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Il caso del Cupido dormi­ente, 1496

Capi­tolo 6 · Pagine dell’edizione a stampa 184–209

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6 Il caso del Cupido dormi­ente 1496

In una lettera inviata a Lorenzo di Pier­fran­cesco de’ Medici a Firenze tramite Sandro Botti­celli, Michel­an­gelo descrisse il suo primo giorno a Roma. Il desti­na­tario era il suo sosteni­tore e mece­nate Lorenzo di Pier­fran­cesco, cugino di Lorenzo il Magni­fico appar­ten­ente al ramo «minore» dei Medici. Sebbene si desi­de­re­r­ebbe sapere di più sulle prime impres­sioni dell’artista di fronte a Roma e alle sue mera­vi­glie, la lettera rimase fattuale e concisa:

Michel­an­gelo a Roma a Lorenzo di Pier­fran­cesco de’ Medici a Firenze Yesus. 2 luglio 1496

Caro Lorenzo ecc., voglio soltanto farvi sapere che siamo arri­vati sani e salvi sabato scorso [25 giugno 1496] e siamo subito andati a visi­tare il cardi­nale di San Giorgio, presen­tan­dogli la vostra lettera. Mi ha rice­vuto volen­tieri e ha voluto con insis­tenza che andassi a vedere certe figure, cosa che mi ha occu­pato per tutta la gior­nata, così quel giorno non ho conseg­nato le altre vostre lettere. Poi dome­nica [26 giugno] il cardi­nale è venuto alla casa nuova e mi ha fatto chiamare; sono andato da lui e mi ha chiesto che cosa pensassi delle cose che avevo visto. Gli ho detto ciò che pensavo, cioè che certa­mente mi sembra­vano cose bellis­sime. Allora il cardi­nale mi ha chiesto se avessi l’animo di fare qual­cosa di bello. Ho risposto che non avrei fatto cose tanto grandi [non farei sì gran chose], ma che avrebbe visto ciò che sapevo fare. Abbiamo comprato un blocco di marmo per una figura a gran­dezza natu­rale, e lunedì comin­cerò a lavorare [Appen­dice ii.10].1

La lettera informa Lorenzo di Pier­fran­cesco che il primo impegno di Michel­an­gelo a Roma fu incon­trare il cardi­nale Raffaele Riario; l’incontro dovette avve­nire nella resi­denza cardi­na­lizia a Sant’Apollinare (Mappa 1.2). Dopo aver presen­tato una lettera di racco­man­da­zione di Lorenzo, Michel­an­gelo tras­corse il resto del giorno a studiare «certe figure» su richiesta di Riario. Il giorno seguente, una dome­nica, il cardi­nale si recò alla «casa nuova», ossia al Palazzo San Giorgio allora in costru­zione. Vi convocò Michel­an­gelo e gli chiese che cosa pensasse delle figure viste il giorno prima. L’artista rispose di consider­arle belle, indu­cendo Riario a doman­dargli se avesse il coraggio di creare a sua volta una statua «bella». Michel­an­gelo rispose che la propria statua non sarebbe stata «grande» quanto quelle studiate, ma che Riario avrebbe visto ciò che sapeva fare. Vi sono pochi dubbi che fossero anti­chità, la cui «gran­dezza» ispirò Michel­an­gelo mentre scol­piva il Bacco nel corso dell’anno seguente, come si vedrà nel capi­tolo 7.

Dome­nica 26 giugno, mentre incon­trava Riario al Palazzo San Giorgio per discu­tere del Bacco, il Cupido dormi­ente di Michel­an­gelo veniva offerto in vendita come anti­chità nel palazzo del cardi­nale Ascanio Sforza. Come rivela una lettera del conte Antonio Maria Pico

fig. 121 Album di busti e statue a White­hall, Windsor, Royal Coll­ec­tion, rcin 908914. 1629 circa. Foto © Royal Coll­ec­tion Trust / His Majesty King Charles iii 2024.

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della Miran­dola a Isabella d’Este, quel giorno un mercante portò il Cupido al cardi­nale Sforza e lo offrì per la conside­re­vole somma di 200 ducati. Della Miran­dola dubi­tava che fosse davvero antico, ma lo giudi­cava comunque «perfec­tis­simo»:

Antonio Maria Pico della Miran­dola, conte di Concordia, a Roma a Isabella d’Este, marchesa di Mantova, lunedì 27 giugno 1496

Mia illustris­sima e onora­tis­sima signora […] quando vostro cognato Giovanni era qui, cercava buone anti­chità, dicendo che ne voleva alcune per voi e che ve ne dilet­tavate molto. Ieri [dome­nica 26 giugno] mi trovavo nella casa del reve­r­en­dis­simo monsi­gnore Ascanio [Sforza], dove ne fu portata una da vendere a sua signoria. Era un putto, cioè un Cupido, disteso e dormi­ente, appog­giato su una mano. È integro, lungo circa quattro palmi e bellis­simo. Alcuni lo riten­gono moderno, altri antico. Comunque sia, è repu­tato, ed è, perfet­ti­s­simo [perfec­tis­simo]. Se fosse mio, non lo cederei per quat­tro­cento ducati d’oro, ma il proprie­tario ne chiede duecento. Era presente anche il signor Girolamo Tutta­villa e disse che, se monsi­gnore Ascanio non lo volesse e se non fosse venduto entro qualche mese, offri­rebbe duecento ducati e lo doner­ebbe al duca di Milano. Ricordando le parole del suddetto messer Giovanni, ho voluto darvene notizia e mi racco­mando infi­ni­ta­mente a voi [Appen­dice ii.9].2

Il venditore offrì al cardi­nale Sforza la prima possi­bi­lità di acquis­tare il Cupido, ma due membri della sua casa otten­nero una seconda oppor­tu­nità: della Miran­dola, cond­ot­tiero alleato del cardi­nale,3 e Girolamo Tutta­villa, figlio del cardi­nale Guil­laume d’Estouteville e anch’egli cond­ot­tiero al servizio di Sforza.4 Tutta­villa avrebbe aspettato di sapere se il cardi­nale volesse comprare il Cupido, ma, se fosse rimasto inven­duto per qualche mese, l’avrebbe acqui­s­tato per 200 ducati come dono per il fratello del cardi­nale, il duca di Milano Ludo­vico il Moro.5

Il giorno seguente Michel­an­gelo cercò di porre fine all’inganno e di ripren­dere il controllo del proprio Cupido. Nella lettera a Lorenzo di Pier­fran­cesco descrive gli eventi di quel lunedì, quando entrò in conflitto con l’agente senza scru­poli che aveva tentato di far passare il Cupido per antico. Il mercante, che Michel­an­gelo chiama «Bald­ass­arre», era un mercante-banchiere fioren­tino di nome Bald­ass­arre del Mila­nese:6

Lunedì scorso [27 giugno] ho conseg­nato le altre vostre lettere a Paolo Rucellai, che mi ha messo a dispo­si­zione il denaro neces­sario, e anche quella per i Caval­canti. Poi ho dato la lettera a Bald­ass­arre e gli ho chiesto il bambino [il Cupido dormi­ente], dicen­dogli che gli avrei resti­tuito il denaro. Mi ha risposto aspra­mente che avrebbe prefe­rito farlo in cento pezzi. Aveva comprato il bambino, era suo, aveva lettere che dimostravano

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che aveva pagato chi glielo aveva mandato e non dubi­tava di poterne disporre. Si è lamen­tato amara­mente di voi, dicendo che avevate parlato male di lui. Alcuni nostri concit­ta­dini fioren­tini qui presenti sono inter­ve­nuti per cercare di risol­vere la ques­tione, finora senza successo. Ora cercherò di siste­marla tramite il cardi­nale, come mi ha consi­gliato Bald­ass­arre Balducci. Vi farò sapere che cosa accadrà. Non ho altro da dire in propo­sito. Mi racco­mando a voi e Dio vi guardi dal male [Appen­dice ii.10].

Come rivela la lettera, Michel­an­gelo si procurò anzi­tutto una linea di credito presso i banchieri fioren­tini a Roma, i Caval­canti e Paolo Rucellai, usando le lettere di Lorenzo di Pier­fran­cesco.7 Con quei fondi, propose a Bald­ass­arre del Mila­nese di acquis­tare il Cupido dormi­ente. Gli consegnò una lettera di Lorenzo che senza dubbio riba­diva le richieste dell’artista. Eviden­te­mente non era il primo tenta­tivo di inter­vento, poiché Bald­ass­arre si lamentò che Lorenzo aveva «parlato male» di lui. Rifiutò, repli­cando che avrebbe prefe­rito fare a pezzi il Cupido piut­tosto che accet­tare la somma offerta. Aveva acqui­sito legit­ti­ma­mente la statua da un agente inno­mi­nato che gliel’aveva «mandata». Le lettere in suo possesso prova­vano che aveva pagato questa persona e che il Cupido era suo e poteva venderlo. Fallito il recupero, Michel­an­gelo chiese aiuto ai fioren­tini a Roma, ancora senza successo. Il passo succes­sivo sarebbe stato chie­dere sostegno al cardi­nale Riario, secondo il consiglio di Bald­ass­arre Balducci.

Nei giorni e nelle setti­mane seguenti, mentre Michel­an­gelo iniziava il Bacco per Riario, si diffuse la verità sul Cupido dormi­ente. Il 23 luglio Pico della Miran­dola scrisse nuova­mente a Isabella d’Este: il Cupido era ancora in vendita, ma ormai tutti sape­vano che era moderno. Non riteneva che potesse inter­essarle, non essendo antico, né sentì il bisogno di rive­larle il nome dello scul­tore, presu­mi­bilm­ente perché Michel­an­gelo non le era ancora noto:

Antonio Maria Pico della Miran­dola, conte di Concordia, a Roma a Isabella d’Este, marchesa di Mantova, 23 luglio 1496:

Quel Cupido è moderno, ed è arri­vato qui il maestro che l’ha fatto. È tuttavia così perfetto che tutti lo riten­evano antico; ora che si è scoperto che è moderno, credo che sarà venduto a un prezzo infe­riore. Ma voi non lo vorrete, non essendo antico, e non dirò altro.8

Le lettere di Michel­an­gelo e Pico della Miran­dola citate sopra offrono stra­or­di­nari reso­conti di prima mano, scritti in medias res, del tenta­tivo di vendita del Cupido dormi­ente e della commis­sione del Bacco. Reagis­cono a sviluppi dram­ma­tici, dal

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primo incontro con Riario, alla sfida del cardi­nale di scol­pire una statua in compe­ti­zione con altre scul­ture, al tenta­tivo di ricom­prare il proprio Cupido da Bald­ass­arre del Mila­nese. Gli eventi si svol­sero come un gioco del gatto col topo: Michel­an­gelo arrivò a Roma, incontrò Riario e accettò di realiz­zare il Bacco. Nello stesso fine setti­mana Bald­ass­arre si affrettò a offrire il Cupido come anti­chità ad Ascanio Sforza; il giorno seguente, adem­piuti gli impegni con Riario, Michel­an­gelo raccolse una somma ritenuta adeguata e propose a Bald­ass­arre l’acquisto. Il mercante rifiutò cate­go­ri­ca­mente, e la situa­zione si risolse soltanto quando Michel­an­gelo riuscì a dimostrare la pater­nità della statua. Meno di un mese dopo il suo arrivo a Roma, Pico della Miran­dola poteva riferire che «quel Cupido è moderno, ed è arri­vato qui il maestro che l’ha fatto».

Le lettere sugge­ris­cono che Lorenzo di Pier­fran­cesco e Michel­an­gelo condi­vi­des­sero gli obiet­tivi di ripren­dere il controllo del Cupido, iden­ti­fi­care Michel­an­gelo come autore e impedire a Bald­ass­arre una vendita frau­do­lenta come anti­chità. Potevano contare sulla coesa comu­nità fioren­tina di Roma: Bald­ass­arre Balducci, i Rucellai, i Caval­canti e altri inno­mi­nati. Tramite Balducci, l’artista aveva saputo di poter chie­dere aiuto anche a Riario. La lettera rivela che il cardi­nale era pronto ad aiut­arlo sin dall’arrivo, offr­en­dogli la commis­sione del Bacco senza dubbio in risposta a Lorenzo. Michel­an­gelo non lascia inten­dere che Riario nutrisse risen­ti­mento, né che lui o Lorenzo aves­sero tentato di vendergli frau­do­len­te­mente il Cupido come anti­chità, come avreb­bero poi affer­mato Paolo Giovio, Ascanio Condivi e Giorgio Vasari. Come nacque dunque il conflitto con Bald­ass­arre? Perché questi cercò di far passare il Cupido per antico, e perché Michel­an­gelo e Lorenzo erano tanto decisi a fermarlo? Perché i dettagli dei biografi succes­sivi erano così diversi? Prima di tornare a queste domande e alle biografie, conviene esami­nare il Cupido stesso. La forma­zione di Michel­an­gelo nelle colle­zioni medicee chia­risce le circos­tanze della sua crea­zione. Rivela che l’arrivo a Roma mise in contatto mece­nati già legati: i Medici a Firenze e ricchi cardi­nali romani. Queste élite appar­ten­evano allo stesso ambi­ente compe­ti­tivo, si conten­de­vano le stesse anti­chità e potevano essere ingan­nate dagli stessi oggetti «contraffatti». Con il Cupido Michel­an­gelo sperava di inser­irsi nel gruppo come artista capace di conquis­tarne il patro­cinio gareggi­ando con successo con l’antico, senza proporsi come falsario. Era una stra­tegia colti­vata in gioventù nel giar­dino di scul­ture di Lorenzo de’ Medici.

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La forma­zione di Michel­an­gelo a Firenze e la crea­zione del Cupido dormiente

Restano senza risposta domande fonda­men­tali sull’aspetto del Cupido dormi­ente, sulle circos­tanze della crea­zione e sul possi­bile rapporto con un Cupido antico studiato nella colle­zione di Lorenzo de’ Medici.9 Numerosi tenta­tivi di iden­ti­fi­care la scul­tura10 non hanno impe­dito che oggi si presuma perduta, dopo diversi pass­aggi di proprietà. La prove­ni­enza si segue da Bald­ass­arre del Mila­nese nel 1496 a Cesare Borgia, che la donò al duca di Urbino Guido­baldo da Monte­feltro. Per un caso del destino Borgia la riac­quistò quando nel 1502 tolse con la forza Urbino a Monte­feltro. Da Urbino il Cupido passò a Isabella d’Este.11 Isabella era allora ansiosa di otten­erlo dal bottino di Borgia. «Per opera moderna», scri­veva, «non ha pari».12 Lo intro­dusse nelle colle­zioni Gonzaga a Mantova; nel 1627 fu venduto, con gran parte delle raccolte, a Carlo I d’Inghilterra. Oggi si presume distrutto nell’incendio di White­hall Palace del 1698.

Prima di spedire le colle­zioni in Inghil­terra, i Gonzaga fecero redi­gere un inven­tario illus­trato. Per rias­su­mere ques­tioni a lungo dibat­tute, il putto con papa­veri contras­seg­nato «28» (Fig. 121) è stato spesso ritenuto il perduto Cupido di Michel­an­gelo. Un’importante obie­zione di Hirst mette però in dubbio l’ipotesi: questo Cupido era valu­tato appena cinque scudi, mentre altri della vendita erano stimati venti o venti­cinque. Un Cupido attri­buito a Michel­an­gelo sarebbe stato certa­mente tra i più preziosi. La sua figura era proba­bilm­ente quella descritta come «dormi­ente su un sasso», stimata venti scudi e non illus­trata sul foglio di Windsor.13 Non sono purtroppo note rappre­sen­ta­zioni visive del Cupido michel­ang­io­lesco e le descri­zioni sono scarse. Secondo Pico della Miran­dola, era integro, lungo circa quattro spanne, ossia 80–90 cm, e «appog­giato su una delle mani» [Appen­dice ii.9]. I poemi scritti quando era visi­bile a Mantova non menzio­nano papa­veri, frecce, arco o fiac­cola.14 Appa­ren­te­mente Michel­an­gelo desi­derava concen­trarsi meno sull’iconografia che su una figura dall’apparenza viva, tempo­ra­nea­mente immo­bi­liz­zata dal sonno.

Se restano irrisolte le domande su quando e perché Michel­an­gelo realizzò l’opera, è certo che il Cupido fosse strett­amente legato agli obiet­tivi e alle ambi­zioni del giar­dino fioren­tino di scul­ture in cui si formò. La carriera prese una svolta ecce­zio­nale intorno al 1490, quando, a circa quin­dici anni, iniziò a formarsi come scultore

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nel giar­dino di anti­chità di Lorenzo de’ Medici presso San Marco. Nono­stante i dubbi della lette­ra­tura prece­dente, si è formato un consenso sull’esistenza del giar­dino e sulla sua import­anza per Michel­an­gelo.15 Nella Vita del 1550 Vasari tramandò che Lorenzo riuniva nel giar­dino giovani talenti per istruirli nella scul­tura, rimasta a Firenze indietro rispetto alla pittura. Affidò al fami­liare e scul­tore resi­dente Bertoldo di Giovanni, colla­bo­ra­tore o allievo di Donatello, la custodia delle «molte belle anti­chità» e la dire­zione di una scuola di scul­tura.16 Secondo Condivi, Michel­an­gelo imparò a scol­pire il marmo proprio lì, eser­ci­tan­dosi su un blocco desti­nato alla deco­ra­zione architettonica

fig. 122 Bene­detto Squilli, da un disegno di Jan van der Straet (detto Stradano), Lorenzo de’ Medici e i suoi artisti nel giar­dino di scul­ture di San Marco, Pisa, Museo di Palazzo Reale di Pisa. 1571. Foto © Minis­tero della Cultura – Dire­zione regio­nale Musei della Toscana – Firenze.

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della biblio­teca di Lorenzo. Presi in pres­tito gli stru­menti degli scal­pel­lini, copiò, o «ritrasse», una testa antica di Fauno trovata nel giar­dino, reinte­grando le parti mancanti «di sua fantasia». «Invec­chiare» il Fauno togli­en­dogli un dente fu, per Condivi, il gesto che accese per la prima volta l’affetto di Lorenzo de’ Medici per il giovane scul­tore.17

Dotato di una loggia e di un piccolo spazio abita­tivo, il giar­dino di San Marco riuniva diverse funzioni: depo­sito di marmi, luogo di espo­si­zione di scul­ture antiche e altre opere d’arte e scuola per artisti. Queste atti­vità trovano eco in un celebre arazzo su disegno di Jan van der Straet, detto Stradano, che raffi­gura Lorenzo seduto sotto la loggia, circon­dato da artisti (Fig. 122). Alcuni allievi scol­pis­cono blocchi o disegnano da scul­ture antiche, altri presen­tano a Lorenzo i loro disegni. Come scrisse Vasari, «il giar­dino era pieno di anti­chità e di altre cose, riunite per bellezza, studio e piacere» [Appen­dice ii.34]. Sebbene sia diffi­cile stabi­lire quali anti­chità vi fossero visi­bili, proba­bilm­ente fu qui che Michel­an­gelo incontrò per la prima volta un Cupido dormi­ente antico rice­vuto da Lorenzo in dono da Ferdi­nando I, re di Napoli. Secondo Vasari, Giuliano da Sangallo portò dalla corte napo­le­tana questo Cupido insieme a una figura di «donna nuda». I numerosi tenta­tivi di iden­ti­fi­care il Cupido antico di Lorenzo, importante stimolo per la versione michel­ang­io­lesca, non hanno prodotto risul­tati defi­ni­tivi.18

Michel­an­gelo occu­pava una posi­zione privi­le­giata tra gli allievi che si conten­de­vano l’attenzione di Lorenzo. Rico­no­scen­done il talento e lo status quasi nobi­liare della fami­glia, Lorenzo lo accolse nella propria casa. Michel­an­gelo visse con i Medici nel palazzo di via Larga, dove avrebbe studiato le anti­chità della colle­zione iniziata da Cosimo «il Vecchio». La fami­glia vi espo­neva il David bronzeo di Donatello nel cortile e, nel giar­dino, la Giuditta e Oloferne insieme a diversi marmi antichi. Ai lati di una porta erano acco­s­tati un Marsia antico «appeso», in marmo pavo­n­az­zetto rosso, portato da Cosimo il Vecchio e restau­rato negli anni Sessanta del Quat­tro­cento da Mino da Fiesole (Fig. 123), e un Marsia antico seduto in marmo rosso, restau­rato da Andrea del Verroc­chio, oggi perduto, aggiunto da Lorenzo.19 Questa espo­si­zione lasciò un’impressione dura­tura sul giovane

fig. 123 Marsia in marmo rosso (pavo­n­az­zetto) della colle­zione Medici, restau­rato da Mino da Fiesole, Firenze, Gallerie degli Uffizi, inv. 201. II secolo d.C., restau­rato intorno al 1465. Foto © Minis­tero per i Beni e le Atti­vità Cultu­rali Soprin­ten­denza Speciale per il Patri­monio Storico, Artis­tico ed Etno­an­tro­po­lo­gico e per il Polo Museale della città di Firenze. Tutti i diritti riservati.

fig. 124 Zanobi Last­ri­cati, Progetto per il monu­mento funebre di Michel­an­gelo, Milano, Biblio­teca Ambro­siana, Codice Resta, inv. F 261 inf. n. 78/2, fol. 65. 1564. Foto © Vene­randa Biblio­teca Ambro­siana / Icas94 / Mond­adori Port­folio / Bridgeman Images.

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Michel­an­gelo, e i Marsia sono ricordati in una scena progettata molti decenni dopo per il suo cata­falco funebre: Lorenzo lo acco­glie con le due statue antiche sullo sfondo (Fig. 124). Restauro, confronto tra versioni antiche e accos­ta­mento di statue antiche e moderne erano metodi di forma­zione degli artisti di Lorenzo. La compe­ti­zione era un prin­cipio domi­nante della scuola medicea, stimo­lata da anti­chità e inven­zioni all’antica. La crea­zione e l’esposizione di scul­ture a San Marco si radi­ca­vano in una conso­li­data tradi­zione fioren­tina, nella quale i maggiori scultori conquis­ta­vano fama gareggi­ando con le anti­chità medicee. Per esempio, una testa di cavallo antica in bronzo (Fig. 125) delle colle­zioni ispirò Donatello quando fuse un’enorme testa bronzea per una statua equestre di Alfonso V d’Aragona (Fig. 126). Fallita la commis­sione napo­le­tana, la testa rimase, fino al dono a Diomede Carafa a Napoli nel 1471, un fram­mento moderno confron­ta­bile con il corris­pet­tivo antico.20

Molti oggetti delle colle­zioni medicee di via Larga e San Marco furono acqui­siti attra­verso gli ambi­enti anti­quari e colle­zio­ni­stici di Roma. Monete, gemme e scul­ture marmoree erano

fig. 125 Testa di cavallo, Firenze, Museo Archeo­lo­gico, inv. 1639. Seconda metà del IV secolo a.C. circa. Foto pubbli­cata su conces­sione del Museo Archeo­lo­gico Nazio­nale di Firenze (Dire­zione regio­nale Musei della Toscana). Tutti i diritti riservati.

fig. 126 Donatello, Testa di cavallo, Napoli, Museo Archeo­lo­gico Nazio­nale, inv. 4887. 1456–1465. Foto su conces­sione del Minis­tero della Cultura – Museo Archeo­lo­gico Nazio­nale di Napoli.

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acqui­s­tate a Roma dagli agenti del banco Medici in colla­bo­ra­zione con il mercante Giovanni Ciam­po­lini.21 Il commercio metteva gli agenti medicei in compe­ti­zione con i colle­zio­nisti romani, soprat­tutto il cardi­nale Giuliano della Rovere. Quando nel 1489 fu scoperto un piccolo gruppo di Tre fauni e un serpente (Fig. 127), parodia del mito di Laocoonte, Ciam­po­lini aiutò gli agenti di Lorenzo ad acquis­tarlo prima di della Rovere. Dopo lo scavo dei Fauni a San Lorenzo in Panis­perna nel 1489, inviò agenti che, per battere sul tempo il cardi­nale, port­arono via la statua di notte. Della Rovere ebbe però la meglio nella contesa per la statua più importante dello scavo, l’Apollo del Belve­dere.22 Attra­verso la frequente corrispon­denza degli agenti, i Medici e gli artisti del giar­dino dove­vano essere ben infor­mati sulle colle­zioni, sulle prin­ci­pali scoperte e sulle perso­na­lità importanti di Roma.

Alla morte di Lorenzo nel 1492 succe­dette il figlio Piero. Inizi­al­mente, secondo Condivi, Piero continuò a favorire Michel­an­gelo e lo mantenne nella casa medicea. Condivi afferma che poco dopo la morte di Lorenzo l’artista comprò un blocco di marmo «rimasto per molti anni esposto all’acqua e al vento» e ne ricavò una statua di Ercole.23 Poiché le dimen­sioni, quattro braccia, ossia circa 2,4 metri, e il costo rendono

fig. 127 Tre fauni e un serpente, Chicago, Art Insti­tute (pres­tito anonimo). I secolo d.C. Foto: Art Insti­tute of Chicago, pubblico dominio.

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impro­ba­bile un’opera senza commit­tente, si è spesso supposto che Michel­an­gelo scol­pisse l’Ercole per Piero, forse nel giar­dino di San Marco.24 Nel 1494 queste oppor­tu­nità finirono brusca­mente, quando l’incapacità di Piero di resis­tere a Carlo VIII provocò l’occupazione fran­cese e una rivolta popolare. I Medici furono esiliati e Michel­an­gelo fuggì. Una lettera dell’ottobre 1494 allo scul­tore mediceo Adriano Fioren­tino rife­risce che era andato a Venezia: «Michel­an­gelo ischul­tore dal giar­dino se n’e ito a Vinegia».25 Ciò implica che fosse cono­sciuto come «lo scul­tore del giar­dino», oppure che fosse fuggito «dal giar­dino». In entrambi i casi sotto­linea l’importanza del giar­dino nella carriera anche dopo la morte del Magnifico.

Poco dopo l’arrivo a Venezia, Michel­an­gelo tornò sui propri passi e, come altri sosteni­tori medicei allon­tanati da Firenze, cercò rifugio a Bologna. L’aristocratico Gian­fran­cesco Aldro­vandi lo ospitò e lo inca­ricò di comple­tare l’arca di san Dome­nico con due santi e un Angelo ingi­noc­chiato (cfr. Figg. 149, 164). Tornò a Firenze forse alla fine del 1495 o nel gennaio 1496.26 Vi trovò prote­zione presso Lorenzo di Pier­fran­cesco de’ Medici, che con il fratello Giovanni guidava il ramo «minore». Alleati dei fran­cesi, i due avevano bene­fi­ciato della vittoria di Carlo VIII nel 1494 e dopo l’espulsione di Piero si erano assi­cu­rati una posi­zione domi­nante. Per distin­guersi dal ramo maggiore adotta­rono il nome di «Popolani». Secondo Condivi, al ritorno Michel­an­gelo realizzò per Lorenzo una statua del giovane san Giovanni, un «San Giovan­nino» [Appen­dice ii.29]. A lungo ritenuto perduto, è stato convin­cen­te­mente iden­ti­fi­cato da Fran­cesco Caglioti in una statua marmorea portata nel Cinque­cento nella cappella del Salvador a Úbeda (Fig. 128).27

Condivi, seguito da Vasari nella Vita del 1568, afferma che dopo il ritorno da Bologna Michel­an­gelo scolpì, oltre al San Giovan­nino, un Cupido marmoreo di sei o sette anni, disteso e addor­men­tato [Appen­dice ii.29 e ii.34]. Condivi nel 1553 e Vasari nel 1568 lasciano inten­dere che fosse realiz­zato senza un commit­tente preciso. Mostrato poi a Lorenzo di Pier­fran­cesco, questi suggerì di venderlo a Roma come anti­chità: qui le biografie contrastano con il reso­conto dell’artista del 1496. Per appro­fondire il problema, si esami­nerà ora come le biografie raccon­ta­rono la vicenda del Cupido dormiente.

Il Cupido dormi­ente nelle biografie di Paolo Giovio, Giorgio Vasari e Ascanio Condivi

La vasta lette­ra­tura storico-artis­tica sul Cupido dormi­ente di Michel­an­gelo si è basata molto meno sulle lettere citate all’inizio del capi­tolo che sulle biografie di

fig. 128 Michel­an­gelo Buonar­roti, San Giovan­nino prima della distru­zione, in situ a Úbeda, Sacra Capilla del Salvador, parti­co­lare. 1495–1496. Foto: Kunst­his­to­ri­sches Institut in Florenz – Max-Planck-Institut.

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Michel­an­gelo scritte decenni dopo, soprat­tutto la Vita di Miche­lag­nolo Buonar­roti di Condivi e la seconda Vita vasa­riana del 1568. Poca atten­zione è stata prestata alle distor­sioni del loro sguardo sul passato dalla metà del Cinque­cento, o al rapporto tra le versioni del Cupido e obiet­tivi narra­tivi più ampi. Condivi, in parti­co­lare, persegue un disegno comples­sivo: sotto­li­neare l’ignoranza dei commit­tenti, cond­an­nare il primato della scul­tura antica sulle opere moderne e attri­buire a Jacopo Galli il merito dei primi successi di Michelangelo.

Il primo biografo a discu­tere il Cupido fu Paolo Giovio, che scrisse la breve Michaelis Angeli vita tra il 1524 circa e il 1534. Afferma che Michel­an­gelo conquistò fama quando «fece un Cupido di marmo e lo scavò dopo averlo tenuto sepolto per qualche tempo, affinché sembrasse antico, poi lo vendette tramite un agente al cardi­nale Riario a un prezzo elevato» [Appen­dice ii.24].28 Sorprende soprat­tutto la chia­rezza sul ruolo di Riario. A questo riguardo Giovio era più atten­di­bile di Vasari e Condivi: visse a Roma tra il 1512 e il 1549 ed era membro della casa del cardi­nale Bandi­nello Sauli quando Sauli e Riario furono coin­volti nella congiura Petrucci. Dopo la morte di Sauli nel 1517 entrò al servizio del cardi­nale Giulio de’ Medici, vice­can­cel­liere. Leone X tras­formò il palazzo di Riario nella Cancel­leria ponti­ficia e Giovio vi si tras­ferì con la casa di de’ Medici. Nell’ex palazzo di Riario lo storico ebbe ogni oppor­tu­nità di racco­gliere aned­doti sul cardi­nale, diversi dei quali tramandò nelle pubbli­ca­zioni.29

Sebbene Giovio non menzioni il Bacco, la cono­scenza diretta dell’ambiente dà credi­bi­lità al racconto del Cupido, compresa l’affermazione che fosse deli­be­ra­ta­mente sepolto e dissot­ter­rato. Lo scavo insce­nato è infatti il dettaglio sul quale concordano tutte le biografie cinque­cen­te­sche, incluse quelle di Giam­bat­tista Gelli e Bene­detto Varchi.30 La presenza del parti­co­lare in Giovio e la sua costante ripe­ti­zione, appa­ren­te­mente senza cono­scenza del testo pubbli­cato soltanto nel Sette­cento, sugge­ris­cono che Bald­ass­arre del Mila­nese possa davvero aver simu­lato la «scoperta» del Cupido per renderne credi­bile l’antichità a Roma. Negli anni Novanta del Quat­tro­cento sono docu­men­tati inter­ra­menti fittizi di Pietro Maria Serbaldi da Pescia o Annio da Viterbo.31 L’invecchiamento deli­berato da parte di Bald­ass­arre spieg­her­ebbe anche le diffi­coltà dei corti­giani di Sforza nel giudi­care se la statua fosse antica o moderna.

Vasari scrisse per la prima volta della vendita del Cupido nella Vita di Michel­an­gelo del 1550. Confonde la crono­logia di eventi ormai lontani, collo­cando erro­n­ea­mente il Cupido e il viaggio a Roma del 1496 prima del Croci­fisso ligneo di Santo Spirito, del 1492–1493 circa, e dell’Ercole marmoreo, del 1493–1494 circa. Complica ulte­rior­mente il racconto scri­vendo che Michel­an­gelo realizzò la statua

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del Bacco (1496–1497) dopo aver dipinto un San Fran­cesco che riceve le stim­mate (1497 circa) e dopo il Tondo Doni (1504–1506). Diver­sa­mente da Giovio, Vasari non menziona Riario in rela­zione al Cupido:

Scolpì un fanciullo in marmo in una stanza [il Cupido dormi­ente, impli­ci­ta­mente eseguito in una stanza del giar­dino mediceo di San Marco], poi acqui­s­tato da Bald­ass­arre del Mila­nese. Fatto appa­rire antico, fu portato a Roma e sepolto in una vigna. Scavato da lì, fu ritenuto antico e venduto a caro prezzo. Recan­dosi a Roma, Michel­an­gelo fece sapere che era opera sua, benché tutti sten­tas­sero a crede­rgli. [Segue una discus­sione del Croci­fisso ligneo, dell’Ercole marmoreo, di un San Fran­cesco che riceve le stim­mate a San Pietro in Montorio e del Tondo Doni.] Desi­derava tras­fer­irsi a Roma per le mera­vi­glie degli antichi di cui aveva sentito parlare. Giunto lì, realizzò nella casa dei Galli, di fronte al palazzo di San Giorgio, un Bacco marmoreo maggiore del natu­rale, con un satiro accanto [Appen­dice ii.27].

La Vita vasa­riana è piena di errori e omis­sioni, ma sorpren­den­te­mente precisa nell’identificare il «Bald­ass­arre» della lettera. «Baldessarre [sic] del Mila­nese», scrive, comprò il Cupido, lo portò a Roma e lo seppellì in una vigna, da cui fu scavato. Creduto antico, fu venduto a «caro prezzo». Nel comp­lesso questa versione è vicina alla lettera del 1496: Michel­an­gelo si offese per la vendita come anti­chità, andò a Roma per dimostrarne la pater­nità e incontrò diffi­coltà. Il racconto diventa incoe­rente sepa­rando questi eventi dalla commis­sione del Bacco. Vasari scrive di un altro viaggio a Roma, moti­vato dal desi­derio di «vedere le mera­vi­glie che aveva sentito degli antichi», e della realiz­za­zione del Bacco «in casa dei Galli, dirim­petto al Palazzo San Giorgio». Nel 1550 Vasari cono­sceva dirett­amente il Bacco in casa Galli, avendo lavorato nel 1546 a Palazzo San Giorgio alla Sala dei Cento Giorni per Ales­sandro Farnese (cfr. Fig. 204). Pur trovan­dosi nel palazzo di Riario e ridi­pin­gendo sopra le deco­ra­zioni da lui commis­sio­nate per la sala prin­ci­pale, sembra igno­rasse del tutto che il cardi­nale avesse acqui­s­tato il Cupido e commis­sio­nato il Bacco.

Le circos­tanze abboz­zate nel 1550 diven­nero un’elaborata finzione e un tenta­tivo deli­berato di separare Michel­an­gelo da Riario nella biografia pubbli­cata tre anni dopo dal colla­bo­ra­tore Ascanio Condivi (1525–1574). Il pittore, allievo di Michel­an­gelo, scrisse sotto la guida del maestro e in risposta a Vasari. Usò l’episodio del Cupido per cond­an­nare il giudizio di Riario sulla scul­tura, scelta che Michel­an­gelo dovette appro­vare. Il racconto è detta­gliato: Michel­an­gelo fece un Cupido tanto vicino all’antico che Lorenzo di Pier­fran­cesco suggerì di seppel­lirlo e spac­ciarlo a Roma per auten­tica anti­chità. Seguendo il consiglio, l’artista invec­chiò la figura. Un agente inno­mi­nato la vendette quindi a Riario per suo conto, rice­vendo 200 ducati ma versan­dogli soltanto trenta. Condivi evita il nome di Bald­ass­arre, sopp­ri­mendo dettagli già rivelati da Vasari. Attri­buisce l’idea dell’inganno a Lorenzo, sottraen­dola a Michel­an­gelo, contro Giovio, e a Bald­ass­arre, contro Vasari. Quando Riario seppe che il Cupido era di un artista vivente a Firenze, inviò «un suo genti­luomo» a scoprirne l’identità, fingendo di cercare un artista che lavor­asse per lui a

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Roma. Michel­an­gelo dimostrò le capa­cità disegn­ando una mano tanto bella da lasciare il genti­luomo «stupef­atto». Rico­no­sciuto così l’autore del Cupido, questi lo invitò a Roma «per recup­erare il resto [di quanto dovuto] e siste­mare le cose con il patrono, che sapeva quanto la situa­zione fosse spia­ce­vole». Qui Condivi presenta Riario con simpatia, trac­ci­ando persino un paral­lelo fra gli stati d’animo dei due, vittime di un mercante diso­nesto: Riario era sdignato d’esser gabbato e Michel­an­gelo mosso dall’isdegno d’essere stato fraudato.

Arri­vato a Roma, prosegue Condivi, Michel­an­gelo abitò nella casa del genti­luomo presso il palazzo di Riario: il dettaglio rivela indi­rett­amente che l’inviato del cardi­nale era Jacopo Galli.32 Riario «mise le mani addosso» al mercante diso­nesto, restituì il Cupido e recuperò il denaro. Per aver preteso il rimborso fu «da alcuni biasi­mato». La simpatia del biografo si inter­rompe qui brusca­mente e il cardi­nale diventa bersaglio diretto. Nono­stante l’immensa ricchezza, scrive Condivi, non volle spen­dere 200 scudi per una scul­tura che tutti giudi­ca­vano bellis­sima. «Che il cardi­nale inten­desse e si dilet­tasse poco di statue», prosegue, «lo dimostra a suffi­ci­enza il fatto che in tutto il tempo tras­corso da Michel­an­gelo presso di lui, cioè circa un anno, non gli commis­sionò mai nulla». Condivi nomina quindi per la prima volta Jacopo Galli:

[Michel­an­gelo] non rimase senza chi gli offrisse questo favore e si servisse di lui, poiché messer Jacopo Galli, genti­luomo romano di singo­lare ingegno, gli chiese di realiz­zare in casa sua un Bacco di marmo. Alto dieci palmi, nella forma e nell’aspetto corrisponde in ogni modo alle inten­zioni degli scrittori antichi.

Fu Galli, afferma Condivi, a commis­sio­nare il Bacco, mentre Riario, commit­tente igno­rante che non capiva nulla di scul­tura, non ordinò mai un’opera a Michel­an­gelo. Galli lo sostenne invece con il Bacco e un’altra figura, una statua di Cupido, ossia il Giovane arciere (Figg. 5 e 187). Entrambe erano ancora visi­bili nella colle­zione degli eredi Galli, «uomini cortesi e buoni con i quali Michel­an­gelo ha sempre mantenuto una stretta amicizia». L’improvvisa svolta contro Riario cond­anna il cardi­nale per elogiare Galli: il primo è uno sciocco, ingan­nato e poi capace di rifi­utare un’opera di Michel­an­gelo, mentre il genti­luomo Galli emerge come eroe.

Condivi presta parti­co­lare atten­zione alla perdita econo­mica dell’artista, contrap­po­nen­dola al recupero, da parte di Riario, della somma pagata a Bald­ass­arre. Se il cardi­nale non subì danni, «nessuno soffrì più di Michel­an­gelo», che «oltre a quanto rice­vette a Firenze [30 ducati] non guad­agnò nulla». Questa versione sotto­linea la diffi­coltà di otte­nere compensi equi, uno dei temi gene­rali della Vita. Mette in risalto le disav­ven­ture dovute al falli­mento della commis­sione per la tomba di Giulio II, tema domi­nante della biografia. Il risen­ti­mento dell’artista per quella che Condivi definì con celebre espres­sione la

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«tragedia» della tomba fu una ragione importante per scri­vere la biografia. Il racconto del mancato guad­agno sul Cupido evidenzia i problemi causati per tutta la carriera da commit­tenti avari. Sotto­li­ne­ando l’ignoranza di Riario, Condivi mette a fuoco il problema di commit­tenti disposti a pagare molto di più per statue antiche che per opere contemporanee.

Nel 1568 Vasari pubblicò la seconda edizione delle Vite [Appen­dice ii.34], incor­porando molte incon­gru­enze e devia­zioni fuor­vi­anti di Condivi. Lo corregge però nomi­n­ando di nuovo il venditore, Bald­ass­arre del Mila­nese: dopo che questi mostrò il Cupido a Lorenzo, Lorenzo consigliò all’artista di seppel­lirlo, invec­chiarlo e venderlo a Roma come antico. «Si dice», scrive Vasari rife­ren­dosi a Condivi, che Michel­an­gelo segu­isse il consiglio. Propone poi alter­na­tive: potrebbe essere stato Bald­ass­arre a invec­chiare, seppel­lire e vendere la figura a Riario per 200 ducati; oppure un agente inno­mi­nato avrebbe compiuto l’inganno per suo conto, intascando 200 scudi e mandan­done all’artista trenta, «sosten­endo di non aver rice­vuto di più» e «defrau­dando il cardi­nale, Lorenzo e Michel­an­gelo» insieme.

Seguendo Condivi, Vasari nel 1568 si concentra sull’ignoranza di Riario, sulla sua inca­pa­cità di apprez­zare la scul­tura moderna e sul mancato sostegno a Michel­an­gelo. Benché l’artista abitasse con lui per «circa un anno», non gli commis­sionò nulla. Il Cupido smaschera, per Vasari, uomini potenti e ricchi che badano alle appa­renze e non apprez­zano opere moderne eccel­lenti quanto le antiche.33 Vasari aggi­unge che il barbiere di Riario, pittore dilet­tante abile nel colorire, divenne amico di Michel­an­gelo, ne rico­nobbe il talento e usò un suo cartone per un dipinto. Quest’uomo umile vedeva il valore che sfug­giva al cardi­nale. Analog­amente Jacopo Galli, genti­luomo e «persona ingegnosa», rico­nobbe il talento e commis­sionò un Cupido marmoreo, il Giovane arciere (Figg. 5 e 187), oltre al Bacco. La commit­tenza del Bacco e il barbiere saranno discussi nel prossimo capi­tolo; resta da considerare il rapporto tra le lettere del 1496 e le biografie, e come le fonti nel loro insieme, pur contrad­dit­torie, chia­riscano il Cupido e il tenta­tivo di vendita a Roma.

Il Cupido dormi­ente di Michel­an­gelo e il mercato dell’arte

La versione degli eventi nelle lettere del 1496 contrad­dice radi­cal­mente le biografie succes­sive: Bald­ass­arre del Mila­nese agiva contro la volontà di Lorenzo di Pier­fran­cesco e Michel­an­gelo offrendo il Cupido a Roma come

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anti­chità. Le lettere sugge­ris­cono che la perdita di guad­agno e onore spinse l’artista ad affrontare Bald­ass­arre con l’aiuto di Lorenzo. Giovane e ancora non affer­mato, non poteva lasciarsi defrau­dare, e il desi­derio di difen­dere la repu­ta­zione fu appa­ren­te­mente tanto intenso da moti­vare il viaggio a Roma.34 Un tempo­raneo inganno poteva essere una reazione desi­de­rata al Cupido, ma era essen­ziale rico­no­scere a Michel­an­gelo la pater­nità e il successo nell’imitazione dell’antico. Riven­dicando l’opera, voleva inter­rom­pere una «catena sosti­tu­tiva» che le desse valore soltanto come copia di un origi­nale antico perduto, insis­tendo sull’origine moderna.35 L’episodio richiama la vistosa firma incisa poco dopo nella Pietà (Fig. 193).36 Le preoc­cu­p­a­zioni dell’artista segnalano anche la rilut­tanza a lasciare entrare l’opera nel libero mercato, come nel caso del grande Ercole. Secondo una proposta di Fran­cesco Caglioti, Michel­an­gelo potrebbe averne ottenuto la resti­tu­zione nell’agosto 1495, riven­dican­dolo tra i beni medicei confis­cati dopo l’esilio.37 Prima del 1506 passò agli amici Strozzi, prove­ni­enza che sembra riflet­tere il desi­derio di controllare l’esposizione e la rice­zione delle proprie crea­zioni.38

Descri­vendo le promesse del genti­luomo per persua­dere Michel­an­gelo a recarsi a Roma, Condivi afferma:

Gli promise che, se [Michel­an­gelo] avesse voluto accom­pagnarlo a Roma, gli avrebbe fatto pagare il resto e avrebbe siste­mato la ques­tione con il suo patrono, sapendo che ciò gli avrebbe fatto piacere. Michel­an­gelo dunque, in parte per l’indignazione di essere stato defrau­dato e in parte per vedere Roma […] andò con lui.

Qui, dove Condivi tocca il senti­mento d’ingiustizia, compare una postilla in una copia oggi in colle­zione privata. Le anno­ta­zioni cinque­cen­te­sche sono state convin­cen­te­mente attri­buite a Tiberio Calcagni, assis­tente di Michel­an­gelo, e inter­pre­tate come regis­tra­zioni dei commenti dell’artista, in prima persona, quasi sue cita­zioni. La postilla recita: «e disse inoltre di aver pregato il cardi­nale di non parl­arne, e che faceva male a parl­arne».39 Il genti­luomo disse dunque a Michel­an­gelo a Firenze di aver chiesto a Riario di tacere del Cupido, sapendo che l’avrebbe imba­raz­zato. Se è davvero la voce di Michel­an­gelo, la nota evidenzia la profonda preoc­cu­p­a­zione per la repu­ta­zione: la vendita come anti­chità era un’offesa al suo onore.

A deter­minare la vendita del Cupido a Roma come anti­chità fu l’emergere di un fiorente mercato delle statue marmoree antiche, anziché la speranza dell’artista di massi­miz­zare il guad­agno, e la sua

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inter­fe­renza con le pratiche di imita­zione e copia tradi­zio­nali delle botteghe fioren­tine.40 Come scri­vono Wood e Nagel, «fu il mercato dell’arte a creare infine la cate­goria dell’opera d’arte contraffatta»,41 e nel 1496 l’accelerazione del mercato dei marmi antichi consentì al Cupido di diven­tare un «falso». I mercanti-banchieri commer­cia­vano sempre più anti­chità marmoree, e il Cupido divenne una falsa anti­chità contro la volontà dell’artista. L’episodio segna il conflitto fra due novità quat­tro­cen­te­sche: la risposta crea­tiva all’antico di Donatello, Bertoldo e Michel­an­gelo a Firenze e il reddi­tizio commercio di scul­ture nelle reti bancarie fioren­tine e romane. Nel tardo Quat­tro­cento piccoli marmi antichi, come gioielli o arazzi, erano scam­biati sull’asse Roma-Firenze tramite pegni, acquisti e riven­dite.42 Il sistema finan­ziario si basava larga­mente, oltre che sulla moneta, sul possesso di oggetti preziosi. Il loro uso come garanzia rendeva costante la tenta­zione di esage­rarne o falsi­fi­carne il valore. Stabi­lire prezzi per oggetti di età e valore incerti era atti­vità di mercanti e «colle­zio­nisti», che potevano sostenere artisti abili nell’imitare o restaurare anti­chità, oppure spac­ciare oggetti moderni per antichi. Arte all’antica, mercato e pratiche mercan­tili e bancarie si svilup­pa­rono insieme. Fonda­men­tale era la rete dei Medici a Firenze e di Riario, Galli e Ciam­po­lini a Roma.43 Michel­an­gelo aspi­rava alla fama in questi ambi­enti con oggetti moderni che sembra­vano antichi; le mede­sime ambi­zioni lo espo­nevano alla minaccia che fossero frau­do­len­te­mente presen­tati come costose antichità.

Nella zona incerta fra inven­zione e contraf­fa­zione si sviluppò, soprat­tutto nella carriera di Michel­an­gelo, un nuovo tipo di oggetto: la scul­tura moderna che aspi­rava all’attenzione e vene­ra­zione riser­vate alle anti­chità. Condivi e Vasari sotto­li­neano le diffi­coltà iniziali dell’artista in un ambi­ente dove i commit­tenti paga­vano molto per opere antiche voltando le spalle alle moderne. Cupido e Bacco sembrano contestare questa situa­zione e mettere in luce i problemi creati alla profes­sione degli scultori. Entrambe le opere rispon­dono appa­ren­te­mente alla sfida del colle­zio­nismo anti­quario, che assor­biva troppa atten­zione e troppe risorse dei commit­tenti.44 Il giar­dino mediceo di San Marco mirava proba­bilm­ente a contrastare questo mutamento, colti­vando fusione bronzea e scul­tura marmorea perché una nuova gene­ra­zione dimostrasse di meri­tare il favore dei mecenati.

I ruoli di Jacopo Galli e Lorenzo di Pier­fran­cesco de’ Medici

Le biografie offrono scenari contrastanti, ma Condivi si impegna a sotto­li­neare il ruolo di Jacopo Galli nell’arrivo di Michel­an­gelo a Roma. Racconta dapp­rima la storia

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dell’agente di Riario, chiamato soltanto genti­luomo, che scoprì a Firenze lo scul­tore del Cupido; più avanti si rivela impli­ci­ta­mente Galli. Gli è attri­buito il rico­no­sci­mento dell’autore quando Michel­an­gelo, privo di opere finite da mostrare, disegnò una mano perfetta. L’episodio ha tutti i carat­teri del «racconto della scoperta del talento» iden­ti­fi­cato da Ernst Kris e Otto Kurz, motivo presente nelle Vite vasa­riane di Giotto e Dome­nico Beccafumi. Deriva dal racconto pliniano di Proto­gene e Apelle che rivelano la propria iden­tità trac­ci­ando linee di impos­si­bile precis­ione e finezza.45 Coeren­te­mente con la mini­miz­za­zione della forma­zione rego­lare di Michel­an­gelo, Condivi lo presenta inno­cente, senza espe­ri­enza o prepa­ra­zione suffi­ci­enti a offrire un esempio di lavoro. Il talento emerge però dalla sfida artis­tica per eccel­lenza: disegnare la propria mano. Il racconto rico­nosce la mano, lo stile perso­nale o maniera di Michel­an­gelo, ormai il più cele­brato e rico­no­sci­bile quando Condivi scri­veva negli anni Cinquanta del Cinque­cento.46

L’episodio attri­buisce a Galli il merito di aver accom­pa­gnato perso­nal­mente Michel­an­gelo a Roma. La lettera a Lorenzo indica effet­ti­va­mente un compagno di viaggio da Firenze: «siamo arri­vati sani e salvi» e «abbiamo comprato un blocco di marmo». Si è talvolta proposto Galli.47 Come suggerì per primo Poggi, è però più proba­bile l’assistente Piero d’Argenta: quella persona aiutò anche a scegliere il blocco, compito per cui un assis­tente artista era quali­fi­cato. Certa­mente nel gennaio 1498 d’Argenta era a Roma a curare gli affari di Michel­an­gelo.48

Nono­stante l’importanza asseg­na­tagli dai biografi, il nome di Galli è visto­sa­mente assente dalla lettera. Michel­an­gelo menziona invece Bald­ass­arre Balducci, tra i fioren­tini impeg­nati nel riac­quisto: «ora cercherò di siste­marla tramite il cardi­nale, come mi ha consi­gliato Bald­ass­arre Balducci». Non deve presen­tarlo a Lorenzo, che già lo cono­sceva, presu­mi­bilm­ente tramite il banco Galli-Balducci.49 Balducci appar­teneva alla comu­nità raccolta attorno alla confra­ter­nita di San Giovanni dei Fioren­tini, di cui erano membri lui e Bald­ass­arre del Mila­nese.50 Fu quindi Balducci, non Galli, il tramite verso Riario indi­vi­duato da Michel­an­gelo e Lorenzo. È plau­si­bile che Galli ospi­tasse e sosten­esse l’artista a Roma e, come si vedrà nel capi­tolo 7, redig­esse e contro­fir­masse il cont­ratto del Bacco. Il merito di averlo portato a Roma è però proba­bilm­ente imme­ri­tato. Il viaggio fioren­tino di Galli corrisponde agli obiet­tivi di Condivi: elogi­arlo per aver rico­no­sciuto il talento dove Riario aveva fallito e rafforz­arne lo status di amico intimo e sostenitore.

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Mentre i biografi fanno di Galli il prin­ci­pale inter­me­diario del tras­fe­ri­mento a Roma, la lettera sugge­risce che il prot­ago­nista decisivo fosse Lorenzo di Pier­fran­cesco, in colla­bo­ra­zione con Riario e la comu­nità bancaria fioren­tina a Roma.

Condivi e Vasari scrissero nell’epoca di Cosimo I, discen­dente diretto di Giovanni, fratello di Lorenzo di Pier­fran­cesco: si è quindi sugge­rito che esage­ras­sero il sostegno iniziale di Lorenzo a Michel­an­gelo.51 Dando prio­rità alla lettera del 1496, sembra invece che lo mini­miz­zino. Il Magni­fico aveva alle­vato Lorenzo di Pier­fran­cesco dai tredici anni e curato l’educazione sotto Poli­ziano e altri importanti umanisti.52 Adulto, fu un mece­nate di arte e lette­ra­tura della stessa forma­zione dei figli del Magni­fico. Forse per le sue nozze con Semi­ra­mide Appiano nel 1482 Botti­celli dipinse la Prima­vera e Pallade e il centauro;53 proprio tramite Botti­celli Michel­an­gelo gli scrisse nell’estate 1496. È evidente la simpatia per un artista che sembra considerasse quasi un familiare.

Lorenzo diede allo scul­tore nume­rose lettere per raggi­ungere l’obiettivo romano e i fondi per ricom­prare il Cupido. Erano chia­ra­mente uniti nello sforzo di fermare il mercante, benché ciò contrad­dica Condivi 1553 e Vasari 1568. Secondo la lettera, Bald­ass­arre comprò la statua tramite un terzo anonimo che gliela aveva mandata, poi cercò di venderla a Roma come anti­chità a prezzo elevato. Infor­mati, Lorenzo e Michel­an­gelo trova­rono il modo di dimostrarne la pater­nità. L’artista andò a Roma, accettò la commis­sione del Bacco e rist­abilì la repu­ta­zione venendo rico­no­sciuto come autore del Cupido. Se questa è la trama essen­ziale, i dettagli restano sfug­genti. Quando e per quale scopo lo aveva scol­pito? Se era per Lorenzo di Pier­fran­cesco, quando e come questi ne perse il controllo?

Hirst ha richi­amato un paga­mento di 200 ducati al cardi­nale nei conti Galli-Balducci del 5 maggio 1496, sugge­rendo un rimborso di Bald­ass­arre per il Cupido, ipotesi oggi ampia­mente accolta.54 Risa­lendo da quella data, si è proposto un acquisto a Firenze tra il 2 febbraio e il 12 marzo, data l’assenza di Bald­ass­arre dalle riunioni della Compa­gnia di San Giovanni dei Fioren­tini.55 Un esame più attento rivela però che il paga­mento del 5 maggio compare in un elenco di vendite di grano di Pali­doro per Riario ed è certa­mente estraneo al Cupido.56 Nei conti superstiti

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del banco Galli-Balducci per il 1496 non compare alcun paga­mento o accre­dito di Bald­ass­arre del Mila­nese a Riario.

L’arrivo dell’artista a Roma, il tenta­tivo di Bald­ass­arre di vendere il Cupido a Sforza e il tenta­tivo di Michel­an­gelo di riac­quis­tarlo si sussegui­rono rapi­da­mente. Il viaggio sembra rispon­dere alla recente notizia del tenta­tivo di frode. Proba­bilm­ente fu breve anche l’intervallo fra la scoperta da parte di Riario della moder­nità della statua e l’arrivo di Michel­an­gelo. All’arrivo, il cardi­nale era già suo alleato e disposto, come sugge­risce Balducci, ad aiut­arlo a recup­erare il Cupido. Dato questo sostegno, è diffi­cile evitare la conclu­sione che Lorenzo avesse scritto a Riario cond­ann­ando Bald­ass­arre ed elogi­ando Michel­an­gelo. Potrebbe essere stato il primo a infor­marlo della frode e della pater­nità, conqui­s­tan­done la simpatia e prepa­rando l’accoglienza entus­i­a­stica a Roma. Una prece­dente corrispon­denza è sugge­rita dalle «lettere» citate da Condivi e dall’affermazione di Bald­ass­arre che Lorenzo aveva «parlato male» di lui. Il rimborso delle spese di viaggio da Firenze indica inoltre che Riario avesse offerto, in corrispon­denza con Lorenzo, di ospi­tare e sostenere l’artista.57 L’invito emerge anche dal fatto che Michel­an­gelo visitò il cardi­nale come primo impegno, dando prece­denza al suo inca­rico il sabato e la dome­nica rispetto all’urgente ques­tione del Cupido. L’accettazione di una nuova commis­sione lascia pochi dubbi che Lorenzo ne avesse prepa­rato il terreno. La statua realiz­zata appo­si­ta­mente avrebbe compen­sato lo spia­ce­vole episodio valo­riz­zando l’inventiva di Michel­an­gelo, sfidan­dolo a egua­gliare l’antico e assi­cu­ran­dogli un compenso adeguato. Una prece­dente proposta di Lorenzo per restaurare l’onore dell’artista spieg­her­ebbe perché Michel­an­gelo gli parlasse del Bacco come di una ques­tione che lo coin­vol­geva personalmente.

La moti­va­zione di Michel­an­gelo, come sugge­rito, può spie­garsi con la preoc­cu­p­a­zione per la repu­ta­zione. Il viaggio fu ritenuto tanto urgente da perdere la festa fioren­tina di San Giovanni il 24 giugno.58 L’urgenza di Lorenzo è invece più diffi­cile da spie­gare. Perché voleva prot­eg­gere Riario dall’inganno e assi­curare a Michel­an­gelo un posto nella casa cardi­na­lizia? Perché cond­an­nare Bald­ass­arre e offrire all’artista sostegno perso­nale e denaro per ricom­prare il Cupido?

Proba­bilm­ente, oltre all’amicizia, era in gioco una più ampia stra­tegia poli­tica. Nell’estate 1496 la fazione Riario-Sforza a Roma era

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estre­ma­mente importante per Lorenzo. Come discusso, dopo l’assassinio di Girolamo Riario il cugino di secondo grado Lorenzo «il Magni­fico» aveva sostenuto la conti­nuità del dominio dei figlioli Riario-Sforza in Romagna. Dopo che l’invasione fran­cese del 1494 rivelò l’importanza stra­te­gica di Imola e Forlì, Lorenzo di Pier­fran­cesco continuò e ampliò questa poli­tica. L’invio di Michel­an­gelo a Riario nell’estate 1496 non mirava soltanto, come scrisse Wind, a offrire «condi­zioni favorevoli al suo genio» lontano dalla Firenze di Savo­na­rola.59 Raffor­zava anche la recente alle­anza del fratello Giovanni con Cate­rina Sforza, vedova di Girolamo. I Popolani ne cerca­vano il favore almeno dal 1495: otten­nero un pres­tito da lei, la aiut­a­rono nel reclu­t­amento e acquis­ta­rono grano dopo un pessimo raccolto toscano. Nella prima­vera 1496 Giovanni era alla corte di Cate­rina come amba­scia­tore fioren­tino;60 in ottobre circo­la­vano voci di matri­monio e entro novembre si erano sposati segre­ta­mente.61 Nell’autunno 1497 Lorenzo visitò Imola cercando senza successo di far sposare una figlia con Otta­viano, primo­ge­nito ed erede di Girolamo.62

Nell’estate 1496 la bene­vo­lenza di Riario e degli Sforza era quindi cruciale per i Popolani. I forli­vesi ammi­ra­vano Giovanni come «ricco signore de alcun castello», ma Ludo­vico Sforza, fratello di Ascanio, pare fosse meno impres­sio­nato dal «citta­dino mercante».63 L’alleanza con Riario era urgente dopo la sua oppo­si­zione nel 1494 alle nozze di Cate­rina con Giacomo Feo, castel­lano di Raval­dino.64 Il legame con Cate­rina aveva reso Feo poten­tis­simo a Forlì, come cele­bra­vano gli affre­schi della cappella Feo in San Biagio di Melozzo da Forlì e Marco Palmez­zano (Fig. 129).65 Temendo per l’eredità dei giovani cugini, Riario si unì a nobili locali ostili a Feo. Una congiura, aval­lata dal cardi­nale e forse da Otta­viano, ne causò l’assassinio nell’agosto 1495.66 Cate­rina si vendicò rapi­da­mente e brutal­mente. I rapporti con Riario erano allora ostili: lo accu­sava, insieme al colla­bo­ra­tore Giovanni Battista Brocchi, di aver favo­rito gli assas­sini e cospi­rato per deporla.67

La posta in gioco dell’alleanza con Cate­rina era alta e i vantaggi per i Popolani signi­fi­ca­tivi: dalle nozze con Giovanni sarebbe nato Giovanni «delle Bande Nere», padre del primo gran­duca Cosimo I. Non va sott­ova­lu­tata l’importanza poli­tica del momento in cui Lorenzo inter­venne per il Cupido. Diven­tano così più chiare le ragioni del suo aiuto per impedire l’inganno a Riario. Deter­mi­na­zione e assis­tenza riman­dano alla «diplo­mazia cultu­rale» medicea.68 Il caso del Cupido e

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il tras­fe­ri­mento di Michel­an­gelo nella casa di Riario ricordano altre occa­sioni in cui la fami­glia «donò» artisti o opere per sanare ferite poli­tiche o conso­li­dare coali­zioni. Nel 1501 Lorenzo si sarebbe affi­dato ancora all’artista, come amba­scia­tore fioren­tino impeg­nato a placare il mare­sci­allo di Gié Pierre de Rohan offr­en­dogli una copia michel­ang­io­lesca del David di Donatello.69 Proba­bilm­ente Lorenzo agì rapi­da­mente per evitare imba­razzo a Michel­an­gelo, a se stesso e a Riario: informò il cardi­nale della pater­nità del Cupido, agevo­lando nel contempo l’ingresso dell’artista nella sua casa.

La stra­tegia di Bald­ass­arre del Mila­nese e la data del Cupido dormiente

Perché Bald­ass­arre prese di mira Riario e Sforza? Era casuale che i primi clienti avvici­nati nell’estate 1496 fossero tanto importanti poli­ti­ca­mente per Lorenzo di Pier­fran­cesco? Oppure sovvertì un piano ideato a Firenze da Lorenzo? Poteva Lorenzo

fig. 129 Melozzo da Forlì e Marco Palmez­zano, Storie della vita di san Giacomo: il mira­colo degli uccelli, cappella Feo, Forlì, San Biagio (foto­grafia prece­dente alla distru­zione del 1944). 1493–1495. Foto © Biblio­theca Hertziana – Max-Planck-Institut für Kunst­ge­schichte, Roma.

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aver chiesto a Bald­ass­arre di mostrare il Cupido ai due cardi­nali, invi­tan­doli a usare i servizi di Michel­an­gelo come «dono» dei Popolani? Forse l’agente di Lorenzo non seppe resis­tere alla tenta­zione di venderlo come anti­chità, inne­scando il conflitto. Ciò spieg­her­ebbe la descri­zione di Condivi di un agente diso­nesto che defraudò Lorenzo e Michel­an­gelo vani­fi­can­done i progetti.

La lettera del 1496 esclude però questa possi­bi­lità. Bald­ass­arre agiva per proprio conto: considerava il Cupido «suo», da trat­tare a piaci­mento, e lo aveva rice­vuto da un terzo inno­mi­nato, non da Lorenzo o Michel­an­gelo. Doveva avere ragioni proprie per avvici­nare i due cardi­nali più potenti di Roma. Sforza, pur non noto come mece­nate o colle­zio­nista, era ricco e ben intro­dotto.70 Nella sua casa il Cupido poteva essere offerto anche a Tutta­villa, agente del duca di Milano, e a Pico della Miran­dola, agente di Isabella d’Este.

Bald­ass­arre puntò sulla parti­co­lare popola­rità del soggetto. A Roma nel 1496 l’interesse per i Cupidi dormi­enti antichi raggi­unse un culmine grazie alle recenti trat­ta­tive sul Cupido Bonatto. Nella prima­vera un raffi­nato esem­plare ritenuto di Pras­si­tele fu messo in vendita dagli eredi di Guido Bonatto, nobile di origine manto­vana. Fran­cesco II Gonzaga desi­derava otten­erlo, ma prezzo ed espor­ta­zione a Mantova resta­vano diffi­cili da nego­ziare. Il 30 maggio 1496 Flor­a­monte Brognolo, suo agente romano, riferì lo stallo: i Bonatto dove­vano prima sapere se il «cardi­nale di Genova», Paolo Campo­fre­goso, volesse comprarlo. Dal proto­no­tario Ludo­vico Agnelli aveva inoltre appreso che la vedova voleva venderlo con un diamante di circa 1200 ducati.71 I tenta­tivi conti­nu­arono per anni, fino all’acquisto nel 1505 da parte di Isabella d’Este. Ella lo considerava un capo­la­voro e, per la gioia degli ospiti, accostò il Cupido di «Pras­si­tele» al proprio Cupido moderno di Michel­an­gelo.72

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La vicenda del Cupido Bonatto è perti­nente all’inganno, soprat­tutto dato il ruolo di Riario come alleato dei Gonzaga. Per decenni li aiutò a procur­arsi ed esportare anti­chità, usando la carica di Came­ra­rius.73 Altro inter­me­diario importante era il «proto­no­tario» manto­vano Ludo­vico Agnelli, chierico della Camera Apos­to­lica,74 uno dei corti­giani passati dirett­amente dalla casa del cardi­nale Gonzaga a quella di Riario.75 Continuò a tutelare gli inter­essi dei Gonzaga a Roma e a reperire anti­chità e oggetti diffi­cili da trovare.76 Non sembra casuale che nell’estate 1496, mentre Fran­cesco II non riusciva ad acquis­tare il Cupido Bonatto, Bald­ass­arre offrisse a Riario un Cupido «antico» alter­na­tivo. Proba­bilm­ente sperava nell’acquisto del cardi­nale o di Agnelli o di altri suoi contatti manto­vani.77

Se né Lorenzo né Michel­an­gelo diedero il Cupido a Bald­ass­arre, come lo ottenne? Secondo Condivi, San Giovan­nino e Cupido furono scol­piti a Firenze nel 1495–1496 dopo Bologna. Il soggiorno fu breve, forse meno di sei mesi: è diffi­cile spie­gare come il Cupido potesse sfug­gire al controllo dell’artista e giungere al mercante-banchiere in quell’intervallo, soprat­tutto se realiz­zato per Lorenzo di Pier­fran­cesco. Forse fu scol­pito prima, nel giar­dino del Magni­fico a San Marco, ipote­ti­ca­mente in compe­ti­zione con il suo Cupido antico. Avrebbe allora potuto entrare nel mercato durante l’esilio del 1494. La popola­zione saccheggiò ampia­mente le proprietà medicee e molte opere rimaste furono confis­cate dalla Signoria o vendute tramite agenti o all’asta.78 Il Cupido avrebbe potuto facilm­ente giungere così a un mercante. Uscito dalla cerchia degli amici e sosteni­tori dell’artista, poteva essere venduto con l’inganno nel libero mercato.

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La vicenda del Cupido si svolse mentre cresceva il colle­zio­nismo e aumen­tava l’uso delle anti­chità nel sistema bancario, soprat­tutto di piccoli oggetti traspor­ta­bili. Non è casuale che mercanti-banchieri come Medici, Ciam­po­lini, Galli e Agos­tino Chigi dive­nis­sero grandi colle­zio­nisti e mece­nati in un’epoca di sovrap­po­si­zione fra questi ruoli e quelli di anti­quario e mercante d’arte.79 Monete, gemme incise e altre anti­chità falsi­fi­cate circo­la­vano comu­n­e­mente in un sistema esposto alla frode.80 Michel­an­gelo tras­corse la forma­zione in un ambi­ente mercan­tile e bancario; a San Marco si specia­lizzò in opere che attrae­vano questo ambi­ente esplo­rando il confine antico-moderno. Scul­ture pari all’eccellenza antica dilet­ta­vano i Medici e gli agenti inca­ri­cati di reperire preziosi e valu­t­arne l’autenticità. L’artista voleva al contempo affer­marsi e riven­dicare il valore delle proprie crea­zioni moderne. Nel 1496 il Cupido fu preso fra la sua ambi­zione di dimostrare il merito e la speranza di un mercante di vendere scul­tura moderna al prezzo dell’antico. La lettura attenta delle lettere del 1496 di Michel­an­gelo e Pico della Miran­dola mostra che né l’artista né Lorenzo lo spac­cia­rono per antico, contra­ria­mente a quanto spesso affer­mato. Uscito dalla rete degli alleati e offerto come anti­chità, Michel­an­gelo cercò, con il deciso sostegno di Lorenzo, di rist­abi­lire l’onore riven­dican­dolo. Nella comples­sità dei ruoli e delle moti­va­zioni, l’obiettivo gene­rale dell’alleanza fra Popolani fioren­tini e Riario-Sforza romani ebbe un ruolo signi­fi­ca­tivo nel tras­fe­ri­mento nella casa di Riario. In un momento decisivo della carriera, il cardi­nale sostenne Michel­an­gelo con il Bacco, permet­t­en­dogli di dimostrare il talento e affer­mare il valore della scul­tura moderna.

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