Anna di Leonardo, esposto per la prima volta a Firenze nell’estate del 1501.102 Considerati nel loro insieme, questi argomenti separano in modo convincente la Deposizione dalla cappella di Sant’Agostino.
Mentre si preparava a lasciare Roma per Firenze, Michelangelo si impegnò insieme a Galli in un’altra commissione che non avrebbe mai portato a termine. Doveva scolpire quindici piccole statue marmoree per il cardinale Francesco Todeschini Piccolomini, nipote di papa Pio II, che sarebbe stato a sua volta eletto papa nel 1503. Nel 1501 il cardinale richiese queste statue per completare un altare nel Duomo di Siena (fig. 198).103 È assai probabile che, ancora una volta, i rapporti di Michelangelo con il cardinale Riario e Jacopo Galli abbiano avuto un ruolo rilevante nell’ottenimento dell’incarico. Piccolomini
fig. 198 Andrea Bregno e Michelangelo Buonarroti, Monumento Piccolomini, Siena, Duomo. 1481–1504. Foto © Foto Marburg, Albert Hirmer e Irmgard Ernstmeier-Hirmer.
era stato uno degli esecutori testamentari del cardinale Bilhères e in questa veste aveva collaborato, almeno indirettamente, con Michelangelo e Galli alla commissione della Pietà.104 Le statue ordinate dal cardinale Piccolomini dovevano colmare gli ultimi vuoti di un elaborato monumento iniziato negli anni Ottanta del Quattrocento da Andrea Bregno. Piccolomini immaginava questo altare come luogo di sepoltura a Siena qualora fosse morto ‘lontano da Roma’; il destino volle invece che morisse a Roma e fosse sepolto vicino a Pio II nella Basilica di San Pietro. Per qualche tempo cercò uno statuario al quale affidare le piccole statue. Inizialmente sembra aver cercato senza successo i servizi di Cristoforo ‘il Gobbo’ Solari. Fra il 1498 e il 1499 Pietro Torrigiani iniziò per il cardinale una statua di san Francesco, lasciandola incompiuta. Il 22 maggio 1501 erano già in corso trattative con Michelangelo e
fig. 199 Michelangelo Buonarroti, San Paolo, Monumento Piccolomini, Siena, Duomo. 1501–1504. Foto © Foto Marburg, Albert Hirmer e Irmgard Ernstmeier-Hirmer. fig. 200 Michelangelo Buonarroti, San Pietro, Monumento Piccolomini, Siena, Duomo. 1501–1504. Foto © Foto Marburg, Albert Hirmer e Irmgard Ernstmeier-Hirmer.
l’artista definì le proprie condizioni contrattuali.105 Entro giugno l’accordo era stato firmato da Piccolomini come committente, da Michelangelo come scultore e da Galli come garante. Poiché occorsero venti giorni, dal 5 al 25 giugno, perché tutte e tre le parti apponessero la firma, si è ipotizzato che Michelangelo fosse già partito da Roma per Firenze e che il contratto dovesse essere inviato avanti e indietro da Roma.106
Andrea Bregno aveva iniziato il monumento Piccolomini in marmo di Carrara, e il cardinale richiese a Michelangelo di usare materiale della stessa qualità: marmo di Carrara bianco puro e privo di venature. Richiese anche il completamento puntuale delle statue. Galli garantì dunque che Michelangelo avrebbe prodotto quindici figure nei tre anni successivi, impegnandosi a non intraprendere altri lavori. Promise inoltre che le figure sarebbero state scolpite in marmo di Carrara ‘nuovo’, senza ricavarle da pezzi uniti fra loro.107 Altre clausole imponevano all’artista di finire ‘i panni e la testa’ del San Francesco iniziato da Torrigiani, senza compenso, per ‘onore, cortesia e umanità’. Le prime due figure terminate, come ricordato nel capitolo 7, sarebbero state sottoposte a una valutazione esperta per assicurare che fossero ‘meglio eseguite e finite, e di un grado di perfezione superiore a qualunque figura moderna oggi a Roma’.108 Erano condizioni ambiziose, che Michelangelo avrebbe presto disatteso. Pochi mesi dopo, nell’agosto del 1501, firmò con l’Opera del Duomo di Firenze un nuovo contratto per il David, violando l’accordo precedente con il cardinale. Come nel caso della pala di Sant’Agostino, gli impegni assunti nella cerchia romana di Riario e Galli si disfecero quando l’artista concentrò l’attenzione sulle commissioni fiorentine. Alla fine completò soltanto quattro figure, fra cui le statue dei santi Pietro e Paolo (figg. 199–200). L’impegno incompiuto lo avrebbe tormentato per decenni: gli eredi del cardinale continuarono a reclamare le statue, mentre le nicchie del monumento restavano vuote.109
Un’altra nuova commissione ottenuta grazie a Jacopo Galli, la Madonna di Bruges (fig. 201), contribuì a interrompere il lavoro di Michelangelo per l’altare senese. Benché scolpita a Firenze, la Madonna era destinata a committenti residenti a Roma: i Mouscron, ricchi mercanti di tessuti fiamminghi la cui attività aveva sede presso Piazza del Paradiso, vicino a Campo de’ Fiori e all’Isola Galli.110 I Mouscron erano stati senza dubbio colpiti dalla Pietà vaticana e dalla sua sensibilità nordeuropea: la Madonna di Bruges imita infatti la statua vaticana sotto vari aspetti, soprattutto nella bellezza giovane e serena della Vergine.
Vi sono pochi dubbi che Jacopo Galli sia stato l’intermediario fra Michelangelo e i Mouscron. Da tempo sosteneva la loro redditizia attività tessile, e i conti Galli-Balducci documentano importanti rapporti finanziari con loro. I registri rivelano che Galli era a sua volta cliente della ditta, acquistando regolarmente tessuti pregiati, alcuni importati persino da Londra.111 Nel 1502, poco prima che Michelangelo ottenesse la commissione della Madonna di Bruges, i conti rivelano un
fig. 201 Michelangelo Buonarroti, Madonna di Bruges, Bruges, Onze Lieve Vrouwekerk. 1501–1504. Foto © Paul Maeyaert. Tutti i diritti riservati 2024 / Bridgeman Images.
Pagina di illustrazioni. Per l’immagine si veda il PDF completo ad accesso aperto.
forte aumento degli affari svolti dal banco Galli-Balducci per conto dei Mouscron, con transazioni del valore di migliaia di ducati.112 Nello stesso anno Galli agì anche come garante della famiglia. In un documento testimoniato dal ‘librario’ Giacomo Mazzocchi e firmato nella sua bottega, Galli garantì che i Mouscron avrebbero potuto pagare una penale di 2000 ducati qualora avessero commesso un’offesa ai danni di un certo aromatario, Andrea Mattabuffi, farmacista e forse anche fornitore di coloranti [Appendice II.14].113 Evidentemente, quando sorse una controversia con Mattabuffi, Galli intervenne per aiutare i Mouscron a risolverla.
Fu probabilmente Jacopo Galli a organizzare il contratto, oggi perduto, per la Madonna di Bruges. I pagamenti passarono attraverso il banco Galli-Balducci, che ricevette cento fiorini per Michelangelo in due rate.114 Fin dall’inizio, la necessità di spedire la statua da Firenze, dove fu scolpita, a Bruges costituiva una notevole difficoltà logistica. Come per la Pietà vaticana, Galli fu probabilmente chiamato a garantire il contratto e ad aiutare come intermediario e risolutore di problemi. Dopo la sua morte, la spedizione fu infine gestita dal banco Balducci, come dimostra una lettera a Michelangelo di Giovanni Balducci, nipote di Baldassare e cassiere del banco. Nell’agosto del 1506 Giovanni fornì all’artista istruzioni dettagliate per consegnare la Madonna ai committenti. Secondo la lettera, il mercante fiorentino Francesco del Pugliese avrebbe organizzato il trasporto da Firenze a Viareggio e sorvegliato il successivo invio nelle Fiandre. Se Del Pugliese non fosse stato in grado di occuparsene, Michelangelo avrebbe dovuto portare personalmente la statua a Viareggio, dove persone di fiducia del banco ne avrebbero assicurato il viaggio verso nord. Qualunque spesa sostenuta dall’artista per il trasporto sarebbe stata rimborsata da ‘Bonifazio Fazzi e compagni’, soci fiorentini dei Balducci.115 La lettera offre preziose indicazioni sull’attività svolta dietro le quinte dal banco Galli-Balducci per conto di Michelangelo, illustrandone il ruolo nella gestione della Madonna di Bruges. In ultima analisi, il coinvolgimento di Balducci nella soluzione dei problemi logistici derivava probabilmente da una garanzia firmata da Jacopo Galli che impegnava il banco alla consegna. In questo senso, la lettera costituisce una prova indiretta della collaborazione fra Michelangelo e Galli, la cui vasta rete di rapporti e risorse ebbe un ruolo essenziale nei primi successi dell’artista.
Le capacità commerciali di Galli offrirono a Michelangelo la prospettiva di una brillante carriera romana, sostenuta da ricchi committenti, dagli estesi contatti d’affari del banchiere e dalla cultura antiquaria di Parione. La sua guida sicura assicurò il completamento del Bacco, della Pietà vaticana, di alcune figure del monumento Piccolomini e della Madonna di Bruges: una parte significativa delle sculture che Michelangelo avrebbe effettivamente portato a termine nella sua lunga carriera. Sul piano personale, Galli sembra essere stato l’intermediario necessario per gestire i rapporti dell’artista con i ‘grandi uomini’, che Michelangelo talvolta trovava difficili da tollerare. Il loro rapporto fu profondo e multiforme, analogo a quello che Michelangelo avrebbe intrattenuto negli anni Trenta e Quaranta del Cinquecento con Luigi del Riccio, mercante-banchiere e
agente degli Strozzi. Del Riccio agì da intermediario per le commissioni di Michelangelo, lo aiutò ad acquistare marmo, curò la pubblicazione delle sue poesie e gli commissionò una tomba per il nipote Cecchino Bracci. Come i Galli, la famiglia Del Riccio acquistò prestigio per decenni grazie allo stretto rapporto con l’artista, esibito attraverso copie della Pietà e del Cristo risorto nelle proprie cappelle in Santo Spirito a Firenze.116
A controbilanciare gli eventuali progetti di Galli e Michelangelo di proseguire la loro proficua collaborazione vi era il crescente rammarico dell’artista per la propria assenza da Firenze, palpabile nelle lettere scambiate con il padre nel 1500.117
Michelangelo non terminò mai la pala di Sant’Agostino e le statue Piccolomini, commissioni adatte agli interessi di Galli e della sua rete, ma difficilmente all’altezza delle ambizioni personali dell’artista. La tavola per Sant’Agostino, commissionata da un membro della cerchia più stretta di Riario, non era abbastanza stimolante da persuaderlo a rimanere a Roma. Per l’altare Piccolomini a Siena, un committente curiale gli offriva l’incarico piuttosto vincolante di completare un monumento già iniziato da Andrea Bregno. Nessuno dei due progetti si realizzò pienamente dopo il ritorno di Michelangelo a Firenze, dove lo attiravano la nostalgia di casa e l’eccezionale sfida del David: un’opera che, diversamente dalle commissioni per Sant’Agostino o Siena, gli permetteva di proseguire il percorso di statue audaci e innovative create in competizione con l’antico. Galli mirava troppo in basso e guardava troppo esclusivamente alla scena romana, mentre Michelangelo sperava di evitare i normali progetti ‘di bottega’ e aprirsi nuove possibilità a Firenze. Anche se la collaborazione si era fatta tesa, la morte di Galli nel 1505 privò l’artista di un sostegno insostituibile, e la sua carriera non sarebbe più stata la stessa. È inevitabile chiedersi come si sarebbe sviluppata diversamente la vita di Michelangelo se Galli avesse continuato a sostenerlo e se altrettante opere dello scultore sarebbero rimaste ‘non finite’.
Jacopo Sadoleto, Pietro Bembo e la cerchia letteraria di Galli
La biografia di Michelangelo scritta da Ascanio Condivi immortalò Jacopo Galli come amico fidato dell’artista e gentiluomo romano di bello ingegno. Credendolo committente del Bacco, Edgar Wind, Phyllis Bober e altri interpretarono tale ingegno come capacità di sostenere l’ambizione dell’artista di scolpire il Bacco nello spirito del neoplatonismo ficiniano.118 Tradizionalmente gli studi si sono concentrati sulla prosecuzione a Roma dell’ambiente intellettuale fiorentino che aveva formato Michelangelo negli anni giovanili, mentre la cerchia di Riario e Galli era poco studiata. Negli ultimi venticinque anni, tuttavia, la ricerca ha aperto nuove prospettive sulla complessità e varietà della cultura intellettuale
e antiquaria romana. L’attenzione si è spostata oltre papi e cardinali verso il ruolo della nobiltà romana, messo in luce dagli studi su famiglie eminenti come i Porcari e i Leni.119 La stessa personalità multiforme di Jacopo Galli ha cominciato a emergere negli articoli di Frommel, Baldini, Lodico, Piras e altri.120 Eppure, come mercante e intellettuale in rapporto con artigiani locali, cardinali e tutti i livelli intermedi, Galli non si adatta al modello convenzionale di ‘mecenate’ solitamente discusso nella letteratura storico-artistica. Con l’aiuto degli archivi Galli-Balducci resta molto da esplorare nelle diverse dimensioni della sua identità.
Come ricordato nel capitolo 3, Galli ricevette probabilmente un’educazione umanistica, seguendo un percorso scelto dal padre Giuliano. Con l’aumento della ricchezza e del prestigio divenne egli stesso un mecenate delle lettere. Gli amici cominciarono a riconoscere nelle proprie opere i debiti nei suoi confronti, come fece Baldassare Crassi pubblicando nel 1498 una raccolta di lettere di Matteo Bossi.121 Nella prefazione Crassi dichiarava di aver posto le lettere di Bossi ‘nelle mani di Galli’ e lo invitava a giudicare se avessero superato quelle di Cicerone.122 Fra gli umanisti e i letterati del rione Parione non mancava la competizione per il sostegno e il favore di Galli. Fra loro vi era Giacomo Mazzocchi, libraio e letterato bergamasco sostenuto da Galli all’inizio della carriera. Mazzocchi è noto soprattutto come editore degli Epigrammata Antiquae Urbis, raccolta di iscrizioni antiche visibili nelle collezioni romane, compresa quella dei Galli. Aveva una libreria a Campo de’ Fiori nella quale, come ricordato, nel 1502 Jacopo Galli firmò una garanzia per i Mouscron [Appendice II.14].123 Nel novembre del 1502 i conti Galli-Balducci registrano un pagamento di venticinque ducati di Jacopo Galli a ‘Iac. o libraro per librj’, senza dubbio riferito ad acquisti nella bottega di Mazzocchi.124 Il libraio espresse la propria gratitudine a Galli nel primo libro che sappiamo aver curato, stampato da Johannes Besicken il 10 maggio 1505, poco prima della morte di Jacopo. Era una compilazione dell’autore tardoantico Vibio Sequestre che elencava nomi geografici menzionati da Virgilio, Ovidio e altri poeti latini. Presentandosi come ‘Romanae Academiae bibliopola’, libraio dello Studium Urbis, Mazzocchi dedicò il volume a Galli, ‘il più umano, ma anche il più dotto dei Romani’. ‘Ti sei guadagnato la lode del popolo e la benevolenza dei buoni’, scriveva, ‘attraverso le arti della liberalità, dell’ospitalità e del favore’. Nella devozione a Galli, Mazzocchi si univa ai molti altri ‘uomini dotti che lo rispettano e onorano’ [Appendice II.15].125
Come rivelano i conti Galli-Balducci, Jacopo Galli era anche mecenate del teatro e organizzava spettacoli in una delle sue vigne antiquarie. Fra le registrazioni più affascinanti compaiono pagamenti per rappresentazioni di commedie, uno dei quali apparentemente effettuato dalla moglie Saulina. Poiché il pagamento di Saulina, del novembre 1500, compare
nei conti insieme ad altri relativi alla vigna Galli a Ripa (si veda fig. 181), è quasi certo che lo spettacolo si tenesse lì.126 Nel gennaio e febbraio del 1501 dal conto di Galli uscirono fondi per scenografie dipinte da utilizzare nella rappresentazione di un’altra commedia, anch’essa senza titolo indicato. I registri rivelano che il 21 gennaio Galli pagò un certo Giovanni ‘per tavole per la chomedia’. Il 10 febbraio effettuò un altro pagamento a un maestro non identificato ‘per pignere per la chomedia’.127 Lo spettacolo fu allestito durante il Carnevale, periodo in cui le commedie erano consentite e abbondavano. Il rapporto degli ambasciatori veneziani del 17 febbraio di quell’anno osservava che persino il papa era rimasto fuori fino a tarda sera per assistervi.128 Sempre il 17 febbraio i conti Galli-Balducci (si veda fig. 7) registrano un pagamento per ‘chandellierj’, torce probabilmente necessarie per gli spettacoli dopo cena. Altri pagamenti dello stesso periodo riguardano tessuti e i servizi di un certo ‘lagrassa scharpellino’.129
La fonte di gran lunga più significativa per le attività letterarie e umanistiche di Galli è costituita da due dialoghi filosofici composti da Jacopo Sadoleto dopo la sua morte.130 Nato a Modena e formatosi a Ferrara, Sadoleto giunse a Roma fra il 1498 e il 1503, quando divenne canonico di San Lorenzo in Damaso.131 Fu protetto dal cardinale Oliviero Carafa di Napoli fino alla morte di quest’ultimo nel 1511. Come ha suggerito Maddalena Spagnolo, durante il servizio presso Carafa Sadoleto fu probabilmente uno dei primi ideatori della celebre competizione letteraria di Parione, la Festa di Pasquino.132 Aveva un’affinità con le statue antiche, come rivela il poema De Laocoontis statua, scritto poco dopo la scoperta del Laocoonte nel gennaio del 1506.133 Durante il soggiorno romano, mentre apparteneva alla casa del cardinale Carafa in Piazza di Parione, Sadoleto strinse amicizia con Jacopo Galli. Ripensando nel 1505 a quel rapporto, dopo la morte del banchiere, scrisse di averlo ‘tanto amato’ e di sentirsi ‘privato di soavissima e santissima amicizia’.134 Il tributo più importante a quest’amicizia fu il De laudibus philosophiae libri duo: due dialoghi descritti da Sadoleto come una difesa della filosofia da lui sostenuta ‘alcuni anni prima nella villa suburbana di Jacopo Galli contro l’eloquente, ma piuttosto ingiusta, accusa di […] Tommaso Fedro’.135 Sadoleto scrisse il primo dialogo, il Phaedrus, a Carpentras fra il 1521 circa e il 1523; completò il secondo, l’Hortensius, nel 1535 e li pubblicò insieme nel 1538. Entrambi descrivono una discussione fra lui, Jacopo Galli, Tommaso Inghirami e Francesco Cedrario nella vigna Galli presso Castel Sant’Angelo, ‘la mattina dei Floralia’, l’antica festa romana dei fiori.136
Lo scopo dei dialoghi di Sadoleto era difendere i meriti della filosofia, utilizzando Jacopo Galli come esempio dei suoi benefici. ‘Fin dalla prima giovinezza [Galli] vi si era pienamente dedicato’, scrive Sadoleto, e ‘ora vi è tornato dopo un lungo intervallo’, essendosi ritirato dagli affari mercantili.137 Galli aveva abbandonato una vita trascorsa a inseguire beni materiali, sapendo che, così come una statua di Dedalo appare bella e perfetta perché tenuta insieme da catene, il modo migliore di vivere è sostenuto dalla filosofia.138 Allontanandosi dagli affari, privilegiava ormai lo studio e le conversazioni dotte. I suoi amici, dice Cedrario a Galli, ‘non considerano nulla più accessibile della tua persona, della tua casa, del tuo aiuto, del tuo favore, della tua borsa, della tua autorità’.139
Nel primo dialogo Sadoleto introduce l’accusa contro la filosofia, sostenuta da Tommaso ‘Fedra’ Inghirami, il personaggio ‘Phaedrus’. Inghirami afferma che la filosofia è un’attività vuota, di scarsa utilità sociale. I massimi eroi della storia non erano filosofi, ma uomini di stato come Cesare, Romolo, Gaio Muzio Scevola o Marco Curzio, divenuti grandi grazie a virtù, prudenza e disciplina. Roma era diventata un impero grazie a questi eroi illustri ed era decaduta per l’influenza corruttrice della filosofia greca. Il secondo dialogo, intitolato Hortensius in onore di Cicerone, presenta la confutazione di Sadoleto. Questi sostiene che la filosofia sia la più alta attività umana, perché sola consente all’umanità di elevarsi al di sopra delle preoccupazioni terrene. L’uomo è fatto a immagine di Dio e può avvicinarsi a lui soltanto coltivando le facoltà razionali, il proprio aspetto più divino. Jacopo Galli aveva conquistato l’ammirazione di Sadoleto voltando le spalle agli affari mondani del commercio e della banca per abbracciare la filosofia. Ora offriva una prova vivente della validità delle tesi di Sadoleto.
I dialoghi non possono in alcun modo essere intesi come resoconti accurati di eventi passati, anche perché furono composti decenni dopo la morte di Galli. Sadoleto li scrisse guardando con nostalgia a un’epoca trascorsa, per rendere omaggio non soltanto a Jacopo Galli, ma anche al nipote Jacopo Galli il Giovane, suo amico.140 Per descrivere la villa di Galli attingono al lessico greco degli ambienti filosofici: Sadoleto e i compagni si riuniscono in un hyppodromus, passeggiano nei giardini e attraversano un porticus dipinto, uno xystus e un cortile con esedra.141 Benché questi luoghi siano riccamente immaginati, l’‘ippodromo’ associato alla villa potrebbe non essere del tutto inventato: i topografi quattrocenteschi segnalavano infatti rovine di un teatro o ippodromo nell’area della vigna Galli, una località chiamata ‘Caiano’ fuori Castel Sant’Angelo. Giovanni Rucellai vi notò ‘culisei et teatri’, Flavio Biondo descrisse muri in rovina e file di sedili, e
Andrea Fulvio osservò i resti di un circo.142 La pianta di Roma di Alessandro Strozzi del 1474 raffigura questa struttura antica in rovina, indicata come ‘cyrcus’, non lontano da Castel Sant’Angelo (fig. 202).143 Christian Hülsen collegò queste descrizioni a un edificio antico scavato nel Settecento: una costruzione oblunga, curva a un’estremità come un ‘ippodromo’, che identificò con il Circo di Adriano o con la Naumachia.144
Come le ambientazioni dei dialoghi di Sadoleto si fondano in parte sul ricordo della vigna Galli, così gli interlocutori si ispirano agli antichi membri della cerchia letteraria del banchiere, le cui amicizie con Galli e Sadoleto sono ampiamente confermate da lettere e altre fonti.145 Nel Phaedrus compaiono Camillo Porcari e Blosio Palladio, che nel dialogo si dice partecipassero a ‘riunioni quotidiane’ nella casa di Galli.146 Certamente
fig. 202 Alessandro Strozzi, Pianta di Roma (particolare), Firenze, Biblioteca Medicea Laurenziana, MS Redi 77, foll. VII v–VIII r. 1474. Foto © Ministero della Cultura. Tutti i diritti riservati.
Jacopo Galli era davvero amico stretto di Camillo Porcari, professore di retorica alla Sapienza e membro della sua famiglia allargata.147 La lapide di Francesco Cedrario in San Lorenzo in Damaso, personaggio di primo piano nel Phaedrus, fu pagata dal suo ‘opimus amicus’ Jacopo Sadoleto (fig. 203).148 Questa tomba offre una traccia materiale dei rapporti personali che riunivano importanti letterati nella casa e nella vigna di Jacopo Galli. Un altro personaggio del Phaedrus, il nobile romano Evangelista Maddaleni de’ Capodiferro, commemorò l’amicizia con Galli in una poesia di compianto scritta dopo la sua morte.149 I manoscritti di Capodiferro comprendono anche poesie che piangono la morte di Grazia, figlia di Jacopo Galli, e della moglie Saulina [Appendice II.13].150
Nei dialoghi di Sadoleto il personaggio ‘Phaedra’ ricorda il celebre umanista veneziano Pietro Bembo come ‘ospite e amico’ di Jacopo Galli (‘hospes & amicus’). Secondo Fedra, Bembo aveva dichiarato che i monumenti antichi rendevano Roma gloriosa, ma che la città doveva a Galli il suo vero splendore.151 L’amicizia di Galli con Bembo non era un’invenzione letteraria di Sadoleto, ma un legame reale sviluppatosi durante le visite di Bembo a Roma. Considerata l’importanza di Bembo come intellettuale e letterato, il rapporto con Galli e la partecipazione alla cerchia filosofica commemorata dai dialoghi meritano un esame più attento. A partire dal 1497 Bembo trascorse diversi anni alla corte estense di Ferrara, dove iniziò la sua prima importante opera in italiano, Gli Asolani, e dove strinse amicizia con Jacopo Sadoleto. Nel maggio del 1502 visitò brevemente Roma, tornando a Venezia entro luglio.152 Poco dopo il ritorno, nell’autunno del 1502, scrisse a Tommaso Inghirami a Roma, inviando saluti a Jacopo Galli, Camillo Porcari e altri amici comuni. ‘Ti prego di mandarmi’, scrisse a Inghirami, ‘in futuro, una lettera o due, e di salutare Jacopo Galli, quell’uomo amato dalle Muse, che tanto ha fatto per me, e Camillo Porcari, Maddaleni [Evangelista Maddaleni de’ Capodiferro], Lorenzo [Lorenzo Grana] […] e soprattutto Jacopo Sadoleto da Modena’.
Nel marzo del 1503 Bembo scrisse a Sadoleto, inviando ancora saluti a Galli e chiedendo che non facesse circolare le poesie degli
fig. 203 Tomba di Francesco Cedrario, Roma, San Lorenzo in Damaso. Dopo il 1513–prima del 1521. Foto: autrice.
Asolani che aveva copiato e conservava privatamente in casa, poiché nel frattempo Bembo aveva ampiamente rivisto il testo.153 Come segno di fiducia, Bembo aveva consentito a Galli di copiare da una prima stesura degli Asolani, dialoghi sull’amore scritti in un italiano petrarchesco. Lo avrebbe rivisto nel marzo del 1505, quando si recò a Roma insieme al padre Bernardo. In questo breve periodo, animato da conversazioni su antichità e opere d’arte, Riario, Galli, Bembo, Sadoleto e Michelangelo si trovavano tutti a Roma.154
L’amicizia di Bembo con Galli si rafforzò durante questi incontri, come rivela l’intenso dolore del poeta veneziano quando apprese della morte del banchiere nel giugno del 1505. Dopo che Sadoleto lo informò che Galli era morto così poco tempo dopo il loro ultimo incontro, Bembo scrisse:
Anzitutto mi addolora che, come scrivi, Jacopo Galli sia morto: era un uomo onesto, desideroso della compagnia dei dotti, ti portava il più vivo affetto e io gli dovevo molto. Perciò la tua lettera mi ha strappato lacrime, e non soltanto lacrime, ma anche una piccola elegia. Non ho infatti potuto trattenermi dall’affidare qualcosa ai versi in tanto dolore. Te la mando. Se ti sembrerà opportuno, mostrala a chi riterrai adatto.155
La poesia allegata da Bembo alla lettera si può probabilmente identificare con il Galli Epitaphium, composizione inclusa nell’edizione a stampa delle sue Opera:
Epitaffio per Gallo. O Roma, travagliata da un destino troppo crudele, era giusto che tu patissi tante volte la perdita estrema? Lui, Gallo, tuo discendente e tua grande delizia, Gallo, prima gloria della terra aventina. Gallo, ospite carissimo alle Muse e a Febo, cui lo stesso padre Febo donò la propria lira e che le divine Muse, Melpomene e Calliope, cinsero d’alloro proclamandolo loro poeta. Aveva misura, grazia persuasiva, desiderio del giusto, onestà di cuore e schiettezza. La candida Abbondanza gli sorrideva con il corno spalancato. Così le ninfe benevole e il dio semicapro, e madre Cerere, i capelli grigi cinti di spighe, riempiva i suoi campi di messi liete. Per lui il sulfureo Nar, per lui il Farfarus dalle nere acque e il Fucino, che accresce le tue acque, o Roma, e l’Almone, l’Aniene, il Tevere e padre Numico ordinarono alle proprie correnti di scorrere più abbondanti. Il tuo prediletto, mia Roma, il tuo spirito, il tuo fascino e la tua speranza, il sostegno e il respiro della tua vecchiaia, Gallo, grazie al quale dimenticasti un tempo i tuoi mali, è morto: ahimè, dèi privi d’amore e di legge!156
Il ‘Gallus’ onorato da Bembo in questo epitaffio, romano orgoglioso e uomo ricco al quale l’Abbondanza aveva sorriso ‘con il corno spalancato’, è certamente Jacopo Galli.157 La lettera e la poesia rivelano che Galli era egli stesso poeta: un ‘uomo amato dalle Muse’, incoronato d’alloro da Melpomene e Calliope. Il suo corpus poetico resta da riscoprire, e l’attribuzione di singole opere è ostacolata dal fatto che diversi poeti fra tardo Quattrocento e primo Cinquecento si chiamavano ‘Gallus’. L’elogio di Bembo illumina nondimeno l’importanza della sua carriera letteraria. La decisione di affidargli una prima stesura degli Asolani ne conferma ulteriormente le credenziali letterarie. Rivela che gli interessi di Galli non si limitavano alla poesia latina prediletta da Pomponio Leto e dalla maggior parte degli umanisti romani, ma comprendevano anche i versi in volgare italiano.
Il Galli Epitaphium di Bembo, in onore di Jacopo Galli, anticipa una poesia oggi perduta che Bembo compose per la sua tomba all’inizio del 1506, su richiesta di Sadoleto. Benché facilmente confondibile con il Galli Epitaphium, l’epitaffio funerario era lungo soltanto cinque esametri, dunque assai più breve. In una lettera del 5 maggio 1506, scritta per congratularsi con Jacopo Sadoleto per il De Laocoontis Statua, Bembo ne parla così:
Quanto a ciò che dici della tomba di Gallo, ebbene, non hai trovato abbastanza inezie in quella mia elegiolina, da invitarmi addirittura a scrivere il suo epitaffio? Ma ho naturalmente assecondato il tuo desiderio. Ho dunque composto un’iscrizione in cinque esametri. Se ti sembreranno per caso più del necessario, potrai facilmente accorciarla eliminando i primi due versi. Se li ritieni inaccettabili, scarta tutta la paginetta. Non trovo parole adeguate per ringraziare Camillo Porcari, che, come scrivi, mi ha menzionato pubblicamente nella sua orazione funebre, lodandomi ampiamente e solennemente […] Se potessi mandarmi anche una copia della sua orazione, ti dovrò tutto, secondo soltanto a lui’.158
Purtroppo non resta traccia dell’iscrizione e la tomba di Jacopo Galli, un tempo in San Lorenzo in Damaso, non sopravvive. Tuttavia il solo fatto che Bembo abbia composto questo epitaffio colloca Galli nel ristretto gruppo di amici illustri che il poeta scelse di onorare in questo modo.159
Il carattere della vivace cerchia intellettuale di Galli emerge dai dialoghi di Sadoleto, dalle lettere di Bembo e da altre fonti. Gli interessi del gruppo si concentravano chiaramente su poesia, filosofia e antichità, ed è stimolante immaginare quale ruolo avessero nelle loro discussioni le collezioni antiquarie di Galli e
il Bacco di Michelangelo. Una questione è se gli amici letterati di Galli discutessero il concetto di imitatio nel Bacco. La nota teoria dell’imitatio di Bembo si fondava sull’idea che Cicerone fosse l’unico modello valido per gli autori di prosa latina. Egli formulò la propria posizione in un celebre dibattito del 1512, che contrappose la sua convinzione nell’imitazione esclusiva di un solo modello classico superiore, Cicerone, alla difesa dell’imitazione eclettica da parte di Giovan Francesco Pico della Mirandola. Alla fine Bembo e Jacopo Sadoleto, ritratti fianco a fianco da Vasari nella Sala dei Cento Giorni (fig. 204), prevalsero nel dibattito sull’imitatio, portando all’applicazione degli ideali ciceroniani durante il loro servizio come segretari di papa Leone X. La popolarità del ciceronianismo a Roma spinse infine Erasmo a denunciarlo come eccesso pagano nel Ciceronianus del 1528. Le radici del movimento risalgono però ai primi anni del Cinquecento, quando la cerchia di Jacopo Galli sembra esserne stata un crogiolo. Erasmo avrebbe incontrato gli amici di Galli durante il soggiorno italiano fra il 1506 e il 1509, poco dopo la morte del banchiere. In quel periodo l’umanista tedesco strinse legami con il cardinale Riario e Tommaso Inghirami, esperienza che contribuì alla posizione anticiceroniana espressa in seguito. Quando il convinto ciceroniano Battista Casali elencò i principali sostenitori del movimento in un’invettiva contro Erasmo del 1518 o 1519, nominò Camillo Porcari, Jacopo Sadoleto, Pietro Bembo, Bernardo Capella e Fedra Inghirami: in sostanza, i membri centrali della cerchia intellettuale di Jacopo Galli.160
L’interesse di Galli per la poesia italiana degli Asolani di Bembo suggerisce anche una sua precoce partecipazione al ciceronianismo. Per Bembo, la rinascita dell’italiano come lingua letteraria era strettamente legata
fig. 204 Giorgio Vasari, Sala dei Cento Giorni, Remunerazione delle virtù, con i ritratti di Jacopo Sadoleto e Pietro Bembo in piedi dietro Paolo III, Roma, Palazzo della Cancelleria. Anni Quaranta del Cinquecento. Foto © Andrea Jemolo / Bridgeman Images.
ai suoi ideali ciceroniani. A suo avviso il latino aveva raggiunto la massima perfezione con Cicerone e non poteva più evolversi, mentre l’italiano era una lingua viva, capace di continuo sviluppo, affinamento e adattamento alla vita contemporanea. Così, mentre il latino rimaneva una reliquia immutabile del passato, l’italiano diventava una lingua privilegiata per l’espressione orale e letteraria del presente.161 Restano molte domande: Michelangelo avrebbe potuto partecipare a queste discussioni grazie al rapporto con Galli? E il gruppo avrebbe potuto confrontarsi con il concetto di imitatio in relazione al Bacco? Lo stesso Bembo, nelle Prose della volgar lingua pubblicate nel 1525, affrontò la competizione con l’antichità nella scultura di Michelangelo, interpretandone l’approccio in modo semplificato come un ‘ravvicinamento’ all’antico. Michelangelo e Raffaello erano i più diligenti fra i molti artisti che, scriveva Bembo, ‘sanno e vedono che le opere antiche si avvicinano alla perfezione più di quelle realizzate in seguito’.162 Forse la cerchia di Galli tentò di inquadrare il Bacco secondo il proprio interesse per un’imitazione ‘ciceroniana’ dell’antico. Oppure fu capace di cogliere tutta la complessità della statua: un’opera moderna che, come Gli Asolani, usa un linguaggio toscano anziché strettamente classico per produrre un’invenzione del tutto nuova.
Un altro centro d’interesse della cerchia letteraria di Galli erano certamente le celebri collezioni romane di scultura antica. I suoi amici erano noti per gli interessi antiquari e per le proprie raccolte, fra cui quella di Camillo Porcari, residente vicino a Galli nel rione Parione.163 Tommaso Inghirami era riconosciuto come una delle principali autorità romane sulla scultura antica e, quando l’Ercole e Telefo del Belvedere (fig. 205) fu scoperto in Campo de’ Fiori nel 1507, fu chiamato a identificarne il soggetto. Come riferisce un osservatore contemporaneo, ‘Fedra dice che non è Ercole, ma Commodo’: cioè una statua dell’imperatore romano Commodo nelle vesti di Ercole, una valutazione raffinata che mette in risalto la sua profonda conoscenza dell’arte antica.164 Ulteriori indicazioni sull’interesse della cerchia di Galli per le sculture antiche provengono dal De Virgilii Culice et Terentii fabulis liber di Pietro Bembo, composto poco dopo la visita a Roma del 1502. Benché pubblicato soltanto nel 1530, il testo sembra essere stato in gran parte completato entro il 1505, quando la tipografia aldina ottenne un privilegium per stamparlo.165 Ambientato nella Roma degli anni Novanta del Quattrocento, presenta un’immaginaria
conversazione fra il veneziano Ermolao Barbaro e Giulio Pomponio Leto. Vi assiste Tommaso Inghirami, che Bembo indica come colui che lo informò del colloquio.166 Concepita come omaggio agli amici e alla cultura antiquaria di Roma, l’opera onora l’eredità di Pomponio Leto e al contempo valorizza due preziosi manoscritti ereditati da Bembo dal padre Bernardo: una copia del V o VI secolo delle commedie di Terenzio e una raccolta carolingia di opere attribuite a Virgilio (BAV, MS Vat. lat. 3226 e MS Vat. lat. 3252).
Il dialogo di Bembo è ambientato nel giardino antiquario e nella collezione di sculture di Barbaro presso Santa Maria sopra Minerva. Giungendovi, Pomponio Leto trova Barbaro intento a contemplare una statua marmorea danneggiata di un uomo disteso, descritta come ‘giacente a terra in modo casuale e indecoroso […] senza testa, senza piedi e persino senza mani, ma con il
fig. 205 Ercole e Telefo, Vaticano, Musei Vaticani, Museo Chiaramonti, inv. 1314. Inizio del II secolo d.C. Foto © bpk / Scala.
braccio sinistro avvolto in una veste’, figura simile a quella raffigurata da van Heemskerck nella collezione Galli (si veda fig. 215).167 Osservando la statua, Barbaro e Leto lamentano la frammentazione della scultura antica di Roma, tracciando un parallelo con la perdita e corruzione delle opere letterarie classiche. Benché i testi di Catullo, Ovidio, Orazio e Virgilio siano sopravvissuti, come le statue antiche sono ormai frammentari e incompleti. Questo dialogo immaginario racchiude un tema centrale dell’umanesimo romano: le statue antiche, un tempo ‘un’altra popolazione di pietra’ e ora miseramente spezzate a terra, simboleggiano la perdita ancora più tragica e diffusa dei testi antichi. Barbaro e Leto deplorano lo stato del Pantheon e dell’obelisco Vaticano, osservando come questi monumenti un tempo grandiosi siano ormai nascosti da sgradevoli botteghe e mercati moderni. Come l’incuria verso l’antichità ha guastato la bellezza dei monumenti, così l’ignoranza ha permesso che i testi classici fossero corrotti da errori dei copisti, false attribuzioni e altre forme di trascuratezza.168 Il dialogo di Bembo esprime eloquentemente la cultura antiquaria della Roma del primo Cinquecento e illumina i temi di discussione che interessavano Jacopo Galli e la sua rete. Rivela l’interesse degli ‘uomini di lettere’ per scoperte archeologiche, collezioni di antichità, accostamenti fra antico e moderno e necessità di conservare e venerare i frammenti superstiti della scultura antica. La collezione di Jacopo Galli, con il moderno Bacco al suo interno, deve aver offerto numerose occasioni per soffermarsi su questi temi. Non era un semplice accumulo di reperti, ma un’evocazione deliberata e significativa degli ideali culturali e letterari condivisi con gli amici.
* * *
Dalla creazione del Bacco fino alla morte nel 1505, Jacopo Galli fu una figura decisiva nella carriera di Michelangelo, conciliando il ruolo di agente fidato del cardinale Riario con quello di protettore di artisti e letterati. La sua lealtà sia a Riario sia a Michelangelo spiega probabilmente il trasferimento del Bacco nella sua casa, dove fu senza dubbio esposto insieme alle antichità. Nel tempo la collaborazione fra Galli e Michelangelo contribuì a successi cruciali, soprattutto la Pietà. A sostegno dell’impresa comune, il Bacco proclamava lo status di Michelangelo come unico scultore moderno a Roma degno del confronto con i maestri antichi. Con la crescente prosperità Galli accrebbe il proprio prestigio attraverso l’amicizia con letterati eminenti. Nei primi anni del Cinquecento la sua casa e la sua vigna divennero punti d’incontro della sua cerchia intellettuale, che probabilmente adottò il Bacco e il Giovane arciere come opere capaci di animare conversazioni filosofiche, letterarie e artistiche.