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Familiari, umanisti e predicatori negli anni Ottanta e Novanta del Quattrocento
Capitolo 4 · Pagine dell’edizione a stampa 126–149
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4 Familiari, umanisti e predicatori negli anni Ottanta e Novanta del Quattrocento
Mentre realizzava il grandioso progetto edilizio di San Lorenzo, il cardinale Riario costituì anche una magnifica casa sul modello degli zii Pietro e Girolamo. Questo capitolo considera i letterati, gli oratori, i linguisti, gli astrologi e i predicatori della sua cerchia, mentre il capitolo 5 si rivolgerà alla collezione di antichità, al patrocinio degli artisti e alla villa in Trastevere. L’esame complessivo della corte di Riario ricostruisce il contesto intellettuale e artistico che offrì rifugio al giovane Michelangelo al suo arrivo nel 1496. Permette inoltre di rivalutare un importante programma culturale promosso da Riario, attraverso fonti finora considerate soltanto superficialmente negli studi. In questo capitolo, la panoramica del patrocinio di umanisti e oratori illumina l’entusiasmo del cardinale non soltanto per la filosofia neoplatonica, spesso sospettato, ma anche per l’astrologia, i testi ebraici e arabi, la cabala e altre forme di prisca theologia. Il deciso sostegno a scrittori e predicatori che celebravano le campagne spagnole contro musulmani ed ebrei, inoltre, consente di contestualizzare la rinascita dell’antico fra i suoi familiari, che attingevano al passato per glorificare i trionfi cristiani. Questi temi saranno esplorati alla luce della vasta rete di relazioni che sosteneva le aspirazioni religiose, intellettuali e politiche di Riario.
La cerchia più vicina al cardinale Riario
I conti Galli-Balducci, gli atti di Gisberto Senilis e altre fonti fondamentali permettono di conoscere gli alleati più stretti di Riario, che vivevano con il cardinale o dipendevano da lui per le proprie carriere a Roma. Diversi di loro avevano dimostrato fedeltà alla famiglia durante la congiura dei Pazzi, fra cui i Casali di Bologna. Il giovane giurista Catalano Casali era stato imprigionato a Firenze insieme al cardinale. Dopo la liberazione, Catalano ricevette una stanza nel palazzo di Riario a San Lorenzo, mentre il fratello Michele si stabilì in una casa in piazza San Lorenzo.1 Per commemorare l’amicizia e la buona sorte condivisa, l’artista Lysippus fuse una medaglia che riuniva i loro ritratti, quello di Riario su un lato e quello di Catalano sull’altro.2 Il profondo legame di Michele Casali con Riario durò per decenni: nel 1490 il cardinale gli assegnò un appalto della Camera Apostolica per la riscossione dell’imposta sul vino a Bologna e, alla morte di Casali nel 1506, divenne tutore dei suoi figli.3 Riario trattava i Casali come membri della famiglia allargata e, quando si recava a Bologna, soggiornava nel loro palazzo.4
Molti membri del nucleo centrale della casa di Riario erano parenti savonesi. Fin dai primi anni del cardinalato, Riario accordò favori speciali al fratello Francesco Sansoni, che era stato imprigionato con lui a Firenze dopo la congiura dei Pazzi e aveva assistito la famiglia nei momenti turbolenti successivi alla morte di Sisto IV nel 1484.5 Il cardinale si preoccupò di provvedere a Francesco rinunciando in suo favore al ricco beneficio di Chiaravalle di Fiastra. Gli assicurò inoltre stanze proprie e propri familiari a San Lorenzo in Damaso.6 Altri Sansoni prosperarono per decenni nella cerchia di Riario, come Corrado Sansoni, che si ritagliò un ruolo di amministratore dell’attività agricola del cardinale, raccogliendo grano a Palidoro e Statua per venderlo a fornai e altri clienti romani. Un altro stretto parente, Lorenzo Sansoni, figlio di Corrado, tentò di intraprendere una carriera in Curia, apparentemente con scarso successo.7
Riario fu anche tenacemente fedele ai parenti Spinola. Protesse Luigi, Agostino e il «protonotario» Francesco Spinola, figli della zia Petruccia Riario e del nobile genovese Giovanni Spinola. Francesco poté stabilire una propria residenza nobiliare presso San Lorenzo, in via di Parione, decorandola con iscrizioni recanti il proprio nome (fig. 75) e con affreschi di Polidoro da Caravaggio e Maturino sulla facciata.8 Il cardinale aprì inoltre la strada all’ascesa ecclesiastica di Agostino Spinola, dalla nomina a vescovo di Perugia sotto Giulio II all’elevazione al cardinalato e infine alla nomina a camerlengo sotto Clemente VII.9 Nel nuovo Palazzo San Giorgio,
fig. 75 Portale del palazzo di Francesco Spinola, Roma, via di Parione 7. Foto: autrice.
fig. 76 Raffaello, La messa di Bolsena, Città del Vaticano, Palazzo Apostolico, Stanza di Eliodoro. 1512–1514. Foto: Vatican Museums and Galleries, Vatican City © Npl — DeA Picture Library / Bridgeman Images.
figg. 77–78 Giovanni d’Aria, Tomba del cardinale Agostino Spinola, Savona, Civico Museo Archeologico e della Città, Complesso Monumentale del Priamar. 1522. Foto: autrice, riprodotte per concessione del Civico Museo Archeologico e della Città.
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il cardinale Riario assegnò ad Agostino una stanza di rilievo nell’angolo nordorientale, decorata con lo stemma Spinola.10 Le promozioni ottenute grazie a Riario fecero infine di Agostino il suo protetto di maggior successo, in un rapporto apparentemente immortalato da Raffaello nelle Stanze Vaticane. Come sostenne per primo Schiavo, la figura di profilo con la bocca rivolta verso il basso, dietro il cardinale Riario nella Messa di Bolsena di Raffaello (fig. 76), è probabilmente Agostino Spinola. L’identificazione è convincente, considerati il rango di Spinola alla corte di Giulio II e la somiglianza fra questo ritratto e l’effigie sulla sua tomba (figg. 77–78).11
Riario si circondò di altri savonesi, come il maestro di casa Giovanni Ferrero, il maggiordomo Accursio de Petra o Pietro di Giovanni de Costa, originario della vicina Albenga, procuratore e camerarius residente in via dei Leutari.12 Costa entrò in conclave con Riario nel 1484 e comparve spesso come testimone nei documenti stipulati nel palazzo del cardinale.13 Riario favorì anche uomini dell’élite imolese, come Giacomo Cardelli, giunto a Roma quindicenne e rimasto nella sua casa per tutta la vita. Cardelli era con Riario quando questi fuggì da Roma nel novembre 1499 e, dopo la ricostruzione della basilica di San Lorenzo, i Cardelli fondarono nella nuova chiesa una cappella di famiglia. Grazie alla fedeltà duratura ai Riario e agli Spinola, Cardelli ottenne numerose ricompense. Arrivò ad acquistare un gruppo di case in Campo Marzio e a costruire il palazzo oggi noto come Palazzo Firenze, dove sono ancora visibili il suo stemma e portali in marmo scolpito recanti il suo nome (fig. 79).14
Riario ospitò diversi vescovi facoltosi che, con il suo sostegno, avviarono carriere di rilievo. Fra loro vi era Giacomo Luzio da Sutri, vescovo di Caiazzo. Nell’aprile 1504 fu Luzio a officiare a San Lorenzo la cerimonia nella quale
fig. 79 Roma, Palazzo Firenze, sopraporta. Foto di Tatjana Bartsch © Bibliotheca Hertziana – Max-Planck-Institut für Kunstgeschichte, Roma.
il cardinale Riario fu ordinato sacerdote per la prima volta.15 Luzio rimase uno dei suoi confidenti e nel 1517, dopo la congiura Petrucci, la sua famiglia impegnò una somma considerevole per le garanzie richieste da papa Leone X in cambio della liberazione di Riario da Castel Sant’Angelo.16 Un’altra figura rimasta fedele a Riario per tutta la carriera fu il vescovo Altobello Averoldi, oggi ricordato per il mecenatismo artistico e soprattutto per la pala commissionata a Tiziano per i SS. Nazario e Celso a Brescia. Averoldi strinse amicizia con Riario a Roma a metà degli anni Novanta e, dopo la morte del cardinale nel 1521, commissionò una doppia tomba per sé e per Riario, collocata nei SS. Nazario e Celso in stretto rapporto con la pala di Tiziano.17 Due vescovi cortigiani che rimasero per molti anni al centro degli affari di Riario furono Ottaviano Fornari di Genova e Giovanni Ebu di Viterbo. Ottaviano Fornari, vescovo di Mariana in Corsica, compariva frequentemente come testimone nei documenti per Riario e abitò con lui sia nel palazzo di San Lorenzo sia in quello presso Sant’Apollinare. Alla morte nel 1500, Fornari fu sepolto a Sant’Agostino in una tomba marmorea scolpita dalla
fig. 80 Andrea Bregno e bottega, Tomba di Ottaviano Fornari, Roma, ex chiostro di Sant’Agostino. 1496 o successiva. Foto di Peter1936F, cc by-sa 4.0, tramite Wikimedia Commons.
bottega di Bregno (fig. 80).18 Quando nel 1496 morì il vescovo di Crotone Giovanni Ebu, nominò il cardinale Riario erede universale. L’agente di Riario, Bartolomeo de’ Dossis di Parma, collaborò con Jacopo Galli alla gestione dell’eredità del vescovo e, come si vedrà nel capitolo 8, alla commissione a Michelangelo di una pala per la sua cappella funeraria. Come Fornari e altri membri della cerchia di Riario, Giovanni Ebu scelse di essere sepolto a Sant’Agostino.19
L’Accademia di Giulio Pomponio Leto e la rete umanistica di Riario: Bonincontri, Marsi e Biaxander
Nel corso della carriera, Riario accolse umanisti e intellettuali il cui lavoro rispondeva alle sue ambizioni culturali e religiose. Come si è osservato nel capitolo 2, suo zio, il cardinale Pietro, era un celebre protettore della poesia e sosteneva diversi sodali di Giulio Pomponio Leto; Raffaele ne seguì con entusiasmo le orme. Come si è discusso, Raffaele Riario sembra essere stato fra i patrocinatori delle Palilie del 1484, quando il poeta astrologico Lorenzo Bonincontri e Giovanni Sulpizio da Veroli ricevettero entrambi la corona d’alloro di Leto. Probabilmente fu intorno a questo periodo che Bonincontri divenne una figura importante nella casa di Riario. Aveva studiato astrologia a Napoli, nella cerchia di Giovanni Pontano, e nel 1475 era tornato nella natia Toscana per insegnarla a Firenze. Le sue lezioni suscitarono l’ammirazione di Ficino.20 Intorno al periodo della congiura dei Pazzi, Bonincontri lasciò Firenze per Pesaro, dove servì come astrologo di corte Costanzo e Giovanni Sforza. Nel 1484 si era trasferito a Roma, ottenendo una cattedra di astrologia allo Studium Urbis e il favore di papa Sisto IV, del cardinale Giuliano della Rovere, del cardinale Ascanio Sforza e del cardinale Riario.21 Il patrocinio di Riario fu cruciale per i suoi tentativi di far rivivere la poesia astrologica, genere ispirato alla recente riscoperta delle opere di Arato e Marco Manilio.22 Nel 1484 Bonincontri espresse gratitudine al cardinale dedicandogli la propria edizione dell’Astronomicon di Manilio. Astrologo esperto, poteva fornire a Riario pronostici e importanti consigli pratici sui tempi delle sue azioni, sulla base degli influssi celesti. Durante il periodo sotto la sua protezione, Bonincontri pubblicò diverse previsioni astrologiche: brevi opuscoli a stampa con pronostici per l’anno successivo, tutti dedicati al cardinale Riario.23
Il patrocinio di Bonincontri negli anni Ottanta e Novanta riflette la profonda ammirazione di Riario per la cultura fiorentina, tema ricorrente nel suo mecenatismo. Più inaspettatamente,
Riario manifestò tuttavia anche una marcata preferenza per familiari, umanisti e artisti legati a Mantova e alla corte dei Gonzaga. Un esempio significativo è il sostegno a Pietro Marsi,24 già familiare del cardinale Gonzaga, passato direttamente nella casa di Riario dopo la morte di quest’ultimo.25 Sebbene Paolo II avesse fatto imprigionare Marsi per i legami con Pomponio Leto, la sua fortuna migliorò durante il pontificato di Sisto IV, quando divenne professore di retorica alla Sapienza. Marsi era molto ammirato come oratore e ricevette l’onore di pronunciare l’orazione funebre del conte Girolamo Riario a Imola nel 1488 e quella di Pomponio Leto nel 1498. Grazie all’influenza del cardinale Riario, divenne canonico di San Lorenzo in Damaso e, alla morte nel 1511, fu sepolto nella basilica.26 L’affinità di Riario con la cerchia dei Gonzaga a Roma è ulteriormente illustrata dai favori concessi a Battista Fiera, medico e poeta mantovano noto soprattutto per l’amicizia con Andrea Mantegna.27 Nel 1490 Fiera dedicò a Riario il poema medico Coena, adulandolo attraverso il suo emblema del timone: «Tu solo, Raffaele, sostieni le mie fatiche mediche. Spingi la mia misera nave sul mare in tempesta verso un porto favorevole e impedisci che io perisca per l’ostilità dei tempi». Il fortunato trattato di Fiera, introdotto da una poesia di Pomponio Leto, offriva una guida in versi all’antica scienza della dietetica, con consigli per migliorare la salute attraverso specifiche abitudini alimentari.28
Marsi, Fiera e quasi tutti gli umanisti favoriti da Riario negli anni Ottanta e Novanta avevano qualche legame con l’Accademia romana di Giulio Pomponio Leto: De Clodiis e Capella, Sulpizio da Veroli, Bonincontri, Tommaso Inghirami e il poeta siciliano Antonio Biaxander, di cui si parlerà oltre, appartenevano tutti alla cerchia di Leto. Si può inoltre osservare una netta sovrapposizione fra gli umanisti favoriti da Riario e lo Studium Urbis, dove insegnava Pomponio Leto. Diversi docenti dello Studium erano legati a Riario, fra cui Pietro Marsi, Inghirami, Biaxander, Bonincontri, Sulpizio, Matteo Bonfini, Bartolomeo de’ Dossis e Ottaviano Fornari. Il numero di professori universitari associati al cardinale testimonia non soltanto i suoi interessi personali, ma anche il ruolo amministrativo del Camerarius nello Studium Urbis. La Camera era legata allo Studium attraverso il controllo della gabella studii e, nel corso del Quattrocento, il Camerarius assunse un ruolo più attivo nel funzionamento interno dell’università, comprese le nomine dei funzionari, la scelta dei docenti e perfino la determinazione degli stipendi. L’influenza di Riario è attestata dal fatto che negli anni Novanta due membri fra i più importanti della sua casa, il vescovo Ottaviano Fornari e Bartolomeo de’ Dossis, percepivano stipendi consistenti come docenti universitari.29 I favori e le entrate derivanti dall’università erano distribuiti fra gli alleati di Riario: nel 1490
e nel 1504–1506 la banca Galli-Balducci fu depositaria della gabella studii e pagò in quegli anni gli stipendi a Fornari, Inghirami, Marsi e Antonio Biaxander.30
Quest’ultimo, cabalista, poeta e studioso di lingue orientali, noto anche come Flaminius o «il Flaminio», ricevette un sostegno considerevole da Riario. Flaminio è una figura poco nota, spesso confusa con il più celebre Marco Antonio Flaminio.31 Ai suoi tempi, tuttavia, la competenza nelle lingue antiche e nella cabala gli valse notevole fama a Roma e altrove, tanto da indurre l’umanista spagnolo Antonio de Nebrija a descriverlo come uno degli uomini più dotti d’Italia.32 Molto di ciò che sappiamo di Biaxander si ricava dalle lettere pubblicate dal conterraneo Lucio Marineo Siculo, che da giovane aveva studiato greco con lui.33 Esse rivelano che Biaxander proveniva da Mineo, in Sicilia, probabilmente da una famiglia di ebrei convertiti. Secondo un suo epigramma, la madre era dalmata e il padre greco.34 Studiò greco antico con Giacomo Mirabella a Palermo, aggiungendolo alla conoscenza del latino, dell’ebraico e dell’arabo. Dopo un breve soggiorno a Napoli nella cerchia di Giovanni Pontano, si trasferì a Roma, sembra fra il 1484 e il 1486. Qui strinse amicizia con Pomponio Leto e adottò il nome accademico di «Flaminius». Nel 1488 era impiegato come precettore di greco e si lamentava con Siculo della scarsità di manoscritti greci in vendita a Roma, che ostacolava l’insegnamento del «divino Platone».35 A un certo punto, certamente entro il 1494, ottenne una cattedra di eloquenza allo Studium Urbis, che mantenne per il resto della vita.36 Secondo la breve ma memorabile descrizione di Pierio Valeriano, Flaminio «trascinava la vita in una particolare forma d’infelicità», «non traeva piacere dall’amicizia o dalla compagnia di nessuno» e non cenava mai in compagnia. Valeriano racconta che la sua morte passò inosservata per tre giorni, finché un oste lo trovò disteso fra mucchi di libri sparsi sul pavimento.37
Un consistente gruppo di manoscritti ebraici e arabi conservati in Vaticano e altrove è stato ricondotto alla biblioteca di Flaminio; le note marginali da lui apposte ne illuminano gli interessi e la straordinaria ampiezza delle conoscenze.38 Fra questi vi sono opere cabalistiche, trattati astrologici e una traduzione in ebraico di un manuale medico arabo. Una traccia della sua competenza linguistica emerge da un aneddoto tramandato in un trattato sulle lingue copte e semitiche pubblicato nel 1539. L’opera dell’umanista Teseo Ambrogio degli Albonesi riguardava le scritture aramaica, siriaca, etiopica, samaritana e copta e il significato cabalistico dei loro caratteri. L’alfabeto che egli chiama «samaritano», scrive, gli era stato consegnato a Roma da Fabio Vigili, «segretario di Raffaele Riario, cardinale di San Giorgio». Durante il soggiorno romano, prosegue Ambrogio, mostrò l’alfabeto anche al «poliglotta Flaminio, il più dotto studioso della sua epoca». Flaminio confermò che si trattava effettivamente di samaritano e poté trascriverne una copia, che Ambrogio degli Albonesi riprodusse nella pubblicazione (fig. 81).39
La poesia di Flaminio sopravvive in uno straordinario manoscritto, una miscellanea poetica (BAV, MS Vat. lat. 2870) che tratta un’ampia varietà di temi, dagli inni religiosi alla Vergine alle opere
d’arte, come la tomba di Innocenzo VIII e l’Apollo del Belvedere, fino all’astrologia. Molti componimenti del manoscritto, composti fra gli anni Novanta del Quattrocento e la morte di Flaminio nel 1513 o 1514, sono dedicati al cardinale Riario. Comprendono i versi già menzionati sulla colossale statua di Musa che Riario avrebbe poi esposto nel cortile del nuovo palazzo (si veda fig. 103). Altri testi presentano un artista anonimo che loda Riario per avergli offerto la possibilità di apprendere la pittura nel Palazzo San Giorgio. Queste poesie saranno approfondite nel capitolo 5, nel contesto del mecenatismo artistico e della collezione di antichità di Riario.40 Altri straordinari componimenti della miscellanea di Biaxander trattano le previsioni astrologiche che affascinavano il cardinale. Accennano all’uso delle arti magiche da parte di Riario per prevedere e influenzare gli eventi futuri, soprattutto le elezioni papali. In uno, rivolto a un’«immagine» della Fortuna e della Prudenza, Flaminio supplica le due figure di «consegnare
fig. 81 Teseo Ambrogio degli Albonesi, Introductio in Chaldaicam linguam, Syriacam, atque Armenicam, & decem alias linguas, fol. 202, Monaco di Baviera, Bayerische Staatsbibliothek Res/4 Polygl. 3. <urn:nbn:de:bvb:12bsb10204021‑5>. 1539. Foto: Bayerische Staatsbibliothek, Monaco di Baviera, NoC-nc/1.0.
i poteri del Vaticano» a Riario. Altri sono rivolti alle stelle e le invitano a influenzare il prossimo conclave e a «fare del cardinale un papa» [Appendice II.19].41 Queste affascinanti opere sembrano riflettere l’interesse del cardinale non soltanto per l’astrologia, ma anche per la magia astrale. In diversi momenti della vita Riario fu ricordato per il ricorso a mistici e consiglieri astrologici, soprattutto in relazione all’ardente ambizione di conquistare il papato. Durante il pontificato di Giulio II, per esempio, un ambasciatore veneziano lo derise per aver riposto «fede nelle vane predizioni degli astrologi, che preannunciavano che il papa non avrebbe vissuto a lungo e alimentavano nel cardinale la speranza di succedergli».42
Molti letterati favoriti da Riario, come Biaxander, sono oggi figure poco note, oscurate da altri umanisti rinascimentali più vicini agli interessi del discorso accademico moderno. A Roma non mancavano tuttavia uomini di talento capaci di soddisfare il gusto di Riario per la sapienza esoterica e sincretica, la magia astrale, l’astrologia, le lingue orientali e la cabala.43 Già negli anni Settanta, Ficino aveva probabilmente indirizzato Riario verso la magia astrale e forse anche verso la cabala.44 Sembra inevitabile che a Roma il cardinale sia entrato in contatto con Guglielmo Raimondo Moncada, noto anche come Flavio Mitridate, studioso ebreo convertito proveniente dalla Sicilia, esperto di ebraico, arabo e astrologia. Fu precettore di ebraico di Giovanni Pico della Mirandola e tradusse per lui un’intera biblioteca di testi cabalistici.45 Nel 1486 Pico propose notoriamente di discutere a Roma le proprie «novecento tesi», comprese quelle sui poteri rivelatori della cabala, prima di essere fermato dal papa.46 In quest’epoca gli studi ebraici e cabalistici fiorirono nei circoli dell’élite italiana accanto alla ben più studiata rinascita umanistica dell’antichità greco-romana, e per Riario furono oggetto di profonda venerazione.
Docta pietas, pia philosophia: fra Mariano da Genazzano ed Egidio da Viterbo
Dagli anni Ottanta, il mecenatismo di Riario riunì diverse figure interessate alla prisca theologia, la sapienza divina che si credeva fosse stata concessa a Mosè, Ermete Trismegisto, Platone e altri «profeti» precristiani. A questo interesse intellettuale si accompagnava il fascino per l’arte, la poesia e la letteratura antiche. Insieme, questi elementi costituirono il nucleo
di un programma culturale che Riario probabilmente intendeva come un trasferimento a Roma dell’ambiente raffinato della Firenze medicea. Questa ambizione risuona nel patrocinio di Bonincontri e Biaxander, così come in quello dei predicatori agostiniani Mariano da Genazzano ed Egidio da Viterbo. Pagan Mysteries in the Renaissance di Edgar Wind, pubblicato nel 1958, esplorò per primo questo contesto teologico e intellettuale. Wind richiamò l’attenzione sul netto contrasto fra il domenicano Girolamo Savonarola a Firenze e l’entourage agostiniano di fra Mariano a Roma al momento del trasferimento di Michelangelo alla corte di Riario nel 1496. Nella cerchia del cardinale, «che era anche quella di Jacopo Galli», scrisse, «una rinascita agostiniana del misticismo cristiano si combinava con un culto formale di Cicerone e Virgilio».47 Dopo Pagan Mysteries, studiosi come Alexander Nagel e Meredith Gill hanno sottolineato l’influenza formativa dell’ambiente agostiniano di Riario sulla carriera di Michelangelo.48 Anche la ricerca sulla cultura teologica della Roma rinascimentale è progredita, soprattutto grazie a John O’Malley, gettando nuova luce sul culto della prisca theologia e sugli interessi agostiniani e neoplatonici della cerchia di Riario.49
Fra Mariano ed Egidio da Viterbo furono figure di grande importanza per Riario, predicatori agostiniani che il cardinale sostenne e promosse in qualità di protettore dell’ordine. Entrambi adottarono un approccio dotto ad Agostino che rispecchiava l’incontro dello stesso santo con Platone e i neoplatonici.50 Fra Mariano da Genazzano, del capitolo agostiniano di Lecceto, conquistò fama in tutta Italia per le doti oratorie e fu favorito a Roma da Innocenzo VIII, che nel 1487 lo chiamò a predicarvi. Lorenzo de’ Medici lo attirò poi a Firenze, dove l’erudizione e l’eloquenza gli valsero l’ammirazione degli umanisti della sua cerchia.51 Poliziano lodò la capacità di fra Mariano di combinare dottrina religiosa e cultura classica, contrapponendola alla ristrettezza di vedute dei «censori da pulpito» che volevano cancellare il passato pagano. Ricordava che i Padri della Chiesa, Agostino compreso, avevano riconosciuto il valore dell’antichità, considerandola un deposito di sapienza divina.52 La popolarità di fra Mariano è ulteriormente attestata da una lettera di Andrea Corneo da Urbino a Giovanni Pico della Mirandola, nella quale si descrivono gli ascoltatori rimasti «immobili come marmo». Corneo presentava fra Mariano come una moderna incarnazione dei grandi oratori classici, capace di commuovere e ispirare gli ascoltatori con straordinaria eloquenza.53
I Medici ricompensarono generosamente Mariano per i doni retorici, la fedeltà politica e la ferma opposizione a Savonarola. Secondo il biografo di Lorenzo, Niccolò Valori, fra Mariano entrò a far parte di un gruppo ristretto che si riuniva con Lorenzo de’ Medici nel convento agostiniano di San Gallo a Firenze. Come scrive Valori,
per infiammare e ravvivare la fede e il culto divino, [Lorenzo] costruì, a soddisfazione di questo predicatore e dei suoi frati e con grande spesa, un monastero ampio e magnifico appena fuori città. Spesso Pico, suo intimo familiare [Giovanni Pico della Mirandola], e molti altri letterati vi si riunivano come in un’Accademia della religione cristiana, discutendo senza interruzione dei misteri divini e dei segreti della teologia.54
Mentre Mariano deliziava la cerchia più vicina a Lorenzo de’ Medici, per molti fiorentini queste discussioni andavano troppo oltre: la sua predicazione sembrava troppo vicina alla recitazione e troppo lontana dallo stile dei frati incentrato sulle vite dei santi.55 Dopo l’espulsione dei Medici nel 1494 e l’ascesa di Savonarola a Firenze, fra Mariano cercò un nuovo protettore. Ristabilì i rapporti con Roma predicando a Sant’Agostino nella primavera del 1495. Conquistò l’affetto del cardinale Riario e salì rapidamente ai vertici dell’ordine agostiniano, assumendo il ruolo di coauditore nell’agosto 1495 e poi di vicario nel gennaio 1496. In una cerimonia del 13 maggio 1497 presieduta da Riario, gli agostiniani lo elessero priore generale. Quando Mariano tentò di rifiutare, dichiarandosi indegno, Riario intervenne per assicurarsi che accettasse.56 Quello stesso giorno, il 13 maggio 1497, Alessandro VI emanò la scomunica di Savonarola, acerrimo nemico di fra Mariano. La sequenza degli eventi illumina il ruolo decisivo di Mariano nel collegare l’ambiente intellettuale e spirituale della Firenze medicea alla casa di Riario a Roma. L’arrivo di Michelangelo nel 1496 si collocò in questo contesto, in un periodo nel quale Riario offriva rifugio agli oppositori di Savonarola.
Nell’estate del 1498 papa Alessandro VI inviò fra Mariano in missione diplomatica a Napoli. Egli si recò in Campania insieme al giovane Egidio da Viterbo, ma morì a Sessa Aurunca in dicembre. Alla presenza del cardinale Riario, Aurelio Brandolini pronunciò l’orazione funebre di Mariano nella basilica di Sant’Agostino. Nell’occasione ne lodò la vasta conoscenza della poesia e della retorica, tanto straordinaria da farlo sembrare educato non dai frati agostiniani ma nel «ginnasio di Atene, sotto Demostene, principe dell’oratoria greca». Il cardinale Riario, «uomo di grande animo e ingegno», meritava lode per aver condotto Mariano «ad Alessandro VI e a sé stesso».57
La presenza di fra Mariano a Roma e la protezione accordatagli da Riario prepararono il terreno sul quale sarebbe poi fiorita l’attività del più celebre predicatore agostiniano Egidio da Viterbo.58 Mariano era stato mentore di Egidio e probabilmente lo aveva ispirato fin dall’inizio a entrare nell’ordine agostiniano.59 Egidio intraprese gli studi teologici a Padova, dove un incontro con Giovanni Pico della Mirandola potrebbe aver acceso il suo interesse per la cabala.60 Passato a un incarico d’insegnamento a Capodistria, si distinse nello studio di Platone e nella conciliazione fra cristianesimo e filosofia platonica. Prima del 1497 soggiornò per un certo periodo a Firenze, dove studiò con Ficino. Come lui, si impegnò a riscoprire gli scritti di Platone attraverso il neoplatonismo di sant’Agostino: era stato attraverso Platone che Agostino aveva conosciuto il cristianesimo, e attraverso Platone la Chiesa contemporanea avrebbe realizzato un rinnovamento spirituale.61 Fiduciosi nelle capacità di Egidio, fra Mariano e il cardinale Riario lo chiamarono presso gli agostiniani a Roma, dove, come egli stesso disse, avrebbe «esposto e difeso tutto Platone» per quanto gli fosse possibile.62 Nella primavera del 1497 giunse a Roma e sostenne la theologia platonica durante un esame per conseguire un grado in teologia. In una lettera a Ficino descrisse l’esame come un’energica difesa di Platone, con un linguaggio che evocava una battaglia:
Sembrava stessero per cancellare del tutto il nome di Platone, ed esso sarebbe davvero scomparso se non avesse ricevuto il favore dei santi sacerdoti che chiamano cardinali. Tuttavia una dottrina divina non poteva essere scossa dalla follia dei malvagi, e con l’aiuto di Dio e dei buoni e soccorrevoli spiriti tutelari di Platone ne uscimmo salvi. E in modo tale che i nostri nemici arrossirono davanti all’immensa grandezza di Platone.63
Egidio non nomina questi cardinali protettori, ma si è tentati di presumere un riferimento a Raffaele Riario.
Egidio assunse un ruolo personale di consigliere spirituale del cardinale, soprattutto dopo la nomina di Riario a vescovo di Viterbo nell’agosto 1498. Per offrirgli una tregua dopo anni di predicazione in numerosi luoghi, Riario gli concesse l’uso di un eremo sul Monte Cimino presso Bagnaia, residenza estiva di cui godeva come vescovo di Viterbo. Egidio scriveva al cardinale da quello che chiamava «il nostro Cimino», ed è noto che Riario gli fece visita in questo ritiro.64 Prima del 1505 Egidio era sostenuto non soltanto da Riario, ma anche dal circolo intellettuale di Jacopo Galli. Quando Edgar Wind intuì che a Roma si era verificata una «rinascita agostiniana del misticismo cristiano» in una cerchia che «era anche quella di Jacopo Galli», fondava
questa ipotesi sull’idea che Galli fosse stato il committente del Bacco.65 I legami di Galli con la «rinascita» agostiniana descritta da Wind sono tuttavia visibili in altri modi. È passato inosservato che uno dei testimoni del testamento di Galli, del codicillo e dell’inventario dei beni redatto dopo la morte [Appendice II.16–18] fosse Niccolò Mannio di Canepina, sodale di Egidio, descritto in questi documenti come precettore dei figli di Jacopo Galli.66 Sebbene di Mannio si sappia poco, diverse lettere scambiate con Egidio sono incluse nella corrispondenza pubblicata di quest’ultimo. Già durante il viaggio in Campania con Mariano da Genazzano nel 1498, Egidio corrispondeva con Mannio.67 Negli anni successivi si scrissero frequentemente, scambiandosi notizie degli amici comuni a Roma. Questo gruppo comprendeva diversi membri della cerchia più vicina a Galli: Francesco Cedrario, Giovanni Botonti di Viterbo, Tommaso Inghirami, Jacopo Sadoleto, Mario Mellini e Camillo Porcari, i cui rapporti con Jacopo Galli sono delineati nel capitolo 8.68 Le lettere rivelano che Mannio praticava la meditazione religiosa e almeno una volta visitò Egidio sul Cimino. Mostrano inoltre che era in rapporto con il cardinale Riario: nel 1507 gli fu affidato il compito di raccogliere, in vista della pubblicazione, le lettere inviate da Egidio al cardinale e ad altri corrispondenti romani.69 Non vi sono molti dubbi che Mannio condividesse la devozione di Egidio per il divino Platone. Le sue lettere sono disseminate di citazioni greche, il che suggerisce che Jacopo Galli lo avesse assunto per insegnare questa lingua ai figli.
Il circolo teologico di Riario seguiva la guida di Egidio da Viterbo e Mariano da Genazzano, predicatori e filosofi agostiniani contrari ai metodi scolastici e favorevoli all’arricchimento poetico, letterario e umanistico della teologia cristiana. Per questo gruppo, la rinascita di Platone e di altre tradizioni precristiane significava accogliere le «Muse cristiane», un concetto che ne riassume l’approccio. Giovanni Pontano, fondatore di una celebre Accademia a Napoli, evocò l’immagine delle Muse cristiane in relazione a Egidio e Mariano da Viterbo nel suo Aegidius (1501–1503), un dialogo nel quale il personaggio di Egidio afferma:
udendo il nome delle Muse mi vengono le lacrime agli occhi, perché mi ricordano fra Mariano degli Eremitani di Sant’Agostino. È morto di recente fra il compianto di tutta la cristianità e soprattutto di tutta l’Italia […], lui che coltivava la venerazione delle Muse cristiane e che, nei santuari o dai pulpiti delle chiese, ne rivelava i segreti con perfetta chiarezza, facendoli risuonare con grande eloquenza.
«Pontanus» risponde quindi:
Non piangere, ma ringrazia gli dèi per quest’uomo che ora è fra le Muse celesti e penetra nel cuore della sapienza divina. Rallegrati che sia ora fra le Muse del cielo,
che acceda ai loro segreti divini, e sii lieto che attraverso le Muse dia ispirazione a Egidio, suo intimo amico. Secondo i riti cristiani e con la massima pietà, questi venera i misteri delle Muse e li espone con rara eloquenza, rivelandoli al popolo.70
Sembra non potervi essere omaggio migliore alle Muse cristiane della statua di Musa di dimensioni superiori al naturale che avrebbe ornato il cortile del Palazzo San Giorgio (si veda fig. 103).
Il circolo intellettuale raccoltosi intorno a Riario e Galli alla fine degli anni Novanta rimane solo parzialmente esplorato, ma gettò le basi del meglio studiato neoplatonismo e dell’interesse per la prisca theologica fioriti alla corte di Giulio II agli inizi del Cinquecento. Nel 1506 papa Giulio II chiamò Egidio a ricoprire la carica di vicario generale dell’ordine agostiniano; quando questi oppose resistenza, sperando di dedicarsi allo studio e alla scrittura, Riario gli ordinò di accettare.71 L’erudizione e la predicazione coinvolgente di Egidio suscitarono vasta ammirazione, portandolo all’elezione a priore generale nel 1507, al cardinalato nel 1517 e alla nomina a cardinale protettore degli agostiniani dopo la morte di Riario nel 1521. Sebbene la sua carriera in questo periodo esuli dall’ambito del presente studio, il sostegno iniziale di Riario fu determinante per la successiva importanza di Egidio alla corte di Giulio II. Come è stato da tempo riconosciuto, i suoi studi del neoplatonismo, dell’ebraico e dell’arabo, proseguiti per tutta la vita, avrebbero inciso profondamente sul futuro dell’arte e della teologia rinascimentali.72
Riario e la Reconquista
Nonostante lo studio dell’ebraico e dell’arabo nella cerchia di Riario, i suoi membri credevano fermamente nell’inferiorità delle altre religioni rispetto al cristianesimo e nel dovere della Chiesa di prendere le armi contro l’eresia. Gli interessi intellettuali del cardinale erano strettamente legati alla speranza di nuove crociate, come dimostra il sostegno a predicatori che preannunciavano un’epoca di trionfo cristiano e invocavano l’estirpazione delle altre religioni nel mondo. Negli anni Novanta, la Chiesa romana celebrava le vittorie di Ferdinando II e Isabella I nell’Andalusia islamica e nell’Africa settentrionale, mentre i monarchi spagnoli si affidavano a Roma per la propria legittimazione. La situazione favorì rapporti diplomatici più stretti e lo sviluppo di un programma propagandistico guidato da Riario in collaborazione con Rodrigo Borgia, Juan Carvajal e altri potenti mecenati.73 Riario fungeva da intermediario per Isabella e Ferdinando, soprattutto perché la Camera Apostolica raccoglieva e distribuiva i fondi per le crociate. I successi militari e i viaggi oltremare spagnoli e portoghesi degli anni Ottanta e Novanta furono ampiamente celebrati nella sua cerchia e divennero un punto centrale del suo patrocinio. Dalla fine degli anni Ottanta, temi antisemiti e anti-islamici attraversarono le opere degli umanisti e dei teologi del suo ambiente. L’immaginario del
passato classico svolgeva un ruolo significativo nell’unire Roma e la penisola iberica, comparendo ovunque nei programmi celebrativi che combinavano arti visive, poesia, teatro, predicazione e cerimoniale.
L’entusiasmo di Riario per le crociate cristiane fu probabilmente incoraggiato in gioventù dal vescovo Niccolò di Modruš, che gli venne in aiuto durante la prigionia fiorentina. Dopo la congiura dei Pazzi, Modruš dedicò al cardinale un trattato antimediceo, la Defensio ecclesiasticae libertatis.74 Il testo descrive come, in qualità di legato di Pio II alla corte di Mattia Corvino, avesse contribuito a convincere il sovrano a guidare una campagna militare contro gli ottomani in Bosnia. Potrebbe essere stato in risposta all’appello di Modruš che, molto vicino al palazzo del cardinale Riario, nell’attuale via del Pellegrino, comparve un affresco di re Corvino nelle vesti di crociato cristiano, in un momento anteriore alla morte del re nell’aprile 1490.75 L’affresco è perduto, ma un disegno seicentesco (fig. 82) ne documenta la composizione.76 Secondo una descrizione del 1594, l’immagine raffigurava il re «che calpesta una schiera di turchi».77 Nel disegno seicentesco manca dunque l’oggetto dell’ira di Corvino: le armate turche che egli aveva tenuto lontane dai confini della cristianità. Come ha osservato Dániel Pócs, l’affresco presentava Corvino nelle vesti di san Giorgio, patrono del cardinale Riario: un giovane a cavallo con la spada sollevata sopra il capo. È possibile che l’immagine fosse legata a Riario e al suo entusiasmo per la retorica delle crociate. Il suo scopo potrebbe essere stato assimilare Corvino a san Giorgio, alludendo al tempo stesso a Riario come a un altro «San Giorgio» e cavaliere crociato.78
Negli anni Ottanta e Novanta Riario fece propria questa identità come sostenitore della Reconquista spagnola guidata da Isabella e Ferdinando.79 I legami del cardinale con la penisola iberica, in particolare
fig. 82 Anonimo, Affresco raffigurante Mattia Corvino, Biblioteca Apostolica Vaticana, ms Barb. lat. 4423, fol. 73 r. XVII secolo. Foto © 2024 Biblioteca Apostolica Vaticana.
con la Castiglia, si erano stabiliti per la prima volta durante il pontificato di Sisto IV.80 Il papa aveva coinvolto Riario nelle misure adottate dalla Chiesa per sostenere le campagne spagnole contro le residue roccaforti musulmane in Andalusia. Ingenti somme cominciarono ad affluire nelle casse spagnole dopo che Sisto autorizzò la vendita delle indulgenze non soltanto ai crociati, ma anche a chiunque contribuisse finanziariamente alla loro causa. Il papa destinò un decimo delle entrate dei benefici ecclesiastici nei regni di Ferdinando e Isabella, la cosiddetta decima, alla Reconquista volta a espellere i musulmani dalla penisola iberica. Nel 1485, riconoscendo i successi spagnoli, Innocenzo VIII consentì ai sovrani di trattenere l’intera decima.81 L’investimento dei papi ebbe un clamoroso successo nell’agosto 1487 con la conquista dell’importante città di Málaga. A Roma la notizia suscitò diffuse celebrazioni pubbliche e messe commemorative. A Santa Maria del Popolo il teologo catalano Pere Boscà annunciò l’inizio di una nuova età dell’oro, non di quella mitica descritta «nelle celebrazioni dei poeti», ma di una nuova «realtà».82 Ora che le anime cristiane erano state animate da un nuovo spirito, per cui Boscà invoca l’espressione virgiliana numine afflatos, la conquista avrebbe dovuto estendersi all’Africa, per «dissipare la sozzura di Maometto e propagare il santissimo nome di Cristo».83
Poco dopo giunsero a Roma prigionieri mori che Ferdinando e Isabella inviavano in «dono» ai papi e ad altri sovrani. Furono fatti sfilare con catene al collo e poi, come riferiscono diaristi e cronisti, «sparsi tutti per Roma», dopo essere stati donati a cardinali e nobili romani.84 In questo periodo Pietro Marsi, familiare di Riario, divenne una figura di primo piano nell’appello all’espansione del cristianesimo oltremare. Dopo la conquista di Málaga la sua predicazione assunse toni più bellicosi e, nel dicembre 1487, pronunciò nella Cappella Sistina un sermone che celebrava le recenti campagne in Spagna e altrove. Sottolineò la minaccia di arabi, saraceni, tartari e turchi, esortando il papa e i cardinali ad ampliare le crociate cristiane. «Impugna la spada di Pietro, Santo Padre», implorava, «assalite, voi cardinali della Chiesa militante».85 Marsi riprese questi temi in un’orazione a Sant’Agostino, un panegirico del santo probabilmente pronunciato nell’agosto 1488. Il sermone si apre con un lungo encomio di Ferdinando e Isabella, esortati a estendere le campagne militari nell’Africa settentrionale, ricordando che Tagaste, luogo di nascita di sant’Agostino, era in mani musulmane. Non avrebbero dovuto fermarsi prima di raggiungere il Santo Sepolcro. La recente processione di schiavi prigionieri a Roma aveva contribuito a rendere la loro vittoria una vittoria romana; secondo Marsi, «Roma ha trionfato in questi giorni e ha contemplato lieta i mori incatenati, testimoni della vostra gloriosa vittoria».86
Anno dopo anno, i papi rinnovarono la bolla spagnola della crociata, e il loro investimento fu ripagato in modo spettacolare quando la notizia della caduta di Granada venne annunciata a Roma nella notte del 31 gennaio 1492. I monarchi spagnoli avevano ottenuto una vittoria decisiva per sé e per il papato, innalzando sulla torre più alta dell’Alhambra una croce d’argento donata da Sisto IV. La notizia suscitò festeggiamenti esultanti a Roma, soprattutto perché giungeva nel pieno degli spettacoli teatrali e delle feste di carnevale. I diari di Gaspare Pontani e Johann Burchard descrivono le corride organizzate da Rodrigo Borgia davanti al proprio palazzo.87 Il 19 febbraio seguì una rievocazione della caduta di Granada, organizzata in piazza Navona dal cardinale Carvajal e dall’ambasciatore castigliano Juan Ruiz de Medina. Lo spettacolo comprendeva la rappresentazione dell’assedio di una torre di legno raffigurante «Granada», corride e
fig. 83 Jacopo Ripanda, Trionfo di Roma sulla Sicilia, Roma, Palazzo dei Conservatori. Circa 1507–1508. Foto © Roma, Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali.
vino in abbondanza.88 Il diarista romano Sebastiano di Branca Tedallini lodò il sontuoso contributo di Riario alle feste.89 In quel momento la comunità spagnola a Roma era animata da un profondo senso di favore divino, rafforzato dal provvidenziale ritrovamento del titulus crucis, reliquia della Vera Croce, a Santa Croce in Gerusalemme, chiesa titolare del cardinale spagnolo Pedro González de Mendoza.
Il cardinale Riario svolse un ruolo di primo piano nelle celebrazioni, mobilitando la propria cerchia umanistica e artistica per diversi eventi teatrali. Il primo fu un «trionfo dei re spagnoli» il 26 febbraio, con un carro trainato da quattro cavalli bianchi nello stile degli antichi trionfi imperiali. La processione raggiunse San Giacomo degli Spagnoli, con attori nei panni di Isabella e Ferdinando che tenevano in catene il sultano sconfitto di Granada, Muhammad XII («Boabdil»). Li precedevano prigionieri saraceni «con gli abiti e il colore di veri mori». Giunti a San Giacomo, il re e la regina offrirono solennemente i prigionieri alla chiesa. L’evento proseguì poi con una giostra di sei giorni in piazza Navona, finanziata da Riario. Come parte dello spettacolo, i premi offerti dal cardinale pendevano dalle finestre della piazza: un drappo d’oro, un elmo dorato e speroni d’argento, «tutti decorati con le armi del re di Castiglia».90 Il programma visivo del trionfo sembra ispirato allo studio della scultura antica, in particolare all’immagine del tropaeum: Sigismondo dei Conti descrive «elmi, archi, frecce, armature e scudi appesi a tronchi d’albero, come si vedono negli antichi trionfi e nei monumenti dei Cesari».91 Il suo racconto dell’elaborato carro richiama i disegni antiquari e gli affreschi del bolognese Jacopo Ripanda, che potrebbe essere stato già allora legato al cardinale. Nel Cinquecento Ripanda era uno degli artisti prediletti di Raffaele Riario e intorno al 1507–1508, forse con il suo sostegno, dipinse nel Palazzo dei Conservatori affreschi che evocano le feste da lui patrocinate negli anni Novanta. In una scena, una personificazione di Roma guida un carro trionfale trainato da quattro cavalli bianchi e soggioga la figura prigioniera della Sicilia (fig. 83). Nella stessa sala Ripanda raffigura Annibale, nemico di Roma, come un re con turbante (fig. 84), evocando le processioni di prigionieri di Riario o gli attori in costume vestiti da «mori».92
Per le Palilie dell’aprile 1492, Riario e i suoi familiari allestirono un altro spettacolo: la rappresentazione di un’opera appena commissionata sulla conquista di Granada. Si trattava dell’Historia Baetica o Regni Granatae obsidio di Carlo Verardi da Cesena, un antico
alleato dei Riario, già favorito da Pietro vent’anni prima.93 Come scrive Verardi nella dedica a Riario del testo a stampa,
hai organizzato un bellissimo carro, come quello con cui trionfarono su Baudelis [Muhammad XII], re di Granada […] con tanta pompa e splendore che al Senato e al Popolo Romano sembrò di rivedere gli antichi trionfi degli antenati, da tempo sconosciuti alla nostra generazione. Offrendo grandi premi, hai allestito magnifici divertimenti per il popolo nel circo, con molti giorni di giochi affollati. […] Hai grandemente approvato quest’opera e disposto che fosse recitata e rappresentata in un teatro temporaneo allestito nel tuo magnifico palazzo. Fu ascoltata in profondo silenzio dai padri e dal popolo.94
La rappresentazione ebbe luogo a San Lorenzo in Damaso mentre erano in corso i lavori del palazzo e della chiesa.95 Verardi scrisse l’Historia Baetica come dialogo in prosa fra re Ferdinando II d’Aragona e re Muhammad XII, concludendolo con la trionfale vittoria spagnola su Granada. La rappresentazione durante le Palilie consentiva di stabilire confronti
fig. 84 Jacopo Ripanda, Annibale in Italia, Roma, Palazzo dei Conservatori. Circa 1508. Foto © Roma, Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali.
fra il re spagnolo e i sovrani dell’antica Roma che avevano conquistato i «barbari» del passato. Il fatto che il natale di Roma, il 21 aprile, cadesse alla vigilia di Pasqua rafforzava il senso di continuità fra vittorie antiche e trionfi cristiani. Temi religiosi e militari prendevano il posto delle commedie e tragedie pagane rappresentate nelle precedenti Palilie; nella dedica, Verardi riecheggiava il sermone di Boscà del 1487 dichiarando che l’opera non sarebbe stata una favola come le «commedie di Plauto e Nevio», ma una «storia nuova e vera».96
Con il decreto dell’Alhambra del 31 marzo 1492, Isabella e Ferdinando ordinarono l’espulsione degli ebrei dai loro territori. In agosto seguì l’elezione del papa valenciano Alessandro VI. Il sentimento filospagnolo crebbe, portando nel dicembre 1492 alla produzione di un seguito dell’opera di Verardi. Era un altro dramma neolatino di carattere sperimentale, il Fernandus servatus del nipote di Carlo, Marcellino Verardi. Dedicato al cardinale Mendoza, fu rappresentato davanti al papa e a «molti cardinali»; è stato suggerito che l’evento si svolgesse nel palazzo di Riario.97 Carlo Verardi ne scrisse la prefazione, riprendendo dall’Amphitryon di Plauto il termine «tragicommedia» per definire un’opera dedicata a eventi contemporanei anziché a favole classiche: il tentato assassinio di re Ferdinando II nel 1492 e la sua provvidenziale salvezza.98 La rappresentazione e il testo stampato servivano allo scopo politico di confermare l’alleanza fra i sovrani spagnoli e il papa, un’alleanza che avrebbe permesso agli stendardi di Cristo di «sventolare sul mondo».99
Riario e i letterati, predicatori e artisti da lui patrocinati erano al centro di un vasto programma propagandistico che intrecciava le conquiste spagnole con l’immaginario del trionfo antico, presentando Ferdinando e Isabella, presto insigniti del titolo di «Re Cattolici», sia come legittimi eredi dell’Impero romano sia come agenti della Chiesa romana.100 Le vittorie di Málaga e Granada avevano suscitato un’impressione profondamente positiva alla corte papale ed erano, si può sostenere, ritenute persino più importanti delle notizie delle «scoperte» atlantiche di Colombo nel 1492. Anche Gaspare de Clodiis, il seguace di Pomponio Leto la cui egloga e il cui panegirico per Riario sono stati discussi nel capitolo 2, rivolse ora il proprio talento alla lode di Ferdinando e Isabella: probabilmente poco dopo la resa di Granada pubblicò a Siviglia un Panegyricus in onore dei sovrani.101 I temi esplorati nei suoi esametri erano classicisti, con Ferdinando paragonato a Ercole e Isabella a Bellona, e annunciavano il ritorno dell’età di Saturno grazie ai loro trionfi cristiani. Anche a Roma i pomponiani al servizio di Riario univano le vittorie spagnole al prestigio della Roma antica e cristiana, celebrando l’alba di una nuova era. Riario promosse questa retorica per tutti gli ultimi anni Ottanta e gli anni Novanta, come mostrano non soltanto le orazioni di Marsi, ma anche quelle del predicatore spagnolo Martin de Viana, identificato come capellanus di Riario. In un sermone pronunciato davanti ad Alessandro VI nel 1494 e poi pubblicato, de Viana lodò i sovrani spagnoli per i trionfi contro musulmani ed ebrei, invocando ulteriori crociate contro i turchi in «Grecia» e contro il sultano in Terra Santa.102 Anche il favorito di Riario
Mariano da Genazzano ricevette riconoscimenti per la capacità di convertire gli «eretici». Si diceva che non vi fosse «spada più affilata contro i nemici della fede» dei suoi sermoni.103
Promuovendo questa predicazione, Riario aspirava a un’immagine pubblica simile a quella di Oliviero Carafa, suo omologo nell’ordine domenicano, il cui zio Diomede Carafa aveva guidato personalmente la flotta pontificia contro i turchi e fatto sfilare prigionieri turchi in un corteo trionfale a Roma nel 1473. Oliviero Carafa è noto come fondatore della Festa di Pasquino, una competizione poetica incentrata sulla statua di Pasquino (fig. 85; si veda anche mappa 3), tenuta annualmente in aprile nel giorno di san Marco. Ogni anno Carafa patrocinava un oratore che pronunciava un sermone nella Cappella Carafa di Filippino Lippi alla Minerva, in un evento divenuto una vetrina dell’eccellenza nella predicazione e nell’oratoria. Il sostegno di Riario al teatro e all’Accademia di Pomponio Leto era parallelo alla sua dedizione alla predicazione e alle forme di oratoria cristiana ispirate ai classici a Roma.104 Gli accademici romani trovavano sostenitori disponibili in Riario e Carafa, anche in ragione del loro ruolo di cardinali protettori degli ordini predicatori domenicano e agostiniano. Il mecenatismo di Riario può essere inteso come una prosecuzione a Roma degli sforzi di Lorenzo de’ Medici per coltivare l’oratoria umanistica di fra Mariano da Genazzano, animata da uno stile teatrale paragonabile a quello di un attore sulla scena. I commentatori contemporanei sviluppavano spesso i paralleli fra l’uso efficace dei gesti e dell’estensione vocale nei grandi attori, come Fedra, e nei grandi predicatori della cerchia di Riario, come fra Mariano ed Egidio da Viterbo.105 Come si è osservato nel capitolo precedente, a Firenze Poliziano guardava al modello degli antichi, che avevano addestrato i giovani nobili alla recitazione per affinarne le capacità oratorie. Al tempo stesso difendeva lo stile avvincente di fra Mariano, ricco di abilità artistica, gesti persuasivi e modulazioni vocali. Come scrisse Poliziano, fra Mariano «variava le immagini e la voce secondo i pensieri, e con i gesti sosteneva e accresceva l’effetto delle parole».106 A Roma, il patrocinio di Riario al teatro e alle compagnie di Pomponio Leto, come quello di Carafa alla Festa di Pasquino, non nasceva soltanto da un entusiasmo astratto per la cultura classica. Aveva anche lo scopo più ampio di rafforzare il potere persuasivo dell’oratoria in un’epoca di militanza cattolica.
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Negli anni Ottanta e Novanta, mentre procedevano i lavori a San Lorenzo in Damaso, Raffaele Riario sviluppò una vasta rete di familiari, umanisti e cortigiani. Al vertice della gerarchia vi erano i ricchi vescovi che abitavano con lui, insieme ai parenti Sansoni e Spinola più stretti. Fra i familiari emergono alcune caratteristiche comuni, come i legami con Pomponio Leto, Mantova e la Firenze medicea. I temi affrontati dagli umanisti da lui protetti riflettono gli interessi particolari del cardinale per l’astrologia, il neoplatonismo, lo studio dell’ebraico e dell’arabo e la prisca theologia, argomenti che aveva probabilmente
incontrato per la prima volta con Ficino. Nella cerchia di Riario, la ricerca di tracce della rivelazione divina nelle tradizioni precristiane si sovrapponeva alla rinascita della poesia e della filosofia antiche e, come si vedrà nel prossimo capitolo, al fascino per la scultura antica. I familiari di Riario potevano scorgere l’ascesa del cardinale predetta nelle stelle, nei testi sacri e nelle testimonianze materiali del passato romano: tutti i segni indicavano il suo destino di diventare papa e inaugurare una nuova età dell’oro. Le forme precristiane di rivelazione sembravano annunciare il compimento di questo disegno divino, che avrebbe condotto al trionfo mondiale della Chiesa cristiana sotto Riario. Per raggiungere questo obiettivo visionario, il cardinale patrocinò predicatori agostiniani, Pietro Marsi, Mariano da Genazzano ed Egidio da Viterbo, rinati oratori classici che, come Quintiliano e Cicerone, sapevano persuadere gli ascoltatori con le abilità dei più grandi attori.
fig. 85 Roma, Pasquino. Copia romana di un originale ellenistico. Foto: autrice.