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Il Bacco nelle case dei Galli, 1505–1572
Capitolo 9 · Pagine dell’edizione a stampa 302–337
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9 Il Bacco nelle case dei Galli, 1505–1572
Nella primavera del 1505, dopo che Michelangelo aveva conquistato fama a Firenze con il colossale David e la Battaglia di Cascina, papa Giulio II lo richiamò a Roma, affidandogli il prestigioso incarico di scolpire la propria tomba.1 Jacopo Galli morì in giugno, poco dopo il ritorno dell’artista. Come mostrerà questo capitolo, la sua morte non spezzò gli stretti legami fra Michelangelo e i Galli a Roma. Il Bacco e il Giovane arciere rimasero nelle collezioni familiari per decenni, fino al 1572, otto anni dopo la morte dello stesso artista. Michelangelo rimase vicino ai figli di Jacopo, che poterono chiedergli piccoli favori, fra cui una pala su tela fornita per il loro uso a Bologna. Conservò i rapporti stabiliti nella rete dei Galli, come mostra l’accordo per realizzare nel 1519–1521 un Cristo risorto per i Porcari. Al tempo stesso, la presenza del Bacco e del Giovane arciere nelle case dei Galli mantenne vivo il suo rapporto con il rione Parione. Prima del Sacco del 1527, le numerose società letterarie che animavano il quartiere si confrontarono senza dubbio con le sue statue, che dovevano essere altamente apprezzate da poeti, antiquari e collezionisti della zona.
Benché i disegni delle collezioni Galli di Maarten van Heemskerck (figg. 215–16) offrano una straordinaria testimonianza dell’esposizione del Bacco in questi anni, è improbabile che la statua sia rimasta nello stesso luogo dall’inizio del Cinquecento al 1572. Dopo la morte di Jacopo nel 1505, il primogenito ed erede Paolo Galli avrebbe ereditato il Bacco insieme al resto della collezione paterna. Nel 1550 Ulisse Aldrovandi vide il Bacco, il Giovane arciere e diverse sculture antiche nella casa di Paolo Galli ‘presso al palagio di S. Giorgio’, ossia nel palazzetto di fronte al Palazzo San Giorgio (mappa 1.10, mappa 3). Paolo, tuttavia, non vi abitò sempre. Durante il Sacco di Roma, lettere a lui indirizzate rivelano che risiedeva nella casa grande dei Galli, dall’altra parte della strada rispetto al Pasquino (mappa 1.8, mappa 3), dove presumibilmente custodiva il Bacco. La casa grande subì gravi danni durante il Sacco e fu apparentemente saccheggiata. Straordinarie poesie di Antonio Tebaldeo, discusse più avanti, rivelano che il Bacco stesso fu rubato, per essere poi recuperato e restituito ai Galli.
Dopo il Sacco, le difficoltà finanziarie costrinsero infine Paolo ad affittare la casa grande. Negli anni Trenta del Cinquecento si era trasferito nel palazzetto in Piazza San Lorenzo, dove Maarten van Heemskerck vide il Bacco esposto, privo della mano destra, fra antichità frammentarie della collezione Galli. Accostato ai marmi antichi, il Bacco mutilo accrebbe notevolmente il prestigio artistico di Michelangelo. Alimentò una venerazione quasi cultuale per la sua capacità di rivaleggiare con l’antico, e la suggestiva presentazione impressionò profondamente artisti e antiquari in visita. Al tempo stesso, l’esposizione del Bacco senza la mano divenne un simbolo toccante della devastazione
subita dalla famiglia Galli e da tutto Parione durante il Sacco di Roma. Le calamità del Sacco si rivelarono insuperabili per i Galli e la famiglia declinò nel corso del Cinquecento. Alla fine fu costretta a vendere proprietà e opere d’arte preziose, fra cui il Bacco. La viva presenza della statua nelle case dei Galli terminò nel 1572, quando il granduca mediceo Francesco I, cercando di appropriarsi dell’eredità di Michelangelo dopo la sua morte, la acquistò dagli eredi di Jacopo e la trasferì a Firenze.
I figli di Jacopo Galli, il cardinale Riario e Michelangelo
Nella biografia di Michelangelo del 1553, Condivi sottolineò la continuità del rapporto fra l’artista e la famiglia Galli attraverso le generazioni: ‘Messer Jacopo volle che [Michelangelo] facesse un Cupido, e queste due opere [il Bacco e il Giovane arciere] si vedono oggi nella casa di Giuliano e Paolo Galli, gentiluomini cortesi e perbene, con i quali Michelangelo ha sempre mantenuto un’intima amicizia’ [Appendice II.29]. Pur non attribuendo ai figli lo stesso ingegno riconosciuto al padre, Condivi ne attestò la salda lealtà a Michelangelo e l’orgoglio di esporre due sue statue. I figli di Jacopo apprezzavano queste opere come simboli di successi che non riuscirono mai a eguagliare. Esclusi dai profitti del banco Galli-Balducci, Paolo, Giuliano, Gerolamo e Giovanni Battista dipendevano per il proprio sostentamento dallo stretto rapporto con il cardinale Riario e dalle rendite delle proprietà nell’Isola Galli ereditate dal padre. Primogenito ed erede principale era Paolo, del quale poco si sa oltre ai titoli degli uffici prestigiosi acquisiti: caporione di Parione, conservatore di Roma e camerlengo della confraternita del SS. Salvatore ad Sancta Sanctorum. Due figli minori, Giuliano e Giovanni Battista, rimasero per tutta la vita al servizio del cardinale Riario e detenevano entrambi una cappellania in San Lorenzo in Damaso.2 Giuliano, doctor iuris, divenne canonico della basilica, ed entrambi ricevettero stanze nel palazzo del cardinale.3 Come si vedrà, quando nel 1506 Riario trasferì il vescovato di Viterbo al cugino Ottaviano Riario-Sforza, Giuliano e Giovanni Battista ne divennero amministratori e commissionarono una dimora nobiliare nella sede vescovile di Bagnaia.
Dopo la morte di Jacopo Galli, mentre il papa e la Signoria di Firenze si contendevano il tempo di Michelangelo, i figli potevano ancora rivolgersi all’artista per piccoli favori. Nel novembre del 1506 Paolo e Giuliano gli pagarono un dipinto su tessuto, probabilmente una pala da viaggio, necessario per accompagnare il cardinale Riario a Bologna con papa Giulio II. Come osservò per primo Mancusi-Ungaro nel 1971, i registri del banco Balducci documentano un modesto pagamento di k11 del 27 novembre 1506 dagli ‘eredi di Jacopo Galli’ a Michelangelo.
La causale del versamento era ‘per dipingere uno telaio d’altare’, interpretabile come tovaglia d’altare, panno liturgico o pala su tessuto.4 Hirst suggerì che l’opera fosse destinata alla cappella Galli in San Lorenzo in Damaso, ancora incompleta alla morte di Jacopo nel 1505. Nel testamento Galli chiedeva di essere sepolto nella ‘nuova cappella’, che i figli dovevano arredare ‘con decorazioni secondo il loro desiderio’ [Appendice II.16].5 Data la modestia del compenso, Hirst ha ipotizzato una tovaglia o ‘un’immagine sull’altare’ destinata alla cappella di San Lorenzo.6
Nella primavera del 1506 Michelangelo non si trovava a Roma, ma a Firenze, dove lavorava alle statue marmoree degli apostoli per il Duomo e alla Battaglia di Cascina. Giulio II aveva distolto attenzione e risorse dal progetto della tomba e l’artista, sentendosi offeso dal trattamento ricevuto, aveva lasciato Roma senza il permesso del papa. Una lettera di Giovanni Balducci a Michelangelo a Firenze, scritta il 6 marzo 1506, esprime profonda delusione per la partenza, lo assicura che il pontefice resta impegnato nel progetto e auspica un pronto ritorno a Roma.7 Giulio II non gli avrebbe infatti consentito di sottrarsi a lungo al proprio servizio: recandosi a Bologna, gli ingiunse di raggiungerlo. Il papa entrò a Bologna l’11 novembre 1506 accompagnato dal cardinale Riario, la cui partecipazione al viaggio è ricordata nella Messa di Bolsena di Raffaello (fig. 76).8 In lettere del 19 e 21 novembre, i cardinali Francesco Soderini e Francesco Alidosi chiesero alla Signoria di Firenze di inviare Michelangelo, ‘poiché Sua Santità desidera molto che Michelangelo, scultore fiorentino, venga qui a lavorare a Bologna’. Il fratello di Soderini, il gonfaloniere Piero, accolse la richiesta e il 27 novembre scrisse una lettera di presentazione da consegnare personalmente al papa.9 Lo stesso giorno gli eredi Galli pagarono Michelangelo per il telaio d’altare, presumibilmente una pala da viaggio su tessuto destinata ai servizi liturgici bolognesi, anziché alla cappella romana. Il pagamento compare nei conti Galli-Balducci fra altri relativi al viaggio di Paolo e Giuliano a Bologna nel seguito di Giulio II e Riario. Il 9 novembre dal conto di Paolo uscirono diciassette ducati per un recipiente liturgico d’argento, una ‘tazza liscia scolpita’, necessario ‘per andare cholpapa’.10 Il 13 dicembre fu pagata un’altra tazza che Paolo e Giuliano avevano portato con sé ‘quando andarono a Bologna con il papa’, e lo stesso giorno uscì dal conto di Paolo un ducato ‘per le spese del cavallo da Bologna’.11 Come i vasi d’argento, il telaio d’altare di Michelangelo si può intendere come oggetto liturgico necessario lontano da casa. A testimonianza dell’intrinseca amicizia con i figli di Galli, l’artista aveva realizzato quest’opera modesta per una somma trascurabile. Poiché Giuliano era cappellano di Riario, la commissione si radicava anche nel persistente senso di obbligo di Michelangelo verso
il cardinale, suo primo committente romano. Benché avesse abbandonato la pala di Sant’Agostino, Michelangelo non aveva reciso ogni legame con Riario.
Nei decenni successivi alla morte di Jacopo, i figli di Galli dipendevano interamente dal cardinale Riario e rimasero saldamente nella sua sfera d’influenza. Continuarono ad affittare immobili in via dei Leutari ai suoi collaboratori: per qualche tempo concessero la casa grande a Basilio Mascardi, vescovo di Todi e alleato di Riario, mentre il cardinale contribuiva all’affitto.12 Come ricordato, ebbero anche un ruolo attivo nell’amministrazione del vescovato di Viterbo per conto dei Riario. Il cardinale aveva detenuto la sede dal 1498 fino al settembre del 1506, quando la trasferì a Ottaviano Riario-Sforza, figlio di Girolamo, come parziale compensazione della perdita di Imola e Forlì. Nonostante la cessione, mantenne una presenza nella sede vescovile di Bagnaia. Da tempo prediligeva Bagnaia, futura sede di Villa Lante, come luogo di svago e, da vescovo di Viterbo, l’aveva trasformata in parco di caccia e ritiro.13 Nel 1506, con l’aiuto di Giuliano Galli, continuò a investire nel ‘parco’ e in una non specificata ‘fabricha’.14 Giuliano e Giovanni Galli erano molto orgogliosi del ruolo ricoperto a Bagnaia e, sembra intorno al 1520, costruirono un proprio palazzo nel cuore della città (fig. 206). All’interno e all’esterno, il palazzo mostra lo stemma Galli con il gallo intrecciato alla rosa dei Riario (fig. 207). Gli affreschi interni raffigurano putti con rose, unicorni e creature mitologiche, mentre un soffitto ligneo dipinto unisce il doppio gallo alle iniziali ‘SPQR’, in onore delle origini romane della famiglia.15
I figli di Jacopo beneficiarono molto del sostegno continuativo del cardinale Riario. Questi rimase fra i cardinali più ricchi di Roma e nel 1509 la sua casa era ritenuta la più numerosa della città.16 Godette di alto rango alla corte di Giulio II, come mostra la Messa di Bolsena di Raffaello (fig. 76), nella quale i cardinali Leonardo Grosso della Rovere e Riario occupano un posto d’onore, inginocchiati dietro il pontefice.17 Tuttavia la perdita di Imola e Forlì ne aveva notevolmente indebolito la posizione politica. L’elezione di Giovanni de’ Medici come Leone X nel 1513 gli negò un’altra possibilità di diventare papa e ne erose ulteriormente l’autorità. Dopo questo conclave, la sua eterna speranza di ottenere la tiara fu derisa a Roma, come rivela il satirico Testamento dell’elefante di Pietro Aretino del 1516. Nel testamento immaginario, l’elefante Annone lasciava a Riario le zanne d’avorio, schernendone l’insaziabile avidità e la ‘perpetua espetazzion del pontificado’.18 Un’altra vivida testimonianza del diffuso dileggio del cardinale proviene da un ambasciatore veneziano nel marzo del 1517:
Il reverendissimo cardinale di San Giorgio, di nazione genovese, è un ricco cardinale di cinquantanove anni, nipote di Sisto IV, e non molto esperto nel governo dello stato. Spera di diventare papa e cavalca con quattrocento cavalli e ventitré accompagnatori; confidando in questa reputazione, crede di essere eletto al papato, ma morirà cardinale.19
Nel maggio del 1517, poche settimane dopo questa descrizione, un drammatico rovescio di fortuna determinò la rovina finale di Riario. Quasi quarant’anni dopo la congiura dei Pazzi, fu coinvolto in un altro celebre complotto, la congiura Petrucci per assassinare Leone X. Le confessioni estorte a un servitore del cardinale Alfonso Petrucci portarono all’arresto di Petrucci, del cardinale Bandinello Sauli e di Riario, imprigionati a Castel Sant’Angelo. In luglio Petrucci fu messo a morte; Riario fu privato del cardinalato e condannato all’enorme ammenda di 150.000 ducati di camera. Si sostenne che Riario avesse desiderato
fig. 206 Bagnaia, Palazzo Galli. Anni Venti del Cinquecento circa. Foto: autrice. fig. 207 Bagnaia, Palazzo Galli. Anni Venti del Cinquecento circa. Foto: autrice.
la morte del papa nella speranza di ottenere il pontificato. Le circostanze del complotto sono tuttavia molto discusse e, come ha mostrato Kate Lowe, una ‘congiura’ potrebbe essere stata orchestrata dal papa Medici per eliminare i nemici, raccogliere denaro e impadronirsi del palazzo e dei benefici di Riario.20 Persino il cerimoniere Paride de’ Grassi si chiese se il papa, figlio di Lorenzo de’ Medici, avesse coinvolto Riario per vendicare la congiura dei Pazzi.21 Benché sfuggisse alla morte e riottenesse infine il cardinalato nel 1518, Riario fu rovinato dall’ammenda di 150.000 ducati. Leone X ne pretese la piena sottomissione: agli alleati del cardinale, fra cui Paolo Galli, fu chiesto di garantire collettivamente altri 150.000 ducati qualora Riario fosse venuto meno alla lealtà.22
La caduta in disgrazia dopo la congiura fu rapida quanto l’ascesa e divenne materia di scherno per i satirici romani. Nel periodo natalizio del 1517 Riario fu deriso durante un gioco di ‘Sortes Virgilianae’ nella casa di Johannes Goritz. Nelle ‘sorti virgiliane’ si estraevano casualmente versi dell’Eneide: poiché Virgilio era ritenuto non soltanto poeta ma profeta, si credeva che predicessero il futuro. I versi estratti per Riario descrivevano il vano tentativo di Enea di abbracciare l’ombra della moglie Creusa nell’oltretomba: ‘Tre volte tentai di cingerle il collo con le braccia; tre volte l’immagine invano afferrata sfuggì alle mie mani’ (Eneide II.792–93). Furono interpretati come allusione alle speranze frustrate nei conclavi che elessero Pio III, Giulio II e Leone X.23 La rosa dello stemma di Riario, che egli sperava ‘perpetua’, divenne simbolo della transitorietà del suo potere, fiorito e rapidamente appassito. Si riferì che un fulmine aveva colpito il palazzo proprio mentre il cardinale veniva liberato da Castel Sant’Angelo, ispirando a un poeta questi versi: ‘I fulmini celesti hanno abbattuto la rosa. Colpita, che cosa resta della rosa se non la spina?’ [Appendice II.21].24 Privato dell’immensa ricchezza e dell’aura d’invincibilità, il cardinale vide peggiorare la propria salute e lasciò Roma per cercare ristoro a Napoli con i fedeli servitori, i ‘chierici romani’ Giuliano e Giovanni Battista Galli. Nel luglio del 1521 i due furono testimoni del testamento e presenti al suo letto di morte.25
Il Cristo risorto di Michelangelo per i Porcari
Con il declino delle fortune di Riario, i legami di Michelangelo con i Galli si dimostrarono più duraturi. L’artista continuò a coltivare i rapporti nati nella loro cerchia, come rivela un’importante commissione dei loro parenti Porcari. Favorì questa famiglia di mercanti-banchieri romani accettando di scolpire per loro un Cristo Redentore (fig. 208).26 I legami personali devono aver avuto un ruolo decisivo nella scelta di assumere l’incarico, accettato mentre era all’apice dell’enorme successo della Cappella Sistina. La statua fu realizzata per adempiere alle disposizioni testamentarie di Marta Porcari, morta nel 1512. Nel suo
fig. 208 Michelangelo Buonarroti, Cristo risorto, Roma, Santa Maria sopra Minerva. 1519–1521. Foto © iStock / Getty Images, Anna Pakutina.
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testamento, Marta Porcari aveva destinato fondi alla propria tomba in Santa Maria sopra Minerva, chiesa della famiglia vicino alla sua casa in via delle Ceste.
Lì i Porcari possedevano un insieme di case, giardini e collezioni di antichità. Le raccolte si concentravano su oggetti riferiti all’antenato adottato dalla famiglia, Marco ‘Porcio’ Catone: immagini di maiali (‘porci’) e cinghiali, oppure iscrizioni antiche con il nome ‘Portius’. Una traccia visibile di questa scelta è un portale con una raffinata trabeazione antica, probabilmente proveniente dalle vicine rovine delle Terme di Agrippa, e un’iscrizione moderna: ‘Io sono quel Catone Porcio, capostipite della nostra stirpe, che con le armi e la toga portò il proprio nobile nome sulle labbra [di tutti]’ (fig. 209). La nicchia sopra il portale probabilmente ospitava un tempo un busto antico di Catone, ‘antenato’ dei Porcari.27
Un gruppo di responsabili, comprendente i due giovani nipoti ed eredi di Marta Porcari, gli esecutori testamentari, il vescovo Camillo Porcari e altri, fu incaricato della costruzione e decorazione della cappella in Santa Maria sopra Minerva. Nel 1514 il gruppo concluse con Michelangelo un contratto per il Cristo, che richiedeva una figura ‘a grandezza naturale, nuda, in piedi, con una croce fra le braccia, in una posa da stabilire dal suddetto Michelangelo’.28 Benché Metello Vari Porcari, erede di Marta, sia talvolta considerato il principale committente,29 al momento dell’incarico aveva soltanto circa venticinque anni. Camillo Porcari era invece il membro più esperto e meglio introdotto del comitato. Come ha sostenuto Gerda Panofsky-Sörgel, alla firma del contratto nel giugno del 1514 Porcari era probabilmente l’unica persona coinvolta
fig. 209 Cornice antica con iscrizione ille ego sum nostrae sobolis cato porcius auctor / nobile quoi [sic] nomen os dedit arma toga, Roma, Casa dei Porcari. Fine del XV o inizio del XVI secolo. Foto © Paul Davies.
in grado di ottenere una statua da Michelangelo. Panofsky-Sörgel suggerì inoltre che la formazione teologica di Porcari potesse aver avuto un ruolo nelle decisioni sul tema e sull’aspetto della figura.30 Porcari era legato all’artista anche dalla comune amicizia con Jacopo Galli: era suo vicino nel rione Parione, ne aveva pronunciato l’orazione funebre e la loro amicizia era stata immortalata nel Phaedrus di Sadoleto.
Con la commissione del Cristo risorto, Michelangelo tornò alla cerchia romana che lo aveva sostenuto all’inizio della carriera. Richiamò il Bacco con un’opera definita nel contratto come nudo a grandezza naturale e quindi concepita come competizione con l’antico.31 I paralleli fra il Bacco e il Cristo divennero ancora più evidenti negli anni Venti del Cinquecento, quando Vari espose la prima versione del Cristo in una collezione di antichità. Nel 1516, quando la statua era quasi terminata, Michelangelo l’aveva abbandonata dopo la comparsa di una venatura sgradevole sul volto, simile a una cicatrice sulla guancia di Cristo (figg. 210–11).32
fig. 210 Michelangelo Buonarroti, Cristo risorto, Bassano Romano, Monastero San Vincenzo Martire. 1515 circa. Foto: Roberto Sigismondi © Bibliotheca Hertziana – Max-Planck-Institut für Kunstgeschichte, Roma.
fig. 211 Michelangelo Buonarroti, Cristo risorto, particolare, Bassano Romano, Monastero San Vincenzo Martire. 1515 circa. Foto: Roberto Sigismondi © Bibliotheca Hertziana – Max-Planck-Institut für Kunstgeschichte, Roma.
Dopo le sollecitazioni di Vari per la consegna, Michelangelo iniziò una seconda statua da un nuovo blocco di marmo. La prima versione rimase nello studio romano fino al 1521, quando Vari ottenne il permesso di esporla in casa. ‘Sarebbe per me un onore averla’, scrisse a Michelangelo, ‘e la terrò come se fosse d’oro, per poter mostrare la vostra magnanimità e la benevolenza che mi avete dimostrato, e far tacere le malelingue che hanno parlato male di me e di voi riguardo a quest’opera’.33 Vari espose la statua in un cortile insieme alle sue preziose antichità, in una sistemazione che richiamava quella del Bacco nelle case dei Galli. Sia i Galli sia i Porcari mostravano con orgoglio le statue di Michelangelo come pegni dell’amicizia con il celebre maestro e segni, nelle parole di Vari, della sua ‘benevolenza’. In cambio l’artista riceveva un riconoscimento pubblico della propria superiorità: l’accostamento delle sue statue alle antichità nelle due collezioni le designava come sculture moderne degne di questo onore speciale.
Il Bacco nel rione Parione prima del Sacco del 1527
Nelle case dei Galli il Bacco doveva essere apprezzato non solo dai proprietari, ma anche dalla rete di Riario e Galli a Parione che sosteneva Michelangelo. Gli elenchi cinquecenteschi dei proprietari rivelano gli infiniti legami familiari, d’amicizia e di patronato che univano il quartiere intorno all’Isola Galli. I registri delle imposte imposte ai residenti di via dei Leutari [Appendice II.23 e II.25] mostrano che il lato occidentale della strada, la ‘banda sinistra’ (mappa 1.7), era popolato da famiglie alleate con Riario, Galli e Michelangelo.34 La fila iniziava a sud con la casa dei Boccabella; due porte più a nord si trovava una casa che nel 1523 apparteneva a Giovanni Botonti da Viterbo. Chierico della Camera Apostolica sotto Riario e devoto di Egidio da Viterbo, Botonti commissionò a Sebastiano del Piombo due opere: la Pietà di Viterbo e una copia della Flagellazione Borgherini, entrambe basate su cartoni di Michelangelo.35 Accanto abitava un altro collaboratore di Riario, Bartolomeo de’ Dossis, che insieme a Jacopo Galli e per conto del cardinale aveva affidato all’artista la pala di Sant’Agostino. Due porte oltre, sullo stesso lato, sorgeva la casa di Pietro de Costa, uno dei camerarii più fedeli di Riario.36 La casa successiva apparteneva a Pietro Mattuzzi, guardiano della confraternita della SS. Concezione in San Lorenzo in Damaso e fondatore della ‘Sodalitas Parionis’, società letteraria discussa più avanti. Lo stemma Mattuzzi è ancora visibile sul portale dell’attuale numero 23 di via dei Leutari (fig. 212).37 L’ultima casa dell’isolato era dei Paluzzelli, altra famiglia strettamente legata a Riario e ai Galli, fra i cui membri figurava Lorenzo Paluzzelli, notaio prediletto dai Galli.
Al centro di questa rete, il Bacco era probabilmente percepito come emblema di Parione e della sua vivace cultura antiquaria. Il rione era ricco di librai e collezioni di antichità ed era il crocevia dei sodalizi letterari romani. Fra i vicini dei Galli vi era Mario Maffei, collezionista e dedicatario del De Laudibus Philosophiae di Sadoleto. Anche gli Epigrammata Antiquae Urbis, pubblicati da Giacomo Mazzocchi nel 1521, erano dedicati a Maffei, con una prefazione che celebrava la sua casa in Parione come ‘nuova Accademia’ e rifugio dei dotti. Il volume, una silloge a stampa delle iscrizioni antiche visibili nelle collezioni romane, elenca diverse iscrizioni esposte nella sua casa, alcune delle quali, come ricordato nel capitolo 8, erano appartenute a Jacopo Galli (si veda fig. 185).38 Parione era anche sede della Festa di Pasquino, celebrata ogni anno nella piazza, sulla soglia dei Galli (si vedano mappe 1 e 3). Piazza di Parione era un punto d’incontro particolarmente vivace per le comunità antiquarie, come mostrano le lettere fra Paolo Galli e il vicino Pamphilio Pamphili poco dopo il Sacco. Scrivendo a Galli nel marzo del 1528, Pamphili ripensava con nostalgia al periodo precedente le calamità del 1527. Piangendo la morte di tanti abitanti e il vuoto della piazza, si chiedeva come ‘in così poco tempo si fosse spenta tanta galanteria, là dove vi erano state tante dolci conversazioni, tanti giochi, sorrisi e scherzi, tanta cortesia, tante ricchezze, tanto splendore’. La piazza aveva riunito un gruppo di amici dotti e spiritosi che alcuni, ricordava Pamphili, chiamavano l’‘academia de Parioni’.39
fig. 212 Roma, via dei Leutari 23, già Palazzo Mattuzzi. Foto: autrice.
I sodalizi letterari erano parte della vita quotidiana a Parione. La maggior parte era informale e menzionata solo indirettamente nelle fonti, come le riunioni ‘quotidiane’ nella casa di Jacopo Galli ricordate da Sadoleto; uno, fondato nel 1517, possedeva invece statuti ed elenco dei membri: la Sodalitas Parionis del nobile romano Pietro Mattuzzi, residente in via dei Leutari presso Piazza di Parione (si veda fig. 212).40 Il matrimonio del 1483 con Isabella Borgia, figlia del cardinale Rodrigo Borgia, dal 1492 papa Alessandro VI, aveva favorito l’accesso di Mattuzzi a prestigiosi uffici municipali e curiali, fra cui quello di maestro delle strade.41 Era anche guardiano della confraternita della SS. Concezione in San Lorenzo in Damaso, dove la famiglia possedeva una cappella.42 Nel testamento dell’aprile 1517 stabilì che il nipote ed erede Aloisio ne onorasse la memoria con un sodalizio letterario modellato sulla confraternita di San Lorenzo.43 Gli statuti della nuova Sodalitas richiedevano che i sodales fossero ‘eccellenti in virtù e lettere’ e versassero una quota annuale. Dovevano riunirsi ogni anno nell’anniversario della sua morte per celebrare i Parionalia, con una messa nella cappella familiare in San Lorenzo in Damaso, seguita da una gara letteraria (‘aliqui ludi seu litterarie actiones’). Gli eventi conviviali si tenevano probabilmente in un giardino, forse con una collezione di antichità, e in una casa fuori le mura lasciati alla società nel testamento.44 L’elenco dei circa ottantacinque membri comprende Paolo Galli, suo figlio Jacopo Galli il Giovane, canonico di San Lorenzo in Damaso, e diversi personaggi menzionati nel Phaedrus di Sadoleto. I vescovi Mario Maffei da Volterra e Camillo Porcari figurano per primi, come ecclesiastici più eminenti, seguiti da vicini e conoscenti dei Galli: Mario Boccabella, Lorenzo Signoretti, Leonardo Paluzzelli, Blosio Palladio e Pamphilio Pamphili.
I membri del sodalizio sembrano aver disposto nei testamenti propri rituali antiquari. Signoretti, nobile romano vicino dei Galli a Parione, lo fece nel testamento del 1523/4. Oltre a chiedere la sepoltura a San Lorenzo ‘nella cappella o vicino’ alla cappella della società della SS. Concezione, prescrisse alla Sodalitas Parionis una commemorazione annuale della sua morte, con funzioni ‘davanti al suo altare’ seguite da una cena o prandium, presumibilmente un banchetto letterario.45 Altri membri eminenti, Angelo Colocci, Johannes Goritz e Blosio Palladio, fondarono a loro volta celebri società letterarie e collezioni di antichità, con pratiche che riecheggiavano quelle della Sodalitas. Goritz, residente a Parione, istituì la festa dei Coryciana, celebrata ogni anno nel giorno di sant’Anna, con una messa al proprio altare in Sant’Agostino davanti al gruppo di Sant’Anna, la Vergine e il Bambino di Andrea Sansovino. Ai rituali religiosi seguivano immediatamente quelli letterari, mentre il gruppo si spostava
da Sant’Agostino a un banchetto e a una gara poetica, incentrata su componimenti sulla statua di Sansovino, presso la collezione di antichità di Goritz vicino al Foro di Traiano. Angelo Colocci, altro residente di Parione, ospitava celebri incontri letterari nella villa sul Quirinale.46 Bartolomeo de’ Dossis, residente in via dei Leutari, aveva anch’egli una casa in Parione e un viridario presso l’Aqua Virgo, ed esponeva antichità in entrambi i luoghi.47
Dalla Festa di Pasquino alla cerchia di Jacopo Galli, alla ‘Sodalitas Parionialis’ e alle sue diramazioni, Parione nel primo Cinquecento si rivela il centro originario dei più noti e studiati sodalizi letterari romani fioriti sotto Leone X. Uno degli aspetti più straordinari di queste società è la centralità della statuaria antica e moderna: Sant’Anna, la Vergine e il Bambino di Goritz, la raccolta di antichità nella sua vigna e le collezioni di Colocci, Maffei e altri. In mezzo a tante società e raccolte antiquarie, anche il Bacco di Galli doveva essere prezioso per i sodalizi di Parione, che potrebbero aver attratto la partecipazione dello stesso Michelangelo.
È allettante immaginare che il Bacco abbia avuto un ruolo anche nelle vivaci tradizioni di carnevale, commedia e satira di Parione.48 È significativo che l’umorismo e i piaceri condivisi, tanto importanti in questi sodalizi, siano celebrati in una poesia di Pierio Valeriano intitolata Sodalium convictus die Baccanalium (‘Il banchetto dei sodali nel giorno dei Baccanali’), dedicata ai ‘deliziosi sodali dell’alta Piazza di Parione’. Non deve importare, afferma il poema, se le guerre infuriano in Italia o se Roma rimane senza papa per i contrasti fra cardinali. Il sodalizio è ‘avverso al dolore, dedito alle Muse, fedele ad Apollo, chiamato ad amare pace, gioia, scherzi e musica’. ‘Va’, ragazzo’, scrive Valeriano, ‘e convoca i miei piacevoli sodali dall’alto di Piazza di Parione: Colocci, Grana, Pietrosanta, Lelio, Maffei, il folle Corsi e il severo Vigili […] Ho deciso di trascorrere un giorno all’anno nel piacere, dall’alba al tramonto. Dobbiamo comportarci da pazzi per tutto il giorno […] Ma ora siano ghirlande e piacevole licenza. Il vino ozioso ci faccia ridere […] Beviamo’.49 Gli amici elencati, fra cui Angelo Colocci, Lorenzo Grana, Antonio Lelio, Mario Maffei da Volterra, Pietro Corsi e Fabio Vigili, segretario di Riario, erano tutti abitanti di Parione e membri della Sodalitas Parionis.50 Forse la celebrazione dei ‘Baccanali’ del gruppo coinvolgeva in qualche modo il Bacco di Michelangelo, presumibilmente esposto per un periodo nella casa di Paolo Galli presso Piazza di Parione. La poesia esprime il tema del carpe diem e lo spirito dei canti conviviali popolari a Carnevale, tempo di eccessi, trasgressione delle regole quotidiane e inni a Bacco. A Roma il Carnevale era anche occasione per rappresentare commedie antiche e moderne del genere che Riario
e Jacopo Galli erano soliti sostenere. Lo spirito gioioso di Piazza di Parione prima del Sacco, descritto da Valeriano, risuona nel Bacco di Michelangelo e nel tema carnevalesco, tipicamente bacchico, del carpe diem. Come osservò Charles de Tolnay, il Bacco ebbro è più tipico della poesia festiva italiana e dei canti di Carnevale che dell’arte e della letteratura classiche.51 Tuttavia, poiché i ‘Baccanali’ erano eventi effimeri che hanno lasciato poche tracce durevoli, la conoscenza dei loro rituali e delle loro attività resta incompleta.
Il Sacco di Roma e il destino del Bacco
I canti carnevaleschi di Piazza di Parione celebrati nella poesia di Valeriano divennero un ricordo lontano dopo il Sacco di Roma del 1527, evento totalmente devastante per gli abitanti del rione, compresi i Galli. Il quartiere subì tragiche perdite di vite e proprietà, e le sue celebri biblioteche, gli archivi e le raccolte d’arte furono danneggiati o dispersi. Paolo Galli e la moglie Lucrezia Cecchini rimasero a Roma nella casa grande durante il Sacco; le lettere di Galli a Pamphilio Pamphili descrivono vividamente la loro disperata esperienza. Pamphili, vicino che i Galli consideravano parente, si rifugiò a Turri e dipendeva dai corrispondenti romani per le notizie. Il fratello gli scrisse della morte di molti familiari e dello stato pietoso della casa, ‘piena di spagnoli’ che ‘la riempivano di peste’.52 Anche le lettere di Paolo Galli descrivono un’ondata di morti per peste. ‘Soltanto Mario Boccabella e io possiamo ancora goderci Piazza di Parione’, scriveva, ‘spogliata di tanta nobiltà. Nel nostro rione non è rimasto quasi nessuno di coloro che vi abitavano’.53 Paolo poteva riferire che il fratello Giuliano era al sicuro a Bagnaia e che i parenti Cecchini stavano bene. Paolo Biondo, marito della sorella Gloria, era tornato da poco a Roma, trovando tutto ‘completamente rovinato’ e molti familiari gravemente malati.54 Galli era profondamente addolorato per il saccheggio della casa di Pamphili e la perdita di archivi, libri e dipinti. Per consolarlo gli ricordava che quasi tutte le famiglie nobili di Parione avevano subito perdite analoghe. Per miracolo era riuscito a salvare la casa grande, ma le altre case erano in rovina e in condizioni persino peggiori di quelle di Pamphili.55
Un’affascinante testimonianza della distruzione del Sacco e delle minacce alle collezioni Galli si trova in tre straordinarie poesie di Antonio Tebaldeo da Ferrara, pubblicate per la prima volta nel 2023 da Diletta Gamberini. Una intitolata ‘Per il Bacco’ e due intitolate ‘Per Gallo’ sono conservate in un manoscritto di epigrammi apparentemente compilato negli anni Trenta del Cinquecento nella cerchia di Angelo Colocci, BAV, MS Vat. lat. 2835 [Appendice II.21].56 Tre poesie di Tebaldeo, scritte dopo il Sacco, lamentano che invasori ‘barbari’, guidati da un
crudele Cesare, l’imperatore Carlo V, avevano sottratto il Bacco ai Galli per trasportarlo oltremare. In risposta la dea Diana adirata aveva mandato un ‘orso’ a riportarlo nella casa dei Galli. Il proprietario, il ‘gallo’ Galli, si era trasformato in un gallo e aveva lasciato andare la statua.57 Per la sua negligenza, Gallus avrebbe dovuto essere punito facendogli patire la sete in un fiume di vino:
Sul Bacco. La mano barbara inviata da un crudele Cesare non si accontenta di gemme, argento o oro. Empiamente deruba l’Urbe persino dei suoi dèi, e soprattutto di colui la cui chioma intonsa è coronata d’uva. Quando si preparavano a portarlo via per il mare agitato dalle onde, la potente dea degli alti boschi [Artemide] non poté sopportarlo. Mandò un enorme orso contro i crudeli nemici, che alla vista della belva fuggirono atterriti. E colui che è solito essere trasportato da una lince maculata viene ricondotto a casa da un orso. Al Bacco. Gallo ti ha restituito alla tua dimora abituale, dopo che il nemico ti aveva portato via; ma tu, buon Bacco, ricorda le sue buone azioni. Giovane, produci [vino] a lungo, eguaglia Lesbo nelle tue viti e canta senza fine canti degni di Virgilio. Per Gallo. Mentre custodivi male la soglia affidatati dalla dea Pafia [Venere], fosti trasformato in gallo. Ma che ti accadrà, Gallo, per aver protetto male Bacco? Meriti di patire la sete in un fiume di vino [Appendice II.21].
Le circostanze descritte sono così vivide che è difficile evitare la conclusione che Tebaldeo si sia basato su eventi reali. Il ‘gallo’ cui si rivolge deve essere Paolo Galli, proprietario del Bacco, rimasto a Roma durante il Sacco per salvaguardare beni e collezioni familiari. Gamberini ha convincentemente identificato l’‘orso’ che riportò il Bacco a casa con Napoleone Orsini, condottiero e abate di Farfa. Sebbene la poesia lo presenti come eroe, gli storici lo ricordano come un profittatore del Sacco, che depredava le truppe imperiali del bottino nelle campagne e nei porti, saccheggiando persino navi con rifornimenti destinati ai Romani.58
Presumibilmente il Bacco fu preso di mira dai saccheggiatori, recuperato da Orsini e restituito a Paolo Galli, probabilmente dietro pagamento di un riscatto. Questo scenario apre nuove prospettive sul
Bacco, sulla sua esposizione nelle case dei Galli e sulla frattura del polso destro. Alla luce delle poesie di Tebaldeo, è pressoché certo che la mano si sia spezzata durante il Sacco. Come ricordato nel capitolo 7, la mano e la coppa oggi visibili sono originali. Erano apparentemente ancora presenti poco prima del Sacco, poiché un disegno di Bacco di Rosso Fiorentino, del 1526 circa (fig. 213), si ispirava alla statua di Michelangelo e alla coppa allora ancora attaccata. Quando però van Heemskerck disegnò il Bacco negli anni Trenta, la coppa era già staccata. La frattura deve dunque essere avvenuta nell’intervallo limitato fra il 1526 circa e la partenza di van Heemskerck da Roma nel 1536 o 1537.59 Alla luce dei versi di Tebaldeo, la spiegazione più plausibile è un danno accidentale durante i violenti eventi del Sacco. Il Bacco può assai probabilmente essere annoverato fra le molte statue marmoree danneggiate nel tumulto. Del resto,
fig. 213 Rosso Fiorentino, Bacco, Besançon, Musée des Beaux-Arts, inv. D.1444. 1526. Foto © Besançon, Musée des Beaux-Arts.
il David di Michelangelo si spezzò nello stesso periodo e in circostanze simili: secondo Vasari, durante i disordini politici fiorentini del 1527 una sedia scagliata da Palazzo Vecchio ne frantumò il braccio sinistro (fig. 214). Come il Bacco, il David si ruppe in un punto vulnerabile, dove il braccio sostiene un oggetto pesante (si veda fig. 143).60
Le poesie di Tebaldeo illuminano non soltanto le possibili circostanze della frattura, ma anche il motivo per cui la mano originale, pur staccata, fu conservata e poté essere riapplicata. Un danno accidentale durante il Sacco, anziché una distruzione deliberata, per esempio da parte di iconoclasti protestanti, spiegherebbe perché la statua si sia spezzata in un solo punto strutturalmente debole. Aiuterebbe anche a comprendere la conservazione della mano. Poiché i saccheggiatori avrebbero riconosciuto nella statua un’opera di valore, avrebbero saputo che il Bacco avrebbe fruttato di più conservandone tutte le parti, comprese mano e coppa staccate, per una riparazione futura.
Nonostante gli sforzi di Paolo Galli per salvarla, la casa grande subì danni ingenti durante il Sacco. Un atto notarile del 1532 rivela che nell’aprile del 1530 Paolo accettò 500 ducati dalla moglie Lucrezia Cecchini per le riparazioni necessarie. Cecchini fornì denaro ricavato dal valore della dote e dei gioielli, che Galli unì ad ‘altri fondi’ per il restauro dell’immobile.61 Forse proprio durante questi lavori i coniugi decisero di lasciare la casa grande (mappa 1.8) e trasferirsi nel palazzetto Galli in Piazza San Lorenzo in Damaso (mappa 1.10). Vi abitavano certamente nel 1541, quando la residenza di Paolo fu registrata in un accertamento fiscale [Appendice II.25].62 I disegni di Maarten van Heemskerck rivelano che Paolo vi abitava già negli anni Trenta. I loro dettagli (figg. 215–16) lasciano pochi dubbi sul fatto che il Bacco fosse esposto nel palazzetto di Piazza San Lorenzo in Damaso, poiché corrispondono all’ambiente descritto da Aldrovandi come ‘casa di M. Paulo Gallo, presso al palagio di S. Giorgio’.63
Van Heemskerck incontrò dunque il Bacco in un momento cruciale della sua storia. Sebbene il disegno del Bacco (fig. 215) e un’altra veduta delle antichità Galli (fig. 216) siano stati pubblicati innumerevoli volte come immagini della collezione di Jacopo, documentano un allestimento predisposto da Paolo nel palazzetto dopo il Sacco. Mostrano la presentazione del Bacco mutilo, senza mano fra antichità frammentarie, in un momento toccante in cui la frattura ricordava il recente furto durante il Sacco di Roma.64 Non sappiamo per quanto tempo i Galli abbiano esposto la statua priva della mano. In un disegno datato fra il 1549 e il 1553, Girolamo da Carpi rappresentò il Bacco con una mano abbozzata in modo ambiguo, suggerendo che potesse allora mancare (fig. 217).65 La riapplicazione deve però essere avvenuta prima del 1553, quando la Vita di Condivi descrisse il Bacco con
fig. 214 Michelangelo Buonarroti, David, Firenze, Galleria dell’Accademia, inv. Scult. n. 1076. 1501–1504. Foto: Oscar Savio © Bibliotheca Hertziana – Max-Planck-Institut für Kunstgeschichte, Roma.
fig. 215 Maarten van Heemskerck, Casa di Paolo Galli, Berlino, SMB, Kupferstichkabinett, inv. 79.D.2, Album I, fol. 72 r. 1532–1537 circa. Foto © bpk / Kupferstichkabinett, SMB / Jörg P. Anders.
fig. 216 Maarten van Heemskerck, Casa dei Galli, statua di Marte Ultore, Berlino, SMB, Kupferstichkabinett, inv. 79.D.2, Album I, fol. 27 r. 1532–1537 circa. Foto © bpk / Kupferstichkabinett, SMB / Volker‑H. Schneider.
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una ‘tazza’, nell’atteggiamento di chi desidera bere [Appendice II.29].66 Un disegno del Bacco di data incerta, conservato all’Albertina, sembra rappresentare la statua con la coppa in mano (fig. 218),67 e la coppa riappare inequivocabilmente come parte integrante nei bronzi cinquecenteschi modellati sulla statua (figg. 146, 219).68 Qualunque sia stata la durata dell’esposizione senza restauro fra gli anni Trenta e Cinquanta, questo approccio senza precedenti aggiunse nuovi livelli di significato. Nella storia familiare la frammentazione poteva ricordare il salvataggio del Bacco da parte di Paolo durante il Sacco. Sul piano artistico ed estetico conferiva alla statua una temporalità mutevole, consentendole di presentarsi come antica per poi tornare al presente quando l’autore veniva intuito o rivelato.
fig. 217 Girolamo da Carpi, Acroterio e Bacco di Michelangelo, Filadelfia, Rosenbach Museum and Library, Rosenbach Album, inv. 1954.0807.85v. 1549–1553. Foto: Rosenbach Museum and Library, pubblico dominio.
fig. 218 Anonimo, Studio del Bacco di Michelangelo e di leoni, Vienna, Albertina, inv. 133 (particolare). XVI secolo. Foto © The Albertina Museum, Vienna.
fig. 220 Artista anonimo fiammingo o neerlandese, Bacco, Cambridge, Trinity College, Cambridge Sketchbook, MS R.17.3, fol. 16 r. Dopo il 1536–1555. Foto: Trinity College, Cambridge, CC BY-NC 4.0.
fig. 219 Pietro Simone da Barga da Michelangelo, Bacco, Firenze, Museo Nazionale del Bargello, inv. 422 / Bronzi e placchette. Anni Settanta–Ottanta del Cinquecento. Foto © Ministero della Cultura – Musei del Bargello. Tutti i diritti riservati.
fig. 221 Sarcofago con il ratto di Persefone, Parigi, Louvre, Département AGER, MA 409. Prima metà del II secolo d.C. Foto © Musée du Louvre, Dist. RMN-Grand Palais / Stéphane Maréchall.
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Privo della mano, il Bacco frammentario si intrecciò al crescente culto del divino Michelangelo, fiorente già negli anni Trenta del Cinquecento. Il disegno di van Heemskerck ne è un esempio: si compiace della frattura e delle ambiguità che essa suscita. La descrizione di Aldrovandi del 1550 ricorda il Bacco nel giardino della casa di Paolo Galli [Appendice II.31], e presumibilmente anche van Heemskerck lo vide lì. Il disegno lascia però ambigua la posizione della statua, che si colloca fra un cortile e un giardino. Privilegia la competizione con l’antico ponendo il Bacco al centro del foglio; ai suoi lati sembra comprimere e ricomporre illusionisticamente parti diverse delle collezioni Galli.69 Un elemento particolarmente enigmatico è il muro alla destra della statua. L’artista disegna fedelmente il sarcofago antico murato al suo interno, una raffigurazione frammentaria del Ratto di Persefone oggi al Louvre (fig. 221), con attenzione all’esattezza. Eppure il muro risulta poco credibile, somigliando a una rovina antica più che al confine che ci si aspetterebbe in un ambiente urbano.70 Le vedute a volo d’uccello cinquecentesche di Falda e Tempesta (si vedano figg. 67, 179) rispecchiano i piccoli giardini, le stalle e gli altri annessi dell’Isola Galli menzionati nei conti e nei documenti.71 Il muro potrebbe appartenere a un edificio caduto in rovina o danneggiato dal Sacco? Sembra più plausibile che van Heemskerck ne abbia accentuato creativamente il degrado, aggiungendo vegetazione e muratura fessurata per simulare una rovina antica. Seguendo il proprio istinto di paesaggista, sembra aver invecchiato il muro per accordarlo all’età del sarcofago e accrescere l’ambiguità del Bacco frammentario. Si adopera a mettere in dubbio la modernità della statua, restituendo un’impressione vivida della propria esperienza visiva delle collezioni Galli.72
Ai visitatori della casa di Paolo Galli, la frammentazione del Bacco richiamava storie di falsificazione, seppellimento e rottura deliberata, liberamente combinate con aneddoti sul Cupido dormiente. L’anonimo Cambridge Sketchbook, raccolta di disegni antiquari datata fra il 1536 circa e il 1555 (fig. 220; si veda anche fig. 151), include due disegni del Bacco, uno con la didascalia ‘scoltur de michelangeli the which was buried in the grownd & fond for antick’, ossia una scultura di Michelangelo sepolta e ritrovata come antica.73 Presumibilmente la didascalia richiama le storie allora circolanti sul Cupido. In entrambi i disegni, al posto della mano compare un perno sporgente. Il perno sottolinea la possibilità di togliere o aggiungere la mano a piacere, evocando l’esposizione mutevole della statua e la sua capacità di dilettare e ingannare. I Galli stessi potrebbero aver inscenato scherzi per confondere o divertire gli osservatori, come suggerisce il racconto di una visita dell’artista portoghese Francisco de Holanda, al quale il Bacco fu esplicitamente mostrato ‘come antico’. A proprio merito,
scrive, quando ‘alcuni Romani’ gli chiesero un parere, ne riconobbe la modernità: le braccia erano alzate a metà, anziché completamente in alto o in basso come nelle statue antiche. Stupiti dalla conoscenza e dall’osservazione di Holanda, coloro che volevano ingannarlo confermarono che era davvero un’opera moderna di Michelangelo. Holanda aveva trionfato sui Romani nel loro stesso campo e trionfò ancora, aggiunge, quando il maestro Michelangelo ‘seppe di non averlo ingannato’.74
Le collezioni di antichità dei Galli
I disegni di van Heemskerck, uniti alle descrizioni successive della metà del Cinquecento, illuminano le collezioni Galli quando Paolo era il principale erede della famiglia.75 Arricchiscono la comprensione dell’esposizione del Bacco, mostrando non soltanto gli oggetti antichi accostati alla statua, ma anche l’ambiente complessivo delle raccolte scultoree. Queste fonti sono tuttavia incomplete e offrono solo un quadro parziale delle collezioni e della loro evoluzione generazionale. Come ricordato, Giuliano, padre di Jacopo, possedeva probabilmente una raccolta di antichità, pur non essendone rimaste tracce. Non si può dubitare che Jacopo collezionasse sculture antiche o che esponesse il Bacco fra esse, dato il contesto della commissione da parte di Riario. Eppure, come osservato nel capitolo 8, i soli riferimenti noti risalenti alla vita di Jacopo compaiono nelle sillogi epigrafiche, che gli associano circa due dozzine di iscrizioni antiche. Secondo gli Epigrammata Antiquae Urbis del 1521, diverse di esse si trovavano ancora in Parione ‘in domo D. Io. Galli scriptoris penitentiariae’, molto dopo la sua morte.76 Fra le iscrizioni indicate nel 1521 nella casa di ‘Io. Galli’, presumibilmente il palazzetto in Piazza San Lorenzo, una merita particolare attenzione perché moderna anziché antica. Parafrasava il De beneficiis di Seneca: ‘la virtù non esclude nessuno. È aperta a tutti, non guarda alla casa né al patrimonio, ma si accontenta dell’uomo nudo’.77 Una versione della stessa misteriosa citazione fu poi visibile nella vigna dei Carafa.78 Evocando la ‘virtù’, l’iscrizione collocava forse la raccolta nel quadro della ‘virtù interiore’ che i Galli speravano di dimostrare attraverso l’esposizione delle antichità. Il testo riecheggia iscrizioni simili in raccolte romane, che proclamavano come esse esibissero non solo ricchezza, ma anche la virtù interiore dei proprietari.79
Le uniche descrizioni scritte sostanziali delle collezioni Galli si trovano nella guida di Roma dell’antiquario bolognese Ulisse Aldrovandi, composta nel 1550 [Appendice II.31],80
e in quella di Jean-Jacques Boissard, largamente dipendente da Aldrovandi [Appendice
II.36].81 I due testi illuminano oggetti assenti dai disegni di van Heemskerck, fra cui un grande busto di ‘Romolo’ posto dai Galli sopra il portale del palazzetto in Piazza San Lorenzo.82 Lo menziona anche Paolo Giovio, che per qualche tempo abitò nel Palazzo San Giorgio. Giovio spiega ciò che vi era particolarmente apprezzato: era considerato un autentico ritratto antico del fondatore di Roma, la cui somiglianza poteva essere verificata confrontandolo con monete recanti il suo nome.83 La vera imago di Romolo sopra il portale attestava le origini ‘autentiche’ della famiglia nell’antica Roma. L’esposizione del busto si accordava con la profonda venerazione dei nobili romani per gli illustri eroi della storia più antica della città, immaginata come un’epoca particolarmente incontaminata e virtuosa.84
Oltre il portale Aldrovandi incontrò una loggetta terrena con un sarcofago a ghirlande e statue acefale [Appendice II.31], ambiente riecheggiato da van Heemskerck (fig. 215). Il disegno accosta questo cortile al muro semidiroccato, a torsi senza testa e a un rilievo con una Sfinge. Il sarcofago con la storia di Persefone murato nella parete (fig. 221) raffigura Plutone che conduce una quadriga verso gli inferi, afferrando Persefone mentre due Ore assistono. Minerva, Venere e una compagna di Persefone reagiscono al trambusto, mentre a sinistra compare una personificazione di Eleusi, centro del culto della dea. È l’unico oggetto antico esposto dai Galli di cui sia nota la provenienza: intorno al 1500–1503 l’artista bolognese Amico Aspertini lo disegnò quando si trovava presso la chiesa dei SS. Cosma e Damiano nel Foro Romano (fig. 222). Allora il sarcofago non era ancora spezzato e Aspertini poté osservare la metà sinistra, con Demetra, madre di Persefone, alla ricerca della figlia scomparsa su un
fig. 222 Amico Aspertini, Sarcofago con il ratto di Persefone, Wolfegg, Schloss Wolfegg, Codex Wolfegg, foll. 36 v–37 r, particolare. 1500–1503. Foto © Schloss Wolfegg.
fig. 223 Anonimo, Sarcofago di Persefone, Rennes, Musée des Beaux-Arts, inv. 794.1.2865. Inizio del XVI secolo. Foto © Musée des Beaux-Arts, Rennes.
fig. 224 Anonimo, Sarcofago di Persefone, Coburgo, Veste Coburg, Codex Coburgensis, inv. Hz.002, n. 037. 1550–1555 circa. Foto © Kunstsammlungen der Veste Coburg.
fig. 225 Anonimo, Sarcofago di Persefone, Codex Pighianus, Berlino, SBB-PK, Staatsbibliothek, MS lat. fol. 61, fol. 344 v. 1550–1555 circa. Foto: Staatsbibliothek zu Berlin – Preußischer Kulturbesitz, pubblico dominio.
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carro trainato da serpenti.85 Nel disegno Aspertini altera la sequenza narrativa, ponendo a sinistra la quadriga di Plutone e a destra il carro di Demetra.86 Il sarcofago deve essersi spezzato in due poco dopo, poiché un disegno a Rennes (fig. 223), databile al primo Cinquecento, raffigura soltanto la metà destra.87 Questo stesso frammento entrò nella collezione Galli, dove fu studiato da van Heemskerck negli anni Trenta (fig. 215) e dall’autore del Codex Coburgensis negli anni Cinquanta (fig. 224). La raffigurazione nel Codex Coburgensis fu copiata nel Codex Pighianus con la didascalia ‘presso Campo de’ Fiori, nella casa dove si trova il Bacco di Michelangelo’ (‘aprezzo Campo fiore, in casa dov’è l Baccho del
fig. 226 Girolamo da Carpi, Sarcofago di Persefone, Filadelfia, Rosenbach Museum and Library, Rosenbach Album, 1954.0807.127r. 1549–1553. Foto: Rosenbach Museum and Library, pubblico dominio.
fig. 227 Girolamo da Carpi, Sarcofago di Persefone e figura femminile inginocchiata, Filadelfia, Rosenbach Museum and Library, Rosenbach Album, 1954.0807.127v. 1549–1553. Foto: Rosenbach Museum and Library, pubblico dominio.
Michael Angelo’, fig. 225).88 Anche Girolamo da Carpi disegnò il frammento nella casa dei Galli su due pagine di un taccuino realizzato intorno alla metà del Cinquecento (figg. 226–27).89
Il sarcofago di Persefone ha dunque una storia notevole. Fu inizialmente noto ai SS. Cosma e Damiano, dove presumibilmente serviva da fontana: conserva infatti un foro un tempo utilizzato come bocca d’acqua (si veda fig. 221). Fu poi spezzato a metà per ragioni sconosciute nel primo Cinquecento. Entro gli anni Trenta la metà destra passò ai Galli, che la esposero in una raccolta di antichità attribuendo valore estetico alla frammentazione. Non era più un oggetto funzionale riutilizzato come fontana, ma un’opera d’arte appesa all’altezza dello sguardo, come un dipinto in galleria. Che fosse o meno direttamente accostato al Bacco frammentario nel giardino Galli, van Heemskerck si compiacque dell’illusione creata ponendo la sua rovina accanto a quella del Bacco (fig. 215).
Sul lato sinistro del disegno di van Heemskerck, alcuni gradini conducono a una terrazza o a un cortile dove sono visibili altre antichità. L’artista esplora ulteriormente questa parte della raccolta in un secondo foglio strettamente collegato (si veda fig. 216).90 La seconda veduta mostra antichità riunite in un altro cortile o terrazza, accessibile tramite una breve scala; il Marte Ultore all’estrema sinistra è una statua osservata altrove e non appartenente ai Galli.91 Qui van Heemskerck raffigura una curiosa composizione che doveva essere visibile in qualche punto delle case: un gruppo di statue incentrato su una donna dormiente semidrappeggiata, abilmente innalzata su quello che sembra un frammento di colonna antica. Altre antichità poggiano contro un muretto: torsi, un’altra Sfinge, un frammento architettonico con un leone, un rilievo con donna e bambino e, appena a destra della colonna, ciò che sembra un paio di gambe.92 La Ninfa dormiente distesa su un plinto è identificabile con un’opera oggi nel Dipartimento di Scienze Umanistiche di Urbino, giunta attraverso la collezione Albani (figg. 228–29).93 Le altre sculture sulla destra del foglio non sono invece rintracciabili nelle collezioni odierne né in altri disegni o descrizioni rinascimentali. Curiosamente, né Aldrovandi né Boissard menzionano le figure sulla terrazza, benché i disegni suggeriscano spazi collegati, come se si potesse passare da un cortile all’altro.
Benché sia difficile determinare la disposizione del giardino e il rapporto con la terrazza osservata da van Heemskerck (fig. 216), un atto del 1577 [Appendice II.35] offre un’indicazione indiretta dei collegamenti fra gli spazi esterni dell’Isola Galli. Quell’anno il pronipote di Jacopo, Ulisse Lanciarini Galli, occupava il palazzetto in Piazza San Lorenzo, ma consentiva allo zio Sulpizio Galli e alla madre di quest’ultimo, Lucrezia Cecchini, di abitare in alloggi separati nella casa. Fu redatto un documento per
definire gli spazi riservati a Sulpizio e alla madre: un appartamento con stanze inferiori, un cortiletto con pozzo e una scala. Tutte le parti avrebbero condiviso una ‘porta grande’ e le ‘loggie da basso’. La loggia inferiore sembra essere stata un cortile comune fra due abitazioni: la casa principale e il piccolo appartamento con cortile e scala propri. In ipotesi, potrebbe essere stata questa la loggia comune nella quale van Heemskerck e Aldrovandi osservarono il sarcofago a ghirlande, la ‘loggietta terrena, che si truova tosto entrando in questa casa’, mentre l’appartamento collegato
fig. 228 Ninfa dormiente, Urbino, Università degli Studi di Urbino Carlo Bo, Dipartimento di Scienze Umanistiche. II secolo d.C. Foto: Giancarlo Gobbi, su concessione dell’Università degli Studi di Urbino Carlo Bo e del Comune di Urbino.
fig. 229 Ninfa dormiente, vista da dietro, Urbino, Università degli Studi di Urbino Carlo Bo, Dipartimento di Scienze Umanistiche. II secolo d.C. Foto: Giancarlo Gobbi, su concessione dell’Università degli Studi di Urbino Carlo Bo e del Comune di Urbino.
con cortile, scala e pozzo, occupato da Sulpizio e dalla madre, potrebbe essere stato la terrazza superiore dove van Heemskerck osservò la Ninfa dormiente. L’atto del 1577 specifica inoltre che Sulpizio aveva diritto a una parte delle piccole stalle ‘verso il giardino’ e avrebbe condiviso una rimessa e una grande stalla dietro la casa, richiamando la descrizione di Aldrovandi del giardinetto ‘più dentro’ dove vide il Bacco.
Visitando le collezioni Galli, Aldrovandi e Boissard poterono entrambi accedere all’interno del palazzetto e vedere una stanza a un piano superiore, apparentemente biblioteca o studiolo. Aldrovandi la descrisse come ‘una camera piu su presso la sala’, suggerendo un ambiente più piccolo accanto alla sala principale di ricevimento. Vi trovarono il Giovane arciere di Michelangelo (figg. 5, 187) e altre antichità. Entrambi si concentrarono sulla statua di Michelangelo, identificandola come Apollo. Aldrovandi osservò anche un busto ‘assai bello’ di Marco Aurelio, una testa notevole e altri frammenti non identificabili: ‘Vi è ancho unaltra bella testa antica con altri fragmenti, che non si sa, che cosa si siano’.94 Come ricordato nel capitolo 8, nell’estate del 1497, all’incirca mentre Michelangelo completava una scultura marmorea decisa ‘per proprio piacere’, Jacopo Galli pagò per decorare una sala di ricevimento e due camere della casa. La scultura era probabilmente il Giovane arciere, forse concepito per una di queste camere. Le stanze superiori rinnovate nel 1497 potrebbero essere rimaste spazi di collezione, dove la famiglia esibiva il prezioso Arciere, piccole antichità e forse altri oggetti tipici degli studioli rinascimentali.
Molto più tardi, negli anni Ottanta del Seicento, gli antiquari menzionavano uno studiolo di Francesco Galli nel palazzetto. Sposando la ricca Olimpia Fonseca, Francesco rafforzò le declinanti fortune familiari e salvaguardò l’eredità di un nome da tempo sinonimo di collezionismo. Nella casa esponeva libri, antichità e rarità: i visitatori descrivevano medaglie ‘dei papi e dei personaggi illustri’, piante, semi, frutti, pietre colorate e una quantità particolarmente impressionante di conchiglie.95 Alla morte nel 1695 lasciò agli eredi libri e oggetti preziosi conservati in una libreria e in una stanza chiamata ‘studio’. Il testamento del 1682 impediva agli eredi di vendere le ‘anticaglie che ho nel mio camerino, detto lo studio, che espressamente sottopongo alla mia disposizione e proibizione, volendo che in nessun tempo possano essere vendute, impegnate, alienate, prestate, portate fuori di casa o in qualunque modo concesse ad altri’. Come afferma Galli, aveva:
nel corso di molto tempo, con fatica e spesa, riunito gioielli e pietre di ogni sorta, conchiglie marine, medaglie e monete da quasi tutto il mondo, oltre ad altri oggetti antichi e curiosi, e con essi creato, nelle stanze a metà delle scale, uno studio che forse non aveva pari a Roma.96
L’esposizione delle collezioni di Francesco Galli ‘su per le scale’ riecheggia gli spazi descritti da Aldrovandi e Boissard e fa luce su una possibile raccolta da studiolo allestita da Jacopo. Non è chiaro quali oggetti Francesco potesse aver ereditato dagli antenati; descrivendo antichità e curiosità, rivendicava con orgoglio di averle acquistate personalmente. Il Giovane arciere era già stato venduto, ma è allettante immaginare che altri resti dello studiolo e della biblioteca di Jacopo, tramandati per generazioni, abbiano costituito il nucleo delle raccolte di Francesco.
Il declino dei Galli e la vendita del Bacco
Mentre trasmise ai figli le proprietà di Parione, Jacopo Galli lasciò tutta la propria quota del banco al socio Baldassare Balducci, escludendo esplicitamente i figli dall’attività.97 Dopo il Sacco, i Galli si mantennero grazie alle doti delle mogli e ai complessi accordi escogitati per ricavare reddito dagli immobili. Come visto, nel 1530 Lucrezia Cecchini impiegò il valore della dote e dei gioielli per finanziare le riparazioni della casa grande.98 Questa era allora il bene più prezioso rimasto agli eredi di Jacopo e, dopo il trasferimento di Paolo nel palazzetto di Piazza San Lorenzo, divenne una fonte di guadagno. Era consuetudine non soltanto affittare gli immobili, ma anche gravarli di un censo: un accordo con cui una parte prestava denaro al proprietario in cambio del diritto al reddito dell’immobile per un periodo stabilito. Nel 1544 Paolo e Giuliano vendettero al vescovo Fabio Mignanelli un censo quinquennale sulla casa grande per 600 scudi.99 Nel 1547, prima della scadenza, Paolo vendette la casa al cognato Giovanni Battista Cecchini per 3000 scudi. Galli e la moglie Lucrezia usarono il ricavato per la dote della figlia Livia, data in sposa a Leone Lanciarini da Fano.100 La casa grande divenne poi residenza di Livia, del marito e del figlio Ulisse Lanciarini Galli.101 Anche per Ulisse fu organizzato un matrimonio con i Cecchini e, negli anni Settanta del Cinquecento, egli acquistò per 1000 scudi un censo sul palazzetto di Piazza San Lorenzo, utilizzando fondi della dote
della moglie.102 Questo intreccio di compravendite, ipoteche, prestiti e liquidazioni di doti racconta il declino dei Galli, il graduale trasferimento dei beni ai Cecchini e l’ascesa dei Lanciarini Galli a eredi principali.
Mentre i Galli declinavano, le antichità residue e le sculture di Michelangelo restavano motivo duraturo d’orgoglio. Gli eredi di Jacopo cercarono persino di ampliare le raccolte, non con acquisti costosi, ma scavando nei propri terreni. Potrebbero essere stati incoraggiati dalla scoperta, apparentemente fortuita, di una grande statua-ritratto antica in via dei Leutari negli anni Cinquanta. Il ritrovamento del ‘tempo di papa Giulio III’ è ricordato
fig. 230 Statua-ritratto (di Domiziano?) rinvenuta in via dei Leutari, Roma, Galleria Spada, inv. 375. Fine del I–inizio del II secolo d.C. Foto © Deutsches Archäologisches Institut, Roma, pubblicata per gentile concessione della Direzione Musei Statali della città di Roma – Galleria Spada.
fig. 231 Vasca, Roma, Villa Borghese. Fine del I–inizio del II secolo d.C.? Foto: autrice. fig. 232 Giovanni Battista Piranesi, Vedute di Roma, Piazza Navona, particolare con la vasca antica fra le due fontane, New York, Metropolitan Museum of Art, n. d’inventario 37.45.3(53), Harris Brisbane Dick Fund, 1937. 1760–1778. Foto: The Metropolitan Museum, New York, pubblico dominio.
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dall’antiquario Flaminio Vacca, che identificò la figura come ritratto di Pompeo. Vacca racconta come la statua, oggi identificata con Domiziano (fig. 230), fosse stata trovata ‘sotto una cantina’ in via dei Leutari e come il ritrovamento fra due case avesse provocato una disputa sui diritti di proprietà. Non è chiaro se i Galli vi fossero coinvolti.103 Nel 1562 Giulio Galli ottenne dalla Camera Apostolica una licenza di scavo in via dei Leutari, sia presso il palazzetto in Piazza San Lorenzo sia presso la propria casa di fronte alla porta piccola della basilica.104 Questi scavi, o altri successivi, produssero ritrovamenti importanti, fra cui una grande vasca marmorea già appartenuta agli Stabula Factionis Prasinae. Trasportata infine in Piazza Navona (mappa 1.5), servì da abbeveratoio per cavalli, prima di essere trasferita a Villa Borghese, dove oggi funge da fontana (figg. 231–32). Gli scavi dei Galli portarono alla luce anche capitelli decorati con trofei (fig. 233).105 Per qualche tempo Giulio avrebbe esposto la propria quota delle antichità familiari nella residenza di fronte alla ‘porta piccola’ di San Lorenzo in Damaso.106 Nel 1567 la madre Lucrezia Cecchini prese possesso della casa ‘vicino alla porta piccola di San Lorenzo’, con botteghe sul davanti e ‘una certa grande stalla e un percorso, o vicolo con cancello, aperto su via dei Leutari e in vista della casa dei Boccabella’. In cambio pagò al figlio oltre 1300 scudi, ricavati dal valore della dote. Una clausola dell’accordo consentiva a Giulio di ‘prendere, ricevere e rimuovere a proprio libero piacere’ tutte le ‘statue e altre pietre di marmo o di qualsiasi altro tipo, figurate o non figurate, purché minimamente connesse alla casa’, disponendone come desiderava [Appendice II.33].107
Per alleviare le difficoltà economiche, i Galli vendettero immobili e alcuni oggetti delle preziose raccolte. Il rilievo della Sfinge accanto al Bacco nel disegno di van Heemskerck entrò nella collezione Della Valle entro gli anni Settanta del Cinquecento, quando fu osservato da un artista in visita (fig. 234).108 Nel 1571 Sulpizio, primogenito di Lucrezia Cecchini, raccolse 1375 scudi vendendo una proprietà ereditata da Jacopo in via dei Leutari: una casa con forno allora occupata da un fornaio.109 L’anno successivo i Galli vendettero il
fig. 233 Capitello con trofei e vittorie, Roma, Museo Nazionale Romano. I secolo d.C.? Foto © Eugen von Mercklin, https://arachne.dainst.org/entity/176221.
fig. 234 Pierre Jacques, Rilievo con Sfinge nella collezione Della Valle e un Cupido, Parigi, Bibliothèque nationale de France, Estampes et photographie, Rés. Fb-18a‑4. 1572–1577. Foto: gallica.bnf.fr / Bibliothèque nationale de France.
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Bacco di Michelangelo a Francesco I de’ Medici per la somma molto meno considerevole di 280 scudi.110 La rimozione dalle case dei Galli inaugurò una nuova fase nella storia della statua, ponendo al tempo stesso fine al suo radicato rapporto con Riario, i Galli e il rione Parione. Per i proprietari deve essere stata una perdita amara.
L’eredità di Raffaele Riario e dei Galli
Oltre vent’anni prima che il Bacco lasciasse Roma, nel 1550, Giorgio Vasari pubblicò la prima edizione della Vita di Michelangelo. Il giardino Galli era allora da decenni un luogo celebre e una meta prediletta di antiquari e artisti, fra cui van Heemskerck. Il ricordo dell’immenso potere del cardinale Riario era svanito; il palazzo e la chiesa da lui costruiti dalle fondamenta erano ormai nelle mani dei nuovi proprietari, i Farnese. Nel 1547 questi avevano incaricato Vasari di contribuire a cancellarne la memoria, affrescando per il cardinale Alessandro Farnese le pareti del Palazzo San Giorgio, ormai Palazzo della Cancelleria Apostolica. Nella Sala dei Cento Giorni dell’ex palazzo di Riario, il compito di Vasari era glorificare la vita di papa Paolo III, importante sostenitore di Michelangelo, nell’ambito del programma Farnese di mecenatismo e collezionismo (si veda fig. 204). Vasari visitò senza dubbio spesso il giardino Galli di fronte in quel periodo; non sorprende quindi che omettesse Riario quando nel 1550 scrisse che Michelangelo aveva realizzato un Bacco con satiro ‘nella casa dei Galli, di fronte al Palazzo San Giorgio’.
Benché la storia avrebbe potuto prendere un’altra strada, alla metà del Cinquecento Della Rovere, Medici e Farnese avevano nettamente sconfitto i Riario, incapaci di fondare una dinastia solida. Il cardinale non divenne mai papa e la famiglia non consolidò un proprio stato territoriale. I vincitori del ‘Rinascimento’ romano furono i loro potenti e fortunati rivali, le famiglie pontificie Della Rovere e Medici. La vita di Raffaele Riario divenne materia di parodia; quando Condivi pubblicò la biografia di Michelangelo nel 1553, aveva pochi motivi per correggere gli errori di Vasari del 1550 e riconoscere il contributo del cardinale al successo dell’artista. I Medici erano ormai granduchi di Firenze, committenti di Michelangelo e custodi della sua eredità, ai quali Condivi mirava a piacere.111 Per distanziare l’artista da una figura impopolare e apparentemente indegna, Condivi immortalò l’‘ignoranza’ di Riario come committente; il racconto suggerisce persino che Michelangelo, decenni dopo, non avesse dimenticato il rifiuto del cardinale di acquistare il Cupido dormiente al prezzo di un’antichità. Condivi sostituì il primo sostegno di Riario con quello di Jacopo Galli, rendendo omaggio ai Galli quando il loro declino era sotto gli occhi di tutti. Il gesto premiava i difensori dell’artista, che tanto avevano contribuito alla sua ascesa alla fama.
Le parole di Condivi onorarono Jacopo Galli poco prima che il patrimonio lasciato agli eredi fosse ulteriormente smembrato. Avvicinandosi alla morte, la devozione alla confraternita della SS. Concezione in San Lorenzo lo aveva indotto ad aggiungere un codicillo speciale: i beni sarebbero passati ai discendenti maschi, ma, se la linea maschile diretta si fosse estinta, sarebbero andati ad altri beneficiari. La vigna ‘dentro le mura della città nel rione Trastevere, presso Porta Portese e la ripa del Tevere’ sarebbe passata al socio Baldassare Balducci o ai suoi eredi. Quella presso Castel Sant’Angelo sarebbe andata al cognato Marco Tebaldi o ai suoi discendenti. Tutte le rendite delle numerose case e botteghe di Parione sarebbero invece state assegnate alla confraternita della SS. Concezione per finanziare doti di giovani bisognose. Come recita il codicillo dell’8 giugno 1505, ‘se non vi saranno eredi maschi della casa Galli’, tali entrate saranno impiegate ‘per maritare fanciulle povere e caste’ [Appendice II.17].112 Il destino volle che, dopo la morte del nipote Sulpizio nel 1581, la nipote Livia Galli diventasse l’ultima discendente diretta di Jacopo. La confraternita rivendicò presto quanto restava dell’Isola Galli. Nel 1601 Leone, figlio di Ulisse Lanciarini Galli, raggiunse un accordo: avrebbe versato una somma unica di 5000 scudi e un canone annuo di 300 scudi. La confraternita avrebbe utilizzato il denaro per le doti, secondo la volontà di Jacopo; i suoi archivi elencano oltre cento ‘povere vergini’ che fra il 1607 e il 1613 ricevettero una dote grazie al lascito.113
Da allora i Galli dovettero essere fortemente tentati di vendere le opere d’arte ancora possedute. È probabile che il vorace collezionista cardinale Scipione Borghese abbia acquisito il sarcofago di Persefone e il Giovane arciere durante gli intensi acquisti compiuti nel pontificato dello zio Paolo V Borghese (1605–1621). L’Arciere era visibile a Villa Borghese entro il 1650, e il sarcofago entro l’inizio del Settecento.114 Proprio quando il nome Galli e la reputazione familiare di collezionisti erano sull’orlo dell’estinzione, si ebbe una ripresa durante la vita di Francesco Galli, figlio di Leone. Il matrimonio con la facoltosa famiglia Fonseca gli permise di costituire, entro gli anni Ottanta del Seicento, una celebre raccolta di curiosità visibile in Piazza della Cancelleria.115 Grazie alle unioni con Fonseca e Delfini nel Seicento, la famiglia assunse il nuovo titolo di ‘marchesi Galli’ (si vedano figg. 73 e 183). Il palazzo affacciato su Piazza della Cancelleria rimase ai Galli fino all’inizio dell’Ottocento, quando fu infine venduto.116 Il destino della famiglia e delle sue proprietà fu definitivamente segnato quando, alla fine dell’Ottocento, tutte le case già appartenute a Jacopo Galli, tranne la casa grande, furono demolite per aprire il nuovo Corso Vittorio Emanuele II.117