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Il Bacco di Raffaele Riario, 1496–1497
Capitolo 7 · Pagine dell’edizione a stampa 210–257
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7 Il Bacco di Raffaele Riario 1496–1497
L’incontro di Michelangelo con il cardinale Riario nel giugno 1496 gli procurò la commissione di una straordinaria nuova statua, il Bacco (Figg. 3–4 e 130–32). La richiesta insolita del cardinale, pensata per valorizzare il talento peculiare e le esperienze dello scultore, era di giudicare la bellezza di «certe figure», indubbiamente antiche, e poi trovare l’«animo» per creare una statua in competizione con esse. Questo capitolo indaga quali antichità Riario potesse aver mandato Michelangelo a vedere, partendo dall’ipotesi che, commissionando il Bacco, il cardinale volesse costituire e ampliare le proprie collezioni in concorrenza con i suoi pari. Esaminerà l’invenzione di Michelangelo che, nonostante la richiesta di confrontarsi con le antichità, non fu affatto un’imitazione rigorosa di modelli classici. Diverse reinterpretazioni postclassiche dell’antico ebbero infatti particolare rilievo per il Bacco: la statua di Bacco di Antonio Federighi a Siena, statuette bronzee che Michelangelo aveva conosciuto a Firenze e una breve descrizione di Bacco nel Libellus, guida a stampa alla rappresentazione degli dèi pagani composta originariamente tra la fine del
fig. 130 Michelangelo Buonarroti, Bacco, Firenze, Museo Nazionale del Bargello, inv. 10 / Sculture. 1496–1497. Foto © bpk / Alinari Archives / George Tatge.
fig. 131 Michelangelo Buonarroti, Bacco, Firenze, Museo Nazionale del Bargello, inv. 10 / Sculture. 1496–1497. Foto © Kunsthistorisches Institut in Florenz – Max-Planck-Institut für Kunstgeschichte, Roma, fotografo: Roberto Sigismondi.
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Trecento e l’inizio del Quattrocento. Un altro tema sarà la destinazione prevista per la statua. Se una figura di Bacco può sembrare una scelta sconveniente per un cardinale, qui si proporrà che Riario la ordinasse per ampliare la collezione di sculture immaginata per il giardino di San Lorenzo in Damaso. Come altri cardinali romani, potrebbe aver progettato una raccolta rappresentabile come un regno divino, dove i mortali si mescolavano agli dèi. Infine si discuterà l’ipotesi ampiamente accolta che Riario fosse insoddisfatto del Bacco e lo «rifiutasse», teoria priva di sostegno nelle fonti contemporanee.
Certe figure
Secondo la lettera scritta a Lorenzo di Pierfrancesco de’ Medici nel luglio 1496 [Appendice ii.10], appena arrivato a Roma Michelangelo si presentò al cardinale Riario, senza dubbio nel palazzo presso Sant’Apollinare. Come osservato nel capitolo 6, il cardinale lo accolse chiedendogli con urgenza di andare a vedere «certe figure», compito che occupò l’artista per il resto della giornata («volle inchontinente ch’io andasse a vedere certe figure, dove i’ ochupai tutto quello giorno»). Il giorno seguente Riario si recò al «palazzo nuovo», il Palazzo San Giorgio allora in costruzione, vi convocò Michelangelo e gli chiese che cosa pensasse di ciò che aveva visto. L’artista rispose di aver trovato le figure bellissime («li dissi quello mi parea, e certo mi pare ci sia molte belle chose»). Riario gli domandò quindi se avesse l’animo di realizzare per lui qualcosa di bello («el Chardinale mi domandò se mi bastava l’animo di fare qualchosa di bello»). Michelangelo rispose che non avrebbe eguagliato le figure studiate, ma che il cardinale avrebbe visto ciò che sapeva fare («risposi ch’io non farei sì gran chose, ma che e’ vedrebe quello che farei»).
È difficile immaginare che le «certe figure» mandate a studiare da Riario fossero altro che sculture antiche.1 Erano figure incomparabili, ma anonime, e i loro soggetti non erano specificati. Se fossero state opere contemporanee, presumibilmente Michelangelo avrebbe rivelato a Lorenzo i nomi degli scultori. Le trattava con grande venerazione ed era certo che qualsiasi statua avesse potuto realizzare sarebbe risultata inferiore. L’alta considerazione riservata alle «certe figure» non lascia dubbi che fossero statue antiche, un modello di eccellenza che nessuno scultore moderno poteva essere tenuto a superare.2 Come scrisse: «non farei sì gran’ cose». Nella letteratura questa frase è stata talvolta letta come una trattativa sulle dimensioni della statua che Riario voleva commissionare. Si è suggerito
fig. 132 Michelangelo Buonarroti, Bacco, Firenze, Museo Nazionale del Bargello, inv. 10 / Sculture. 1496–1497. Foto © Kunsthistorisches Institut in Florenz – Max-Planck-Institut für Kunstgeschichte, Roma, fotografo: Roberto Sigismondi.
che il committente volesse una figura più grande di quanto Michelangelo fosse disposto a intraprendere, forse persino una statua colossale da affiancare alla Musa di Riario.3 Nell’italiano dell’epoca, tuttavia, l’espressione «gran’ cose» si riferisce di solito non alle dimensioni, ma a imprese particolarmente significative o degne.4
Michelangelo descrisse la commissione del Bacco come una prova del proprio animo, parola che può significare «spirito», «forza» o «coraggio». Potrebbe averla scelta pensando alla poesia di Dante, in particolare a un passo dell’Inferno che descrive la fatica di raggiungere l’ultima bolgia dell’ottavo cerchio. Il ponte verso la bolgia riservata ai ladri era distrutto e Virgilio aiuta Dante a superare rocce insidiose. Senza fiato, Dante si ferma a sedere. Virgilio lo rimprovera ricordandogli che nessuno giunge alla fama riposando «in piuma». Dante deve alzarsi e trovare «l’animo che vince ogni battaglia» per avanzare.5 Deve spronarlo il desiderio di fama, poiché, ricorda Virgilio, senza di essa si lascia nel mondo un’impronta «come fumo nell’aria o schiuma nell’acqua». Il momento riecheggia la lotta di Dante poeta per essere all’altezza di Virgilio e offre così un parallelo appropriato alla sfida di Michelangelo scultore del Bacco: per creare una figura di grande bellezza deve tendere agli insuperabili modelli degli antichi maestri. Per quanto il compito appaia impossibile, deve trovare l’«animo» di affrontarlo, spinto dal desiderio di lasciare la propria impronta nel mondo.
Supponendo che le «certe figure» fossero antichità, quali oggetti erano e dove andò Michelangelo a studiarli? Nelle discussioni precedenti si è supposto che Riario lo mandasse a passeggiare per Roma per assorbire gli insegnamenti dell’antico.6 Oppure si è suggerito che volesse fargli vedere Bacchi antichi che potessero servire da prototipi.7 Certamente vi erano opere pertinenti che Michelangelo avrebbe potuto osservare: una confrontata con il Bacco è un satiro allora nella casa dei Santacroce, statua a grandezza naturale di un giovane con nebride, una pelle di cerbiatto (Fig. 133).8 Un’altra è un satiro che porta frutti nella nebride (Fig. 134), probabilmente visibile nella collezione Maffei al momento dell’arrivo dell’artista. Accanto ha una piccola pantera che rosicchia grappoli, accostamento riecheggiato nell’invenzione michelangiolesca del satiro che mangia l’uva.9
Quali statue l’artista studiasse quel sabato pomeriggio resta ipotetico. Nel complesso, tuttavia, come osservato nel capitolo 1, i tentativi di collegare il Bacco a «fonti» antiche visive o testuali chiaramente riconoscibili sono risultati insoddisfacenti. L’esito della sfida di Riario dimostra che il compito di Michelangelo era creare una nuova
fig. 133 Satiro già nella collezione Santacroce (con testa di restauro), Copenaghen, Ny Carlsberg Glyptotek, inv. 1800. Età adrianea. Foto © Ny Carlsberg Glyptotek, Copenaghen. fig. 134 Satiro, Firenze, Gallerie degli Uffizi, inv. 108. II secolo d.C. Foto © Ministero per i Beni e le Attività Culturali Soprintendenza Speciale per il Patrimonio Storico, Artistico ed Etnoantropologico e per il Polo Museale della città di Firenze. Tutti i diritti riservati.
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figura di propria invenzione, anziché una citazione dell’arte antica, un falso o una copia.10 Il Bacco realizzato si allontana molto dall’antico: gli scultori antichi, per esempio, non combinarono mai il dio Bacco con un satiro dalle zampe caprine simile a Pan. Né satiri e Pan antichi erano rappresentati come bambini, come il giovane satiro di Michelangelo, di età simile a quella di un San Giovannino fiorentino (cfr. Figg. 128 e 131).11 Poiché il Bacco è tanto diverso dai modelli antichi, l’incarico di Riario non poteva mirare a garantirne la purezza classica o la precisione iconografica. L’interesse del cardinale per le certe figure va inteso meno in termini storico-artistici e più in rapporto alla sua identità di committente. Presumibilmente la grandiosità del palazzo lo spinse ad aspirare a una collezione di sculture di pari importanza, capace di essere giudicata la «migliore» di Roma. Se le istruzioni erano guidate dal progetto di un’ambiziosa esposizione, probabilmente chiese a Michelangelo di aiutarlo ad ampliare una raccolta già posseduta, guardando alle collezioni dei suoi pari e rivali. Le certe figure erano dunque verosimilmente oggetti pertinenti alle sue ambizioni: sculture già sue, oppure oggetti invidiabili di altri.
Quando Riario convocò Michelangelo per discutere del Bacco, si incontrarono nel cantiere di Palazzo San Giorgio, come scrive l’artista: «el Chardinale venne nella chasa nuova e ffecemi domandare andai da llui». Significativamente, l’incontro non avvenne nel Palazzo Riario presso Sant’Apollinare né nella villa di Trastevere, ma nel «nuovo» Palazzo San Giorgio, benché il cardinale allora non vi abitasse. La scelta suggerisce fortemente che intendesse esporre il Bacco in una collezione progettata per San Lorenzo.12 Al tempo stesso è difficile immaginare che la raccolta fosse rimasta in mezzo a un cantiere. Come osservato nel capitolo 5, mentre il palazzo era in costruzione e Riario non vi risiedeva più, le antichità e gli altri oggetti preziosi sarebbero stati probabilmente trasferiti in un luogo sicuro. Le antichità richiedevano vigilanza costante contro i furti;13 i libri contabili Galli-Balducci registrano, per esempio, pagamenti a un guardiano notturno incaricato di sorvegliare una colonna antica custodita nel cantiere.14
Durante l’assenza di Riario da San Lorenzo, le antichità furono presumibilmente affidate a Jacopo Galli, anziché lasciate senza protezione. Nell’attesa che il palazzo fosse completato, non vi sarebbe stato rifugio migliore per questi beni preziosi della casa del fidato «amministratore». I giardini e gli spazi aperti dell’Isola Galli sarebbero stati ideali per custodire statue. Come si vedrà, Michelangelo vi depositò blocchi di marmo di Carrara per cinque anni, mentre era lontano da Roma. Presumibilmente scolpì il Bacco nella casa di Galli in competizione con le certe figure, e il
Bacco sembra sia rimasto nella casa di Galli dopo il completamento. Lo scenario più logico è quindi che Riario chiedesse a Michelangelo di andare da Galli a studiare le proprie antichità e che il Bacco poi scolpito restasse lì in deposito. La custodia delle statue nella casa di Galli, di fronte al cantiere di Riario, potrebbe persino aver avuto un ruolo importante nella commissione. Questo scenario richiama inevitabilmente la possibilità che Riario e Michelangelo sperassero di ricreare l’atmosfera creativa del giardino mediceo di San Marco. Come quel giardino, l’Isola Galli sembra riunisse le funzioni di deposito di marmi, collezione di antichità, laboratorio e magazzino.15 Nella casa di Galli le antichità erano presumibilmente disposte in modo informale, come suggeriscono gli affascinanti disegni di Maarten van Heemskerck degli anni Trenta del Cinquecento (cfr. Figg. 215–16).16 Michelangelo potrebbe aver scolpito il Bacco ispirato da questo ambiente aperto e stimolante, inventando qualcosa di nuovo da un blocco di spoglio nello spirito del giardino mediceo della propria formazione.
La richiesta di osservare le «certe figure» richiese tempo: dopo l’incontro con Riario, l’artista dedicò al compito il resto del giorno. Avrebbe potuto visitare anche altre collezioni romane, da solo o accompagnato da una guida? Studiò i Dioscuri del Quirinale o le vicine raccolte dei della Valle, Santacroce o Porcari? Le destinazioni possibili sono molte, ma la più probabile sembra la collezione del cardinale Giuliano della Rovere ai SS. Apostoli. Nel 1496 della Rovere era in esilio da Roma, ma le statue erano ancora visibili nel palazzo cardinalizio dei SS. Apostoli, allora occupato dal cardinale genovese Paolo Campofregoso.17 Il luogo era di grande importanza per Riario, essendo l’ex residenza dello zio, il cardinale Pietro. E negli anni Novanta del Quattrocento, come osservato nel capitolo 5, grazie a della Rovere i SS. Apostoli ospitavano la più importante collezione romana di marmi antichi a grandezza naturale. Era celebre soprattutto per l’Apollo del Belvedere (Fig. 135).
Riario avrebbe senza dubbio invidiato a della Rovere l’Apollo del Belvedere, e la statua fu probabilmente anche il più significativo
fig. 135 Apollo del Belvedere, Vaticano, Musei Vaticani, inv. mv.1015.0.0. 130–140 d.C. circa. Foto © bpk / Scala.
modello antico per la concezione michelangiolesca del Bacco. Dalla scoperta nel 1489, l’Apollo era stato elogiato tanto spesso, dentro e fuori Roma, da raggiungere una fama ineguagliata da altre statue in mani private. Figura in gran parte integra del dio dell’ispirazione poetica, era un possesso raro e invidiabile. L’Apollo del cardinale suscitava interesse persino a Savona, come mostra una citazione della figura sopra il portale di un palazzo (Figg. 136–37).18 Costituiva un modello di riferimento come statua nuda a grandezza naturale in contrapposto, tipo apprezzato nell’antichità da scultori quali Lisippo e Prassitele e preferito nel tardo Quattrocento ad altri generi, come il rilievo, le figure femminili o i ritratti.19
Il Bacco realizzato da Michelangelo in rapporto alle certe figure risponde direttamente all’ideale dell’Apollo. Come l’Apollo, fu concepito come statua nuda a grandezza naturale di un dio olimpico dell’ispirazione. Le due figure sono simili per altezza — circa 203 cm con la base per il Bacco, 224 cm con il piano d’appoggio per l’Apollo —, nudità e audace estensione degli arti. L’Apollo solleva il braccio sinistro, impresa alla quale il Bacco sembra rispondere alzando la coppa nella mano destra.20 Michelangelo certamente conosceva e studiò l’Apollo ai SS. Apostoli: in un disegno oggi al British Museum, databile al 1503–1504 circa, rappresenta una figura in movimento ispirata all’Apollo, prestando attenzione all’estensione del braccio (Fig. 138).21 Come suggerisce il disegno, Michelangelo
fig. 136 Michele Carlone?, Portale di Palazzo Cerisola, Savona. 1500 circa. Foto: autrice. fig. 137 Michele Carlone?, Apollo del Belvedere, portale di Palazzo Cerisola, Savona, particolare del sovrapporta. 1500 circa. Foto: autrice.
fig. 138 Michelangelo Buonarroti, Figura ispirata all’Apollo del Belvedere, Londra, British Museum, inv. 1887,0502.117. 1503–1504 circa. Foto © The Trustees of the British Museum.
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fig. 139 Giovanni d’Aria, Frammento della tomba di Antonio Sansoni, padre di Raffaele Riario, Savona, Associazione Savonese «A Campanassa». 1490. Foto: autrice, riprodotta su concessione dell’Associazione Savonese «A Campanassa».
fig. 140 Giovanni e Michele d’Aria, Tomba di Leonardo della Rovere e Luchina Monleone, Savona, cattedrale, Cappella Sistina. 1481–1483. Foto: autrice.
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considerava la statua un paradigma di eccellenza, ammirato per la composizione e la rappresentazione del corpo nudo.
Il Bacco nudo a grandezza naturale permise probabilmente a Riario di ottenere una statua simile all’Apollo per tipo e soggetto, senza doverne attendere un ritrovamento casuale. Se fosse la risposta di Riario all’Apollo, la commissione si inserirebbe in più ampi schemi di committenza e collezionismo dei della Rovere e dei Riario, strettamente intrecciati per decenni a Savona e a Roma. Giuliano della Rovere, per esempio, costruì a Savona un palazzo che imitava il Palazzo San Giorgio romano (cfr. Fig. 56). Riario seguì a sua volta la committenza dei della Rovere ordinando una tomba per il padre (Fig. 139) che riprendeva quella dei genitori di Sisto IV nella Cappella Sistina di Savona (Fig. 140). Nel 1490 Riario e il fratello Francesco Sansoni commissionarono la tomba del padre Antonio allo scultore lombardo Giovanni d’Aria, uno degli autori del monumento dei genitori di Sisto. Il contratto specifica che il monumento Sansoni doveva avere la stessa «altezza, larghezza, forma, materiali e caratteristiche» di quello della Rovere nella Cappella Sistina (Fig. 140).22 È oggi difficile visualizzare l’interazione tra le commissioni delle due famiglie, poiché molte opere d’arte e architettura pertinenti, sia a Roma sia a Savona, sono state distrutte o trasformate. È il caso della basilica dei SS. Apostoli, discussa nel capitolo 2, e di Santa Maria del Popolo. Quest’ultima è nota come chiesa dei della Rovere, mentre è quasi dimenticato che Raffaele Riario vi commissionò un ciclo di affreschi. Il ciclo, nel secondo chiostro, fu eseguito dalla bottega di Bernardino Pinturicchio nel 1502. Gli affreschi andarono perduti nel 1811, quando il chiostro fu demolito per fare spazio alla piazza del Popolo di Giuseppe Valadier. Disegni e una serie di incisioni realizzati prima della distruzione danno un’idea dell’aspetto originario del ciclo, che comprendeva una sacra conversazione (Figg. 141–42) con il cardinale Riario inginocchiato davanti al trono della Vergine.23
La competizione tra Riario e della Rovere era incentrata sulla lotta per il papato, vinta da Giuliano nel 1503 con l’elezione a Giulio II. Si esprimeva però anche, più diffusamente, in campo artistico. È significativo che, diventato papa, della Rovere impiegasse Michelangelo, artista sostenuto da Riario, per scolpire la propria tomba e dipingere la volta della Cappella Sistina. Poco dopo l’elezione iniziò a trasferire le antichità in un cortile delle statue progettato da Bramante al Belvedere, dove avrebbe esposto l’Apollo e altri oggetti della raccolta dei SS. Apostoli.
fig. 141 Francesco Giangiacomo, Disegno di un ciclo di affreschi in Santa Maria del Popolo, Roma, Istituto centrale per la grafica, inv. D‑cl278. Dopo il 1811. Foto © Ministero della Cultura. Tutti i diritti riservati.
fig. 142 Francesco Giangiacomo, Incisione di un ciclo di affreschi in Santa Maria del Popolo, Roma, Istituto centrale per la grafica, inv. S‑cl2233_4224. Dopo il 1811. Foto © Ministero della Cultura. Tutti i diritti riservati.
Nel 1506 Giulio II acquistò il Laocoonte, l’antichità più straordinaria mai dissotterrata a Roma.24 Dopo la scoperta, sembra che il cardinale Riario coltivasse speranze irrealistiche di ottenerlo. Vi allude una lettera di Giovanni Sabadino degli Arienti, uno degli agenti di Isabella d’Este a Roma. Scrivendole, riferisce notizie da un «amico» anonimo, «molto impegnato dal suo reverendissimo patrono, il cardinale di San Giorgio». L’amico elenca i concorrenti che si contendevano con il papa il Laocoonte: il cardinale Galeotto Franciotti della Rovere e «Monsignore nostro Reverendissimo», presumibilmente il proprio benefattore, Riario.25 Sebbene Riario perdesse infine la contesa per il Laocoonte, il desiderio di possederlo rispecchia una competizione più ampia e duratura tra i due mecenati e collezionisti, che sembra avesse ispirato nel 1496 la sfida al celebre Apollo di della Rovere attraverso il Bacco di Michelangelo.
Qualchosa di bello
Quando scolpì il Bacco, Michelangelo abitava probabilmente con Jacopo Galli. Condivi afferma che lo realizzò in casa di Galli («messer Iacopo Galli, gentiluomo romano e di bello ingegno, gli fece fare in casa sua» [Appendice ii.29]); nel settembre 1496, mentre l’artista lavorava alla statua, sul conto di Riario furono addebitati due barili di vino di Fiano consegnati a Galli «per Michelangelo».26 Il cardinale pagò anche il blocco di marmo. Come spesso osservato, il prezzo del marmo del Bacco era relativamente basso, appena dieci ducati di carlini.27 I conti Galli-Balducci mostrano che allora Riario faceva arrivare al cantiere grandi quantità di pietra e marmo: blocchi di travertino asportati dal Colosseo, colonne antiche di granito scavate alle terme di Diocleziano e un carico di marmo di Carrara trasportato via mare a Ostia.28 Il Bacco fu scolpito in materiale di spoglio, anziché in marmo di Carrara appena cavato, forse in uno dei blocchi procurati dai «chavatori di marmi» di Riario.
Lo scultore lavorava dall’altro lato della strada rispetto al cantiere, dove squadre di scalpellini, falegnami e pittori decoravano il nuovo palazzo. Tuttavia, rispetto
agli altri artisti stipendiati dal cardinale, Michelangelo godeva di una libertà e di un rango insolitamente elevati. La commissione del Bacco era del tutto eccezionale e il compenso di 150 ducati superiore alla norma. Riario accolse Michelangelo come un cortigiano o familiare, e il fiorentino sembra sia stato l’unico artista al suo servizio ad aprire un conto proprio presso il banco Galli-Balducci.29 Godeva anche del privilegio di un cavallo personale, del cui ricovero Riario pagava le spese.30 Nei registri bancari non è mai chiamato «maestro», come gli altri artisti, ma «Michelagnolo», «Michelagnolo schultore», «Michelagnolo Buonarotj» o «Michelagnolo di Lodovicho Bonarotj».31 Queste denominazioni insolite riecheggiano la sua successiva affermazione di non voler essere chiamato «Michelagniolo scultore», ma «Michelagniolo Buonarroti». Dopo tutto, non era «mai stato il tipo di pittore o scultore che tiene bottega».32 William Wallace ha acutamente sostenuto che il trattamento speciale ricevuto già da giovane fosse segno del suo status quasi aristocratico e dei legami di sangue con la nobiltà fiorentina. La commissione del Bacco, come le sculture per l’arca di San Domenico a Bologna, era una sfida unica, organizzata con l’aiuto di una rete coesa di amici e parenti.33 Gianfrancesco Aldrovandi aveva accolto Michelangelo a Bologna come ospite o familiare di alto rango. Quando gli chiese le figure per l’arca di San Domenico (cfr. Figg. 149 e 164), scrive Vasari, non gli impartì un ordine, ma gli domandò se avesse l’«animo» di affrontare una sfida importante («se gli bastasse l’animo di fargli») [Appendice ii.34].34 La situazione bolognese trova un parallelo nell’accoglienza romana: Michelangelo fu invitato nella casa di Riario e, secondo le sue parole, gli fu chiesto se avesse l’«animo» di accettare la richiesta. La lettera riferisce che Riario gli domandò «qualchosa di bello», ispirato alla bellezza delle statue antiche, senza specificare una statua di Bacco. La richiesta gli consentiva di creare poeticamente, con quella fiducia nella propria inventiva instillatagli in gioventù da figure come Angelo Poliziano.35
Nonostante il rango speciale di Michelangelo, la commissione del Bacco avrebbe presumibilmente richiesto un contratto scritto. Poiché il cardinale pagò la statua in tre rate di cinquanta ducati, depositando l’ultima circa un anno dopo l’inizio del lavoro, si può dedurre che il contratto fissasse un calendario dei pagamenti e una scadenza.36 Forse richiedeva anche che l’artista non accettasse altri incarichi prima di terminare
il Bacco: la successiva commissione nota fu un dipinto su una tavola acquistata il 27 giugno 1497, quasi esattamente un anno dopo la richiesta del cardinale.37 Dato l’interesse di Riario per la «bellezza» del Bacco, il contratto potrebbe aver incluso una clausola speciale che imponesse alla statua di essere «bella». Clausole simili compaiono nei successivi contratti per la Pietà vaticana (cfr. Figg. 193–94) e per il monumento Piccolomini a Siena (cfr. Fig. 198). Quello della Pietà, firmato nel 1498, includeva la garanzia di Jacopo Galli che il risultato sarebbe stato «la più bella opera di marmo visibile oggi a Roma, e nessun maestro vivente avrebbe potuto fare di meglio». Per le figure dell’altare Piccolomini si stabiliva che le prime due statue fossero valutate da due maestri, incaricati di decidere se fossero davvero «meglio eseguite e finite e di maggiore perfezione di qualsiasi figura moderna oggi a Roma».38 Queste espressioni riecheggiano il dialogo tra Riario e Michelangelo sulla bellezza del Bacco. I contratti della Pietà e delle statue Piccolomini precisano che Michelangelo sarebbe stato giudicato secondo i parametri della scultura moderna, così come a Riario aveva promesso di «fare qualcosa di bello», senza impegnarsi a superare l’antico («non farei sì gran chose»). Come si vedrà nel capitolo 8, Jacopo Galli firmò entrambi i contratti quale finanziatore e garante di Michelangelo. È dunque possibile che nel 1496 fosse responsabile anche della redazione e della controfirma del contratto del Bacco, garantendo il rispetto di una «clausola di bellezza».39 Poiché Michelangelo probabilmente viveva e lavorava nella sua casa, Galli poteva facilmente garantire la puntualità della consegna e la qualità della statua.
La competizione della statua con l’antico solleva una domanda ricorrente: Michelangelo, Riario o Jacopo Galli invecchiarono deliberatamente il Bacco per farlo sembrare antico o per inserirlo in una collezione di marmi frammentari?40 Il disegno di Maarten van Heemskerck degli anni Trenta del Cinquecento, che lo mostra nel giardino dei Galli (cfr. Fig. 215), rivela che la figura fu infine esposta con la mano destra spezzata. La rottura raffigurata non è fittizia, poiché la stessa frattura è ancora visibile nel polso destro. Altre rotture compaiono nelle dita e nella coppa (Fig. 143). Inoltre il Bacco è privo del pene, sia nel disegno sia oggi (Fig. 144). Un’altra zona danneggiata riguarda le due piccole corna che spuntano obliquamente ai lati di un ciuffo centrale, oggi spezzate (Fig. 145; cfr. anche Figg. 132, 148, 162).
Ognuna di queste rotture racconta una storia diversa e sembra essersi verificata in circostanze differenti. Nell’area dei genitali mancanti si osservano file nette di segni di scalpello, anziché tracce più casuali di una rottura accidentale (cfr. Fig. 144). La spiegazione più probabile è dunque che, per ragioni di decoro, l’artista deliberatamente
fig. 144 Michelangelo Buonarroti, Bacco, Firenze, Museo Nazionale del Bargello, inv. 10 / Sculture. 1496–1497, particolare. Foto: autrice, riprodotta su concessione del Ministero della Cultura – Musei del Bargello.
fig. 145 Michelangelo Buonarroti, Bacco, Firenze, Museo Nazionale del Bargello, inv. 10 / Sculture. 1496–1497, particolare. Foto: The Courtauld, Conway Library, cc-by-nc.
fig. 143 Michelangelo Buonarroti, Bacco, Firenze, Museo Nazionale del Bargello, inv. 10 / Sculture. 1496–1497, particolare. Foto: autrice, riprodotta su concessione del Ministero della Cultura – Musei del Bargello.
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rappresentasse la statua come appare oggi, con il pene mancante e apparentemente spezzato.41 Le fratture delle corna e della mano sembrano invece del tutto involontarie. Non è chiaro quando le corna siano state danneggiate; gli artisti che disegnarono la statua, compreso van Heemskerck, non le raffigurarono, forse perché difficili da vedere, ma sono interamente presenti in un adattamento cinquecentesco oggi a Vienna (Fig. 146) e nella copia bronzea seicentesca di Massimiliano Soldani Benzi (Fig. 147).42 La rottura del polso destro resta uno dei misteri più persistenti della figura; tuttavia, come si discuterà nel capitolo 9, poemi sulla sorte della statua durante il Sacco di Roma del 1527 suggeriscono fortemente che la mano si spezzasse accidentalmente durante il saccheggio.43
fig. 146 Anonimo da Michelangelo, Bacco, Vienna, Kunsthistorisches Museum, Kunstkammer, inv. 5589. XVI secolo. Foto © khm Museumsverband.
fig. 147 Massimiliano Soldani Benzi da Michelangelo, Bacco, Vienna, Liechtenstein, The Princely Collections, Vaduz-Vienna, inv. Sk 573. 1699–1701. Foto © Liechtenstein. The Princely Collections, Vaduz-Vienna.
Nel complesso, le prove di una rottura o di un «invecchiamento» deliberati da parte dell’artista sono minime. Oggi la figura mostra la propria età, avendo superato decenni di esposizione agli elementi nelle case dei Galli ed essendo stata trasportata fino in Alto Adige dalle truppe di Hitler nel 1944.44 Quando Michelangelo completò il Bacco, però, esso doveva essere levigato e nuovo. Rinunciando apparentemente alla rottura deliberata, il Bacco non cerca di nascondere la propria modernità. Come per il Cupido, Michelangelo potrebbe aver sperato che ingannasse temporaneamente gli spettatori, inducendo un piacevole stato di inganno attraverso l’illusione momentanea di una statua antica.45 Ma, come per il Cupido, si sarebbe aspettato il giusto riconoscimento per una scultura capace di eguagliare l’antico in bellezza, perfezione ed eccellenza.
Un’altra domanda ricorrente riguarda la coppa oggi unita alla statua: è opera di Michelangelo o un restauro successivo della mano spezzata? Edgar Wind, in particolare, la considerava un restauro di uno scultore mediocre, riservando speciale disprezzo alle «insipide rosette».46 Vi sono però tutte le ragioni per ritenere originali la mano e la coppa attuali. Sono pienamente integrate
fig. 148 Michelangelo Buonarroti, Bacco, Firenze, Museo Nazionale del Bargello, inv. 10 / Sculture. 1496–1497, particolare. Foto: The Courtauld, Conway Library, cc-by-nc.
fig. 149 Michelangelo Buonarroti, San Procolo, particolare. Bologna, San Domenico, arca di San Domenico. 1494–1495. Foto: The Courtauld, Conway Library, cc-by-nc.
nella composizione, e a occhio nudo il marmo della mano corrisponde strettamente a quello del polso.47 Vi sono inoltre chiari paralleli tra la coppa e altre invenzioni michelangiolesche del tardo Quattrocento e del primo Cinquecento. Le rosette ripetute richiamano, per esempio, le patere sul candelabro dell’Angelo inginocchiato a Bologna (cfr. Fig. 164). Forma e proporzioni corrispondono al piattello battesimale del San Giovannino di Úbeda (cfr. Fig. 128) e alla coppa dell’Ebbrezza di Noè nella volta sistina.48 Soprattutto, il bordo presenta un motivo stilizzato a ovuli e dardi (Fig. 148), molto simile a quello usato poco prima dall’artista sulla veste del San Procolo a Bologna (Fig. 149).49 La coppa è un’invenzione magistrale che smentisce le osservazioni sprezzanti di Wind. Riflette la conoscenza della ceramica antica, poiché la forma richiama una kylix, con i manici disposti verticalmente anziché orizzontalmente. Michelangelo conosceva probabilmente esemplari antichi. Il confronto con una coppa antica del Metropolitan Museum (Fig. 150) rivela notevoli somiglianze negli elementi decorativi e nella forma complessiva.
L’interazione di Bacco con la coppa e il suo stato di ebbrezza costituiscono la base di una composizione molto inventiva e tecnicamente audace. Bacco si inclina verso l’esterno, mettendo alla prova i limiti del blocco di marmo. Dietro di lui, il piccolo satiro funge da contrappeso, consentendogli di protendersi in avanti in un modo senza paralleli nella statuaria marmorea antica o contemporanea. Nel braccio sinistro Bacco tiene sollevata una coppa pesante, sfidando la vulnerabilità strutturale del marmo. La coppa alzata del Bacco di Michelangelo stabilì un modello di
fig. 150 Coppa a occhi con palmette, New York, Metropolitan Museum, numero d’inventario 56.171.61, Fletcher Fund, 1956. 510 a.C. circa. Foto: The Metropolitan Museum of Art, New York, pubblico dominio.
difficoltà tecnica che altre sculture avrebbero imitato, dal Bacco di Jacopo Sansovino (cfr. Fig. 171) al Ganimede marmoreo di Benvenuto Cellini.50 Nel Cinquecento, in gran parte grazie al Bacco di Michelangelo e ai suoi rivali, il braccio audacemente sollevato ed esteso, il braccio spiccato o braccio in aria, era considerato una delle massime sfide della statuaria marmorea. Come avrebbe detto Benedetto Varchi nella lezione all’Accademia Fiorentina sui meriti relativi di scultura e pittura, «è una grande impresa creare un arto completamente distaccato, per esempio un braccio in aria, e la difficoltà aumenta se la figura tiene qualcosa in mano, come si vede nel bellissimo, anzi miracoloso Bacco di Jacopo Sansovino».51 Queste riflessioni erano state ispirate dalla lettera di Jacopo Pontormo a Varchi sul confronto tra le arti, che osservava quanto fosse difficile scolpire «un braccio in aria con qualcosa in mano», dato il rischio di rottura.52
Eva Hanke fu la prima a osservare che Michelangelo elaborò probabilmente la composizione del Bacco in un disegno prospettico, poi tradotto in forma tridimensionale. Lo si intuisce dalle sottili distorsioni corrette soltanto guardando la statua frontalmente e leggermente da destra. Il predominio di questa veduta è particolarmente evidente in una fotografia frontale del volto (cfr. Fig. 162): la metà sinistra è più larga della destra. Tale distorsione, la disposizione dei capelli e la posizione degli occhi presuppongono un osservatore sulla destra (cfr. Fig. 130).53 Questa veduta principale fu riconosciuta dagli altri artisti, come mostrano i disegni di van Heemskerck (cfr. Fig. 215) e del maestro del «Cambridge Sketchbook», databile al 1536–1555 circa (Fig. 151).54 Soltanto da questa prospettiva si comprende il furto scherzoso dell’uva da parte del satiro al distratto dio del vino. La tecnica visibile nel San Matteo incompiuto (Fig. 152) conferma le note affermazioni di Vasari e Benvenuto Cellini sul metodo prediletto di Michelangelo: iniziava dalla superficie piana del blocco, procedendo in profondità come se scolpisse un rilievo.55 Sebbene immaginare un’applicazione sistematica di questo metodo al Bacco sarebbe riduttivo, le distorsioni suggeriscono che la veduta principale da destra (Fig. 130) fosse vicina alla composizione inizialmente disegnata sulla superficie del blocco nel punto di massima larghezza. Presumibilmente partì da questo disegno e penetrò poi nel marmo, scoprendo Bacco e satiro come figure disposte diagonalmente nel blocco.
Nonostante il predominio compositivo e narrativo della veduta principale, il Bacco offre un’eccezionale molteplicità di prospettive.56 Era molto insolito, se non senza precedenti, che una statua marmorea di tali dimensioni fosse composta in modo da incoraggiare gli spettatori
fig. 151 Artista anonimo fiammingo o neerlandese, Il Bacco di Michelangelo, Cambridge, Trinity College, Cambridge Sketchbook, mS R.17.3, fol. 16 r. Dopo il 1536–prima del 1555. Foto: Trinity College, Cambridge, cc By-Nc 4.0.
fig. 152 Michelangelo Buonarroti, San Matteo, Firenze, Galleria dell’Accademia, inv. Scult. n. 1077. 1505–1506. Foto: The Courtauld, Conway Library, cc-By-Nc.
Pagina illustrata. Per l’immagine si veda il PDF completo ad accesso aperto.
a girarle attorno e ammirarla da ogni lato.57 Avvicinandosi frontalmente, la figura appare quasi come un nudo ideale in contrapposto, come sottolinea un disegno di Girolamo da Carpi del 1550 circa (Fig. 153).58 Da questa angolazione la coppa nasconde il volto di Bacco e il satiro non è visibile, incoraggiando lo spettatore a spostarsi verso destra. Raggiunta la veduta principale, si rivelano la composizione e la massima larghezza del blocco (Fig. 130). La posa avvitata del satiro attira l’interesse e invita a proseguire verso il lato sinistro (Fig. 4 e Fig. 9), finché, girando attorno alla figura, si comprende pienamente la composizione dinamica di Michelangelo.
Con le estensioni che sfidano la gravità e la varietà delle vedute, la statua differisce sensibilmente dall’antico. Nell’introdurre più punti di vista, Michelangelo si affidò alle piccole sculture a tutto tondo conosciute in Toscana, più che ai marmi antichi a grandezza naturale. Come ha sottolineato Paul Joannides, il Bacco è un marmo a grandezza naturale concepito in larga misura nello spirito delle statuette bronzee di Donatello, Bertoldo e altri artisti studiate nell’ambiente antiquario della Firenze medicea.59 Francesco Caglioti ha mostrato che la posa del satiro richiama l’Orfeo di Bertoldo di Giovanni (Fig. 154), la cui elegante composizione si apprezza anche in una fusione difettosa: in entrambe le sculture le gambe ruotano in una direzione, le spalle nell’altra e un braccio attraversa il corpo in torsione.60 Il Pan o Satiro di Adriano Fiorentino (Fig. 155), collaboratore e probabilmente allievo di Bertoldo, presenta gambe molto divaricate e distese: come osserva Joannides, esemplifica l’audacia tecnica imitata da Michelangelo nel
fig. 153 Girolamo da Carpi, Il Bacco di Michelangelo e una delle Tre Grazie dell’Ara Borghese, Londra, British Museum, inv. 1946–7‑13–308 recto. 1520–1556 circa. Foto © The Trustees of the British Museum.
fig. 154 Bertoldo di Giovanni, Orfeo, Firenze, Museo Nazionale del Bargello, inv. 349 / Bronzi e placchette. 1471 circa. Foto © Ministero della Cultura – Musei del Bargello. Tutti i diritti riservati.
fig. 155 Adriano Fiorentino, Pan, Vienna, Kunsthistorisches Museum, inv. Kunstkammer, 5851. Prima del 1486. Foto © khm Museumsverband.
suo Bacco inclinato verso l’esterno.61 Il Bacco deve probabilmente la concezione della forma, il soggetto e la funzione a queste e ad altre statuette all’antica in marmo, bronzo e terracotta inventate nel Quattrocento: figure antiquarie che, libere dai vincoli dell’iconografia religiosa o civica, si compiacevano dell’abilità artistica e dell’audacia compositiva.62 Discutendo lo spirito dei bronzetti nelle sculture di Michelangelo, Joannides ha scritto che «qualunque cosa intendesse fare con i suoi marmi, qualunque spigolosità volesse sfruttare, [egli] concepiva sempre le sculture essenzialmente come le avrebbe concepite un bronzista: complete, intere e pienamente comprensibili».63 Tradurre la statuetta bronzea all’antica in una nuova scala e in un altro materiale permise a Michelangelo di competere con l’antico in modo del tutto nuovo.
fig. 156 Antico (Pier Jacopo Alari Bonacolsi), Spinario, New York, The Metropolitan Museum of Art, 2012.157, dono della signora Charles Wrightsman, 2012. Probabilmente modellato nel 1496 e fuso intorno al 1501. Foto: The Metropolitan Museum of Art, New York, pubblico dominio.
Il Bacco riflette un interesse cortigiano e aristocratico per i bronzetti all’antica, oggetti che rispondono con raffinatezza al genere delle antichità marmoree a grandezza naturale. È significativo che, mentre Michelangelo lavorava al Bacco nella casa di Riario, fosse a Roma anche l’artista della corte mantovana Jacopo Alari Bonacolsi, detto «Antico». Intendeva studiare statue antiche e trasformarle in inventive statuette bronzee. Riario, alleato dei Gonzaga, potrebbe aver contribuito a ospitarlo o a sostenerne il lavoro. Quando lo scultore è documentato per la prima volta a Roma nel 1495, era al servizio della Camera Apostolica.64 Forse su richiesta della Camera restaurò i Dioscuri del Quirinale, firmando il basamento.65 Nello stesso periodo iniziò a produrre bronzetti modellati sulle antichità delle collezioni romane. Un inventario post mortem dell’8 ottobre 1496 elenca diverse sue statuette possedute dal mecenate Gianfrancesco Gonzaga. Alcune derivano, presumibilmente o con certezza, da sculture incontrate a Roma: un Ercole, un Cupido con faretra e bronzetti ispirati allo Spinario (Fig. 156) e a un Meleagro antico.66 Dopo l’arrivo di Michelangelo nell’estate 1496, i due probabilmente si conobbero, forse grazie al comune legame con la casa di Riario. Mentre Michelangelo scolpiva il Bacco, Ludovico Agnelli, collaboratore del cardinale, accompagnò Bonacolsi a vedere figure antiche, incarico che sembra riecheggiare la visita alle «certe figure». Il 5 febbraio 1497 Antico scrisse al marchese Francesco II Gonzaga ringraziandolo di avergli presentato Agnelli, che gli aveva mostrato «belle antichità».67 In risposta alle opere osservate durante queste visite, Antico fuse diversi bronzetti originali e sembra che entro la fine del 1498 avesse completato statuette ispirate all’Apollo del Belvedere e a una Venere accovacciata della collezione Massimi (Fig. 157).68
Figure all’antica come i bronzi di Bonacolsi erano concepite per essere esposte accanto ad antichità autentiche. Le caratterizzavano assenza di funzione, nudità e soggetti pagani: opere prive di un legame necessario con un luogo specifico, che si compiacevano dell’invenzione compositiva. Il Bacco di Michelangelo rivaleggia con l’antico in modi analoghi69 e si accorda così al tipo di statuette che interessava committenti di élite fuori Roma: Lorenzo de’ Medici, Isabella d’Este, Francesco II Gonzaga o Federico da Montefeltro. Questi desideravano copie, pastiches e imitazioni di prestigiosi oggetti antichi per arricchire e ampliare le collezioni. Fuori Roma, la limitata disponibilità di antichità, insieme a un raffinato apprezzamento del paragone, favoriva i metodi sperimentali di confronto con l’antico visibili nel Bacco.70 Commissionandolo, Riario sembra
fig. 157 Antico (Pier Jacopo Alari Bonacolsi), Nudo inginocchiato, Lugano, Thyssen-Bornemisza Collection, inv. I1673. Prima del 1498. Foto © Thyssen-Bornemisza Collection Foundation.
aver imitato le pratiche delle corti dell’Italia settentrionale, che ammirava molto. Il Bacco era però altamente originale, poiché non era destinato a una biblioteca o a uno studiolo, ma presumibilmente a una collezione di antichità a grandezza naturale, del tipo che si trovava soltanto a Roma.
Scolpendo il Bacco, Michelangelo aveva in mente i bronzi di Antico, Bertoldo di Giovanni e Donatello; doveva ricordare anche una particolare statua marmorea di Bacco eseguita dal senese Antonio Federighi intorno al 1460–1470 (Figg. 158–59). Il soggetto pagano e la nudità sono straordinari per una scultura di questa data.71 Sebbene la destinazione sia ignota, fu probabilmente scolpita per un antiquario senese, forse, date le dimensioni relativamente piccole di circa 51 cm, per uno studio o una biblioteca. Potrebbe essere stata realizzata per un committente Piccolomini, poiché Federighi
figg. 158–159 Antonio Federighi, Bacco, Siena, Monte dei Paschi di Siena, inv. 3156. 1460 circa. Foto © Mondadori Portfolio / Electa / Grassi / Bridgeman Images.
lavorò notoriamente per questa famiglia. Forse Riario ebbe occasione di vedere la figura quando si rifugiò a Siena dopo la liberazione dal carcere fiorentino e fu ospitato da Tommaso del Testa Piccolomini.72 Certamente Michelangelo conosceva direttamente il Bacco di Federighi, probabilmente già prima di scolpire il San Procolo a Bologna (cfr. Fig. 149). L’intensa espressione del Bacco senese sembra fosse presente nella sua memoria mentre scolpiva il San Procolo, il Bacco e, più tardi, il David marmoreo (cfr. Fig. 214).
Michelangelo ammirava profondamente le composizioni e i soggetti sperimentali di Federighi, cui fece riferimento per tutta la carriera,73 e l’ispirazione della statuetta è evidente nel Bacco a grandezza naturale. Entrambe rappresentano il dio nudo, con il ventre visibilmente gonfio e una corona d’uva. Egli fissa intensamente un attributo del vino sollevato: un grappolo in Federighi, una coppa in Michelangelo. In entrambe le sculture ha espressione indagatrice, fronte corrugata e bocca leggermente aperta. Nel Bacco di Michelangelo l’intensa espressione (cfr. Fig. 148) riecheggia l’«esame» che si svolge in Federighi, dove il dio solleva e scruta un grappolo sul punto di spremerlo. Entrambi raffigurano Bacco ebbro, diversamente dalle rappresentazioni tipiche dell’arte antica. Come ha sottolineato Andreas Emmerling-Skala, l’iconografia postclassica del Bacco ubriaco dipende dall’interpretazione allegorica dello scrittore del V secolo Fulgenzio: Bacco dev’essere nudo «perché l’ubriaco mette a nudo i segreti della mente».74 Ebbrezza e nudità sembrano quindi derivare dalla comune tradizione mitografica. Entrambe le statue si basano anche su una guida corrente alla rappresentazione delle divinità classiche, il Libellus de imaginibus deorum. Il breve trattato latino fu composto intorno al 1400 da un autore ignoto; alla prima pubblicazione nel 1485 fu erroneamente attribuito a un monaco del XII secolo, Alberico. Il testo deriva da un riassunto e rielaborazione dell’Ovide moralisé trecentesco di Pierre Bersuire, conoscente di Petrarca.75
Secondo il Libellus, Bacco va raffigurato con volto «femminile», petto nudo, corna e una corona di tralci. Deve cavalcare una tigre all’ombra di una vite, mentre una scimmia, un maiale e un leone ne «circondano il piede». Nella sinistra deve tenere una coppa e con la destra cogliere uva succosa.76 Federighi e Michelangelo preferirono un nudo autonomo, ma le loro invenzioni riecheggiano queste indicazioni. Il Bacco di Federighi è accanto a un tronco avvolto da una vite carica d’uva. Stringe un grappolo nella destra, come per esaminarlo prima di spremerlo. Confrontando il Bacco di Michelangelo con Federighi e con il Libellus, sembra che l’artista abbia scelto di rappresentare il dio subito dopo la trasformazione dell’uva in vino. Un grappolo è rimasto impigliato nella pelle animale e l’attenzione si è spostata sulla coppa appena riempita, consentendo al giovane satiro di banchettare con i resti
fig. 160 Michelangelo Buonarroti, Bacco, particolare, Firenze, Museo Nazionale del Bargello, inv. 10 / Sculture. 1496–1497. Foto: The Courtauld, Conway Library, cc-by-nc.
della vinificazione. Nel Bacco di Michelangelo riecheggiano il Libellus la presenza dell’albero e del leone, sotto forma di pelle felina (Fig. 160), la coppa, la nudità, la corona d’uva, le corna e i grappoli appena colti. La «scimmia» potrebbe aver suggerito il satiro dispettoso che «gira attorno» al tronco e si avvicina furtivamente al dio; un’idea forse riemersa nella scimmia che l’artista iniziò più tardi a scolpire nel sostegno dello Schiavo morente al Louvre (Fig. 161).77
Il Libellus ha ricevuto poca attenzione negli studi storico-artistici. Seguendo l’affermazione di Condivi che «forma e aspetto» del Bacco corrispondono «in ogni modo all’intenzione degli scrittori antichi», la statua è spesso collegata esclusivamente a testi classici. In particolare, è stata confrontata con le descrizioni di un Dioniso di Prassitele in Plinio il Vecchio e Callistrato.78 Entrambe, però, sono brevi e poco dettagliate. Michelangelo conosceva probabilmente Plinio, disponibile dal 1476 nella traduzione italiana di Cristoforo Landino, ma difficilmente il testo di Callistrato, pubblicato in greco soltanto nel 1503 e in latino nel Seicento.79 Il Libellus è stato spesso trascurato perché, secondo i principi panofskiani, appartiene ai testi che si presumevano divenuti obsoleti quando, nel «Rinascimento», gli artisti si rivolsero a fonti autenticamente antiche.80 Eppure il suo approccio semplice e didattico era molto apprezzato negli ambienti umanistici e artistici del Quattrocento. Evitava letture allegoriche, offrendo un catalogo essenziale degli dèi classici con istruzioni su come «raffigurarli». Federighi, Michelangelo e i loro committenti sembrano lo considerassero un’autorità del tutto legittima per l’immagine degli dèi pagani.
Neoplatonismo e profezia
L’interpretazione neoplatonica del Bacco proposta da Edgar Wind, discussa nell’introduzione, è stata il paradigma dominante per l’analisi della statua dagli anni Cinquanta del Novecento. Per Wind, l’opera celebra il furor bacchico secondo la definizione canonica del Fedro di Platone. Platone descrive quattro tipi di «furore» divino, follia concessa direttamente da Dio: l’ispirazione poetica delle Muse, quella profetica di Apollo, quella mistica di Dioniso e quella amorosa di Venere (Fedro 265 A–B). La posizione di Platone sul furore bacchico era ambigua, ma Ficino e l’allievo Giovanni Pico della Mirandola ne ripresero e ampliarono il concetto nel Quattrocento.81 Il commento di Ficino al Fedro, redatto intorno al 1474 e pubblicato nel 1484, celebrava Bacco come guida delle Ninfe che induce uno stato ispirato. Nel commento al Simposio, il De amore composto nel 1469, Ficino considera quattro forme di follia ispirata come gradi di ascesa verso il
divino: il primo è lo stato poetico delle Muse che, suscitando armonia, unifica e calma l’anima; il secondo, bacchico, prosegue l’unificazione ma allontana l’anima dal corpo verso la sfera superiore della mente. Apollo e poi Venere ispirano l’anima, che avanza ulteriormente verso l’unità.82 Nel De vita libri tres, composto nei primi anni Ottanta del Quattrocento e pubblicato nel 1489, Ficino afferma che vino e profumo del vino liberano lo spirito, coerentemente con Bacco «Liber».83 Dalla pubblicazione dei Pagan Mysteries, questi passi sono stati spesso citati come prova del neoplatonismo del Bacco.84 Si è supposto che Michelangelo assimilasse gli insegnamenti di Ficino da giovane, frequentando lui e altri intellettuali nel Palazzo Medici.85 Decenni di ricerche hanno però mostrato che l’umanesimo fiorentino tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio dei Novanta del Quattrocento era più sfaccettato e meno esclusivamente «neoplatonico» di quanto si pensasse. Ficino non è quindi più considerato il filosofo «mediceo» dominante nella giovinezza di Michelangelo. Come osservato nel capitolo 2, nel 1476 era pericolosamente vicino agli autori della congiura dei Pazzi e in seguito faticò a recuperare la posizione nella casa medicea.86
È tuttavia innegabile che il neoplatonismo fosse un grande movimento culturale, capace di imprimersi profondamente sul giovane Michelangelo a Firenze. Come si vedrà, correnti neoplatoniche si riconoscono nelle invenzioni di Bertoldo di Giovanni, custode del giardino mediceo, per esempio nell’Orfeo che Michelangelo ammirò e imitò spesso (cfr. Fig. 154). Sono leggibili nelle opere michelangiolesche degli anni Novanta, come contrasto tra corpo e anima, terreno e spirituale. L’allusione del Bacco al furor ficiniano è parsa a lungo evidente, mentre il Giovane arciere per Jacopo Galli sembra alludere all’ispirazione divina e, con il movimento verso l’alto, al desiderio dell’anima di tornare alle origini celesti. Il neoplatonismo è dunque certamente presente, ma è stato applicato all’interpretazione del Bacco in modo troppo monolitico e astratto.
Inoltre, se il contesto neoplatonico fiorentino ha dominato la discussione del Bacco, merita maggiore indagine quello incontrato da Michelangelo nella Roma di Riario e Galli. Wind osservò per primo nel 1958 l’importanza formativa del loro ambiente intellettuale; come discusso nel capitolo 4, la cerchia di Riario era profondamente impegnata nel neoplatonismo ficiniano, negli studi platonici e nella prisca theologia. Come sottolineò Wind, il Bacco nacque durante il trasferimento della filosofia di Ficino da Firenze a Roma attraverso la cerchia agostiniana di Riario, soprattutto Mariano da Genazzano, arrivato nella primavera 1495. Riario sostenne fra Mariano fino alla carica di priore generale dell’ordine e, come discusso nel
fig. 161 Michelangelo Buonarroti, Schiavo morente, Parigi, Musée du Louvre, Département des Sculptures du Moyen Âge, de la Renaissance et des temps modernes, inv. mr 1590. 1513–1516. Foto © Foto Marburg, Albert Hirmer e Irmgard Ernstmeier-Hirmer.
capitolo 4, Mariano e Riario reclutarono il protetto di Mariano, Egidio da Viterbo, fra gli agostiniani a Roma. Nella primavera 1497, mentre Michelangelo lavorava al Bacco, Egidio difese la «grandezza di Platone» durante l’esame di teologia.87
Il trasferimento a Roma della filosofia di Ficino era mosso non soltanto da interessi intellettuali astratti, ma dal desiderio di appropriarsi del neoplatonismo e rielaborarlo per gli scopi politici e propagandistici della Chiesa. Per gli intellettuali della cerchia di Riario, la teologia di Platone era una preziosa forma di profezia cristiana, e la sua rinascita offriva l’occasione di accrescere la gloria della Curia romana.88 Le Scritture ebraiche, Platone e persino i resti materiali dell’antichità potevano essere letti come segni di un piano divino per Roma papale.89 Fondamentale per la ricezione dell’antico nella Curia e nella casa di Riario era l’idea che il passato di Roma sembrasse predirne il presente cristiano. Il concetto è stato approfondito negli scritti cinquecenteschi di Egidio da Viterbo, che avrebbe formulato, per esempio, l’idea del Gianicolo, colle etrusco sacro a Giano, come luogo santo predestinato a ospitare il Vaticano.90 Sotto Giulio II, il ritorno di una passata età dell’oro era un tema onnipresente nelle arti visive e letterarie, con frequenti echi virgiliani.91 Questo approccio è già evidente negli anni Novanta nella cerchia di Riario, come mostra l’esposizione della Musa maggiore del naturale a San Lorenzo in Damaso. Nel poema sulla Musa, Antonio Biaxander afferma che la figura annuncia il ritorno del «regno beato» di Saturno sotto Riario [Appendice ii.19].
Anche il Bacco acquista risonanza nel contesto della teologia platonica della cerchia di Riario. Nell’articolo ‘Michelangelo’s Progress among Theologians’, Wind sostenne che la statua fu scolpita in un momento cruciale, quando fra Mariano guidava l’opposizione romana a Savonarola. In una lettera del marzo 1497 a Buonarroto, fratello di Michelangelo, il fedele assistente Piero d’Argenta rivelò che a Roma Savonarola era chiamato «eretico marcio» e che «fra Mariano ne parla molto male».92 Scritta dall’interno dell’ambiente di Riario e Michelangelo, la lettera contestualizza il Bacco come possibile incarnazione di un’opposizione romana e antiquaria a Savonarola. Per il predicatore, il culto dell’antico sviluppatosi a Firenze e Roma equivaleva all’eresia. Per Mariano e la cerchia di Riario, invece, erano eretiche le pretese di Savonarola di essere un profeta moderno.93 Nella prospettiva antisavonaroliana, l’epoca della profezia era il tempo prima di Cristo, non il presente: la rivelazione divina era intrecciata nelle Scritture ebraiche e negli scritti di Platone e Virgilio. Il sacrificio di Cristo concludeva e compiva quell’epoca, in cui la comunicazione tra Dio e l’umanità era permeabile e aperta.
Nella prospettiva teologica della cerchia di Riario, il Bacco si accorda alla celebrazione della Roma cristiana attraverso una passata età profetica, quasi a sottolineare che la gloria della corte cardinalizia fosse prefigurata dall’antichità pagana. A corte si cercavano tracce di rivelazione divina nella statuaria, nella poesia e nella filosofia antiche per arricchire teologia e oratoria contemporanee. Negli ultimi anni del Quattrocento,
dopo la caduta di Granada, si attendeva che le antiche predizioni si compissero presto. In questo momento di ottimismo, mentre il palazzo di Riario sorgeva dal suolo, l’antichità era celebrata come precorritrice di un’imminente età dell’oro. Come si è visto, l’avvento di una nuova era attraverso le conquiste cristiane oltremare era un tema centrale nella committenza di Pietro e Raffaele Riario. I cortigiani potevano sostenere che l’elezione di Raffaele a papa fosse il passo mancante verso il pieno compimento delle profezie. L’allusione all’ispirazione e alla rivelazione bacchiche nella statua di Michelangelo si sovrappone probabilmente a questa celebrazione della profezia precristiana. La nudità evidenzia il concetto di «nuda verità»; come avrebbe scritto Vincenzo Cartari nelle Imagini de i dei de gli antichi, «rappresentare [Bacco] nudo significava che vino ed ebbrezza rivelano spesso quanto prima era nascosto».94 Nella statua, l’ebbrezza induce l’espressione «ultraterrena» del volto
fig. 163 Desiderio da Settignano con Donatello, San Giovanni Battista, particolare del volto, Firenze, Museo Nazionale del Bargello, inv. 435 / Sculture. Anni Cinquanta del Quattrocento. Foto: The Courtauld, Conway Library, cc-by-nc.
fig. 162 Michelangelo Buonarroti, Bacco, particolare del volto, Firenze, Museo Nazionale del Bargello, inv. 10 / Sculture. 1496–1497. Foto © Kunsthistorisches Institut in Florenz – Max-Planck-Institut, fotografo: Luigi Artini.
(Fig. 162), come se Bacco sperimentasse una visione divina. Sguardo rapito ed espressione richiamano una statua di profeta divinamente ispirato che Michelangelo conosceva bene: il San Giovanni Battista Martelli di Donatello, completato da Desiderio da Settignano (Fig. 163).95 Lo sguardo estatico e la bocca aperta del Bacco trovano eco anche nel piccolo Angelo inginocchiato scolpito per Aldrovandi a Bologna, anch’esso apparentemente assorto in questioni inaccessibili ai comuni mortali (Fig. 164).
È suggestivo considerare come le risonanze neoplatoniche si colleghino alla competizione con l’antico, esplicitamente concentrata sulla «bellezza» della scultura antica. Nella tradizione agostiniana e neoplatonica che Summers ha chiamato «religione rinascimentale del bello», la bellezza è traccia terrena del divino; sperimentarla appaga l’anima divina dell’uomo, che ne è attratta perché cerca naturalmente Dio.96 Un passo del De amore di Ficino discute il rapporto: il divino è fonte della bellezza, splendore che attira l’anima accendendo riconoscimento e amore.97 Nel commento al Fedro, Ficino evoca Socrate posseduto dalle «Ninfe», che lo inducono nello stato ispirato capace di farlo parlare poeticamente. Il passo lo conduce agli effetti di amore, desiderio e bellezza, associati ai poteri di Dioniso. «Socrate è interamente ispirato dal divino quando parla
fig. 164 Michelangelo Buonarroti, Angelo inginocchiato, particolare, Bologna, San Domenico, arca di San Domenico. 1494–1495. Foto © Ortolf Harl.
fig. 165 Roma, Palazzo San Giorgio, cortile. Foto © Giulio Riotta.
d’amore e bellezza», scrive, «poiché vi è personalmente più attratto, e la bellezza visibile richiama alla mente quella invisibile, il cui amore ci unisce estaticamente a Dio».98 Questi passi risuonano nella sfida di Riario: se la bellezza delle statue antiche manifesta una presenza divina rimasta dal mondo precristiano, era questo aspetto che Michelangelo doveva scoprire ed evocare. Le antichità romane erano dunque molto più che modelli iconografici per il Bacco. Il loro rango sembra derivare dalla fonte divina, che le rende insuperabili e nega in definitiva all’artista la speranza di eguagliarle.
La destinazione prevista per il Bacco
La destinazione prevista è fondamentale per interpretare il Bacco. Dove voleva esporlo Riario? La maggioranza degli studiosi favorisce oggi una teoria proposta per primo da Johannes Wilde. Negli anni Trenta del Novecento Wilde intuì correttamente che il committente fosse Riario, non Galli. In lezioni pubblicate decenni dopo sviluppò l’ipotesi: il Bacco era destinato «fra le antichità nel cortile del palazzo appena costruito dal cardinale, la Cancelleria».99 Allora la storia costruttiva era poco conosciuta, e Wilde ignorava che il cortile non fosse ancora costruito alla commissione della statua. Nel 1999, per la mostra Giovinezza di Michelangelo, Christoph Frommel sostenne e ampliò l’ipotesi, proponendo i porticati o il centro del cortile (Fig. 165). Citò il precedente del David bronzeo di Donatello per il cortile di Palazzo Medici a Firenze (Fig. 166).100 Anticipando il Bacco, il David era un nudo a tutto tondo destinato al centro di un cortile. Sebbene quello di San Giorgio non fosse terminato nel 1496, secondo Frommel il progetto era già definito, e Riario commissionò il Bacco immaginandone l’aspetto. Coerentemente con la passione teatrale, voleva porre Bacco, inventore del teatro, vicino all’enorme Musa (cfr. Fig. 103) e ad altre figure per celebrare la rinascita di commedia e tragedia classiche. Pomponio Leto, alla fine della vita, poteva aver consigliato Riario e Michelangelo su una figura che richiamava la convinzione che il palazzo sorgesse sul teatro di Pompeo.101 Frommel propose inoltre che Bacco e Musa accompagnassero gli spettacoli nel cortile. Ospiti illustri avrebbero preso posto davanti a un palco temporaneo, mentre il pubblico assisteva dalle logge superiori. Il Bacco poteva stare al centro, fra palco e spettatori, oppure sotto una loggia con la Musa.102
fig. 166 Donatello, David, Firenze, Museo Nazionale del Bargello, inv. 95 / Bronzi e placchette. Anni Quaranta del Quattrocento circa. Foto: The Courtauld, Conway Library, cc-by-nc.
L’ingegnosa proposta di Frommel è attraente e ha ricevuto ampio sostegno,103 ma vi sono diversi motivi per dubitarne. Anche se il progetto del cortile poteva essere noto all’arrivo di Michelangelo nell’estate 1496, il cortile non esisteva e l’area era ancora occupata dalla navata sinistra di San Lorenzo in Damaso.104 Sono significativi anche dimensioni, soggetto e nudità del Bacco, poco adatti alla grandiosità del cortile. La statua non supera la grandezza naturale e probabilmente era concepita per la bassa piattaforma rappresentata da van Heemskerck (cfr. Fig. 215).
fig. 167 Ricostruzione del cortile di Palazzo San Giorgio con il Bacco di Michelangelo al centro.
fig. 168 Cortile di Palazzo Farnese con due statue antiche di Ercole, Speculum Romanae Magnificentiae, pubblicato da Antoine Lafréry, Londra, British Museum, inv. 1947,0319.26.143. 1560. Foto © The Trustees of the British Museum.
Una scultura destinata al cortile sarebbe stata presumibilmente molto più grande. Anche alzando il Bacco su una base alta metà della statua, le proporzioni sarebbero risultate insufficienti, come suggerisce una ricostruzione (Fig. 167). Soltanto una statua grande quanto la Musa avrebbe riempito adeguatamente uno spazio architettonico tanto grandioso, come mostrano esempi successivi. Il cortile di Palazzo Farnese ospitò l’Ercole Farnese e altre sculture monumentali delle terme di Caracalla (Fig. 168). Quello di Palazzo Borghese espone ancora tre statue dello stesso gruppo antico della Musa di Riario: Apollo e due Muse già sulla scaenae frons del teatro di Pompeo (Fig. 169).105 In entrambi, antichità colossali alte quanto i capitelli e incorniciate dai colonnati formavano un insieme armonioso. Un ulteriore impedimento pratico al Bacco al centro del cortile sembra fosse lo scarico che probabilmente occupava quel punto. Oggi vi è un grande scarico ornato da una rosa scolpita, e in un disegno cinquecentesco del
fig. 169 Roma, Palazzo Borghese, cortile. Foto: autrice.
fig. 170 Copista francese anonimo da disegnatore italiano, Palazzo San Giorgio, Monaco, Bayerische Staatsbibliothek, Cod. Icon. 195, fol. 10 r <urn:nbn:de:bvb:12bsb00017404‑7>. 1530–1540. Foto: Bayerische Staatsbibliothek, Monaco, NoC-nc/1.0.
fig. 172 Maarten van Heemskerck, Giardino dei Cesi, Berlino, smb, Kupferstichkabinett, inv. 79.D.2, Album i, fol. 25 r. 1532–1537 circa. Foto © bpk / Kupferstichkabinett, smb / Dietmar Katz.
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palazzo lo scarico è indicato da un tondo privo di decorazione al centro del cortile (Fig. 170).106
Il Bacco nudo manca inoltre delle risonanze eroiche o civiche attese in un ambiente simile, che avrebbero reso appropriato un David o un Ercole. Nel De Cardinalatu, composto prima del 1510, Paolo Cortesi discute le opere adatte ai cortili cardinalizi, spazi pubblici che «tutti i visitatori possono vedere»: storie dipinte di «imprese compiute dagli imperatori in modo cristiano».107 Sebbene lo standard di pietà descritto fosse raramente raggiunto, il Bacco avrebbe sfidato le aspettative in misura estrema. Frommel risolveva il problema soltanto con l’argomento circolare che, completato il cortile, il cardinale potesse aver trasferito la statua a Galli rendendosi conto di non volere «una divinità frivola» in una posizione tanto visibile e dominante.108
Il Bacco si adatta molto meglio a un giardino o a uno spazio aperto, evocando svago, fertilità e rigenerazione. La villa di Gualfonda a Firenze fu, per esempio, la destinazione scelta per il Bacco di Jacopo Sansovino del 1510–1512 (Fig. 171), strettamente legato all’opera di Michelangelo.109 Gli studiosi hanno spesso riconosciuto una destinazione all’aperto nella composizione a tutto tondo e nella base rocciosa.110 Secondo le descrizioni delle raccolte romane di Ulisse Aldrovandi e Jean-Jacques Boissard, visitatori della metà del Cinquecento, statue di Pan, Bacco e satiri erano solitamente esposte nei giardini. Figure bacchiche decoravano spesso fontane: per esempio il celebre Sileno che versava acqua da un otre in una vasca nel giardino Cesi, disegnato da Maarten van Heemskerck (Fig. 172).111 Nella Vita di Perino del Vaga, Vasari descrive l’immaginario bacchico del giardino Podocatari al tempo dell’arcivescovo Livio. Sulle mura del giardino ornato di «statue e altre antichità», Perino
fig. 171 Jacopo Sansovino, Bacco, Firenze, Museo Nazionale del Bargello, inv. 120 / Sculture. 1515. Foto © Raffaello Bencini / Bridgeman Images.
affrescò «baccanti, satiri, fauni e altri soggetti silvestri, tutti allusivi a una statua antica di Bacco seduto accanto a una tigre». Decorò inoltre una loggetta «con piccole figure, varie grottesche e molti paesaggi».112
Si torna dunque logicamente al giardino segreto del palazzo cardinalizio, luogo adatto a una collezione di antichità e al Bacco per riservatezza, scala e atmosfera. Prima dell’articolo di Frommel, il giardino era infatti spesso proposto come destinazione più probabile.113 Come discusso nel capitolo 5, per storia precedente e funzioni il giardino di San Lorenzo sarebbe stato la sede più plausibile di una collezione prima della ricostruzione di Riario.
Il desiderio di ampliare una raccolta da giardino aiuterebbe a spiegare la scelta di Bacco come soggetto. La lettera del 1496 non menziona una discussione sul tema, soltanto la richiesta di «qualchosa di bello». Anche ammettendo che Michelangelo esagerasse il proprio ruolo scrivendo al protettore, Riario sembra gli concedesse insolita libertà. Le esperienze nel giardino mediceo dovettero contribuire alla scelta: Condivi indicava una Testa di Fauno come sua prima opera, e la scultura all’antica fiorentina era spesso dionisiaca, come mostrano satiri e Pan nei bronzetti. Come si è sottolineato, temi silvestri o bacchici, quali satiri metà uomini e metà capri, evocano le forze creative della natura e l’accesso dell’artista a esse.114 Il Bacco è stato quindi descritto come un’esibizione magistrale dell’ispirazione dionisiaca e dell’«autoformazione artistico-poetica» di Michelangelo.115 Il furto dell’uva da parte del giovane satiro sembra quasi biografico, rimandando a un modello conosciuto in gioventù: un Priapo nel giardino di Palazzo Medici in via Larga, accompagnato da un arguto poema di Gentile de’ Becchi.116 Nell’epigramma Priapo invita una fanciulla a non rubare dagli alberi ma a mangiare i suoi frutti. Un racconto analogamente erotico, ora omoerotico, compare nel Bacco: il dio incontra un satiro eccitato, piccolo ladro che gusta deliziato la sua uva. L’abbondanza di liquidi — il succo dei grappoli, il vino e il ventre gonfio che allude all’imminente rilascio del fluido trattenuto — suggerisce maturità e disponibilità sessuale.117 Come conciliare però queste connotazioni di performatività, fertilità e sessualità con un committente cardinale? Che significato aveva il Bacco per Riario?
Una statua di tale importanza sarebbe stata progettata considerando le funzioni sociali e rituali della sede. Il Bacco è appropriato a un giardino cardinalizio, luogo, come discusso nel capitolo 5, di ricevimenti, banchetti e consumo di vino. L’eccesso nel banchettare era vizioso, ma i banchetti per re o principi in giardini o loci amoeni, in onore di ospiti lontani, erano virtuosi e rientravano nei doveri dell’élite curiale. Giovanni Pontano elogiava l’arte del convivium come una delle cinque «virtù sociali». Molti portavano a tavola troppa «arroganza e malinconia», avvertiva, mentre «Virgilio aveva ragione ed era saggio nel volere Bacco, dispensatore di felicità, presente a ogni banchetto».118 Riario era noto per la buona tavola e i vini costosi. I conti Galli-Balducci degli anni Dieci del Cinquecento, quando iniziò a pagare le spese domestiche attraverso un conto corrente, registrano enormi esborsi per vino e vasellame e pagamenti al credenziere per argenterie e altri oggetti. Nel 1507 compare, per esempio, un unico pagamento al banco Balducci di 600 ducati camerali per vini greci acquistati a Napoli.119 Nel 1509 la sua casa era la più grande tra quelle cardinalizie di Roma, con 250 persone. Come si è osservato, «è difficile immaginare un impiego utile per oltre 200 persone senza intrattenimenti su vasta scala».120 Le fonti ricordano sporadicamente lo splendore della mensa, per esempio nel De Romanis piscibus libellus di Paolo Giovio del 1524. Giovio narra la comparsa di una spettacolare ombrina nel mercato romano. Per privilegio speciale i pescivendoli dovevano offrire ai Conservatori le pregiate teste di quei pesci; davanti a un esemplare tanto bello, i Conservatori decisero di donarlo a Riario. Fu una scelta saggia, racconta un personaggio, poiché nessuna tavola era più splendida della sua.121 Benché degli eventi effimeri restino poche tracce, numerosi pagamenti riguardano il banchetto dato per Isabella d’Este durante la visita del 1514, descritto da lei come «una cena molto et molto sumptuosa che veramente seria bastata a ogni gran Regina».122
Il Bacco riecheggia il tema del «convito degli dèi», evocando numerosi paralleli visivi: quello di Giovanni Bellini e Tiziano per il Camerino di Alfonso d’Este a Ferrara,123 oppure quello della villa Farnesina di Agostino Chigi (Fig. 173). La coppa è un raffinato recipiente all’antica, simile a quelli dipinti in queste scene o esposti sulle credenze durante i banchetti. Sembra anticipare le imitazioni auree o bronzee di coppe antiche sulla credenza della Sala di Amore e Psiche di Giulio Romano a Palazzo Te (Fig. 174). Nell’affresco Bacco ha bevuto troppo e si appoggia
fig. 173 Bottega di Raffaello, Convito degli dèi, Roma, Villa Farnesina, Loggia di Psiche. 1517–1518. Foto © bpk / Scala.
fig. 174 Giulio Romano, Nozze di Amore e Psiche, Mantova, Palazzo Te. 1526–1528. Foto © Palazzo Te, Mantova / Bridgeman Images.
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a una tavola carica di coppe per sostenersi: un arguto invito a bere per i partecipanti ai veri banchetti della sala. Le rosette sul recipiente del Bacco michelangiolesco alludono presumibilmente all’insegna della rosa di Riario (cfr. Fig. 148), come quelle ossessivamente evocate nei banchetti di Pietro Riario, nella poesia di Flaminius e ovunque dentro e fuori Palazzo San Giorgio (Fig. 175), persino nelle stoviglie del cardinale (Fig. 176). La decorazione sembra suggerire che le delizie della tavola di Riario e l’eccellenza del suo vino invitassero Bacco stesso all’eccesso.
Quando ancora si riteneva che il Bacco fosse per Jacopo Galli, Phyllis Bober lo associò alla sua cerchia letteraria e ai convivi che celebravano socievolezza, recitazione ed eloquenza.124 La committenza cardinalizia sposta però le associazioni verso metafore del potere, immaginando gli dèi desiderosi di partecipare ai banchetti di un ospite divino. L’idea che Muse e dèi potessero scendere in un palazzo preferibile al cielo ricorre nei palazzi cardinalizi, nella poesia e nelle collezioni di antichità. Nei poemi scritti con la voce dell’Apollo del Belvedere, la statua dichiarava il Palazzo dei SS. Apostoli o il cortile delle statue del Belvedere
fig. 175 Roma, Palazzo San Giorgio, porticati con rose araldiche. Foto © Giulio Riotta.
fig. 176 Stoviglie del cardinale Raffaele Riario rinvenute negli scavi del cortile di Palazzo San Giorgio. Inizio del XVI secolo. Foto © Bibliotheca Hertziana – Max-Planck-Institut für Kunstgeschichte, Roma.
la dimora preferita del dio.125 Nel De viridario Augustini Chigii vera libellus di Egidio Gallo, in onore della villa Farnesina sul Tevere, il luogo, le pitture, le sculture e le meraviglie architettoniche inducono Venere a scendere dall’Olimpo e stabilirvisi, concedendo primavera eterna. «Sarò qui con te», dichiara, «qui verrò ogni volta che scenderò dalla cima dell’Olimpo. Qui sarà la mia dimora più tranquilla».126 Il poema di Paolo Emilio Boccabella per il banchetto di Pietro Riario a Eleonora d’Aragona nel 1473, ricordato nel capitolo 2, immagina Mercurio sceso a cercare gli dèi, richiesti da Giove per un consiglio sull’Olimpo: li trova ad aiutare Pietro a preparare la festa in un palazzo preferibile al cielo. Avendo sperimentato l’ospitalità di Riario, esitano a tornare.127
La poesia che immagina gli dèi ai banchetti si sovrappone agli spettacoli di attori in costume divino negli intrattenimenti dell’élite. Alle nozze di Costanzo Sforza e Camilla d’Aragona a Pesaro nel 1475, Bacco presentò agli sposi la portata dei dolci, poi mandò Sileno a servirla.128 Riprendendo il celebre brindisi di Didone nell’Eneide, il libro della festa dichiara: «Poiché Bacco è dio della felicità [Laetitia] e senza ciò che lui e Cerere mandano dall’alto non si potrebbe celebrare alcun banchetto o matrimonio. Ogni occasione felice termina opportunamente con lui».129 Un esempio parallelo si trova nel banchetto che il cardinale Ascanio Sforza
fig. 177 Roma, facciata occidentale di Palazzo San Giorgio. Foto © Bibliotheca Hertziana – Max-Planck-Institut für Kunstgeschichte, Roma.
offrì nel giugno 1492 al nipote Ferdinando, principe di Capua e figlio del re Alfonso II di Napoli. Durante il lungo evento, che celebrava un accordo di pace tra Roma e Napoli, personaggi divini introducevano le portate. Diana portava selvaggina cacciata per gli ospiti, tra cui un cervo dalle corna dorate; Nettuno entrava su un carro per presentare il pesce; Pan introduceva le torte e Pomona la frutta. Gli dèi interagivano con gli ospiti, per esempio quando una ninfa di Diana dichiarò il proprio amore al principe napoletano.130
I paralleli delle collezioni all’aperto nei giardini dei pari di Riario, usate nei ricevimenti e nella poesia e nel teatro che rappresentavano gli dèi come partecipanti desiderosi, suggeriscono che il cardinale volesse il Bacco per una raccolta nel proprio giardino. Resta però la domanda: perché non vi fu apparentemente mai portato e rimase dai Galli? Quando Riario lasciò Roma alla fine del 1499, il Bacco era probabilmente ancora presso Jacopo e il giardino incompiuto. I lavori procedevano lentamente e la parte occidentale del palazzo fu terminata soltanto dopo il 1511.131 Il giardino fu completato nell’ultima fase edilizia, dopo il 1514, quando si pagavano ancora murature e piantagioni di aranci.132 Nel progetto cinquecentesco le funzioni del giardino erano separate da quelle del palazzo: nell’edificio quattrocentesco una loggia vi si apriva direttamente, mentre in quello nuovo una loggia a cinque campate lo dominava dal primo piano. Ancora visibile sulla facciata occidentale, è oggi tamponata (Fig. 177).133 Forse il ritardo, il mutamento delle funzioni dello spazio e l’incapacità di ottenere antichità paragonabili per qualità e fama a quelle di Giulio II al Belvedere indussero Riario ad abbandonare il progetto di una celebre collezione nel giardino. Intanto, dopo la commissione del Bacco, Michelangelo sviluppò uno stretto legame con Jacopo Galli. Galli ne divenne mecenate e finanziatore in un sodalizio durato fino alla morte nel 1505. Come si vedrà nel capitolo 8, la permanenza del Bacco in casa Galli deriva senza dubbio in qualche modo dal rapporto personale e professionale fra i due.
Un rifiuto?
La storiografia precedente ha interpretato diversamente il passaggio del Bacco a Galli: questi lo avrebbe ottenuto perché a Riario non piaceva e il cardinale lo rifiutò. L’idea emerse soltanto nel Novecento e, benché il rifiuto del Cupido dormiente raccontato da Condivi sia stato talvolta
confuso con il «rifiuto» del Bacco, i biografi cinquecenteschi non collegarono mai in alcun modo il Bacco a Riario. Condivi condannava il giudizio artistico del cardinale per il Cupido, aggiungendo che «in tutto il tempo che Michelangelo fu con lui, circa un anno, [Riario] non gli commissionò nulla». Non mancò però chi ne riconoscesse il talento: Jacopo Galli, «gentiluomo romano e di bello ingegno», gli chiese un Bacco marmoreo in casa propria [Appendice ii.29].
La discussione scientifica sulla committenza iniziò nell’Ottocento con il riesame di Condivi e delle altre fonti sulla prima carriera. Nel 1879 Herman Grimm concluse che il Bacco fosse la figura iniziata nell’agosto 1497 per proprio «piacere».134 Nel 1891 Heinrich Wölfflin lo associò allo stesso modo alla figura del 1497. L’ipotesi separava il Bacco da Galli: se creato per sé, l’artista non lo aveva scolpito su commissione di Galli, che l’avrebbe soltanto acquistato, contrariamente a Condivi.135 Negli anni Trenta del Novecento Johannes Wilde riprese la questione, proponendo Riario come committente, come osservato nel capitolo 1. Molto prima della pubblicazione di Hirst del pagamento per il «bacho», Wilde dedusse che si trattasse della figura a grandezza naturale commissionata da Riario e descritta nella lettera del luglio 1496. Per spiegare l’attribuzione della commissione a Galli e la condanna di Riario in Condivi, immaginò che il Bacco fosse stato «rifiutato dal cardinale».136
fig. 178 «Eadì detto duc[ati] cinquanta d’oro in oro larghi pagati a michelagnolo schultore per resto di pagamento del bacho», pagina dei conti Galli-Balducci, Firenze, Archivio di Stato, Eredità di Lemmo Balducci 2, fol. 63 r, particolare. Luglio 1497. Foto: autrice, riprodotta su concessione del Ministero della Cultura.
Giovanni Poggi fu tra i pochi a concordare con Wilde. Aveva scoperto nei conti Galli-Balducci i pagamenti di Riario, compreso il terzo esplicitamente per il «bacho» (Fig. 178), pubblicato da Hirst soltanto nel 1981. Le «Carte Poggi», oggi all’Istituto Nazionale di Studi sul Rinascimento a Firenze, mostrano che associava i pagamenti alla figura a grandezza naturale e sospettava che fosse il Bacco. Ipotizzò che la statua forse «non piacque al cardinale e la regalò a Gallo», spiegando così l’accusa di Condivi.137 Non pubblicò i pagamenti né le opinioni sulla committenza. Neppure la conoscenza dei documenti emerse nel Carteggio di Michelangelo, edito postumo da Paola Barocchi e Renzo Ristori: il commento del 1965 alla lettera del luglio 1496 conferma ancora la committenza di Galli secondo Condivi.138
Dopo la morte di Poggi, Harold Mancusi-Ungaro, studente universitario a Yale, rintracciò gli archivi Galli-Balducci e nel 1971 pubblicò pagamenti per la Madonna di Bruges (Fig. 201), il monumento Piccolomini a Siena (Figg. 198–200) e una pala per Sant’Agostino a Roma.139 Un decennio dopo Michael Hirst tornò ai conti per approfondire la pala di Sant’Agostino. Scoprì i pagamenti di Riario del 1496 e 1497, fra cui il saldo di cinquanta ducati del 3 luglio 1497 per «il Bacco» (cfr. Fig. 178).140 Pubblicando i risultati nel Burlington Magazine nel 1981, dimostrò che Wilde aveva ragione sul committente, ma ripropose anche la seconda parte dell’ipotesi, cioè il rifiuto della statua.141 La tesi fu allora largamente accolta. Nel Michelangelo scultore dello stesso anno, Umberto Baldini affermò senza esitazione che Riario aveva commissionato e poi rifiutato il Bacco, acquistato da Galli.142 Nel 1982 Paola Barocchi scrisse che «la statua non piacque al cardinale», che la donò al vicino.143 Nel catalogo Making & Meaning: The Young Michelangelo del 1994, Hirst lo descrisse come «un caso clamoroso di opera rinascimentale rifiutata dal committente».144
Le fonti contemporanee contraddicono però fortemente un rifiuto immediato. Scrivendo al padre il 1º luglio 1497, Michelangelo lamentava il ritardo dell’ultimo pagamento, che gli impediva di lasciare Roma.145 Spesso letta come prova dell’insoddisfazione di Riario,146 la lettera non suggerisce conflitti e presenta il ritardo come normale: Michelangelo prevedeva una rapida soluzione. «Con questi grandi uomini bisogna procedere con cautela», scrive, «perché non si possono forzare. Ma credo comunque che entro questa settimana tutto sarà risolto». La previsione era corretta: due giorni dopo, il 3 luglio, Riario depositò il saldo.147 Il pagamento implica che non vi fossero controversie da risolvere né bisogno di pareri esperti, normalmente richiesti quando artista e committente discordavano.148
Vi sono differenze fondamentali tra l’eventuale «rifiuto» del Cupido, offerto sul mercato da un mercante-banchiere, e la commissione del Bacco, opera ordinata direttamente allo scultore. Baldassarre tentò di vendere il Cupido sotto false pretese, e una richiesta di rimborso di Riario non sarebbe stata insolita.149 Il rifiuto del Bacco sarebbe stato invece eccezionale: è difficile trovare casi di sculture commissionate e poi respinte.150 Sono noti arbitrati e rinegoziazioni per dipinti: Rosso Fiorentino ricevette meno del promesso per una pala e Domenico Beccafumi dovette ridipingere il San Michele e gli angeli ribelli perché la prima versione non piaceva.151 Una scultura è però molto più difficile da respingere o correggere. Perciò i contratti fissavano termini precisi: scadenze, materiali e procedure in caso d’insoddisfazione, per esempio sul grado di finitura o lucidatura. Soggetto, iconografia e decoro erano concordati precocemente mediante un disegno di presentazione.
È vero che all’inizio del lavoro Riario probabilmente non poté seguirne il progresso: ai primi di settembre 1496 si ammalò gravemente e si pensava gli restassero pochi mesi. Lettere fra settembre e novembre rivelano trattative già avviate per redistribuire
i benefici, l’ufficio di capo della Camera e il palazzo di Riario, in caso di morte.152 È tuttavia impensabile che l’aspetto finale del Bacco potesse sorprenderlo. I contratti e la corrispondenza per la Pietà vaticana e l’altare Piccolomini mostrano che i committenti volevano evitare sorprese. Prima ancora che Michelangelo cavasse il marmo della Pietà, Bilhères descriveva la futura statua come «una Vergine Maria vestita con Cristo morto, nudo in braccio».153 Il lungo e preciso contratto del 1501 per l’altare Piccolomini prevedeva condizioni speciali per le figure scolpite a Firenze, dove il committente non poteva sorvegliarle. Il cardinale vide in un disegno la forma prevista, «per vedere panneggi, gesti e nudità richiesti e, se necessario, prima di iniziare il marmo, aggiungere o togliere quanto opportuno».154
Dal 1981 la teoria di un rifiuto netto è stata talvolta contestata, soprattutto da Antonio Forcellino, che la giudicò «inaccettabile» alla luce dei pagamenti effettuati quando la statua era già avanzata.155 Altri hanno sostenuto un rifiuto graduale, un progressivo distacco di Riario.156 Come ricordato, nel 1999 Frommel propose che il cardinale respingesse la statua soltanto dopo il completamento del cortile, quando apparve troppo pagana per quella sede.157 Sergio Risaliti e Francesco Vossilla nel 2007 avanzarono un’altra proposta. Supponendo anch’essi una destinazione al cortile a complemento degli spettacoli, sostennero che Riario perse interesse e lasciò il Bacco a Galli quando emersero difficoltà pratiche e svanì la novità dell’uso teatrale del cortile.158
Recentemente si è proposto un rifiuto dovuto al conflitto morale suscitato dalla partecipazione a una commissione di riforma. In Renaissance Studies nel 2013, Erin Minter ipotizzò che la nomina da parte di Alessandro VI, poco prima del completamento, inducesse Riario a respingere il Bacco.159 Alessandro convocò la commissione come atto di pentimento dopo l’assassinio del figlio, duca di Gandia. Nella notte del 14 giugno 1497 il duca fu ucciso in circostanze misteriose e gettato nel Tevere. Nella caccia all’assassino Roma fu presa dalla paura, e la corte papale, come riferiva l’ambasciatore ferrarese
si espresse, era ‘sottosopra’.160 Il 19 giugno Alessandro VI annunciò che l’assassinio era un atto di Dio al quale si poteva rispondere soltanto con una riforma personale e istituzionale.161 Il papa istituì una commissione guidata da quattro consulenti e sei cardinali, fra cui Riario. Essa iniziò i lavori il 20 giugno 1497, con l’obbligo di riunirsi ogni mattina. Fatto notevole, molti appunti della commissione sopravvivono e permettono di conoscere le sue indagini sulle possibili misure di riforma.162 Questi appunti rivelano che il gruppo prese in esame proposte di ampia portata per la riforma delle case cardinalizie, alcune delle quali riguardavano gli intrattenimenti, i banchetti e le rappresentazioni teatrali. Muovendo dall’ipotesi che Riario intendesse tenere spettacoli nel cortile del nuovo palazzo, con il Bacco come fulcro, Minter ha suggerito che il Bacco avrebbe perso il proprio valore se le rappresentazioni teatrali fossero state vietate.163 Riario entrò nella commissione meno di due settimane prima che Michelangelo ricevesse il pagamento finale per il Bacco e, ‘per evitare uno scandalo’, secondo Minter, il cardinale ‘pagò l’artista e lasciò che la scultura rimanesse [presso Galli] dove era stata scolpita’.164
L’argomento va tuttavia contestualizzato, considerando che le raccomandazioni della commissione di riforma di Alessandro si basavano direttamente su precedenti proposte risalenti a diverse generazioni prima.165 Molte avevano origine nel XIV secolo, al tempo del papato avignonese, quando si era tentato di limitare le dimensioni delle famiglie cardinalizie e di contenere abitudini conviviali divenute più lussuose per l’influenza della corte reale francese.166 Bolle di riforma che prescrivevano ai cardinali pasti modesti, imponevano di evitare scandali o limitavano il numero dei servitori delle loro case furono proposte dai concili quattrocenteschi, ma mai promulgate. La commissione alla quale partecipò Riario riprese la formulazione di queste proposte precedenti, aggiornandole con preoccupazioni relative alle commedie classiche, alla luce di notizie su ‘cardinali che si aggiravano di notte per la città al buio o che partecipavano a giostre o consentivano che alla loro presenza fossero rappresentati spettacoli (larvae) o commedie a imitazione degli antichi, cosa diabolica’.167
La commissione mise in luce posizioni morali contrastanti sui convivia e sulla rinascita del teatro antico, evidenziando quanto Riario potesse essersi esposto a critiche con la commissione del Bacco. Riario era consapevole della necessità di cautela nella propria immagine pubblica: è significativo che la Musa sia l’unica statua antica della sua collezione che si sappia essere stata esposta alla vista del pubblico. La commissione del Bacco avrebbe tenuto conto della complessità dell’equilibrio tra cristiano e pagano, pubblico e privato, secondo strategie che lui e altri cardinali avevano sviluppato nel corso di decenni. È lecito pensare che il suo approccio non sarebbe cambiato improvvisamente quando fu chiamato a far parte della commissione di Alessandro VI. Un ‘rifiuto’ del Bacco avrebbe costituito un’improbabile ammissione, da parte di Riario, delle proprie carenze
morali, e il cardinale aveva ben poco da temere: le proposte della commissione, come quelle che le avevano precedute, non furono mai pubblicate né applicate.168
Il movimento di riforma di Alessandro VI si concluse senza clamore. Michelangelo, intanto, rimase per anni nella cerchia di fiducia di Riario, stringendo un rapporto stretto con Jacopo Galli e poi con i suoi figli, che divennero familiari del cardinale. Il Bacco fu esposto per decenni nel territorio stesso del cardinale e nella casa dei suoi amministratori e agenti. Se Riario avesse rifiutato il Bacco, perché i Galli avrebbero esposto la statua nelle loro case e perché avrebbero continuato a favorire tanto Michelangelo? Perché i delegati di Riario, fra cui Jacopo Galli, lo avrebbero incaricato nel 1500 di dipingere una pala d’altare per Sant’Agostino, chiesa sotto la protezione del cardinale? Al posto del rifiuto, occorre cercare ipotesi alternative su come e perché il Bacco entrò in possesso di Galli.
* * *
Con la commissione del Bacco, le esperienze fiorentine dell’artista entrarono in un vivace dialogo con un nuovo ambiente romano. L’artista giunse in un milieu intellettuale incentrato sulla spiritualità umanistica e stimolato dal passato precristiano, per molti aspetti simile alle cerchie che aveva conosciuto a Firenze. Ambizioso statuario in cerca di fama, Michelangelo accolse con entusiasmo la sfida di Riario a creare ‘qualcosa di bello’ in competizione con l’antico. Il Bacco rispose alla richiesta di Riario spingendo ai limiti le possibilità tecniche della statuaria in marmo a grandezza naturale. Fu una commissione decisiva nella carriera di Michelangelo, che ne consolidò la reputazione e lo elevò ai più alti livelli del mecenatismo curiale. Con il Bacco, Michelangelo avviò inoltre quella che si sarebbe rivelata una collaborazione duratura e redditizia con l’agente di Riario, Jacopo Galli.