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Il Bacco di Jacopo Galli, 1497–1505

Capi­tolo 8 · Pagine dell’edizione a stampa 258–301

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8 Il Bacco di Jacopo Galli, 1497–1505

È possi­bile che Jacopo Galli abbia esposto il Bacco nella propria casa fin da quando Michel­an­gelo lo completò, nel 1497. Conside­rate le circos­tanze origi­narie della commis­sione da parte di Riario, nonché il disegno di van Heems­kerck degli anni Trenta del Cinque­cento che raffi­gura la statua fra i marmi Galli (si veda fig. 215), vi sono pochi dubbi sul fatto che Galli la presen­tasse come parte della sua colle­zione di anti­chità. Questo capi­tolo esamina le possi­bili ragioni del possesso del Bacco da parte di Galli e ne colloca l’esposizione nel suo ambi­ente anti­quario e letterario. Tra l’arrivo di Michel­an­gelo a Roma nel 1496 e la morte di Galli nel 1505, il banchiere ebbe un ruolo decisivo nella carriera dell’artista. In questo periodo favorì diverse importanti commis­sioni, fra cui il Giovane arciere oggi a Manhattan, la Pietà vati­cana, una pala dipinta per Sant’Agostino, le statue per l’altare Picco­lo­mini a Siena e la Madonna di Bruges (si vedano figg. 5, 187, 193, 198–201). Figura di rilievo nell’ambiente umani­stico romano, Galli si dedi­cava alla poesia, al teatro e alle arti. Nei primi anni del Cinque­cento, la sua casa in Parione e la sua vigna presso Castel Sant’Angelo diven­nero luoghi d’incontro per lette­rati illustri come Jacopo Sado­leto, Tommaso Inghi­rami, Camillo Porcari e Pietro Bembo. Questa cerchia letteraria e il suo possi­bile inter­esse per il Bacco saranno esami­nati attra­verso i dialoghi filoso­fici di Sado­leto, le lettere dei cono­s­centi di Galli e i conti Galli-Balducci. Fonti tras­cu­rate o poco studiate offrono preziose infor­ma­zioni sul ruolo di Galli negli ambi­enti artis­tici, commer­ciali e anti­quari, confer­man­dolo come una delle figure più inter­es­santi del Rina­sci­mento romano.

Gli insuc­cessi di Riario e i successi di Galli

Poco dopo che Michel­an­gelo ebbe compl­etato il Bacco, una serie di sven­ture avviò il declino dei Riario, sia a Roma sia in Romagna. Papa Ales­sandro VI si volse contro la fami­glia dopo l’assassinio di suo figlio, il duca di Gandia, nell’estate del 1497. L’altro figlio di Ales­sandro VI, Cesare Borgia, desti­nato alla carriera eccle­si­a­stica ed elevato al cardi­nalato a diciotto anni, assunse gradu­al­mente il ruolo di prin­cipe seco­lare della fami­glia Borgia. Ales­sandro VI e Cesare punt­a­rono a sottrarre Imola e Forlì ai Riario per creare in Romagna uno stato sotto il controllo dei Borgia. Nella prima­vera del 1498 il papa tentò di combi­nare un matri­monio tra sua figlia Lucrezia Borgia e uno dei figli di Cate­rina Sforza.1 Progetti più radi­cali emersero quando Ales­sandro VI iniziò a trat­tare con il nuovo re di Francia, Luigi XII. Da duca d’Orléans, Luigi aveva combat­tuto nelle guerre d’Italia ed era stato grave­mente tradito dal duca di Milano, Ludo­vico Sforza. Poco dopo l’ascesa al trono fran­cese si alleò con Venezia per una campagna congi­unta contro gli Sforza. Vedendo l’opportunità di assi­curare terri­tori a Cesare, il papa cercò di trarre vantaggio dalla prevista inva­sione fran­cese della Lombardia. Nell’agosto del 1498 Cesare Borgia compì l’audace passo di rinun­ciare al cardi­nalato. Vendette i suoi bene­fici al miglior offe­rente, mentre il cappello cardi­na­lizio fu dato a Georges d’Amboise per compia­cere il re fran­cese. Borgia si recò quindi in Francia per organizzare

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un matri­monio nobi­liare e otte­nere il titolo di ‘duca di Valen­ti­nois’. In dicembre papa Ales­sandro VI annullò il matri­monio di Luigi XII, consen­tendo al re di sposare Anna di Bretagna, vedova del suo prede­ces­sore, e assi­cur­arsi il controllo dei suoi territori.

Questo scambio di favori conso­lidò l’alleanza franco-borgiana contro gli Sforza-Riario. Entro il marzo del 1499 Ales­sandro VI aveva nomi­nato Cesare vicario di Imola e Forlì, e in maggio Cesare concluse il tanto desi­de­rato matri­monio con una nobil­donna fran­cese. In ottobre, con l’aiuto di Cesare, Luigi XII riuscì a cacciare gli Sforza da Milano, rendendo dispo­ni­bili truppe fran­cesi per sostenere le campagne italiane del Borgia. Rafforzato dai fran­cesi, Cesare attaccò Imola il 21 novembre 1499; quello stesso giorno Raffaele Riario fuggì preci­pi­to­sa­mente da Roma. Secondo il diario del ceri­mo­niere ponti­ficio Johann Burchard, un certo musi­cista, Tomma­sino Cospi da Forlì, era stato arrestato per aver tentato di assas­si­nare il papa medi­ante lettere avve­lenate. Temendo di essere presto coin­volto come complice e impri­gio­nato a Castel Sant’Angelo, Riario fuggì con il pretesto di una battuta di caccia. La sua prima tappa fu la roccaf­orte degli Orsini a Mont­ero­tondo, sulla via Salaria. Conge­data gran parte del seguito, proseguì in inco­gnito fino a Sarzana e da lì raggi­unse infine Savona.2

Nel giro di poche setti­mane Cesare Borgia rove­sciò i Riario-Sforza, conqui­s­tando sia Imola sia Forlì. Al cardi­nale Riario non restò che atten­dere la morte di Ales­sandro VI: sarebbe rimasto in esilio quasi quattro anni. Inizi­al­mente si rifugiò a Pavia, sede vesco­vile di Ascanio Sforza, ma tras­corse la maggior parte di questo periodo in Francia, dove Sforza era stato cond­otto prigio­niero e dove si era rifu­giato anche il cardi­nale Giuliano della Rovere.3 La morte del papa nell’agosto del 1503 consentì infine a Riario di rien­trare trion­fal­mente a Roma il 9 settembre 1503.4 Riprese le funzioni di camer­lengo, presie­dette il conclave tenutosi più tardi nello stesso mese. Sebbene la sua candi­da­tura racco­gliesse un note­vole sostegno,5 prevalse il senese Fran­cesco Todes­chini Picco­lo­mini, papa Pio III. Il nuovo ponte­fice morì meno di un mese dopo l’elezione, rendendo neces­sario un altro conclave. Ancora una volta Riario fu fra i prin­ci­pali candi­dati,6 ma, quando divenne chiaro che non avrebbe raccolto voti suffi­ci­enti, sostenne l’elezione di

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Giuliano della Rovere, sperando che questi ricam­bi­asse resti­tuendo Imola e Forlì ai Riario.7 Della Rovere risultò vinci­tore e salì al soglio ponti­ficio come Giulio II. Con l’aiuto di Jacopo Galli, il cardi­nale Riario mani­festò il proprio sostegno a Giulio commis­sio­n­ando elabo­rati e costosi archi trion­fali davanti al suo palazzo per cele­brare il possesso del nuovo papa.8

Il cardi­nale Riario intra­prese un’aspra campagna per riportare al potere in Romagna gli eredi di Girolamo Riario e limitare l’influenza della loro madre, Cate­rina Sforza. Decisa a difen­dere la propria posi­zione, Sforza si mosse rapi­da­mente per ricon­quis­tare Imola a favore del primo­ge­nito Otta­viano. Nel frat­tempo il cardi­nale elaborò una stra­tegia contrap­posta per riven­dicare Imola per sé e per Galeazzo, fratello minore di Otta­viano. Si sviluppò così una riva­lità per Imola fra Otta­viano Riario-Sforza, sostenuto da Cate­rina, e Galeazzo Riario-Sforza, appog­giato dal cardi­nale.9 Le lettere dell’ambasciatore vene­ziano Antonio Gius­ti­nian rivelano gli sforzi tenaci di Riario, protrat­tisi per oltre sei mesi, a sostegno di Galeazzo. Una proposta preve­deva che Giulio II desse in sposa a Galeazzo una nipote, conce­dendo alla coppia il controllo di Imola. Un’altra, volta a otte­nere l’appoggio della fazione guelfa imolese, preve­deva che il cardi­nale Riario desse in moglie la propria figlia al suo capo, Giovanni Sassa­telli.10 Quando queste pros­pet­tive giunsero a Imola, la città esplose in fest­eg­gi­a­menti: il popolo gridava i nomi di Galeazzo e del cardi­nale Riario, e sul Palazzo Comu­nale veniva innalzato lo sten­dardo di Girolamo Riario.11 Per un breve momento Raffaele Riario assa­porò la vittoria. La situa­zione peggiorò tuttavia nei mesi succes­sivi, con lo scoppio di violenze a Imola e le accuse dei Sassa­telli al cardi­nale di aver orga­niz­zato un colpo di mano contro di loro. Alla fine Giulio II inter­venne a risol­vere il conflitto, dichia­rando che Imola non sarebbe tornata ai Riario, ma sarebbe passata sotto il controllo diretto della Chiesa.

Gius­ti­nian descrive vivi­da­mente l’amara delu­sione del cardi­nale. Riario lamen­tava che il papa avesse abban­do­nato i Riario, che, come i Della Rovere, erano ‘crea­ture de papa Sisto’. Minacciò di lasciare Roma e tornare in esilio, in Francia o in Spagna.12 Durante una festa nuziale al Belve­dere, Riario fece un ultimo tenta­tivo di otte­nere un vantaggio

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fig. 179 Antonio Tempesta, Pianta di Roma, parti­co­lare, New York, Metro­po­litan Museum of Art, n. d’inventario 1983.1027(1–12), Edward Pearce Casey Fund, 1983. 1645 (prima edizione 1593). Foto: The Metro­po­litan Museum of Art, New York, pubblico dominio.

fig. 180 Giovanni Battista Nolli, Nuova pianta di Roma, parti­co­lare. 1748. Foto: Wiki­media Commons, pubblico dominio.

fig. 181 Giovanni Battista Nolli, Nuova pianta di Roma, parti­co­lare con la vigna Galli presso il Tevere. 1748. Foto: Wiki­media Commons, pubblico dominio.

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per sé e per gli eredi Riario. Offrì al papa Imola a nome dei suoi cugini, chie­dendo in cambio la promessa di trovare per loro un altro terri­torio di adeguata dignità. Il ritratto che Gius­ti­nian offre di Riario in quel momento è di pura disperazione:

Certo è che il cardi­nale dissi­mula, ma non abbastanza bene, la gran­dis­sima passione dell’animo suo, e presta fede ai vani giudizi degli astro­logi, che prono­sti­cano vita breve al papa e infon­dono al cardi­nale la speranza di potergli succe­dere.13

Nell’agosto del 1504 il papa riven­dicò Imola per la Chiesa; i risar­ci­menti per i Riario furono esigui e agli eredi del conte non giunse mai alcun terri­torio sosti­tu­tivo.14

Il declino del cardi­nale Riario, iniziato nel 1499, contrasta nett­amente con la cres­cente prospe­rità di Jacopo Galli. Il pres­tigio di Galli raggi­unse un nuovo livello nel 1498, quando ricoprì la carica di uno dei tre conser­va­tori di Roma, ufficio riser­vato ai patrizi romani e fra i più alti del governo muni­ci­pale.15 Dopo la partenza di Riario da Roma nel 1499, Galli rafforzò ulte­rior­mente la propria posi­zione inter­ven­endo a colmare i vuoti lasciati dall’assenza del cardi­nale. Ereditò il rapporto di Riario con Michel­an­gelo e divenne il sosteni­tore, mece­nate e promo­tore dello scul­tore, come si vedrà più avanti. Senza dubbio ebbe anche un ruolo chiave nei lavori in corso a San Lorenzo in Damaso, contri­buendo al comple­ta­mento della basi­lica e del cortile del palazzo. Come osser­vato nel capi­tolo 3, il suo inter­vento nella gestione quoti­diana del cantiere si può dedurre dalle migliaia di paga­menti a operai e forni­tori erogati in questi anni dal conto della fabbrica presso il banco Galli-Balducci. Nell’ultimo decennio della sua vita prospe­r­a­rono anche le atti­vità commer­ciali perso­nali di Galli. Il banco ampliò le proprie opera­zioni, spedendo merci attra­verso il Medi­ter­raneo verso desti­na­zioni come l’Elba e la Sicilia. I soci apri­rono una filiale a Napoli e rafforz­a­rono la colla­bo­ra­zione con il banco Fazzi a Firenze.16 Alla sua morte Galli posse­deva numerosi immo­bili, fra cui gran parte delle botteghe e delle case comprese tra la Piazza di San Lorenzo e la Piazza di Parione. L’Isola Galli raggi­unse dimen­sioni para­gona­bili a quelle dei complessi baro­nali romani, come il vicino Monte Giordano degli Orsini, come mostrano le piante di Giovanni Battista Falda (si veda fig. 67), Antonio Tempesta (fig. 179) e Giam­bat­tista Nolli (fig. 180), oltre al Catasto Urbano (mappe 1 e 3).

L’estensione del patri­monio immo­bi­liare di Galli è chia­rita da un inven­tario dei suoi beni immo­bili redatto nei giorni succes­sivi alla morte, nel 1505, che elenca tutte le sue vigne, case e botteghe. Vi sono persino i nomi degli inqui­lini che allora le pren­de­vano in affitto [Appen­dice II.18]. L’inventario elenca due vigne di sua proprietà: una fuori Castel Sant’Angelo, eredi­tata dal padre,17 e un’altra nel rione Ripa, accanto al Tevere. Sembra che quest’ultima fosse stata acqui­s­tata nel maggio del 1500 da Antonio Jaco­bini, come sugge­risce una regis­tra­zione nei conti Galli-Balducci.18 Nel 1599, quando appar­teneva al discen­dente Leone Lancia­rini Galli, la vigna

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era descritta come un ‘orto di carciofi con la sua casa, a Ripa presso il fiume, adia­cente ai granai della Camera [Apos­to­lica]’.19 La pianta di Roma di Nolli indi­vidua la posi­zione pitto­resca della vigna, indi­cata come Orto Galli (fig. 181).

L’inventario elenca inoltre il palaz­zetto di fronte al palazzo del cardi­nale Riario e alla chiesa di San Lorenzo, e la casa grande di fronte al palazzo del cardi­nale Carafa, sul lato setten­trio­nale dell’Isola Galli. Galli abitava nel palaz­zetto più piccolo, il cui aspetto è conser­vato da rare foto­grafie otto­cen­te­sche della Piazza della Cancel­leria (si vedano figg. 1, 71). La facciata

fig. 182 Ales­sandro Specchi, Palazzo della Cancel­leria, Il quarto libro del nuovo teatro delli palazzi in pros­pet­tiva di Roma moderna. 1699. Foto: Rijks­mu­seum, Amsterdam, pubblico dominio.

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della resi­denza di Galli è raffi­gu­rata in stampe sette­cen­te­sche di Ales­sandro Specchi (fig. 182) e Giuseppe Vasi (figg. 72–73), mentre una pianta seicen­tesca di Piazza San Lorenzo (fig. 183) chia­risce la dispo­si­zione della dimora nobi­liare, indi­cata come ‘Ill.mo Sig.re March[es]e Galli’, e la sua vicinanza alla chiesa e al palazzo di Riario.20 Secondo l’inventario del 1505, il palaz­zetto compren­deva un pozzo, un cortile, stalle e tre botteghe al pian­ter­reno, allora affit­tate a un archi­bu­giere fiammingo, un liutaio tedesco e un calzo­laio fioren­tino.21 Anche nelle foto­grafie otto­cen­te­sche (figg. 1, 71) si distin­guono le botteghe al pian­ter­reno accanto al grande portale della casa, punto di rife­ri­mento ben visi­bile per chi entrava in Piazza San Lorenzo da Campo de’ Fiori. A ovest di questa proprietà si esten­deva una fila di case e botteghe di fronte a San Lorenzo in Damaso, tutte appar­ten­enti a Galli (mappa 3). Nel 1505 erano affit­tate a diversi inqui­lini, fra cui un ciabat­tino, un liutaio peru­gino, un sarto fioren­tino e altri. Più a nord, lungo la via dei Leutari nel punto in cui piegava verso Piazza di Parione, si trovava una domus con cortile. Galli la affit­tava al cardi­nale Riario come resi­denza per Corrado Sansoni, un suo parente che lo aveva accom­pa­gnato da Savona a Roma.22 Accanto sorgeva un’altra domus affit­tata a un cappel­lano di San Lorenzo in Damaso, seguita da una bottega e da un’abitazione con cortile affit­tate al pittore napo­le­tano Gero­nimo Picus. Altre botteghe sulla strada erano affit­tate a un oste, un liutaio, un aromat­a­rius (speziale o mercante di spezie) e un faleg­name. L’inventario del 1505 descrive inoltre la pres­ti­giosa casa grande di Galli, allora disab­itata, dall’altra parte della strada rispetto al Pasquino e al palazzo del cardi­nale di Napoli. Come osser­vato nel capi­tolo 3, Galli aveva acqui­s­tato questo palazzo, l’attuale Palazzo Bona­dies-Lancel­lotti in via di San Pantaleo (si vedano figg. 66, 184, mappa 3), dalla fami­glia Sant­acroce nel 1505.23 La grande domus compren­deva stalle, cortili, un pozzo e tre botteghe al pian­ter­reno affac­ciate sulla via Papalis e sulla Piazza di Parione.24 Galli proba­bilm­ente inten­deva tras­fer­irsi nel grande palazzo, ma morì soltanto pochi mesi dopo l’acquisto.

fig. 183 Pianta di Piazza della Cancel­leria, Roma, Archivio di Stato, Colle­zioni disegni e mappe – Colle­zione I, 80–244/1. Dopo il 1689–prima del 1740. Foto © Minis­tero della Cultura. Tutti i diritti riservati.

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L’esposizione del Bacco nella casa di Galli

Questa vasta Isola era un importante punto di rife­ri­mento romano, un dominio che rappre­sen­tava non solo la ricchezza di Jacopo Galli, ma anche la sua raffi­nata e colta iden­tità pubblica. Nel palaz­zetto affac­ciato su Piazza San Lorenzo, Galli dava forma visi­bile a tale imma­gine medi­ante una colle­zione di anti­chità e altre opere d’arte, fra cui il Bacco di Michel­an­gelo. La prima menzione docu­men­tata della statua nella casa di Jacopo Galli compare nei Commen­tari urbani di Raffaele Maffei, pubbli­cati nel marzo del 1506. Il compendio enci­clo­pedico di Maffei descrive la statua in una breve discus­sione sulle opere di pittori e scultori celebri. In questa sezione l’autore elogia Michel­an­gelo, sotto­li­ne­an­done i risul­tati con la Pietà in San Pietro, il colos­sale David ‘davanti alla curia di Firenze’ e il Bacco ‘piut­tosto profano,

fig. 184 Giuseppe Vasi, Piazza di Pasquino o dei Librari, Delle magni­ficenze di Roma antica e moderna, Libro secondo, tav. 24, Stan­ford Univer­sity, David Rumsey Map Center. 1752. Foto: David Rumsey Map Center, Stan­ford Libra­ries, CC BY-NC-SA 3.0.

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ma nondi­meno elabo­rato’, ‘nell’atrio della casa di Jacopo Galli’.25 Benché il libro di Maffei fosse pubbli­cato nel febbraio del 1506, il passo che menziona il Bacco deve essere stato scritto prima della morte di Jacopo Galli nel giugno del 1505.26 Se Galli fosse già morto al momento della stesura, Maffei lo avrebbe senza dubbio indi­cato come ‘olim Jacobus Gallus’ (‘il defunto Jacopo Galli’). Maffei è una fonte atten­di­bile, che presu­mi­bilm­ente vide il Bacco di persona nella casa di Galli, dato che aveva rapporti con il banco Galli-Balducci e cono­sceva perso­nal­mente Jacopo.27 Inoltre i fratelli Maffei di Volterra, Raffaele, Antonio e Mario, erano alleati di Raffaele Riario. Antonio Maffei aveva infatti perso la vita durante la congiura dei Pazzi, in qualità di inesperto aspi­rante assas­sino che aveva tentato di ucci­dere Lorenzo de’ Medici nella catte­drale di Firenze.28

Secondo Maffei, Jacopo Galli espo­neva il Bacco in un ‘atrium’. Il celebre disegno di Maarten van Heems­kerck che mostra il Bacco nella casa di Paolo Galli, figlio di Jacopo (fig. 215), raffi­gura un cortile che si potrebbe descri­vere come un ‘atrium’, dove erano esposti torsi, una figura distesa e un sarco­fago deco­rato con ghir­lande e amorini. È proba­bile che Maffei abbia visto la statua di Michel­an­gelo in questo spazio, presu­mi­bilm­ente come parte di una colle­zione di anti­chità. Mentre i disegni di van Heems­kerck (si vedano figg. 215–16) e la descri­zione nella guida di Ulisse Aldro­vandi [Appen­dice II.31] chia­ris­cono il contenuto e l’allestimento delle scul­ture Galli diversi decenni dopo la morte di Jacopo, le sole fonti note per la sua colle­zione risa­lenti alla sua vita sono sillogi epigra­fiche, ossia mano­scritti conten­enti elenchi di iscri­zioni antiche. Queste sillogi, la più antica delle quali si ritiene compi­lata fra il 1488 circa e il 1498, regis­trano oltre due dozzine di iscri­zioni antiche ‘in domo d. Ioannis Galli scrip­toris peniten­tia­riae’ o ‘in domo cuiusdam Galli offi­ci­alis poeni­ten­tia­riae’.29 L’allusione a ‘Johannes’ (Giovanni) è certa­mente un rife­ri­mento erroneo a Jacopo Galli, che aveva acqui­s­tato l’ufficio venale di scrittore apos­to­lico prima dell’aprile del 1489.30 I nomi Jacopo e Giovanni si confon­dono facilm­ente, poiché entrambi possono essere abbre­viati in ‘Io.’, e non è noto alcun Giovanni Galli di questo periodo. Nel 1521 la raccolta di iscri­zioni antiche nota come Epigram­mata Anti­quae Urbis, pubbli­cata dall’amico di Jacopo Galli Giacomo Mazzocchi, collo­cava gran parte di queste iscri­zioni nella casa di ‘Io. Galli scrip­toris peniteni­ta­riae’ in Parione (fig. 185). La casa in ques­tione era dunque certa­mente quella di Jacopo Galli.31 Anche se queste iscri­zioni antiche sono l’unico elemento docu­men­tato delle sue colle­zioni durante la sua vita, vi sono pochi dubbi

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che colle­zi­on­asse anche scul­ture. Del tardo Quat­tro­cento soprav­vi­vono pochis­sime descri­zioni scritte o disegni che trat­tino colle­zioni di scul­tura antica, e molte importanti raccolte romane forma­tesi nel XV secolo sono oggi prive di docu­men­ta­zione.32

Restano elusive risposte defi­ni­tive su come, perché e quando il Bacco di Michel­an­gelo sia entrato in possesso di Jacopo Galli. Se Michel­an­gelo visse presso Galli mentre lavo­rava al Bacco, sembra impro­ba­bile che la statua abbia lasciato la casa prima che Maffei la descri­vesse nel 1506, meno di un decennio dopo la sua crea­zione. Come già sugge­rito, poiché il palazzo di Riario era in ricos­tru­zione all’arrivo di Michel­an­gelo, è plau­si­bile che le statue della colle­zione del cardi­nale fossero custo­dite da Galli: ciò contri­bui­rebbe a spie­gare perché il Bacco rimase per molti anni nella sua casa.

Il possesso del Bacco da parte di Jacopo Galli non può però spie­garsi come una semplice neces­sità pratica. Il succes­sivo tras­fe­ri­mento della statua a Galli deve riflet­tere in qualche modo le profonde alle­anze e lealtà che lega­vano i due uomini. I loro inter­essi conver­ge­vano e si sovrap­po­nevano attra­verso la vicinanza della casa di Galli al palazzo di Riario, l’impegno comune nella ricos­tru­zione di San Lorenzo in Damaso e il ruolo di Galli come agente di fiducia del cardi­nale. Chris­toph Frommel ha avanzato la plau­si­bile ipotesi che Riario abbia donato il Bacco a Galli, forse come ricom­pensa per la gestione dei suoi affari durante l’esilio. Benché questa ipotesi sia convin­cente, si possono proba­bilm­ente escludere gli altri scenari proposti da Frommel: che Riario abbia scam­biato il Bacco con una statua antica o abbia consen­tito a Galli di trat­ten­erlo in cambio del paga­mento del compenso dell’artista.33 Data la comples­sità dei legami fra Riario, Galli e Michel­an­gelo e il profondo signi­fi­cato del Bacco nella loro cerchia comune, è diffi­cile imma­gi­nare la statua come oggetto di baratto o mezzo di paga­mento. Essa divenne inoltre proprietà perso­nale di Galli, tras­messa ai figli, anziché un bene del banco Galli-Balducci. Non è stata indi­vi­duata una spie­ga­zione defi­ni­tiva del motivo per cui il Bacco rimase nella casa di Galli, ma la sua presenza riflette senza dubbio legami dura­turi e obblighi reciproci fra due alleati di lunga data.

Come si vedrà più diffu­sa­mente in seguito, fino alla morte nel 1505 Galli fu anche amico, alleato e agente di Michel­an­gelo. Procurò commis­sioni all’artista, contro­firmò i suoi cont­ratti e custodì i suoi blocchi di marmo di Carrara. Oltre al Bacco, Galli acquistò anche

fig. 185 Epigram­mata Anti­quae Urbis, a cura di Giacomo Mazzocchi, fol. 96 v, parti­co­lare, Monaco, Baye­ri­sche Staats­bi­blio­thek, Res/2 Arch. 103 <urn:nbn:de:bvb:12bsb10196158‑2>. 1521. Foto: Baye­ri­sche Staats­bi­blio­thek, Monaco, NoC-nc/1.0.

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una figura di Giovane arciere dello scul­tore (si vedano figg. 5, 187). Queste circos­tanze sugge­ris­cono che Michel­an­gelo stesso possa aver avuto un ruolo nell’esposizione del Bacco a casa di Galli. Più avanti nella sua vita, Michel­an­gelo donò lo Schiavo ribelle e lo Schiavo morente (fig. 161), statue incom­piute della commis­sione per la tomba di Giulio II, a un caro amico, Roberto Strozzi. Questi, insieme a Luigi del Riccio, ammi­nis­tra­tore del banco Strozzi, si era preso cura dell’artista durante una malattia nel 1544. Come gesto di grati­tu­dine, Michel­an­gelo affidò gli Schiavi a Strozzi, assi­cu­ran­dosi che rima­nes­sero presso un alleato e protet­tore.34 In questo caso l’artista fece sì che le sue opere fossero esposte dai membri più fidati della sua cerchia più vicina. Indi­pen­den­te­mente da come fosse stata nego­ziata la proprietà del Bacco da parte di Galli, la siste­ma­zione finale riflet­teva proba­bilm­ente le prefe­renze perso­nali dell’artista.

Jacopo Galli nella prima carriera di Michelangelo

Fino alla morte nel 1505, Jacopo Galli sostenne Michel­an­gelo in molti modi. Dopo l’arrivo dello scul­tore a Roma alla fine del giugno 1496, sembra che lo abbia ospi­tato nella propria resi­denza in via dei Leutari per poco più di un anno. Condivi e Vasari menzio­nano questa siste­ma­zione, confer­mata da altre fonti e soprat­tutto da una regis­tra­zione del settembre 1496 nei conti Galli-Balducci, rela­tiva alla consegna di vino alla casa di Galli ‘per Michel­an­gelo’.35 L’artista rice­vette il saldo per il Bacco nel luglio del 1497 e proba­bilm­ente allog­giava ancora presso Galli in agosto, quando suo fratello Buonar­roto visitò Roma. Il 19 agosto Michel­an­gelo scrisse al padre che Buonar­roto era giunto sano e salvo, ma soggiornava in un’osteria, poiché lui stesso viveva ‘con altri’ e non aveva ‘como­dità’ per ospi­tarlo.36 Nel novembre del 1497 Michel­an­gelo lasciò Roma per un lungo viaggio a Firenze e Carrara. Non scrisse agli amici, provo­cando il rimpro­vero del suo assis­tente Piero d’Argenta in una lettera del 13 gennaio 1498. D’Argenta osser­vava la totale mancanza di comu­ni­ca­zioni, in parti­co­lare con Jacopo Galli: ‘Messer Jacopo e tutti noi ci mera­vi­gliamo che non abbia mai scritto un verso’.37

A metà della commis­sione del Bacco, nel marzo del 1497, Michel­an­gelo aprì un proprio conto presso il banco Galli-Balducci. Le regis­tra­zioni seguono poi i movi­menti dell’artista nelle reti di Galli e Riario, mentre cercava nuovi commit­tenti. Rivelano che poco dopo il comple­ta­mento del Bacco, il 27 giugno 1497, Michel­an­gelo prelevò la modesta somma di 3 carlini per una tavola ‘per dipin­g­erla’.38 Questa breve anno­ta­zione, la più antica testi­mo­ni­anza nota della carriera pitto­rica di Michel­an­gelo, ha susci­tato un ampio dibat­tito. Hirst collegò la tavola alla Madonna di Manchester (fig. 186), ma la piccola somma prele­vata è insuf­fi­ci­ente per un supporto ligneo consis­tente come quello della Madonna di Manchester, composto da spesse assi di pioppo.39 Restano incerte le precise inten­zioni dell’artista per la modesta tavola. È tuttavia forse

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signi­fi­ca­tivo che proprio in quel periodo Jacopo Galli stesse orga­niz­zando una squadra di mura­tori, faleg­nami e pittori per rinno­vare il palaz­zetto sulla Piazza San Lorenzo. Il 21 luglio 1497, meno di un mese dopo l’acquisto della tavola da parte di Michel­an­gelo, i conti Galli-Balducci docu­men­tano paga­menti per dipinti desti­nati a una sala al piano supe­riore della casa di Galli. Forse all’artista era stato chiesto di dipin­gere una modesta tavola per ornare una stanza o un mobile della casa, anche se nel suo conto non compare alcun paga­mento per un’opera simile.

In seguito Hirst rivide la propria opinione sulla tavola, colle­gan­dola invece a una piccola pala oggi perduta raffi­gu­rante San Fran­cesco che riceve le stim­mate, realiz­zata per San Pietro in Montorio a Roma. Si può rica­vare un’idea dell’aspetto di questo dipinto da due stampe che Antonio Lafréry

fig. 187 Michel­an­gelo Buonar­roti, Giovane arciere, New York, The Metro­po­litan Museum of Art (in pres­tito dalla Repubblica fran­cese). 1497? Foto © Raffa­ello Bencini / Bridgeman Images.

fig. 186 Michel­an­gelo Buonar­roti, Madonna di Manchester, Londra, The National Gallery (acqui­s­tata nel 1870), inv. NG809. 1494 circa. Foto © The National Gallery, Londra.

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pubblicò negli anni Sessanta o Settanta del Cinque­cento sulla base della piccola pala (fig. 188).40 Il rife­ri­mento più antico, nel mano­scritto dell’‘Anonimo Magli­a­be­chiano’ redatto fra il 1537 e il 1542, la descrive come una piccola tavola. Raffi­gurava san Fran­cesco che riceve le stim­mate ed era stata ‘diseg­nata e forse colo­rita’ da Michel­an­gelo. Nella prima edizione delle Vite Vasari descrive la tavola come una Stig­ma­tiz­za­zione dipinta da Michel­an­gelo ‘nella maniera antica’ [Appen­dice II.27].41 Nella seconda edizione, tuttavia, rivide il racconto, descri­vendo l’opera come una colla­bo­ra­zione fra Michel­an­gelo e il barbiere del cardi­nale Riario:

Michel­an­gelo divenne amico di un barbiere del cardi­nale [Riario], pittore capace di colorire a tempera con grande abilità, ma privo di disegno. Michel­an­gelo eseguì un disegno di san Fran­cesco che riceve le stim­mate, che il barbiere colorì poi con molta dili­genza su una piccola tavola in San Pietro in Montorio [Appen­dice II.34].

Un visi­ta­tore spagnolo della chiesa nel Seicento menzionò la tavola e ne attribuì la colo­ri­tura all’assistente di Michel­an­gelo, Piero d’Argenta, anziché al barbiere di Riario. Negli studi attuali d’Argenta è gene­ral­mente conside­rato il proba­bile autore dell’opera, mentre l’idea che la tavola sia stata dipinta dal barbiere è stata per lo più accan­to­nata.42

fig. 188 Incis­ione da una perduta Stig­ma­tiz­za­zione di san Fran­cesco, edita da Antonio Lafreri, Real Biblio­teca del Monas­terio de El Escorial, inv. 28-II‑8, fol. 246 r. Anni Sessanta o Settanta del Cinque­cento. Foto © Patri­monio Nacional, Real Biblio­teca del Monas­terio de El Escorial.

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L’idea che il barbiere di Riario abbia effet­ti­va­mente dipinto una tavola su disegno di Michel­an­gelo acquista tuttavia credi­bi­lità se conside­rata insieme a fonti finora tras­cu­rate. I conti Galli-Balducci regis­trano numerosi paga­menti al barbiere di Riario, un person­aggio chiamato ‘Rossino’, defi­nito ‘barbiere del R.mo Cardi­nale di San Giorgio’. I conti rivelano che Rossino lavo­rava a stretto contatto con altri membri della casa del cardi­nale, soprat­tutto per la cura dei cavalli e l’acquisto di attrez­za­ture equestri.43 La sua perso­na­lità prende vita nelle lettere pubbli­cate da Matteo Bonfini di Ascoli, docente allo Studium Urbis. Bonfini fu segre­tario del cardi­nale Riario e per qualche tempo prese anche in affitto una casa e una bottega nell’Isola Galli.44 Nel 1514 pubblicò una raccolta di sei lettere indi­riz­zate a Riario tra il 1510 e il 1511.45 Le lettere rivelano che aveva servito il cardi­nale per otto anni, finché questi lo aveva conge­dato. Pubbli­can­dole, Bonfini sperava di ricon­quis­tarne il favore. Incor­niciò la raccolta con una storia sul barbiere di Riario, noto come ‘Rossino’. Secondo Bonfini, Rossino gli aveva portato alcune lettere rice­vute da Giuliano Galli, figlio di Jacopo. Una di esse sugge­riva che Bonfini scri­vesse a Riario per tentare di ricon­ci­li­arsi con il cardi­nale e rigua­d­ag­narne il favore. Questo sugge­ri­mento gli diede la fiducia neces­saria per offrire a Riario le sei lettere, che univano elogi del cardi­nale a discrete richieste di rinno­vato sostegno.

La quinta lettera, datata 13 gennaio 1511, descrive un dialogo umoristico fra Bonfini e Rossino. Il barbiere aveva visi­tato Bonfini la sera prece­dente, chie­dendo di vedere le ‘lettere indi­riz­zate al nostro comune signore’, ossia le prime quattro lettere a Riario stam­pate nella raccolta. Rossino insi­stette perché Bonfini leggesse ad alta voce la prima lettera in latino e ne spie­gasse il signi­fi­cato. Dopo averla ascol­tata reagì con entus­i­asmo: ‘È una lettera eccel­lente, elegan­tis­sima, e degna davvero di essere scritta da un ingegno della nostra regione’, appa­ren­te­mente allu­dendo alla loro comune origine marchi­giana. Bonfini rise, stupito che Rossino si fosse tras­for­mato all’improvviso ‘da barbiere in critico e giudice esigente di lette­ra­tura’. Quando però Bonfini lesse la seconda lettera, Rossino lamentò una certa ‘qualità fastidiosa’:

Rossino è diven­tato un esperto di lettere, pur essendo igno­rante e del tutto estraneo a ogni arte. Rivol­gen­domi a lui dissi: ‘Ebbene, sciocco, dov’è questo fastidio di cui parli?’ ‘Non so espri­merlo a parole’, rispose Rossino. ‘So soltanto che entrambe sono buone lettere, ma la prima è di gran lunga migliore’.46

Inter­ro­gato ancora, Rossino precisa il motivo dell’irritazione: Bonfini non dovrebbe ‘lamen­tare le proprie rist­ret­tezze’ a Riario. Non occorre sommer­gere il cardi­nale di richieste espli­cite d’aiuto, poiché è tanto generoso che il suo soccorso verrà

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spon­ta­nea­mente. Bonfini rimase colpito dalla saggezza delle parole del barbiere e scrisse: ‘mi parve di aver udito una profezia non da Rossino, ma da un oracolo di Apollo’.47

Benché siano costru­zioni letter­arie conc­e­pite per adulare e dilet­tare Riario, le lettere offrono preziose indi­ca­zioni sulla perso­na­lità socie­vole di Rossino e sulla disin­vol­tura con cui si muoveva nelle cerchie del cardi­nale e dei Galli. Il ritratto di Rossino trac­ciato da Bonfini offre inoltre un inter­es­sante paral­lelo con il racconto vasa­riano della tavola per San Pietro in Montorio. Sia nelle lettere di Bonfini sia nella biografia di Vasari, Rossino è rappre­sen­tato come un dilet­tante entus­i­asta. Che si atteggi a umanista capace di giudi­care le lettere di Bonfini o a pittore in grado di dipin­gere una tavola su disegno di Michel­an­gelo, egli rispec­chia l’erudizione e le abilità dei person­aggi di spicco alla corte di Riario. In questo senso la vivida carat­te­riz­za­zione di Bonfini rende più credi­bile l’affermazione di Vasari sul ruolo di Rossino nell’esecuzione della Stigmatizzazione.

La succes­siva impresa nota di Michel­an­gelo fu una statua menzio­nata in una lettera al padre dell’agosto 1497. L’artista rivela di aver da poco iniziato una figura in marmo ‘per mio piaciere’, dopo il falli­mento di una commis­sione di Piero de’ Medici, allora in esilio a Roma. Nono­stante la recente alle­anza tra Lorenzo il Magni­fico e Riario, fondata su obiet­tivi comuni a Imola, sorprende che il figlio di Lorenzo potesse commis­sio­nare una statua a Michel­an­gelo mentre l’artista faceva ancora parte del seguito romano del cardi­nale. Esis­tono tuttavia altre prove dei buoni rapporti fra la casa di Riario e Piero de’ Medici in quel periodo, soprat­tutto nell’ambito della fazione anti­sa­vo­na­ro­liana che circon­dava Riario: fra Mariano da Genaz­zano era uno dei più tenaci alleati romani di Piero e si adoperò atti­va­mente per aiut­arlo a tornare al potere a Firenze.48

Sebbene la formu­la­zione della lettera di Michel­an­gelo al padre sia ambigua, l’artista lascia inten­dere che, dopo che Piero era venuto meno all’impegno della commis­sione, gli era rimasto un blocco di marmo non lavorato, del quale poteva disporre libe­r­a­mente. Aveva speso comples­si­v­a­mente dieci ducati per il marmo desti­nato a de’ Medici, comprando dapp­rima un blocco che ‘non fu buono’ e poi un secondo, migliore, non più neces­sario per la statua di Piero. Ogni blocco gli era costato cinque ducati.49 Nel marzo del 1498 Michel­an­gelo versò trenta ducati di karlini sul conto di Piero de’ Medici, presu­mi­bilm­ente resti­tuendo il denaro anti­ci­pato per la commis­sione fallita.50 Non si sa quale scul­tura Piero avesse ordi­nato per poi rinun­ciarvi; vivendo in esilio, presu­mi­bilm­ente non avrebbe desi­de­rato una figura di grandi dimen­sioni, dedu­zione confer­mata dalla spesa rela­tiv­a­mente modesta sostenuta da Michel­an­gelo per il marmo.

È proba­bile che Michel­an­gelo abbia impie­gato il blocco per il Giovane arciere, o Cupido senza ali, che entrò infine in possesso di Jacopo Galli. Secondo la

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Vita di Condivi del 1553, dopo la commis­sione del Bacco Galli ‘volse anco che [Michel­an­gelo] gli facesse un Cupido’, statua allora visi­bile nella casa dei figli di Jacopo, Giuliano e Paolo Galli [Appen­dice II.29].51 Solo recen­te­mente gli studiosi hanno accettato l’identificazione dell’Arciere Galli con una figura di proprietà del governo fran­cese, oggi in pres­tito al Metro­po­litan Museum (fig. 187; si veda anche fig. 5). Prima di considerare ulte­rior­mente se questo Arciere fosse davvero l’invenzione ‘per piacere’ realiz­zata da Michel­an­gelo nel 1497,52 occorre soffer­marsi sulla statua stessa e sull’acceso dibat­tito circa la sua attri­bu­zione all’artista.

Nella guida alle colle­zioni romane composta nel 1550, Ulisse Aldro­vandi descrisse l’Arciere Galli in una stanza al piano supe­riore della casa di Paolo Galli, il palaz­zetto sulla Piazza San Lorenzo. Lo chiamò ‘un Apollo ignudo con la faretra e le saette al fianco e un vaso ai piedi’ [Appen­dice II.31]. Seguendo Aldro­vandi, negli anni Sessanta del Nove­cento Ales­sandro Parronchi iden­ti­ficò il Cupido Galli con una statua di cui aveva trovato la foto­grafia in un cata­logo d’asta.53 La sua ubica­zione era allora ignota e l’attribuzione non ottenne ampio consenso. L’ipotesi fu in gran parte dimen­ti­cata finché, decenni più tardi, la figura che aveva atti­rato l’attenzione di Parronchi fu sorpren­den­te­mente ritro­vata nella dimora Payne Whitney a Manhattan, sede dei servizi cultu­rali dell’ambasciata fran­cese, a breve distanza dal Metro­po­litan Museum of Art (figg. 5, 187). James Draper, cura­tore della scul­tura al Met, annunciò il ritro­va­mento nella mono­grafia su Bertoldo di Giovanni del 1992. Inizi­al­mente giudicò la figura ‘troppo pale­se­mente scor­retta nell’anatomia per essere di Michel­an­gelo’.54 Tuttavia Kath­leen Weil-Garris Brandt, docente alla NYU, riprese l’ipotesi di Parronchi e attribuì la statua a Michel­an­gelo, susci­tando un vivace e contro­verso dibat­tito sull’autore del ‘marmo di Manhattan’.55

La statua di New York raffi­gura un arciere esile in movi­mento dina­mico, con una posa a spirale e la testa rove­sciata all’indietro e verso l’alto. Nell’attuale stato fram­men­tario la compo­si­zione ha perso gran parte della propria eleganza. In origine la figura sten­deva il braccio destro, oggi mancante, davanti al corpo per tirare verso di sé la faretra, mentre allungava il sinistro dietro la schiena per estrarre una freccia. La faretra, termi­nante in una zampa leonina, è strett­amente assi­cu­rata al corpo da una cinghia. Un alto vaso ai piedi della figura è oggi perduto, ma un tempo sosteneva il peso della statua. La forma slan­ciata fu a lungo motivo di contes­ta­zione dell’attribuzione a Michel­an­gelo. James Beck la liquidò come ‘un falso moderno’, mentre Hirst la attribuì a Bertoldo.56 Le critiche rivolte alla figura negli anni Novanta e negli anni Dieci del Duemila riecheg­gi­a­vano quelle al Bacco: come quest’ultimo, l’Arciere sembrava privo di ‘consis­tenza fisica’, quasi che lo scul­tore fosse ‘a disagio con una forma tridi­men­sio­nale piena­mente sviluppata’.57 La scoperta di disegni cinque­cen­te­schi raffi­gu­ranti la statua convinse tuttavia molti studiosi, fra cui Draper, a sostenere l’attribuzione a Michel­an­gelo avanzata da Weil-Garris Brandt.58 La pubbli­ca­zione da parte di Draper di un disegno cinque­cen­tesco di Jean-Robert Ango

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(fig. 189) confermò la presenza origi­naria del vaso descritto da Aldro­vandi. Il disegno chiarì anche la posi­zione del braccio destro davanti al corpo.59 Facendo rife­ri­mento a questo schizzo, Draper poté evidenziare lo stretto paral­lelo, già osser­vato da Parronchi, fra la compo­si­zione del Giovane arciere e l’Orfeo bronzeo di Bertoldo di Giovanni, maestro di Michel­an­gelo nel giar­dino di scul­ture dei Medici (si veda fig. 154).60 L’attribuzione a Michel­an­gelo rice­vette ulte­riore sostegno nel 2003, quando Paul Joann­ides pubblicò un disegno del primo Cinque­cento con l’Arciere visto da quattro ango­la­zioni sul recto (fig. 190) e schizzi da un ignudo della volta sistina sul verso.61

Ora vi sono pochi dubbi che l’Arciere di New York sia il Cupido di Michel­an­gelo un tempo posse­duto dai Galli. Un’ulteriore conferma che il Cupido Galli e la statua di New

fig. 190 Anonimo, Giovane arciere, ubica­zione attuale scono­sciuta. 1510–1520 circa. Foto © Christie’s Images / Bridgeman Images.

fig. 189 Jean-Robert Ango, Giovane arciere, New York, Cooper-Hewitt, Smit­h­so­nian Design Museum, inv. 1977–110‑2–13. Dopo il 1759–prima del 1773. Foto: Smit­h­so­nian, pubblico dominio.

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York siano la stessa figura proviene dal Trat­tato dell’arte della pittura di Giovanni Paolo Lomazzo, pubbli­cato nel 1584. Lomazzo osservò che il Cupido scol­pito dal divino Michel­an­gelo per Jacopo Galli asso­mi­gliava a un Cupido dipinto ‘dal nostro Tiziano, appog­giato sopra la spalla di Venere’: un rife­ri­mento al putto timido nascosto dietro Venere nel dipinto Venere benda Amore di Tiziano, la cui posa rispec­chia quella del Giovane arciere Galli (fig. 191).62 Come ha sostenuto Caglioti, l’Arciere marmoreo presenta una graziosa torsione figu­rale che Michel­an­gelo apprese dalle statu­ette di Bertoldo, una stra­tegia compo­si­tiva predi­letta, ripresa più volte nel corso della carriera: la figura sposta il peso su una gamba, consen­tendo all’altra di piegarsi e ruotare. Un braccio attra­versa il corpo verso la gamba piegata, mentre la testa segue il movi­mento del braccio ma ruota con un angolo più accen­tuato, solle­vando il mento. Un uso analogo della torsione si riscontra nel San Girolamo ligneo di Faenza, attri­buito alter­na­tiv­a­mente a Donatello e a Bertoldo (fig. 192), nell’Orfeo di Bertoldo (si veda fig. 154), nel san Giovan­nino della Madonna di Manchester di Michel­an­gelo (si veda fig. 186) e nel satiro dispet­toso del Bacco (si veda fig. 131).63 È questa torsione carat­teristica che Lomazzo rico­nobbe nel putto timido di Tiziano (si veda fig. 191). Nell’Arciere di Manhattan, la cinghia che attra­versa il corpo, tratto distin­tivo della scul­tura di Michel­an­gelo, accentua la perce­zione del corpo come conte­ni­tore costrit­tivo, reso inquieto dai moti dell’anima. Bertoldo aveva conc­e­pito la compo­si­zione a spirale per raffi­gurare il musi­cista Orfeo, che sembra attratto dal suono di una musica celeste; l’Arciere esprime un’idea simile, quella di uno spirito anelante che tende verso l’alto e lotta contro i vincoli corporei. Oltre alle opere fioren­tine di Donatello e Bertoldo, è plau­si­bile ipotiz­zare che il fram­men­tario Pasquino

fig. 191 Tiziano, Venere benda Amore, Roma, Galleria Borg­hese. 1565 circa. Foto © bpk / Alinari Archives / Mauro Magliani.

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(si veda fig. 85), che nel 1501 era esposto vicino alla casa di Galli in Piazza di Parione, possa aver ispi­rato Michel­an­gelo mentre scol­piva il Giovane arciere.64 Si possono osser­vare paral­leli fra le due figure, soprat­tutto nelle pose in torsione e nella cinghia che attra­versa il petto.

Vi sono buone ragioni per ritenere non soltanto che l’Arciere di Manhattan sia quello dei Galli, ma anche che sia la statua che Michel­an­gelo, nell’agosto del 1497, disse al padre di voler scol­pire ‘per piacere’. Le dimen­sioni e la qualità del marmo sembrano appro­priate a un blocco costato cinque ducati, ossia metà del prezzo del marmo per il Bacco. Ulte­riori indi­ca­zioni proven­gono da fonti finora non conside­rate in rapporto all’Arciere: i registri Galli-Balducci rela­tivi alla deco­ra­zione di due camere nella casa di Jacopo Galli nell’estate del 1497. Come già ricordato, quando Aldro­vandi visitò il palaz­zetto nel 1550 vide l’Arciere di Michel­an­gelo ‘in una camera più su presso la sala’. In questa stanza supe­riore trovò anche un busto ‘assai bello’ di Marco Aurelio, oltre ad altre teste e fram­menti [Appen­dice II.31]. Lo spazio corrisponde proba­bilm­ente a una delle stanze supe­riori deco­rate da Jacopo Galli nel luglio e nell’agosto del 1497, descritte come una sala affac­ciata sulla strada e due camere.65 Come osser­vato, la tavola lignea acqui­s­tata da Michel­an­gelo il 27 giugno 1497 potrebbe essere colle­gata a queste deco­ra­zioni. Conside­rando che al tempo di Aldro­vandi il Giovane arciere era visi­bile in una stanza al piano supe­riore, è anche plau­si­bile che Michel­an­gelo lo abbia realiz­zato per una camera supe­riore nel 1497, quando Galli arre­dava vari ambi­enti con dipinti, scul­ture e oggetti da colle­zione. Galli era sosteni­tore e cliente del libraio anti­quario Giacomo Mazzocchi,66 e le camere potreb­bero corrispon­dere a una biblio­teca o a uno studiolo dove conser­vare libri ed esporre oggetti preziosi come ritratti, meda­glie, monete o statu­ette.67 È signi­fi­ca­tivo, a questo propo­sito, che nel Seicento il palaz­zetto sulla Piazza della Cancel­leria ospi­tasse un importante studiolo. Quando vi abitava Fran­cesco Galli, discen­dente di Jacopo, fonti degli anni Ottanta del Seicento descri­vono la sua celebre biblio­teca e il came­rino o ‘studio di anti­chità’, appa­ren­te­mente situato al termine di una rampa di scale in un mezza­nino della casa, che riuniva natu­ralia, gemme, meda­glie, conchi­glie e altri oggetti preziosi. La raccolta di curio­sità di Fran­cesco Galli, pur rispon­dendo al gusto seicen­tesco, potrebbe essere l’erede diretta di una camera alles­tita da Jacopo nel Quat­tro­cento per esporre oggetti preziosi, fra cui l’Arciere di Michel­an­gelo.68

Nei conti di Galli di questo periodo non compare alcun paga­mento per l’Arciere, il che sugge­risce che Michel­an­gelo possa aver­glielo offerto in dono mentre proba­bilm­ente abitava ancora nella sua casa. Il soggetto dell’Arciere sembra perfett­amente adatto al gusto colto di Galli: si accorda con il suo raffi­nato apprezzamento dell’arte clas­sica e prosegue lo spirito di compe­ti­zione con l’antico già presente nel Bacco. Richiama la richiesta del cardi­nale Riario di ‘qual­cosa di bello’ da accos­tare a opere antiche. Con la sua posa in torsione, l’Arciere costi­tuisce un degno contrappunto al Bacco, soprat­tutto per la somi­gli­anza formale con il satiro che mangia l’uva. Entrambe le opere esplo­rano temi di libe­ra­zione spiri­tuale, mentre l’Arciere evoca un imma­gi­nario dioni­siaco, come indica il motivo della zampa animale sulla faretra. Nella

fig. 192 Bertoldo di Giovanni, forse con Donatello, San Girolamo, Faenza, Pina­coteca Comu­nale. 1465–1466 circa. Foto © Comune di Faenza, Pina­coteca Comunale.

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fig. 193 Michel­an­gelo Buonar­roti, Pietà, Vati­cano, Basi­lica di San Pietro. 1498–1499. Foto © Luisa Riccia­rini / Bridgeman Images.

Pagina di illus­tra­zioni. Per l’immagine si veda il PDF completo ad accesso aperto.

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sua compo­si­zione imma­gi­na­tiva, l’Arciere gareggia con la poesia e sembra nascere dalle discus­sioni intel­let­tuali, anti­quarie e filoso­fiche che si svol­ge­vano nella casa e nella vigna di Galli.

Michel­an­gelo potrebbe essere passato dirett­amente dal piccolo Arciere a un’opera assai diversa: la Pietà scol­pita per il cardi­nale fran­cese Jean Bilhères de Lagraulas (fig. 193).69 Il successo di questa stra­or­di­naria scul­tura, desti­nata alla tomba del cardi­nale nel mausoleo di Santa Petro­nilla nell’antica San Pietro, gli aprì la strada a una lunga carriera romana. Il commit­tente, il cardi­nale Bilhères, era un aris­to­cra­tico fran­cese e abate della catte­drale di Saint-Denis. A Roma difen­deva gli inter­essi della monar­chia fran­cese e dei suoi centri di culto: Santis­sima Trinità dei Monti, San Luigi dei Fran­cesi e Santa Petro­nilla, cappella dei re di Francia in San Pietro, scelta come luogo di sepol­tura.70 Bilhères ordinò la Pietà per collo­carla in una nicchia dietro un altare e sopra la sua tomba,71 renden­dola la commis­sione più visi­bile e pres­ti­giosa fino ad allora rice­vuta da Michel­an­gelo. Vi sono pochi dubbi che i rapporti con Riario e Galli abbiano aiutato l’artista a otte­nere questo importante inca­rico. I Riario erano alleati della comu­nità fran­cese a Roma, come mostrano i loro rapporti con Thomas James e con il cardi­nale d’Estouteville. Riario sosteneva Bilhères e nel 1492 lo aveva nomi­nato perso­nal­mente gover­na­tore di Roma, o vice­ca­mer­lengo.72 Anche Jacopo Galli ebbe un ruolo decisivo come inter­me­diario fra Michel­an­gelo e Bilhères, fungendo da garante del cont­ratto: la copia supers­tite fu trascritta di suo pugno per l’artista (fig. 194).73 Nel docu­mento, datato 27 agosto 1498, Galli si impegnava a garan­tire che il cardi­nale effet­tuasse i paga­menti concordati e che Michel­an­gelo consegnasse la scul­tura entro un anno. Garan­tiva inoltre che sarebbe stata ‘la più bella opera di marmo che sia oggi a Roma, e che nessun maestro oggi potrebbe far meglio’.74

È diffi­cile stabi­lire se la prassi di garan­tire opere scul­toree fosse inso­lita nel contesto romano, dato il numero esiguo di cont­ratti supers­titi. A Roma si trovano invece paral­leli nei paga­menti agli artisti

fig. 194 Jacopo Galli (esten­sore), Cont­ratto per la Pietà vati­cana, Firenze, Casa Buonar­roti, Archivio Buonar­roti, II–III, n. 1. 27 agosto 1498. Foto © Casa Buonar­roti, Archivio Buonarroti.

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effet­tuati dalla Fabbrica di San Pietro, un’articolazione della Camera Apos­to­lica inca­ri­cata della costru­zione e deco­ra­zione della basi­lica. I banchieri inter­ve­ni­vano spesso come garanti degli artisti della Fabbrica, assu­men­dosi la responsa­bi­lità del comple­ta­mento di commis­sioni importanti.75 Forse il ruolo di Jacopo Galli come garante di Michel­an­gelo si basava su accordi consueti fra i mercanti-banchieri romani e la Camera Apos­to­lica.76 L’aspetto più note­vole dell’impegno di Galli sembra tuttavia essere la promessa di garan­tire la ‘bellezza’ e la supe­rio­rità artis­tica della scul­tura; il fatto che gli si affi­dasse la garanzia di queste qualità testi­monia la sua repu­ta­zione di cono­sci­tore e il pres­tigio delle sue colle­zioni d’arte.

Dopo aver depo­si­tato la prima rata del compenso per la Pietà presso il banco Galli-Balducci nel novembre del 1497, Michel­an­gelo acquistò un cavallo ‘per andare a char­rara’ e prelevò contanti. Entro il 29 dicembre giunse a Firenze, e nel febbraio del 1498 raggi­unse le cave di marmo di Carrara. Prima del 10 marzo 1498 tornò a Roma, dove attese la consegna dei blocchi scelti.77 Seguì un lungo ritardo e soltanto nel giugno del 1498 comin­cia­rono ad arri­vare le spedi­zioni di marmo.78 Nell’agosto di quell’anno Michel­an­gelo pagava l’affitto a un certo Fabrizio Puli­gato, aromat­ario (mercante di spezie o farm­acista) e cono­s­cente di Jacopo Galli.79 È proba­bile che Galli abbia contri­buito a procur­argli l’alloggio presso l’amico Puli­gato, dopo l’arrivo delle spedi­zioni da Carrara nel giugno e luglio del 1498, quando Michel­an­gelo aveva urgente bisogno di un luogo dove trasportare i blocchi. Lo scul­tore pagò l’affitto a Puli­gato il 21 agosto 1498 e il 27 agosto firmò insieme a Galli il cont­ratto per la Pietà. Due giorni dopo rice­vette cinquanta ducati dal cardi­nale Bilhères tramite il banco Galli-Balducci; il 30 agosto versò quindi dieci ducati ‘per fare portare e marmj a chasa’, ossia per tras­ferire i blocchi nella casa di Puli­gato nel rione Arenula.80 L’assistenza di Galli sembra essere stata fonda­men­tale per garan­tire paga­menti tempes­tivi e risol­vere il bisogno dell’artista di spazi per depo­sito e lavoro; come inter­me­diario, il banchiere sapeva trovare solu­zioni a problemi pratici e aprire oppor­tu­nità a Michel­an­gelo quando necessario.

Il legame fra Galli, Michel­an­gelo e Puli­gato nel periodo in cui lo scul­tore lavo­rava alla Pietà emerge dal fatto che Michel­an­gelo e Puli­gato furono entrambi testi­moni, nello stesso giorno, di un docu­mento rogato nella casa di Galli. Erano presenti il 7 settembre 1498, dieci giorni dopo la firma del cont­ratto per la Pietà, per testi­mo­niare un atto redatto in due parti: alla prima furono testi­moni maestro Sancto, mate­r­as­saio del rione Parione, e ‘Michel­an­gelo fioren­tino, statuario’; alla seconda

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un lavora­tore del cuoio di nome Alessio e il padrone di casa di Michel­an­gelo, Puli­gato.81 La presenza simul­tanea di queste persone nella casa di Galli chia­risce il ruolo del banchiere come inter­me­diario fra Michel­an­gelo e Puli­gato. Con l’aiuto di Galli e della sua vasta rete di rela­zioni, Michel­an­gelo poté creare la Pietà, un capo­la­voro sublime scol­pito nel miglior blocco possi­bile di marmo impor­tato da Carrara e rifi­nito alla perfe­zione in tempi rapidi.

Secondo i conti Galli-Balducci, Michel­an­gelo pagò oltre 130 ducati per almeno due spedi­zioni di marmo da Carrara a Roma. Come ha osser­vato Rab Hatfield, questa quan­tità superava di gran lunga il fabbi­sogno della Pietà.82 L’artista si atten­deva eviden­te­mente altre commis­sioni a Roma, dove il marmo di Carrara era una merce molto apprez­zata. Quando il padre gli scrisse nel dicembre del 1500 esortan­dolo a tornare a Firenze, gli consigliò di depo­si­tare presso gli amici il marmo rimasto: ‘Se non puoi finire i marmi, affi­dali a qual­cuno dei tuoi amici e quando sarà il momento non ti sarà diffi­cile tornarvi’.83 Seguendo il consiglio, nel febbraio del 1501 Michel­an­gelo lasciò i blocchi ecce­denti a Jacopo Galli, che gli versò ottanta ducati a garanzia del loro valore.84 Data questa sequenza di eventi, è plau­si­bile che Galli abbia influito sulla decis­ione dell’artista di estrarre altro marmo a Carrara e manten­erne una scorta a Roma. Il suo coin­vol­gi­mento nelle forni­ture è sugge­rito dal depo­sito dei blocchi presso Puli­gato, dal loro tras­fe­ri­mento nella propria casa e dalla vendita di parte del marmo ecce­dente allo scul­tore fioren­tino Pietro Torri­giani dopo la partenza di Michel­an­gelo per Firenze. L’autorizzazione a vendere parte delle scorte indica una proba­bile colla­bo­ra­zione con l’artista, che forse aveva inca­ri­cato Galli di ammi­nis­trare il suo marmo. Questo scenario è ulte­rior­mente sostenuto dal ruolo di Galli come mercante di mate­riali da costru­zione.85 Si può imma­gi­nare che volesse sostenere Michel­an­gelo fungendo da garante del suo studio romano, unendo il talento dello scul­tore, dimostrato dall’esposizione del Bacco e del Cupido accanto alle anti­chità nella propria casa, la propria intra­pren­denza e un’abbondante dispo­ni­bi­lità di marmo di alta qualità.86

Il 2 settembre 1500, poco dopo il comple­ta­mento della Pietà, Michel­an­gelo rice­vette sessanta ducati di camera per una nuova commis­sione, otte­nuta ancora una volta con l’aiuto di Jacopo Galli. Si trat­tava di una pala per Sant’Agostino, pagata dall’eredità di Giovanni Ebu, noto anche come Giovanni da Viterbo, vescovo di Crotone.87 Nel corso degli anni Novanta del Quat­tro­cento, Giovanni da

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Viterbo ebbe rapporti con Riario. Proba­bilm­ente viveva presso il cardi­nale, poiché fungeva spesso da testi­mone a docu­menti firmati nella sua resi­denza. Nel testa­mento il vescovo nominò il cardi­nale erede univer­sale. Dopo la sua morte nel novembre del 1496, i colla­bo­ra­tori di Riario orga­niz­za­rono la sepol­tura in una cappella di Sant’Agostino, chiesa nella quale ripo­sa­vano diversi fami­liari del cardi­nale (mappa 1.4).88 Per liqui­dare l’eredità, il procu­ra­tore di Riario, Barto­lomeo de’ Dossis, prese possesso della casa del vescovo nel rione Ponte, non lontano da Sant’Agostino. La vendita, assis­tita da Jacopo Galli, fruttò 1000 ducati, 500 dei quali furono conseg­nati ai frati agos­ti­niani per una cappella nella loro chiesa.89 Parte dei fondi fu desti­nata alla deco­ra­zione, compresi i sessanta ducati di camera pagati a Michel­an­gelo per una pala il 2 settembre 1500.90 La scelta dell’artista non sorprende, dato il ruolo di Jacopo Galli nella sele­zione; il loro legame in quel momento è testi­mo­niato dall’acquisto di una botte di vino corso da parte di Michel­an­gelo presso il banchiere il 22 settembre.91 Anche Fabrizio Puli­gato, cono­s­cente di entrambi, potrebbe essere stato coin­volto in qualche modo nella commis­sione, poiché nello stesso mese i conti Galli-Balducci regis­trano curiose tran­sa­zioni, ancora inspie­gate, fra i frati di Sant’Agostino, Puli­gato e Galli.92

Michel­an­gelo avrebbe infine abban­do­nato la pala di Sant’Agostino e lasciato Roma per Firenze. Come ricordato, nel dicembre del 1500 il padre gli scrisse esortan­dolo a rien­trare e accenn­ando a nuove oppor­tu­nità. Entro il febbraio del 1501 l’artista aveva disposto il depo­sito delle proprie scorte di marmo presso Jacopo Galli in vista della partenza.93 A Firenze trovò effet­ti­va­mente successo, assi­cu­ran­dosi presto la pres­ti­giosa commis­sione del David marmoreo (fig. 214). Lasciò incom­piuta la pala di Sant’Agostino e nel novembre del 1501 il compito di termin­arla fu affi­dato a un pittore chiamato ‘maestro Andrea’. In quanto artista di seconda scelta, Andrea avrebbe rice­vuto un compenso infe­riore a quello di Michel­an­gelo.94 Benché la sua iden­tità resti miste­riosa, era proba­bilm­ente tedesco, poiché i frati di Sant’Agostino avevano già impie­gato nel 1497, per altri lavori, un pittore indi­cato come ‘Andrea pictore todesco’.95

Negli studi storico-artis­tici si è discusso molto se la Depo­si­zione incom­piuta di Michel­an­gelo a Londra (fig. 195) sia la tavola che gli fu chiesto di dipin­gere per Sant’Agostino e che non portò a termine. Mancusi-Ungaro fu il primo ad asso­ciarla alla commis­sione per Sant’Agostino, quando pubblicò i relativi

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registri Galli-Balducci nel 1971.96 Hirst sostenne poi questa proposta, affer­mando che la Depo­si­zione incom­piuta di Londra fosse la pala iniziata da Michel­an­gelo per la cappella di Giovanni da Viterbo. Richiamò l’attenzione sulla prove­ni­enza romana della tavola, presente nella colle­zione Farnese a Roma nel 1644, sulle dimen­sioni rela­tiv­a­mente grandi, sul tema funerario e sulla somi­gli­anza gene­rale con altre opere di Michel­an­gelo datate intorno al 1500.97 In un arti­colo del 1994 Alex­ander Nagel appoggiò la tesi pubbli­cando paga­menti per la consegna di una ‘nuova’ pala a Sant’Agostino il 18 giugno 1502, lo stesso giorno in cui maestro Andrea rice­vette il saldo. Due mesi dopo, i conti di Sant’Agostino regis­trano l’installazione di una tenda azzurra per coprire una ‘tavola della Pietà’, presu­mi­bilm­ente la pala di Andrea. Anche la Depo­si­zione londi­nese di Michel­an­gelo, sostenne Nagel, sarebbe stata adatta a un altare dedi­cato alla Pietà.98

Benché vi siano tutte le ragioni per ritenere che la Depo­si­zione di Londra sia stata dipinta da Michel­an­gelo, il colle­gamento fra questa tavola e la commis­sione inter­rotta per Sant’Agostino è quasi certa­mente erroneo.99 Nel marzo del 1501 i conti di Sant’Agostino indi­cano che i commit­tenti spesero quaranta ducati di camera per una tavola lignea e ventisei ducati per la dora­tura.100 Il supporto della pala fu dunque pagato con una parte consis­tente dei cinque­cento ducati desti­nati a tutte le spese della cappella di Giovanni da Viterbo. È assai impro­ba­bile che questa tavola ampia­mente dorata fosse quella utiliz­zata da Michel­an­gelo per la Depo­si­zione londi­nese: era un oggetto costoso che gli ammi­nis­tra­tori dell’eredità non avreb­bero avuto motivo di cedere all’artista. Dopo il suo ritiro dalla commis­sione, avreb­bero affi­dato la tavola a maestro Andrea e, una volta compl­etata, l’avrebbero instal­lata a Sant’Agostino. È inoltre proba­bile che la Depo­si­zione londi­nese risalga al soggiorno fioren­tino del primo Cinque­cento anziché al periodo romano di Michel­an­gelo. Paul Joann­ides e Achim Gnann hanno proposto che uno stra­or­di­nario studio di nudo femmi­nile dell’artista (fig. 196) fosse prepa­ra­torio per la pala londi­nese. Come Hirst fu il primo a osser­vare, il margine verti­cale della tavola è trac­ciato sul lato sinistro del foglio, appena a sinistra del nudo ingi­noc­chiato.101 La presenza di questa linea sugge­risce che il disegno fosse prepa­ra­torio alla pittura della pala, per defi­nire la compo­si­zione delle figure rispetto ai bordi del supporto. Tuttavia esso è data­bile al periodo fioren­tino del 1503/4 circa, poiché sul verso compaiono studi per la Batta­glia di Cascina (fig. 197). Come ha sostenuto Gnann, queste circos­tanze sugge­ris­cono che la tavola londi­nese appar­tenga alla fase fioren­tina, anziché romana, della prima carriera di Michel­an­gelo. Rivela affi­nità con il Tondo Doni, commis­sione fiorentina,

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fig. 195 Michel­an­gelo Buonar­roti, Depo­si­zione, Londra, National Gallery, inv. NG790. 1504 circa? Foto © The National Gallery, Londra.

fig. 196 Michel­an­gelo Buonar­roti, Studio per la Depo­si­zione di Londra, Parigi, Louvre, Dépar­te­ment des Arts graphi­ques, inv. 726 r. 1503–1504? Foto © RMN-Grand Palais (Musée du Louvre) / Thierry Le Mage.

fig. 197 Michel­an­gelo Buonar­roti, Studio per la Batta­glia di Cascina, Parigi, Louvre, Dépar­te­ment des Arts graphi­ques, inv. 726 v. 1503–1504? Foto © RMN-Grand Palais (Musée du Louvre) / Thierry Le Mage.

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e con studi eseguiti da Michel­an­gelo dal cartone della Sant’Anna di Leonardo, esposto per la prima volta a Firenze nell’estate del 1501.102 Conside­rati nel loro insieme, questi argo­menti sepa­rano in modo convin­cente la Depo­si­zione dalla cappella di Sant’Agostino.

Mentre si prepa­rava a lasciare Roma per Firenze, Michel­an­gelo si impegnò insieme a Galli in un’altra commis­sione che non avrebbe mai portato a termine. Doveva scol­pire quin­dici piccole statue marmoree per il cardi­nale Fran­cesco Todes­chini Picco­lo­mini, nipote di papa Pio II, che sarebbe stato a sua volta eletto papa nel 1503. Nel 1501 il cardi­nale richiese queste statue per comple­tare un altare nel Duomo di Siena (fig. 198).103 È assai proba­bile che, ancora una volta, i rapporti di Michel­an­gelo con il cardi­nale Riario e Jacopo Galli abbiano avuto un ruolo rile­vante nell’ottenimento dell’incarico. Piccolomini

fig. 198 Andrea Bregno e Michel­an­gelo Buonar­roti, Monu­mento Picco­lo­mini, Siena, Duomo. 1481–1504. Foto © Foto Marburg, Albert Hirmer e Irmgard Ernstmeier-Hirmer.

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era stato uno degli esecu­tori testa­men­tari del cardi­nale Bilhères e in questa veste aveva colla­bo­rato, almeno indi­rett­amente, con Michel­an­gelo e Galli alla commis­sione della Pietà.104 Le statue ordi­nate dal cardi­nale Picco­lo­mini dove­vano colmare gli ultimi vuoti di un elabo­rato monu­mento iniziato negli anni Ottanta del Quat­tro­cento da Andrea Bregno. Picco­lo­mini imma­gi­nava questo altare come luogo di sepol­tura a Siena qualora fosse morto ‘lontano da Roma’; il destino volle invece che morisse a Roma e fosse sepolto vicino a Pio II nella Basi­lica di San Pietro. Per qualche tempo cercò uno statuario al quale affi­dare le piccole statue. Inizi­al­mente sembra aver cercato senza successo i servizi di Cris­to­foro ‘il Gobbo’ Solari. Fra il 1498 e il 1499 Pietro Torri­giani iniziò per il cardi­nale una statua di san Fran­cesco, lasci­an­dola incom­piuta. Il 22 maggio 1501 erano già in corso trat­ta­tive con Michel­an­gelo e

fig. 199 Michel­an­gelo Buonar­roti, San Paolo, Monu­mento Picco­lo­mini, Siena, Duomo. 1501–1504. Foto © Foto Marburg, Albert Hirmer e Irmgard Ernst­meier-Hirmer. fig. 200 Michel­an­gelo Buonar­roti, San Pietro, Monu­mento Picco­lo­mini, Siena, Duomo. 1501–1504. Foto © Foto Marburg, Albert Hirmer e Irmgard Ernstmeier-Hirmer.

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l’artista definì le proprie condi­zioni cont­rat­tuali.105 Entro giugno l’accordo era stato firmato da Picco­lo­mini come commit­tente, da Michel­an­gelo come scul­tore e da Galli come garante. Poiché occorsero venti giorni, dal 5 al 25 giugno, perché tutte e tre le parti appo­nes­sero la firma, si è ipotiz­zato che Michel­an­gelo fosse già partito da Roma per Firenze e che il cont­ratto dovesse essere inviato avanti e indietro da Roma.106

Andrea Bregno aveva iniziato il monu­mento Picco­lo­mini in marmo di Carrara, e il cardi­nale richiese a Michel­an­gelo di usare mate­riale della stessa qualità: marmo di Carrara bianco puro e privo di vena­ture. Richiese anche il comple­ta­mento puntuale delle statue. Galli garantì dunque che Michel­an­gelo avrebbe prodotto quin­dici figure nei tre anni succes­sivi, impegn­an­dosi a non intra­pren­dere altri lavori. Promise inoltre che le figure sareb­bero state scol­pite in marmo di Carrara ‘nuovo’, senza rica­varle da pezzi uniti fra loro.107 Altre clau­sole impo­nevano all’artista di finire ‘i panni e la testa’ del San Fran­cesco iniziato da Torri­giani, senza compenso, per ‘onore, cortesia e umanità’. Le prime due figure termi­nate, come ricordato nel capi­tolo 7, sareb­bero state sotto­poste a una valu­ta­zione esperta per assi­curare che fossero ‘meglio eseguite e finite, e di un grado di perfe­zione supe­riore a qualunque figura moderna oggi a Roma’.108 Erano condi­zioni ambi­ziose, che Michel­an­gelo avrebbe presto disat­teso. Pochi mesi dopo, nell’agosto del 1501, firmò con l’Opera del Duomo di Firenze un nuovo cont­ratto per il David, violando l’accordo prece­dente con il cardi­nale. Come nel caso della pala di Sant’Agostino, gli impegni assunti nella cerchia romana di Riario e Galli si disfecero quando l’artista concentrò l’attenzione sulle commis­sioni fioren­tine. Alla fine completò soltanto quattro figure, fra cui le statue dei santi Pietro e Paolo (figg. 199–200). L’impegno incom­piuto lo avrebbe tormen­tato per decenni: gli eredi del cardi­nale conti­nu­arono a recla­mare le statue, mentre le nicchie del monu­mento resta­vano vuote.109

Un’altra nuova commis­sione otte­nuta grazie a Jacopo Galli, la Madonna di Bruges (fig. 201), contribuì a inter­rom­pere il lavoro di Michel­an­gelo per l’altare senese. Benché scol­pita a Firenze, la Madonna era desti­nata a commit­tenti resi­denti a Roma: i Mouscron, ricchi mercanti di tessuti fiamminghi la cui atti­vità aveva sede presso Piazza del Paradiso, vicino a Campo de’ Fiori e all’Isola Galli.110 I Mouscron erano stati senza dubbio colpiti dalla Pietà vati­cana e dalla sua sensi­bi­lità nord­eu­ropea: la Madonna di Bruges imita infatti la statua vati­cana sotto vari aspetti, soprat­tutto nella bellezza giovane e serena della Vergine.

Vi sono pochi dubbi che Jacopo Galli sia stato l’intermediario fra Michel­an­gelo e i Mouscron. Da tempo sosteneva la loro reddi­tizia atti­vità tessile, e i conti Galli-Balducci docu­men­tano importanti rapporti finan­ziari con loro. I registri rivelano che Galli era a sua volta cliente della ditta, acqui­s­tando rego­lar­mente tessuti pregiati, alcuni impor­tati persino da Londra.111 Nel 1502, poco prima che Michel­an­gelo otten­esse la commis­sione della Madonna di Bruges, i conti rivelano un

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fig. 201 Michel­an­gelo Buonar­roti, Madonna di Bruges, Bruges, Onze Lieve Vrou­we­kerk. 1501–1504. Foto © Paul Maey­aert. Tutti i diritti riser­vati 2024 / Bridgeman Images.

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forte aumento degli affari svolti dal banco Galli-Balducci per conto dei Mouscron, con tran­sa­zioni del valore di migliaia di ducati.112 Nello stesso anno Galli agì anche come garante della fami­glia. In un docu­mento testi­mo­niato dal ‘librario’ Giacomo Mazzocchi e firmato nella sua bottega, Galli garantì che i Mouscron avreb­bero potuto pagare una penale di 2000 ducati qualora aves­sero commesso un’offesa ai danni di un certo aromat­ario, Andrea Matta­buffi, farm­acista e forse anche forni­tore di colo­ranti [Appen­dice II.14].113 Eviden­te­mente, quando sorse una contro­versia con Matta­buffi, Galli inter­venne per aiutare i Mouscron a risolverla.

Fu proba­bilm­ente Jacopo Galli a orga­niz­zare il cont­ratto, oggi perduto, per la Madonna di Bruges. I paga­menti pass­arono attra­verso il banco Galli-Balducci, che rice­vette cento fiorini per Michel­an­gelo in due rate.114 Fin dall’inizio, la neces­sità di spedire la statua da Firenze, dove fu scol­pita, a Bruges costi­tuiva una note­vole diffi­coltà logi­stica. Come per la Pietà vati­cana, Galli fu proba­bilm­ente chiamato a garan­tire il cont­ratto e ad aiutare come inter­me­diario e riso­lutore di problemi. Dopo la sua morte, la spedi­zione fu infine gestita dal banco Balducci, come dimostra una lettera a Michel­an­gelo di Giovanni Balducci, nipote di Bald­as­sare e cassiere del banco. Nell’agosto del 1506 Giovanni fornì all’artista istru­zioni detta­gliate per consegnare la Madonna ai commit­tenti. Secondo la lettera, il mercante fioren­tino Fran­cesco del Pugliese avrebbe orga­niz­zato il tras­porto da Firenze a Viar­eggio e sorve­gliato il succes­sivo invio nelle Fiandre. Se Del Pugliese non fosse stato in grado di occu­p­ar­sene, Michel­an­gelo avrebbe dovuto portare perso­nal­mente la statua a Viar­eggio, dove persone di fiducia del banco ne avreb­bero assi­cu­rato il viaggio verso nord. Qualunque spesa sostenuta dall’artista per il tras­porto sarebbe stata rimbor­sata da ‘Boni­fazio Fazzi e compagni’, soci fioren­tini dei Balducci.115 La lettera offre preziose indi­ca­zioni sull’attività svolta dietro le quinte dal banco Galli-Balducci per conto di Michel­an­gelo, illustran­done il ruolo nella gestione della Madonna di Bruges. In ultima analisi, il coin­vol­gi­mento di Balducci nella solu­zione dei problemi logi­stici deri­vava proba­bilm­ente da una garanzia firmata da Jacopo Galli che impegnava il banco alla consegna. In questo senso, la lettera costi­tuisce una prova indi­retta della colla­bo­ra­zione fra Michel­an­gelo e Galli, la cui vasta rete di rapporti e risorse ebbe un ruolo essen­ziale nei primi successi dell’artista.

Le capa­cità commer­ciali di Galli offri­rono a Michel­an­gelo la pros­pet­tiva di una bril­lante carriera romana, sostenuta da ricchi commit­tenti, dagli estesi contatti d’affari del banchiere e dalla cultura anti­quaria di Parione. La sua guida sicura assi­curò il comple­ta­mento del Bacco, della Pietà vati­cana, di alcune figure del monu­mento Picco­lo­mini e della Madonna di Bruges: una parte signi­fi­ca­tiva delle scul­ture che Michel­an­gelo avrebbe effet­ti­va­mente portato a termine nella sua lunga carriera. Sul piano perso­nale, Galli sembra essere stato l’intermediario neces­sario per gestire i rapporti dell’artista con i ‘grandi uomini’, che Michel­an­gelo talvolta trovava diffi­cili da tollerare. Il loro rapporto fu profondo e multi­forme, analogo a quello che Michel­an­gelo avrebbe intrat­tenuto negli anni Trenta e Quaranta del Cinque­cento con Luigi del Riccio, mercante-banchiere e

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agente degli Strozzi. Del Riccio agì da inter­me­diario per le commis­sioni di Michel­an­gelo, lo aiutò ad acquis­tare marmo, curò la pubbli­ca­zione delle sue poesie e gli commis­sionò una tomba per il nipote Cecchino Bracci. Come i Galli, la fami­glia Del Riccio acquistò pres­tigio per decenni grazie allo stretto rapporto con l’artista, esibito attra­verso copie della Pietà e del Cristo risorto nelle proprie cappelle in Santo Spirito a Firenze.116

A contro­bi­lan­ciare gli even­tuali progetti di Galli e Michel­an­gelo di prose­guire la loro proficua colla­bo­ra­zione vi era il cres­cente ramma­rico dell’artista per la propria assenza da Firenze, palpa­bile nelle lettere scam­biate con il padre nel 1500.117

Michel­an­gelo non terminò mai la pala di Sant’Agostino e le statue Picco­lo­mini, commis­sioni adatte agli inter­essi di Galli e della sua rete, ma diffi­ci­lm­ente all’altezza delle ambi­zioni perso­nali dell’artista. La tavola per Sant’Agostino, commis­sio­nata da un membro della cerchia più stretta di Riario, non era abbastanza stimo­lante da persua­derlo a rima­nere a Roma. Per l’altare Picco­lo­mini a Siena, un commit­tente curiale gli offriva l’incarico piut­tosto vinco­lante di comple­tare un monu­mento già iniziato da Andrea Bregno. Nessuno dei due progetti si realizzò piena­mente dopo il ritorno di Michel­an­gelo a Firenze, dove lo atti­ra­vano la nost­algia di casa e l’eccezionale sfida del David: un’opera che, diver­sa­mente dalle commis­sioni per Sant’Agostino o Siena, gli permet­teva di prose­guire il percorso di statue audaci e inno­va­tive create in compe­ti­zione con l’antico. Galli mirava troppo in basso e guar­dava troppo esclu­si­v­a­mente alla scena romana, mentre Michel­an­gelo sperava di evitare i normali progetti ‘di bottega’ e aprirsi nuove possi­bi­lità a Firenze. Anche se la colla­bo­ra­zione si era fatta tesa, la morte di Galli nel 1505 privò l’artista di un sostegno inso­sti­tui­bile, e la sua carriera non sarebbe più stata la stessa. È inevi­ta­bile chie­dersi come si sarebbe sviluppata diver­sa­mente la vita di Michel­an­gelo se Galli avesse conti­nuato a sosten­erlo e se altrett­ante opere dello scul­tore sareb­bero rimaste ‘non finite’.

Jacopo Sado­leto, Pietro Bembo e la cerchia letteraria di Galli

La biografia di Michel­an­gelo scritta da Ascanio Condivi immor­talò Jacopo Galli come amico fidato dell’artista e genti­luomo romano di bello ingegno. Creden­dolo commit­tente del Bacco, Edgar Wind, Phyllis Bober e altri inter­pre­ta­rono tale ingegno come capa­cità di sostenere l’ambizione dell’artista di scol­pire il Bacco nello spirito del neopla­to­nismo fici­niano.118 Tradi­zio­nal­mente gli studi si sono concen­trati sulla prose­cu­zione a Roma dell’ambiente intel­let­tuale fioren­tino che aveva formato Michel­an­gelo negli anni giova­nili, mentre la cerchia di Riario e Galli era poco studiata. Negli ultimi venti­cinque anni, tuttavia, la ricerca ha aperto nuove pros­pet­tive sulla comples­sità e varietà della cultura intellettuale

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e anti­quaria romana. L’attenzione si è spostata oltre papi e cardi­nali verso il ruolo della nobiltà romana, messo in luce dagli studi su fami­glie eminenti come i Porcari e i Leni.119 La stessa perso­na­lità multi­forme di Jacopo Galli ha comin­ciato a emer­gere negli arti­coli di Frommel, Baldini, Lodico, Piras e altri.120 Eppure, come mercante e intel­let­tuale in rapporto con arti­giani locali, cardi­nali e tutti i livelli inter­medi, Galli non si adatta al modello conven­zio­nale di ‘mece­nate’ soli­ta­mente discusso nella lette­ra­tura storico-artis­tica. Con l’aiuto degli archivi Galli-Balducci resta molto da esplo­rare nelle diverse dimen­sioni della sua identità.

Come ricordato nel capi­tolo 3, Galli rice­vette proba­bilm­ente un’educazione umani­stica, seguendo un percorso scelto dal padre Giuliano. Con l’aumento della ricchezza e del pres­tigio divenne egli stesso un mece­nate delle lettere. Gli amici comin­cia­rono a rico­no­scere nelle proprie opere i debiti nei suoi confronti, come fece Bald­as­sare Crassi pubbli­cando nel 1498 una raccolta di lettere di Matteo Bossi.121 Nella prefa­zione Crassi dichia­rava di aver posto le lettere di Bossi ‘nelle mani di Galli’ e lo invi­tava a giudi­care se aves­sero superato quelle di Cice­rone.122 Fra gli umanisti e i lette­rati del rione Parione non mancava la compe­ti­zione per il sostegno e il favore di Galli. Fra loro vi era Giacomo Mazzocchi, libraio e letterato berga­masco sostenuto da Galli all’inizio della carriera. Mazzocchi è noto soprat­tutto come editore degli Epigram­mata Anti­quae Urbis, raccolta di iscri­zioni antiche visi­bili nelle colle­zioni romane, compresa quella dei Galli. Aveva una libreria a Campo de’ Fiori nella quale, come ricordato, nel 1502 Jacopo Galli firmò una garanzia per i Mouscron [Appen­dice II.14].123 Nel novembre del 1502 i conti Galli-Balducci regis­trano un paga­mento di venti­cinque ducati di Jacopo Galli a ‘Iac. o libraro per librj’, senza dubbio rife­rito ad acquisti nella bottega di Mazzocchi.124 Il libraio espresse la propria grati­tu­dine a Galli nel primo libro che sappiamo aver curato, stam­pato da Johannes Besi­cken il 10 maggio 1505, poco prima della morte di Jacopo. Era una compi­la­zione dell’autore tardo­an­tico Vibio Sequestre che elen­cava nomi geogra­fici menzio­nati da Virgilio, Ovidio e altri poeti latini. Presen­tan­dosi come ‘Romanae Acade­miae biblio­pola’, libraio dello Studium Urbis, Mazzocchi dedicò il volume a Galli, ‘il più umano, ma anche il più dotto dei Romani’. ‘Ti sei guad­a­gnato la lode del popolo e la bene­vo­lenza dei buoni’, scri­veva, ‘attra­verso le arti della libe­ra­lità, dell’ospitalità e del favore’. Nella devo­zione a Galli, Mazzocchi si univa ai molti altri ‘uomini dotti che lo rispet­tano e onorano’ [Appen­dice II.15].125

Come rivelano i conti Galli-Balducci, Jacopo Galli era anche mece­nate del teatro e orga­niz­zava spet­ta­coli in una delle sue vigne anti­quarie. Fra le regis­tra­zioni più affa­scinanti compaiono paga­menti per rappre­sen­ta­zioni di commedie, uno dei quali appa­ren­te­mente effet­tuato dalla moglie Saulina. Poiché il paga­mento di Saulina, del novembre 1500, compare

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nei conti insieme ad altri rela­tivi alla vigna Galli a Ripa (si veda fig. 181), è quasi certo che lo spet­ta­colo si tenesse lì.126 Nel gennaio e febbraio del 1501 dal conto di Galli usci­rono fondi per sceno­grafie dipinte da utiliz­zare nella rappre­sen­ta­zione di un’altra commedia, anch’essa senza titolo indi­cato. I registri rivelano che il 21 gennaio Galli pagò un certo Giovanni ‘per tavole per la chomedia’. Il 10 febbraio effettuò un altro paga­mento a un maestro non iden­ti­fi­cato ‘per pignere per la chomedia’.127 Lo spet­ta­colo fu alles­tito durante il Carne­vale, periodo in cui le commedie erano consen­tite e abbon­da­vano. Il rapporto degli amba­scia­tori vene­ziani del 17 febbraio di quell’anno osser­vava che persino il papa era rimasto fuori fino a tarda sera per assis­tervi.128 Sempre il 17 febbraio i conti Galli-Balducci (si veda fig. 7) regis­trano un paga­mento per ‘chan­del­lierj’, torce proba­bilm­ente neces­s­arie per gli spet­ta­coli dopo cena. Altri paga­menti dello stesso periodo riguardano tessuti e i servizi di un certo ‘lagrassa schar­pel­lino’.129

La fonte di gran lunga più signi­fi­ca­tiva per le atti­vità letter­arie e umani­stiche di Galli è costi­tuita da due dialoghi filoso­fici composti da Jacopo Sado­leto dopo la sua morte.130 Nato a Modena e forma­tosi a Ferrara, Sado­leto giunse a Roma fra il 1498 e il 1503, quando divenne cano­nico di San Lorenzo in Damaso.131 Fu protetto dal cardi­nale Oliviero Carafa di Napoli fino alla morte di quest’ultimo nel 1511. Come ha sugge­rito Madda­lena Spagnolo, durante il servizio presso Carafa Sado­leto fu proba­bilm­ente uno dei primi ideatori della celebre compe­ti­zione letteraria di Parione, la Festa di Pasquino.132 Aveva un’affinità con le statue antiche, come rivela il poema De Laocoontis statua, scritto poco dopo la scoperta del Laocoonte nel gennaio del 1506.133 Durante il soggiorno romano, mentre appar­teneva alla casa del cardi­nale Carafa in Piazza di Parione, Sado­leto strinse amicizia con Jacopo Galli. Ripen­sando nel 1505 a quel rapporto, dopo la morte del banchiere, scrisse di averlo ‘tanto amato’ e di sentirsi ‘privato di soavis­sima e santis­sima amicizia’.134 Il tributo più importante a quest’amicizia fu il De laudibus philo­so­phiae libri duo: due dialoghi descritti da Sado­leto come una difesa della filosofia da lui sostenuta ‘alcuni anni prima nella villa subur­bana di Jacopo Galli contro l’eloquente, ma piut­tosto ingi­usta, accusa di […] Tommaso Fedro’.135 Sado­leto scrisse il primo dialogo, il Phaedrus, a Carpen­tras fra il 1521 circa e il 1523; completò il secondo, l’Hortensius, nel 1535 e li pubblicò insieme nel 1538. Entrambi descri­vono una discus­sione fra lui, Jacopo Galli, Tommaso Inghi­rami e Fran­cesco Cedrario nella vigna Galli presso Castel Sant’Angelo, ‘la mattina dei Floralia’, l’antica festa romana dei fiori.136

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Lo scopo dei dialoghi di Sado­leto era difen­dere i meriti della filosofia, utiliz­zando Jacopo Galli come esempio dei suoi bene­fici. ‘Fin dalla prima giovi­nezza [Galli] vi si era piena­mente dedi­cato’, scrive Sado­leto, e ‘ora vi è tornato dopo un lungo inter­vallo’, essen­dosi riti­rato dagli affari mercan­tili.137 Galli aveva abban­do­nato una vita tras­corsa a inse­guire beni mate­riali, sapendo che, così come una statua di Dedalo appare bella e perfetta perché tenuta insieme da catene, il modo migliore di vivere è sostenuto dalla filosofia.138 Allon­tanan­dosi dagli affari, privi­le­giava ormai lo studio e le conver­sa­zioni dotte. I suoi amici, dice Cedrario a Galli, ‘non conside­rano nulla più acces­si­bile della tua persona, della tua casa, del tuo aiuto, del tuo favore, della tua borsa, della tua auto­rità’.139

Nel primo dialogo Sado­leto intro­duce l’accusa contro la filosofia, sostenuta da Tommaso ‘Fedra’ Inghi­rami, il person­aggio ‘Phaedrus’. Inghi­rami afferma che la filosofia è un’attività vuota, di scarsa utilità sociale. I massimi eroi della storia non erano filosofi, ma uomini di stato come Cesare, Romolo, Gaio Muzio Scevola o Marco Curzio, dive­nuti grandi grazie a virtù, prudenza e disci­plina. Roma era diven­tata un impero grazie a questi eroi illustri ed era deca­duta per l’influenza corrut­trice della filosofia greca. Il secondo dialogo, inti­to­lato Horten­sius in onore di Cice­rone, presenta la confu­ta­zione di Sado­leto. Questi sostiene che la filosofia sia la più alta atti­vità umana, perché sola consente all’umanità di elevarsi al di sopra delle preoc­cu­p­a­zioni terrene. L’uomo è fatto a imma­gine di Dio e può avvicinarsi a lui soltanto colti­vando le facoltà razio­nali, il proprio aspetto più divino. Jacopo Galli aveva conqui­s­tato l’ammirazione di Sado­leto voltando le spalle agli affari mondani del commercio e della banca per abbrac­ciare la filosofia. Ora offriva una prova vivente della vali­dità delle tesi di Sadoleto.

I dialoghi non possono in alcun modo essere intesi come reso­conti accu­rati di eventi passati, anche perché furono composti decenni dopo la morte di Galli. Sado­leto li scrisse guar­dando con nost­algia a un’epoca tras­corsa, per rendere omaggio non soltanto a Jacopo Galli, ma anche al nipote Jacopo Galli il Giovane, suo amico.140 Per descri­vere la villa di Galli attin­gono al lessico greco degli ambi­enti filoso­fici: Sado­leto e i compagni si riunis­cono in un hyppo­dromus, passeg­giano nei giar­dini e attra­versano un porticus dipinto, uno xystus e un cortile con esedra.141 Benché questi luoghi siano ricca­mente imma­gi­nati, l’‘ippodromo’ asso­ciato alla villa potrebbe non essere del tutto inven­tato: i topo­grafi quat­tro­cen­te­schi segnalavano infatti rovine di un teatro o ippo­dromo nell’area della vigna Galli, una loca­lità chiamata ‘Caiano’ fuori Castel Sant’Angelo. Giovanni Rucellai vi notò ‘culisei et teatri’, Flavio Biondo descrisse muri in rovina e file di sedili, e

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Andrea Fulvio osservò i resti di un circo.142 La pianta di Roma di Ales­sandro Strozzi del 1474 raffi­gura questa strut­tura antica in rovina, indi­cata come ‘cyrcus’, non lontano da Castel Sant’Angelo (fig. 202).143 Chris­tian Hülsen collegò queste descri­zioni a un edificio antico scavato nel Sette­cento: una costru­zione oblunga, curva a un’estremità come un ‘ippo­dromo’, che iden­ti­ficò con il Circo di Adriano o con la Nauma­chia.144

Come le ambi­en­ta­zioni dei dialoghi di Sado­leto si fondano in parte sul ricordo della vigna Galli, così gli interlo­cu­tori si ispi­rano agli antichi membri della cerchia letteraria del banchiere, le cui amicizie con Galli e Sado­leto sono ampia­mente confer­mate da lettere e altre fonti.145 Nel Phaedrus compaiono Camillo Porcari e Blosio Palladio, che nel dialogo si dice parte­ci­pas­sero a ‘riunioni quoti­diane’ nella casa di Galli.146 Certamente

fig. 202 Ales­sandro Strozzi, Pianta di Roma (parti­co­lare), Firenze, Biblio­teca Medicea Lauren­ziana, MS Redi 77, foll. VII v–VIII r. 1474. Foto © Minis­tero della Cultura. Tutti i diritti riservati.

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Jacopo Galli era davvero amico stretto di Camillo Porcari, profes­sore di reto­rica alla Sapi­enza e membro della sua fami­glia allar­gata.147 La lapide di Fran­cesco Cedrario in San Lorenzo in Damaso, person­aggio di primo piano nel Phaedrus, fu pagata dal suo ‘opimus amicus’ Jacopo Sado­leto (fig. 203).148 Questa tomba offre una traccia mate­riale dei rapporti perso­nali che riuni­vano importanti lette­rati nella casa e nella vigna di Jacopo Galli. Un altro person­aggio del Phaedrus, il nobile romano Evan­ge­lista Madda­leni de’ Capo­di­ferro, comme­morò l’amicizia con Galli in una poesia di compianto scritta dopo la sua morte.149 I mano­scritti di Capo­di­ferro compren­dono anche poesie che pian­gono la morte di Grazia, figlia di Jacopo Galli, e della moglie Saulina [Appen­dice II.13].150

Nei dialoghi di Sado­leto il person­aggio ‘Phaedra’ ricorda il celebre umanista vene­ziano Pietro Bembo come ‘ospite e amico’ di Jacopo Galli (‘hospes & amicus’). Secondo Fedra, Bembo aveva dichia­rato che i monu­menti antichi rende­vano Roma gloriosa, ma che la città doveva a Galli il suo vero sple­ndore.151 L’amicizia di Galli con Bembo non era un’invenzione letteraria di Sado­leto, ma un legame reale svilupp­a­tosi durante le visite di Bembo a Roma. Conside­rata l’importanza di Bembo come intel­let­tuale e letterato, il rapporto con Galli e la parte­ci­pa­zione alla cerchia filoso­fica comme­mo­rata dai dialoghi meri­tano un esame più attento. A partire dal 1497 Bembo tras­corse diversi anni alla corte estense di Ferrara, dove iniziò la sua prima importante opera in italiano, Gli Asolani, e dove strinse amicizia con Jacopo Sado­leto. Nel maggio del 1502 visitò breve­mente Roma, tornando a Venezia entro luglio.152 Poco dopo il ritorno, nell’autunno del 1502, scrisse a Tommaso Inghi­rami a Roma, invi­ando saluti a Jacopo Galli, Camillo Porcari e altri amici comuni. ‘Ti prego di mand­armi’, scrisse a Inghi­rami, ‘in futuro, una lettera o due, e di salu­tare Jacopo Galli, quell’uomo amato dalle Muse, che tanto ha fatto per me, e Camillo Porcari, Madda­leni [Evan­ge­lista Madda­leni de’ Capo­di­ferro], Lorenzo [Lorenzo Grana] […] e soprat­tutto Jacopo Sado­leto da Modena’.

Nel marzo del 1503 Bembo scrisse a Sado­leto, invi­ando ancora saluti a Galli e chie­dendo che non facesse circo­lare le poesie degli

fig. 203 Tomba di Fran­cesco Cedrario, Roma, San Lorenzo in Damaso. Dopo il 1513–prima del 1521. Foto: autrice.

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Asolani che aveva copiato e conser­vava priva­t­amente in casa, poiché nel frat­tempo Bembo aveva ampia­mente rivisto il testo.153 Come segno di fiducia, Bembo aveva consen­tito a Galli di copiare da una prima stesura degli Asolani, dialoghi sull’amore scritti in un italiano petrar­chesco. Lo avrebbe rivisto nel marzo del 1505, quando si recò a Roma insieme al padre Bernardo. In questo breve periodo, animato da conver­sa­zioni su anti­chità e opere d’arte, Riario, Galli, Bembo, Sado­leto e Michel­an­gelo si trova­vano tutti a Roma.154

L’amicizia di Bembo con Galli si rafforzò durante questi incontri, come rivela l’intenso dolore del poeta vene­ziano quando apprese della morte del banchiere nel giugno del 1505. Dopo che Sado­leto lo informò che Galli era morto così poco tempo dopo il loro ultimo incontro, Bembo scrisse:

Anzi­tutto mi addo­lora che, come scrivi, Jacopo Galli sia morto: era un uomo onesto, desi­de­roso della compa­gnia dei dotti, ti portava il più vivo affetto e io gli dovevo molto. Perciò la tua lettera mi ha strappato lacrime, e non soltanto lacrime, ma anche una piccola elegia. Non ho infatti potuto trat­ten­ermi dall’affidare qual­cosa ai versi in tanto dolore. Te la mando. Se ti sembrerà opportuno, mostrala a chi riterrai adatto.155

La poesia alle­gata da Bembo alla lettera si può proba­bilm­ente iden­ti­fi­care con il Galli Epita­phium, compo­si­zione inclusa nell’edizione a stampa delle sue Opera:

Epitaffio per Gallo. O Roma, trava­gliata da un destino troppo crudele, era giusto che tu patissi tante volte la perdita estrema? Lui, Gallo, tuo discen­dente e tua grande delizia, Gallo, prima gloria della terra aven­tina. Gallo, ospite caris­simo alle Muse e a Febo, cui lo stesso padre Febo donò la propria lira e che le divine Muse, Melpo­mene e Calliope, cinsero d’alloro procla­man­dolo loro poeta. Aveva misura, grazia persua­siva, desi­derio del giusto, onestà di cuore e schi­et­tezza. La candida Abbond­anza gli sorri­deva con il corno spalan­cato. Così le ninfe bene­vole e il dio semi­capro, e madre Cerere, i capelli grigi cinti di spighe, riem­piva i suoi campi di messi liete. Per lui il sulfureo Nar, per lui il Farfarus dalle nere acque e il Fucino, che accresce le tue acque, o Roma, e l’Almone, l’Aniene, il Tevere e padre Numico ordi­na­rono alle proprie correnti di scor­rere più abbond­anti. Il tuo predi­letto, mia Roma, il tuo spirito, il tuo fascino e la tua speranza, il sostegno e il respiro della tua vecchiaia, Gallo, grazie al quale dimen­ti­casti un tempo i tuoi mali, è morto: ahimè, dèi privi d’amore e di legge!156

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Il ‘Gallus’ onorato da Bembo in questo epitaffio, romano orgo­glioso e uomo ricco al quale l’Abbondanza aveva sorriso ‘con il corno spalan­cato’, è certa­mente Jacopo Galli.157 La lettera e la poesia rivelano che Galli era egli stesso poeta: un ‘uomo amato dalle Muse’, inco­ro­nato d’alloro da Melpo­mene e Calliope. Il suo corpus poetico resta da risco­prire, e l’attribuzione di singole opere è ostaco­lata dal fatto che diversi poeti fra tardo Quat­tro­cento e primo Cinque­cento si chiama­vano ‘Gallus’. L’elogio di Bembo illu­mina nondi­meno l’importanza della sua carriera letteraria. La decis­ione di affi­dargli una prima stesura degli Asolani ne conferma ulte­rior­mente le creden­ziali letter­arie. Rivela che gli inter­essi di Galli non si limi­ta­vano alla poesia latina predi­letta da Pomponio Leto e dalla maggior parte degli umanisti romani, ma compren­de­vano anche i versi in volgare italiano.

Il Galli Epita­phium di Bembo, in onore di Jacopo Galli, anti­cipa una poesia oggi perduta che Bembo compose per la sua tomba all’inizio del 1506, su richiesta di Sado­leto. Benché facilm­ente confon­di­bile con il Galli Epita­phium, l’epitaffio funerario era lungo soltanto cinque esametri, dunque assai più breve. In una lettera del 5 maggio 1506, scritta per congra­tu­larsi con Jacopo Sado­leto per il De Laocoontis Statua, Bembo ne parla così:

Quanto a ciò che dici della tomba di Gallo, ebbene, non hai trovato abbastanza inezie in quella mia elegio­lina, da invi­tarmi addi­rit­tura a scri­vere il suo epitaffio? Ma ho natur­al­mente asse­con­dato il tuo desi­derio. Ho dunque composto un’iscrizione in cinque esametri. Se ti sembre­ranno per caso più del neces­sario, potrai facilm­ente accor­ciarla elimi­n­ando i primi due versi. Se li ritieni inac­cettabili, scarta tutta la pagi­netta. Non trovo parole adeguate per ringra­ziare Camillo Porcari, che, come scrivi, mi ha menzio­nato pubbli­ca­mente nella sua orazione funebre, lodan­domi ampia­mente e solen­ne­mente […] Se potessi mand­armi anche una copia della sua orazione, ti dovrò tutto, secondo soltanto a lui’.158

Purtroppo non resta traccia dell’iscrizione e la tomba di Jacopo Galli, un tempo in San Lorenzo in Damaso, non soprav­vive. Tuttavia il solo fatto che Bembo abbia composto questo epitaffio colloca Galli nel rist­retto gruppo di amici illustri che il poeta scelse di onorare in questo modo.159

Il carat­tere della vivace cerchia intel­let­tuale di Galli emerge dai dialoghi di Sado­leto, dalle lettere di Bembo e da altre fonti. Gli inter­essi del gruppo si concen­tra­vano chia­ra­mente su poesia, filosofia e anti­chità, ed è stimo­lante imma­gi­nare quale ruolo aves­sero nelle loro discus­sioni le colle­zioni anti­quarie di Galli e

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il Bacco di Michel­an­gelo. Una ques­tione è se gli amici lette­rati di Galli discu­tes­sero il concetto di imitatio nel Bacco. La nota teoria dell’imitatio di Bembo si fondava sull’idea che Cice­rone fosse l’unico modello valido per gli autori di prosa latina. Egli formulò la propria posi­zione in un celebre dibat­tito del 1512, che contrap­pose la sua convin­zione nell’imitazione esclu­siva di un solo modello clas­sico supe­riore, Cice­rone, alla difesa dell’imitazione eclettica da parte di Giovan Fran­cesco Pico della Miran­dola. Alla fine Bembo e Jacopo Sado­leto, ritratti fianco a fianco da Vasari nella Sala dei Cento Giorni (fig. 204), prevalsero nel dibat­tito sull’imitatio, portando all’applicazione degli ideali cice­ro­niani durante il loro servizio come segre­tari di papa Leone X. La popola­rità del cice­ro­nia­nismo a Roma spinse infine Erasmo a denun­ciarlo come eccesso pagano nel Cice­ro­nianus del 1528. Le radici del movi­mento risal­gono però ai primi anni del Cinque­cento, quando la cerchia di Jacopo Galli sembra esserne stata un crogiolo. Erasmo avrebbe incont­rato gli amici di Galli durante il soggiorno italiano fra il 1506 e il 1509, poco dopo la morte del banchiere. In quel periodo l’umanista tedesco strinse legami con il cardi­nale Riario e Tommaso Inghi­rami, espe­ri­enza che contribuì alla posi­zione anti­ci­ce­ro­niana espressa in seguito. Quando il convinto cice­ro­niano Battista Casali elencò i prin­ci­pali sosteni­tori del movi­mento in un’invettiva contro Erasmo del 1518 o 1519, nominò Camillo Porcari, Jacopo Sado­leto, Pietro Bembo, Bernardo Capella e Fedra Inghi­rami: in sostanza, i membri centrali della cerchia intel­let­tuale di Jacopo Galli.160

L’interesse di Galli per la poesia italiana degli Asolani di Bembo sugge­risce anche una sua precoce parte­ci­pa­zione al cice­ro­nia­nismo. Per Bembo, la rina­s­cita dell’italiano come lingua letteraria era strett­amente legata

fig. 204 Giorgio Vasari, Sala dei Cento Giorni, Remu­n­e­ra­zione delle virtù, con i ritratti di Jacopo Sado­leto e Pietro Bembo in piedi dietro Paolo III, Roma, Palazzo della Cancel­leria. Anni Quaranta del Cinque­cento. Foto © Andrea Jemolo / Bridgeman Images.

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ai suoi ideali cice­ro­niani. A suo avviso il latino aveva raggiunto la massima perfe­zione con Cice­rone e non poteva più evol­versi, mentre l’italiano era una lingua viva, capace di continuo sviluppo, affi­na­mento e adat­ta­mento alla vita contem­po­ranea. Così, mentre il latino rimaneva una reli­quia immu­ta­bile del passato, l’italiano diven­tava una lingua privi­le­giata per l’espressione orale e letteraria del presente.161 Restano molte domande: Michel­an­gelo avrebbe potuto parte­cipare a queste discus­sioni grazie al rapporto con Galli? E il gruppo avrebbe potuto confrontarsi con il concetto di imitatio in rela­zione al Bacco? Lo stesso Bembo, nelle Prose della volgar lingua pubbli­cate nel 1525, affrontò la compe­ti­zione con l’antichità nella scul­tura di Michel­an­gelo, inter­pre­tan­done l’approccio in modo sempli­fi­cato come un ‘ravvici­na­mento’ all’antico. Michel­an­gelo e Raffa­ello erano i più dili­genti fra i molti artisti che, scri­veva Bembo, ‘sanno e vedono che le opere antiche si avvicinano alla perfe­zione più di quelle realiz­zate in seguito’.162 Forse la cerchia di Galli tentò di inqua­drare il Bacco secondo il proprio inter­esse per un’imitazione ‘cice­ro­niana’ dell’antico. Oppure fu capace di cogliere tutta la comples­sità della statua: un’opera moderna che, come Gli Asolani, usa un linguaggio toscano anziché strett­amente clas­sico per produrre un’invenzione del tutto nuova.

Un altro centro d’interesse della cerchia letteraria di Galli erano certa­mente le celebri colle­zioni romane di scul­tura antica. I suoi amici erano noti per gli inter­essi anti­quari e per le proprie raccolte, fra cui quella di Camillo Porcari, resi­dente vicino a Galli nel rione Parione.163 Tommaso Inghi­rami era rico­no­sciuto come una delle prin­ci­pali auto­rità romane sulla scul­tura antica e, quando l’Ercole e Telefo del Belve­dere (fig. 205) fu scoperto in Campo de’ Fiori nel 1507, fu chiamato a iden­ti­fi­carne il soggetto. Come rife­risce un osser­va­tore contem­po­raneo, ‘Fedra dice che non è Ercole, ma Commodo’: cioè una statua dell’imperatore romano Commodo nelle vesti di Ercole, una valu­ta­zione raffi­nata che mette in risalto la sua profonda cono­scenza dell’arte antica.164 Ulte­riori indi­ca­zioni sull’interesse della cerchia di Galli per le scul­ture antiche proven­gono dal De Virgilii Culice et Terentii fabulis liber di Pietro Bembo, composto poco dopo la visita a Roma del 1502. Benché pubbli­cato soltanto nel 1530, il testo sembra essere stato in gran parte compl­etato entro il 1505, quando la tipo­grafia aldina ottenne un privi­le­gium per stam­parlo.165 Ambi­en­tato nella Roma degli anni Novanta del Quat­tro­cento, presenta un’immaginaria

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conver­sa­zione fra il vene­ziano Ermolao Barbaro e Giulio Pomponio Leto. Vi assiste Tommaso Inghi­rami, che Bembo indica come colui che lo informò del collo­quio.166 Conc­e­pita come omaggio agli amici e alla cultura anti­quaria di Roma, l’opera onora l’eredità di Pomponio Leto e al contempo valo­rizza due preziosi mano­scritti eredi­tati da Bembo dal padre Bernardo: una copia del V o VI secolo delle commedie di Terenzio e una raccolta caro­lingia di opere attri­buite a Virgilio (BAV, MS Vat. lat. 3226 e MS Vat. lat. 3252).

Il dialogo di Bembo è ambi­en­tato nel giar­dino anti­quario e nella colle­zione di scul­ture di Barbaro presso Santa Maria sopra Minerva. Giun­gen­dovi, Pomponio Leto trova Barbaro intento a contem­plare una statua marmorea dann­eg­giata di un uomo disteso, descritta come ‘giacente a terra in modo casuale e inde­co­roso […] senza testa, senza piedi e persino senza mani, ma con il

fig. 205 Ercole e Telefo, Vati­cano, Musei Vati­cani, Museo Chia­ra­monti, inv. 1314. Inizio del II secolo d.C. Foto © bpk / Scala.

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braccio sinistro avvolto in una veste’, figura simile a quella raffi­gu­rata da van Heems­kerck nella colle­zione Galli (si veda fig. 215).167 Osser­vando la statua, Barbaro e Leto lamen­tano la fram­men­ta­zione della scul­tura antica di Roma, trac­ci­ando un paral­lelo con la perdita e corru­zione delle opere letter­arie clas­siche. Benché i testi di Catullo, Ovidio, Orazio e Virgilio siano soprav­vis­suti, come le statue antiche sono ormai fram­men­tari e incom­pleti. Questo dialogo imma­gi­nario racchiude un tema centrale dell’umanesimo romano: le statue antiche, un tempo ‘un’altra popola­zione di pietra’ e ora mise­r­a­mente spez­zate a terra, simbo­leg­giano la perdita ancora più tragica e diffusa dei testi antichi. Barbaro e Leto deplo­rano lo stato del Pantheon e dell’obelisco Vati­cano, osser­vando come questi monu­menti un tempo gran­diosi siano ormai nascosti da sgra­de­voli botteghe e mercati moderni. Come l’incuria verso l’antichità ha guastato la bellezza dei monu­menti, così l’ignoranza ha permesso che i testi clas­sici fossero corrotti da errori dei copisti, false attri­bu­zioni e altre forme di tras­cu­ra­tezza.168 Il dialogo di Bembo esprime eloquen­te­mente la cultura anti­quaria della Roma del primo Cinque­cento e illu­mina i temi di discus­sione che inter­es­sa­vano Jacopo Galli e la sua rete. Rivela l’interesse degli ‘uomini di lettere’ per scoperte archeo­lo­giche, colle­zioni di anti­chità, accos­ta­menti fra antico e moderno e neces­sità di conser­vare e venerare i fram­menti supers­titi della scul­tura antica. La colle­zione di Jacopo Galli, con il moderno Bacco al suo interno, deve aver offerto nume­rose occa­sioni per soffer­marsi su questi temi. Non era un semplice accu­mulo di reperti, ma un’evocazione deli­be­rata e signi­fi­ca­tiva degli ideali cultu­rali e letterari condi­visi con gli amici.

* * *

Dalla crea­zione del Bacco fino alla morte nel 1505, Jacopo Galli fu una figura decisiva nella carriera di Michel­an­gelo, conci­li­ando il ruolo di agente fidato del cardi­nale Riario con quello di protet­tore di artisti e lette­rati. La sua lealtà sia a Riario sia a Michel­an­gelo spiega proba­bilm­ente il tras­fe­ri­mento del Bacco nella sua casa, dove fu senza dubbio esposto insieme alle anti­chità. Nel tempo la colla­bo­ra­zione fra Galli e Michel­an­gelo contribuì a successi cruciali, soprat­tutto la Pietà. A sostegno dell’impresa comune, il Bacco procla­mava lo status di Michel­an­gelo come unico scul­tore moderno a Roma degno del confronto con i maestri antichi. Con la cres­cente prospe­rità Galli accrebbe il proprio pres­tigio attra­verso l’amicizia con lette­rati eminenti. Nei primi anni del Cinque­cento la sua casa e la sua vigna diven­nero punti d’incontro della sua cerchia intel­let­tuale, che proba­bilm­ente adottò il Bacco e il Giovane arciere come opere capaci di animare conver­sa­zioni filoso­fiche, letter­arie e artistiche.