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Fami­liari, umanisti e predi­ca­tori negli anni Ottanta e Novanta del Quattrocento

Capi­tolo 4 · Pagine dell’edizione a stampa 126–149

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4 Fami­liari, umanisti e predi­ca­tori negli anni Ottanta e Novanta del Quattrocento

Mentre realiz­zava il gran­dioso progetto edilizio di San Lorenzo, il cardi­nale Riario costituì anche una magni­fica casa sul modello degli zii Pietro e Girolamo. Questo capi­tolo considera i lette­rati, gli oratori, i lingu­isti, gli astro­logi e i predi­ca­tori della sua cerchia, mentre il capi­tolo 5 si rivol­gerà alla colle­zione di anti­chità, al patro­cinio degli artisti e alla villa in Tras­te­vere. L’esame comples­sivo della corte di Riario ricos­truisce il contesto intel­let­tuale e artis­tico che offrì rifugio al giovane Michel­an­gelo al suo arrivo nel 1496. Permette inoltre di riva­lu­tare un importante programma cultu­rale promosso da Riario, attra­verso fonti finora conside­rate soltanto super­fi­ci­al­mente negli studi. In questo capi­tolo, la pano­r­amica del patro­cinio di umanisti e oratori illu­mina l’entusiasmo del cardi­nale non soltanto per la filosofia neopla­to­nica, spesso sospettato, ma anche per l’astrologia, i testi ebraici e arabi, la cabala e altre forme di prisca theo­logia. Il deciso sostegno a scrittori e predi­ca­tori che cele­bra­vano le campagne spagnole contro musul­mani ed ebrei, inoltre, consente di contes­tua­liz­zare la rina­s­cita dell’antico fra i suoi fami­liari, che attin­ge­vano al passato per glori­fi­care i trionfi cris­tiani. Questi temi saranno esplo­rati alla luce della vasta rete di rela­zioni che sosteneva le aspi­ra­zioni reli­giose, intel­let­tuali e poli­tiche di Riario.

La cerchia più vicina al cardi­nale Riario

I conti Galli-Balducci, gli atti di Gisberto Senilis e altre fonti fonda­men­tali permet­tono di cono­scere gli alleati più stretti di Riario, che vive­vano con il cardi­nale o dipen­de­vano da lui per le proprie carriere a Roma. Diversi di loro avevano dimostrato fedeltà alla fami­glia durante la congiura dei Pazzi, fra cui i Casali di Bologna. Il giovane giurista Cata­lano Casali era stato impri­gio­nato a Firenze insieme al cardi­nale. Dopo la libe­ra­zione, Cata­lano rice­vette una stanza nel palazzo di Riario a San Lorenzo, mentre il fratello Michele si stabilì in una casa in piazza San Lorenzo.1 Per comme­morare l’amicizia e la buona sorte condi­visa, l’artista Lysippus fuse una meda­glia che riuniva i loro ritratti, quello di Riario su un lato e quello di Cata­lano sull’altro.2 Il profondo legame di Michele Casali con Riario durò per decenni: nel 1490 il cardi­nale gli assegnò un appalto della Camera Apos­to­lica per la riscoss­ione dell’imposta sul vino a Bologna e, alla morte di Casali nel 1506, divenne tutore dei suoi figli.3 Riario trat­tava i Casali come membri della fami­glia allar­gata e, quando si recava a Bologna, soggiornava nel loro palazzo.4

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Molti membri del nucleo centrale della casa di Riario erano parenti savo­nesi. Fin dai primi anni del cardi­nalato, Riario accordò favori speciali al fratello Fran­cesco Sansoni, che era stato impri­gio­nato con lui a Firenze dopo la congiura dei Pazzi e aveva assis­tito la fami­glia nei momenti turbo­lenti succes­sivi alla morte di Sisto IV nel 1484.5 Il cardi­nale si preoc­cupò di prov­ve­dere a Fran­cesco rinun­ci­ando in suo favore al ricco bene­ficio di Chia­ra­valle di Fiastra. Gli assi­curò inoltre stanze proprie e propri fami­liari a San Lorenzo in Damaso.6 Altri Sansoni prospe­r­a­rono per decenni nella cerchia di Riario, come Corrado Sansoni, che si ritagliò un ruolo di ammi­nis­tra­tore dell’attività agri­cola del cardi­nale, racco­gli­endo grano a Pali­doro e Statua per venderlo a fornai e altri clienti romani. Un altro stretto parente, Lorenzo Sansoni, figlio di Corrado, tentò di intra­pren­dere una carriera in Curia, appa­ren­te­mente con scarso successo.7

Riario fu anche tena­ce­mente fedele ai parenti Spinola. Prot­esse Luigi, Agos­tino e il «proto­no­tario» Fran­cesco Spinola, figli della zia Petruccia Riario e del nobile geno­vese Giovanni Spinola. Fran­cesco poté stabi­lire una propria resi­denza nobi­liare presso San Lorenzo, in via di Parione, deco­ran­dola con iscri­zioni recanti il proprio nome (fig. 75) e con affre­schi di Poli­doro da Cara­vaggio e Matu­rino sulla facciata.8 Il cardi­nale aprì inoltre la strada all’ascesa eccle­si­a­stica di Agos­tino Spinola, dalla nomina a vescovo di Perugia sotto Giulio II all’elevazione al cardi­nalato e infine alla nomina a camer­lengo sotto Clemente VII.9 Nel nuovo Palazzo San Giorgio,

fig. 75 Portale del palazzo di Fran­cesco Spinola, Roma, via di Parione 7. Foto: autrice.

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fig. 76 Raffa­ello, La messa di Bolsena, Città del Vati­cano, Palazzo Apos­to­lico, Stanza di Elio­doro. 1512–1514. Foto: Vatican Museums and Galle­ries, Vatican City © Npl — DeA Picture Library / Bridgeman Images.

figg. 77–78 Giovanni d’Aria, Tomba del cardi­nale Agos­tino Spinola, Savona, Civico Museo Archeo­lo­gico e della Città, Comp­lesso Monu­men­tale del Priamar. 1522. Foto: autrice, ripro­dotte per conces­sione del Civico Museo Archeo­lo­gico e della Città.

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il cardi­nale Riario assegnò ad Agos­tino una stanza di rilievo nell’angolo nord­o­ri­en­tale, deco­rata con lo stemma Spinola.10 Le promo­zioni otte­nute grazie a Riario fecero infine di Agos­tino il suo protetto di maggior successo, in un rapporto appa­ren­te­mente immor­talato da Raffa­ello nelle Stanze Vati­cane. Come sostenne per primo Schiavo, la figura di profilo con la bocca rivolta verso il basso, dietro il cardi­nale Riario nella Messa di Bolsena di Raffa­ello (fig. 76), è proba­bilm­ente Agos­tino Spinola. L’identificazione è convin­cente, conside­rati il rango di Spinola alla corte di Giulio II e la somi­gli­anza fra questo ritratto e l’effigie sulla sua tomba (figg. 77–78).11

Riario si circondò di altri savo­nesi, come il maestro di casa Giovanni Ferrero, il maggior­domo Accursio de Petra o Pietro di Giovanni de Costa, origi­nario della vicina Albenga, procu­ra­tore e came­ra­rius resi­dente in via dei Leutari.12 Costa entrò in conclave con Riario nel 1484 e comparve spesso come testi­mone nei docu­menti stipu­lati nel palazzo del cardi­nale.13 Riario favorì anche uomini dell’élite imolese, come Giacomo Cardelli, giunto a Roma quin­di­cenne e rimasto nella sua casa per tutta la vita. Cardelli era con Riario quando questi fuggì da Roma nel novembre 1499 e, dopo la ricos­tru­zione della basi­lica di San Lorenzo, i Cardelli fonda­rono nella nuova chiesa una cappella di fami­glia. Grazie alla fedeltà dura­tura ai Riario e agli Spinola, Cardelli ottenne nume­rose ricom­pense. Arrivò ad acquis­tare un gruppo di case in Campo Marzio e a costruire il palazzo oggi noto come Palazzo Firenze, dove sono ancora visi­bili il suo stemma e portali in marmo scol­pito recanti il suo nome (fig. 79).14

Riario ospitò diversi vescovi facol­tosi che, con il suo sostegno, avvi­a­rono carriere di rilievo. Fra loro vi era Giacomo Luzio da Sutri, vescovo di Caiazzo. Nell’aprile 1504 fu Luzio a offi­ciare a San Lorenzo la ceri­monia nella quale

fig. 79 Roma, Palazzo Firenze, sopra­porta. Foto di Tatjana Bartsch © Biblio­theca Hertziana – Max-Planck-Institut für Kunst­ge­schichte, Roma.

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il cardi­nale Riario fu ordi­nato sacer­dote per la prima volta.15 Luzio rimase uno dei suoi confi­denti e nel 1517, dopo la congiura Petrucci, la sua fami­glia impegnò una somma conside­re­vole per le garanzie richieste da papa Leone X in cambio della libe­ra­zione di Riario da Castel Sant’Angelo.16 Un’altra figura rimasta fedele a Riario per tutta la carriera fu il vescovo Altobello Aver­oldi, oggi ricordato per il mece­na­tismo artis­tico e soprat­tutto per la pala commis­sio­nata a Tiziano per i SS. Nazario e Celso a Brescia. Aver­oldi strinse amicizia con Riario a Roma a metà degli anni Novanta e, dopo la morte del cardi­nale nel 1521, commis­sionò una doppia tomba per sé e per Riario, collo­cata nei SS. Nazario e Celso in stretto rapporto con la pala di Tiziano.17 Due vescovi corti­giani che rima­sero per molti anni al centro degli affari di Riario furono Otta­viano Fornari di Genova e Giovanni Ebu di Viterbo. Otta­viano Fornari, vescovo di Mariana in Corsica, compa­riva frequen­te­mente come testi­mone nei docu­menti per Riario e abitò con lui sia nel palazzo di San Lorenzo sia in quello presso Sant’Apollinare. Alla morte nel 1500, Fornari fu sepolto a Sant’Agostino in una tomba marmorea scol­pita dalla

fig. 80 Andrea Bregno e bottega, Tomba di Otta­viano Fornari, Roma, ex chio­stro di Sant’Agostino. 1496 o succes­siva. Foto di Peter1936F, cc by-sa 4.0, tramite Wiki­media Commons.

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bottega di Bregno (fig. 80).18 Quando nel 1496 morì il vescovo di Crotone Giovanni Ebu, nominò il cardi­nale Riario erede univer­sale. L’agente di Riario, Barto­lomeo de’ Dossis di Parma, colla­borò con Jacopo Galli alla gestione dell’eredità del vescovo e, come si vedrà nel capi­tolo 8, alla commis­sione a Michel­an­gelo di una pala per la sua cappella funeraria. Come Fornari e altri membri della cerchia di Riario, Giovanni Ebu scelse di essere sepolto a Sant’Agostino.19

L’Accademia di Giulio Pomponio Leto e la rete umani­stica di Riario: Bonin­contri, Marsi e Biaxander

Nel corso della carriera, Riario accolse umanisti e intel­let­tuali il cui lavoro rispon­deva alle sue ambi­zioni cultu­rali e reli­giose. Come si è osser­vato nel capi­tolo 2, suo zio, il cardi­nale Pietro, era un celebre protet­tore della poesia e sosteneva diversi sodali di Giulio Pomponio Leto; Raffaele ne seguì con entus­i­asmo le orme. Come si è discusso, Raffaele Riario sembra essere stato fra i patro­ci­na­tori delle Palilie del 1484, quando il poeta astro­lo­gico Lorenzo Bonin­contri e Giovanni Sulpizio da Veroli rice­vet­tero entrambi la corona d’alloro di Leto. Proba­bilm­ente fu intorno a questo periodo che Bonin­contri divenne una figura importante nella casa di Riario. Aveva studiato astro­logia a Napoli, nella cerchia di Giovanni Pontano, e nel 1475 era tornato nella natia Toscana per insegn­arla a Firenze. Le sue lezioni susci­ta­rono l’ammirazione di Ficino.20 Intorno al periodo della congiura dei Pazzi, Bonin­contri lasciò Firenze per Pesaro, dove servì come astro­logo di corte Costanzo e Giovanni Sforza. Nel 1484 si era tras­fe­rito a Roma, otten­endo una cattedra di astro­logia allo Studium Urbis e il favore di papa Sisto IV, del cardi­nale Giuliano della Rovere, del cardi­nale Ascanio Sforza e del cardi­nale Riario.21 Il patro­cinio di Riario fu cruciale per i suoi tenta­tivi di far rivi­vere la poesia astro­lo­gica, genere ispi­rato alla recente risco­perta delle opere di Arato e Marco Manilio.22 Nel 1484 Bonin­contri espresse grati­tu­dine al cardi­nale dedi­can­dogli la propria edizione dell’Astronomicon di Manilio. Astro­logo esperto, poteva fornire a Riario prono­stici e importanti consigli pratici sui tempi delle sue azioni, sulla base degli influssi celesti. Durante il periodo sotto la sua prote­zione, Bonin­contri pubblicò diverse previ­sioni astro­lo­giche: brevi opus­coli a stampa con prono­stici per l’anno succes­sivo, tutti dedi­cati al cardi­nale Riario.23

Il patro­cinio di Bonin­contri negli anni Ottanta e Novanta riflette la profonda ammi­ra­zione di Riario per la cultura fioren­tina, tema ricor­rente nel suo mece­na­tismo. Più inaspettatamente,

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Riario mani­festò tuttavia anche una marcata prefe­renza per fami­liari, umanisti e artisti legati a Mantova e alla corte dei Gonzaga. Un esempio signi­fi­ca­tivo è il sostegno a Pietro Marsi,24 già fami­liare del cardi­nale Gonzaga, passato dirett­amente nella casa di Riario dopo la morte di quest’ultimo.25 Sebbene Paolo II avesse fatto impri­gio­nare Marsi per i legami con Pomponio Leto, la sua fortuna migliorò durante il ponti­fi­cato di Sisto IV, quando divenne profes­sore di reto­rica alla Sapi­enza. Marsi era molto ammi­rato come oratore e rice­vette l’onore di pronun­ciare l’orazione funebre del conte Girolamo Riario a Imola nel 1488 e quella di Pomponio Leto nel 1498. Grazie all’influenza del cardi­nale Riario, divenne cano­nico di San Lorenzo in Damaso e, alla morte nel 1511, fu sepolto nella basi­lica.26 L’affinità di Riario con la cerchia dei Gonzaga a Roma è ulte­rior­mente illus­trata dai favori concessi a Battista Fiera, medico e poeta manto­vano noto soprat­tutto per l’amicizia con Andrea Mantegna.27 Nel 1490 Fiera dedicò a Riario il poema medico Coena, adulan­dolo attra­verso il suo emblema del timone: «Tu solo, Raffaele, sostieni le mie fatiche mediche. Spingi la mia misera nave sul mare in tempesta verso un porto favorevole e impe­disci che io perisca per l’ostilità dei tempi». Il fort­u­nato trat­tato di Fiera, intro­dotto da una poesia di Pomponio Leto, offriva una guida in versi all’antica scienza della diete­tica, con consigli per miglio­rare la salute attra­verso speci­fiche abitu­dini alimen­tari.28

Marsi, Fiera e quasi tutti gli umanisti favo­riti da Riario negli anni Ottanta e Novanta avevano qualche legame con l’Accademia romana di Giulio Pomponio Leto: De Clodiis e Capella, Sulpizio da Veroli, Bonin­contri, Tommaso Inghi­rami e il poeta sici­liano Antonio Biax­ander, di cui si parlerà oltre, appar­ten­evano tutti alla cerchia di Leto. Si può inoltre osser­vare una netta sovrap­po­si­zione fra gli umanisti favo­riti da Riario e lo Studium Urbis, dove insegnava Pomponio Leto. Diversi docenti dello Studium erano legati a Riario, fra cui Pietro Marsi, Inghi­rami, Biax­ander, Bonin­contri, Sulpizio, Matteo Bonfini, Barto­lomeo de’ Dossis e Otta­viano Fornari. Il numero di profes­sori univer­si­tari asso­ciati al cardi­nale testi­monia non soltanto i suoi inter­essi perso­nali, ma anche il ruolo ammi­nis­tra­tivo del Came­ra­rius nello Studium Urbis. La Camera era legata allo Studium attra­verso il controllo della gabella studii e, nel corso del Quat­tro­cento, il Came­ra­rius assunse un ruolo più attivo nel funzio­na­mento interno dell’università, comprese le nomine dei funzio­nari, la scelta dei docenti e perfino la deter­mi­na­zione degli stipendi. L’influenza di Riario è attestata dal fatto che negli anni Novanta due membri fra i più importanti della sua casa, il vescovo Otta­viano Fornari e Barto­lomeo de’ Dossis, perce­pi­vano stipendi consis­tenti come docenti univer­si­tari.29 I favori e le entrate deri­vanti dall’università erano distri­buiti fra gli alleati di Riario: nel 1490

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e nel 1504–1506 la banca Galli-Balducci fu depo­si­taria della gabella studii e pagò in quegli anni gli stipendi a Fornari, Inghi­rami, Marsi e Antonio Biax­ander.30

Quest’ultimo, caba­lista, poeta e studioso di lingue orien­tali, noto anche come Flami­nius o «il Flaminio», rice­vette un sostegno conside­re­vole da Riario. Flaminio è una figura poco nota, spesso confusa con il più celebre Marco Antonio Flaminio.31 Ai suoi tempi, tuttavia, la compe­tenza nelle lingue antiche e nella cabala gli valse note­vole fama a Roma e altrove, tanto da indurre l’umanista spagnolo Antonio de Nebrija a descri­verlo come uno degli uomini più dotti d’Italia.32 Molto di ciò che sappiamo di Biax­ander si ricava dalle lettere pubbli­cate dal conter­raneo Lucio Marineo Siculo, che da giovane aveva studiato greco con lui.33 Esse rivelano che Biax­ander prove­niva da Mineo, in Sicilia, proba­bilm­ente da una fami­glia di ebrei conver­titi. Secondo un suo epigramma, la madre era dalmata e il padre greco.34 Studiò greco antico con Giacomo Mira­bella a Palermo, aggi­un­gen­dolo alla cono­scenza del latino, dell’ebraico e dell’arabo. Dopo un breve soggiorno a Napoli nella cerchia di Giovanni Pontano, si tras­ferì a Roma, sembra fra il 1484 e il 1486. Qui strinse amicizia con Pomponio Leto e adottò il nome acca­de­mico di «Flami­nius». Nel 1488 era impie­gato come precet­tore di greco e si lamen­tava con Siculo della scar­sità di mano­scritti greci in vendita a Roma, che ostaco­lava l’insegnamento del «divino Platone».35 A un certo punto, certa­mente entro il 1494, ottenne una cattedra di eloquenza allo Studium Urbis, che mantenne per il resto della vita.36 Secondo la breve ma memo­ra­bile descri­zione di Pierio Vale­riano, Flaminio «trascinava la vita in una parti­co­lare forma d’infelicità», «non traeva piacere dall’amicizia o dalla compa­gnia di nessuno» e non cenava mai in compa­gnia. Vale­riano racconta che la sua morte passò inos­ser­vata per tre giorni, finché un oste lo trovò disteso fra mucchi di libri sparsi sul pavi­mento.37

Un consis­tente gruppo di mano­scritti ebraici e arabi conser­vati in Vati­cano e altrove è stato ricond­otto alla biblio­teca di Flaminio; le note margi­nali da lui apposte ne illu­mi­nano gli inter­essi e la stra­or­di­naria ampiezza delle cono­scenze.38 Fra questi vi sono opere caba­li­stiche, trat­tati astro­lo­gici e una tradu­zione in ebraico di un manuale medico arabo. Una traccia della sua compe­tenza lingu­i­stica emerge da un aned­doto traman­dato in un trat­tato sulle lingue copte e semi­tiche pubbli­cato nel 1539. L’opera dell’umanista Teseo Ambrogio degli Albo­nesi riguar­dava le scrit­ture aramaica, siriaca, etio­pica, sama­ri­tana e copta e il signi­fi­cato caba­li­stico dei loro carat­teri. L’alfabeto che egli chiama «sama­ri­tano», scrive, gli era stato conseg­nato a Roma da Fabio Vigili, «segre­tario di Raffaele Riario, cardi­nale di San Giorgio». Durante il soggiorno romano, prosegue Ambrogio, mostrò l’alfabeto anche al «polig­lotta Flaminio, il più dotto studioso della sua epoca». Flaminio confermò che si trat­tava effet­ti­va­mente di sama­ri­tano e poté trascri­verne una copia, che Ambrogio degli Albo­nesi ripro­dusse nella pubbli­ca­zione (fig. 81).39

La poesia di Flaminio soprav­vive in uno stra­or­di­nario mano­scritto, una miscel­lanea poetica (BAV, MS Vat. lat. 2870) che tratta un’ampia varietà di temi, dagli inni reli­giosi alla Vergine alle opere

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d’arte, come la tomba di Inno­cenzo VIII e l’Apollo del Belve­dere, fino all’astrologia. Molti compo­nimenti del mano­scritto, composti fra gli anni Novanta del Quat­tro­cento e la morte di Flaminio nel 1513 o 1514, sono dedi­cati al cardi­nale Riario. Compren­dono i versi già menzio­nati sulla colos­sale statua di Musa che Riario avrebbe poi esposto nel cortile del nuovo palazzo (si veda fig. 103). Altri testi presen­tano un artista anonimo che loda Riario per avergli offerto la possi­bi­lità di appren­dere la pittura nel Palazzo San Giorgio. Queste poesie saranno appro­fon­dite nel capi­tolo 5, nel contesto del mece­na­tismo artis­tico e della colle­zione di anti­chità di Riario.40 Altri stra­or­di­nari compo­nimenti della miscel­lanea di Biax­ander trat­tano le previ­sioni astro­lo­giche che affa­scina­vano il cardi­nale. Accennano all’uso delle arti magiche da parte di Riario per preve­dere e influ­en­zare gli eventi futuri, soprat­tutto le elezioni papali. In uno, rivolto a un’«immagine» della Fortuna e della Prudenza, Flaminio supplica le due figure di «consegnare

fig. 81 Teseo Ambrogio degli Albo­nesi, Intro­ductio in Chal­daicam linguam, Syriacam, atque Arme­nicam, & decem alias linguas, fol. 202, Monaco di Baviera, Baye­ri­sche Staats­bi­blio­thek Res/4 Polygl. 3. <urn:nbn:de:bvb:12bsb10204021‑5>. 1539. Foto: Baye­ri­sche Staats­bi­blio­thek, Monaco di Baviera, NoC-nc/1.0.

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i poteri del Vati­cano» a Riario. Altri sono rivolti alle stelle e le invi­tano a influ­en­zare il prossimo conclave e a «fare del cardi­nale un papa» [Appen­dice II.19].41 Queste affa­scinanti opere sembrano riflet­tere l’interesse del cardi­nale non soltanto per l’astrologia, ma anche per la magia astrale. In diversi momenti della vita Riario fu ricordato per il ricorso a mistici e consi­glieri astro­lo­gici, soprat­tutto in rela­zione all’ardente ambi­zione di conquis­tare il papato. Durante il ponti­fi­cato di Giulio II, per esempio, un amba­scia­tore vene­ziano lo derise per aver riposto «fede nelle vane predi­zioni degli astro­logi, che prean­nun­cia­vano che il papa non avrebbe vissuto a lungo e alimen­ta­vano nel cardi­nale la speranza di succe­dergli».42

Molti lette­rati favo­riti da Riario, come Biax­ander, sono oggi figure poco note, oscu­rate da altri umanisti rina­sci­men­tali più vicini agli inter­essi del discorso acca­de­mico moderno. A Roma non manca­vano tuttavia uomini di talento capaci di soddis­fare il gusto di Riario per la sapi­enza esote­rica e sincre­tica, la magia astrale, l’astrologia, le lingue orien­tali e la cabala.43 Già negli anni Settanta, Ficino aveva proba­bilm­ente indi­riz­zato Riario verso la magia astrale e forse anche verso la cabala.44 Sembra inevi­ta­bile che a Roma il cardi­nale sia entrato in contatto con Guglielmo Raimondo Moncada, noto anche come Flavio Mitri­date, studioso ebreo conver­tito prove­ni­ente dalla Sicilia, esperto di ebraico, arabo e astro­logia. Fu precet­tore di ebraico di Giovanni Pico della Miran­dola e tradusse per lui un’intera biblio­teca di testi caba­li­stici.45 Nel 1486 Pico propose noto­ria­mente di discu­tere a Roma le proprie «nove­cento tesi», comprese quelle sui poteri rivela­tori della cabala, prima di essere fermato dal papa.46 In quest’epoca gli studi ebraici e caba­li­stici fior­i­rono nei circoli dell’élite italiana accanto alla ben più studiata rina­s­cita umani­stica dell’antichità greco-romana, e per Riario furono oggetto di profonda venerazione.

Docta pietas, pia philo­so­phia: fra Mariano da Genaz­zano ed Egidio da Viterbo

Dagli anni Ottanta, il mece­na­tismo di Riario riunì diverse figure inter­es­sate alla prisca theo­logia, la sapi­enza divina che si credeva fosse stata concessa a Mosè, Ermete Tris­me­gisto, Platone e altri «profeti» precris­tiani. A questo inter­esse intel­let­tuale si accom­pa­gnava il fascino per l’arte, la poesia e la lette­ra­tura antiche. Insieme, questi elementi costi­tui­rono il nucleo

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di un programma cultu­rale che Riario proba­bilm­ente inten­deva come un tras­fe­ri­mento a Roma dell’ambiente raffi­nato della Firenze medicea. Questa ambi­zione risuona nel patro­cinio di Bonin­contri e Biax­ander, così come in quello dei predi­ca­tori agos­ti­niani Mariano da Genaz­zano ed Egidio da Viterbo. Pagan Myste­ries in the Renais­sance di Edgar Wind, pubbli­cato nel 1958, esplorò per primo questo contesto teolo­gico e intel­let­tuale. Wind richiamò l’attenzione sul netto contrasto fra il dome­ni­cano Girolamo Savo­na­rola a Firenze e l’entourage agos­ti­niano di fra Mariano a Roma al momento del tras­fe­ri­mento di Michel­an­gelo alla corte di Riario nel 1496. Nella cerchia del cardi­nale, «che era anche quella di Jacopo Galli», scrisse, «una rina­s­cita agos­ti­niana del misti­cismo cris­tiano si combi­nava con un culto formale di Cice­rone e Virgilio».47 Dopo Pagan Myste­ries, studiosi come Alex­ander Nagel e Meredith Gill hanno sotto­li­neato l’influenza forma­tiva dell’ambiente agos­ti­niano di Riario sulla carriera di Michel­an­gelo.48 Anche la ricerca sulla cultura teolo­gica della Roma rina­sci­men­tale è progre­dita, soprat­tutto grazie a John O’Malley, gett­ando nuova luce sul culto della prisca theo­logia e sugli inter­essi agos­ti­niani e neopla­to­nici della cerchia di Riario.49

Fra Mariano ed Egidio da Viterbo furono figure di grande import­anza per Riario, predi­ca­tori agos­ti­niani che il cardi­nale sostenne e promosse in qualità di protet­tore dell’ordine. Entrambi adotta­rono un approccio dotto ad Agos­tino che rispec­chiava l’incontro dello stesso santo con Platone e i neopla­to­nici.50 Fra Mariano da Genaz­zano, del capi­tolo agos­ti­niano di Lecceto, conquistò fama in tutta Italia per le doti oratorie e fu favo­rito a Roma da Inno­cenzo VIII, che nel 1487 lo chiamò a predi­carvi. Lorenzo de’ Medici lo attirò poi a Firenze, dove l’erudizione e l’eloquenza gli valsero l’ammirazione degli umanisti della sua cerchia.51 Poli­ziano lodò la capa­cità di fra Mariano di combi­nare dottrina reli­giosa e cultura clas­sica, contrap­po­nen­dola alla rist­ret­tezza di vedute dei «censori da pulpito» che vole­vano cancel­lare il passato pagano. Ricordava che i Padri della Chiesa, Agos­tino compreso, avevano rico­no­sciuto il valore dell’antichità, conside­ran­dola un depo­sito di sapi­enza divina.52 La popola­rità di fra Mariano è ulte­rior­mente attestata da una lettera di Andrea Corneo da Urbino a Giovanni Pico della Miran­dola, nella quale si descri­vono gli ascolt­a­tori rimasti «immo­bili come marmo». Corneo presen­tava fra Mariano come una moderna incar­na­zione dei grandi oratori clas­sici, capace di commuo­vere e ispi­rare gli ascolt­a­tori con stra­or­di­naria eloquenza.53

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I Medici ricom­pen­sa­rono gene­ro­sa­mente Mariano per i doni reto­rici, la fedeltà poli­tica e la ferma oppo­si­zione a Savo­na­rola. Secondo il biografo di Lorenzo, Niccolò Valori, fra Mariano entrò a far parte di un gruppo rist­retto che si riuniva con Lorenzo de’ Medici nel convento agos­ti­niano di San Gallo a Firenze. Come scrive Valori,

per infiammare e ravvi­vare la fede e il culto divino, [Lorenzo] costruì, a soddis­fa­zione di questo predi­ca­tore e dei suoi frati e con grande spesa, un monas­tero ampio e magni­fico appena fuori città. Spesso Pico, suo intimo fami­liare [Giovanni Pico della Miran­dola], e molti altri lette­rati vi si riuni­vano come in un’Accademia della reli­gione cris­tiana, discu­tendo senza inter­ru­zione dei misteri divini e dei segreti della teologia.54

Mentre Mariano deli­ziava la cerchia più vicina a Lorenzo de’ Medici, per molti fioren­tini queste discus­sioni anda­vano troppo oltre: la sua predi­ca­zione sembrava troppo vicina alla reci­ta­zione e troppo lontana dallo stile dei frati incen­trato sulle vite dei santi.55 Dopo l’espulsione dei Medici nel 1494 e l’ascesa di Savo­na­rola a Firenze, fra Mariano cercò un nuovo protet­tore. Rist­abilì i rapporti con Roma predi­cando a Sant’Agostino nella prima­vera del 1495. Conquistò l’affetto del cardi­nale Riario e salì rapi­da­mente ai vertici dell’ordine agos­ti­niano, assu­mendo il ruolo di coau­di­tore nell’agosto 1495 e poi di vicario nel gennaio 1496. In una ceri­monia del 13 maggio 1497 presie­duta da Riario, gli agos­ti­niani lo eles­sero priore gene­rale. Quando Mariano tentò di rifi­utare, dichia­ran­dosi indegno, Riario inter­venne per assi­cur­arsi che accet­tasse.56 Quello stesso giorno, il 13 maggio 1497, Ales­sandro VI emanò la scomu­nica di Savo­na­rola, acer­rimo nemico di fra Mariano. La sequenza degli eventi illu­mina il ruolo decisivo di Mariano nel collegare l’ambiente intel­let­tuale e spiri­tuale della Firenze medicea alla casa di Riario a Roma. L’arrivo di Michel­an­gelo nel 1496 si collocò in questo contesto, in un periodo nel quale Riario offriva rifugio agli oppo­si­tori di Savonarola.

Nell’estate del 1498 papa Ales­sandro VI inviò fra Mariano in missione diplo­ma­tica a Napoli. Egli si recò in Campania insieme al giovane Egidio da Viterbo, ma morì a Sessa Aurunca in dicembre. Alla presenza del cardi­nale Riario, Aurelio Bran­do­lini pronunciò l’orazione funebre di Mariano nella basi­lica di Sant’Agostino. Nell’occasione ne lodò la vasta cono­scenza della poesia e della reto­rica, tanto stra­or­di­naria da farlo sembrare educato non dai frati agos­ti­niani ma nel «ginnasio di Atene, sotto Demos­tene, prin­cipe dell’oratoria greca». Il cardi­nale Riario, «uomo di grande animo e ingegno», meri­tava lode per aver cond­otto Mariano «ad Ales­sandro VI e a sé stesso».57

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La presenza di fra Mariano a Roma e la prote­zione accorda­tagli da Riario prepar­a­rono il terreno sul quale sarebbe poi fiorita l’attività del più celebre predi­ca­tore agos­ti­niano Egidio da Viterbo.58 Mariano era stato mentore di Egidio e proba­bilm­ente lo aveva ispi­rato fin dall’inizio a entrare nell’ordine agos­ti­niano.59 Egidio intra­prese gli studi teolo­gici a Padova, dove un incontro con Giovanni Pico della Miran­dola potrebbe aver acceso il suo inter­esse per la cabala.60 Passato a un inca­rico d’insegnamento a Capo­dis­tria, si distinse nello studio di Platone e nella conci­lia­zione fra cris­tia­ne­simo e filosofia plato­nica. Prima del 1497 soggiornò per un certo periodo a Firenze, dove studiò con Ficino. Come lui, si impegnò a risco­prire gli scritti di Platone attra­verso il neopla­to­nismo di sant’Agostino: era stato attra­verso Platone che Agos­tino aveva cono­sciuto il cris­tia­ne­simo, e attra­verso Platone la Chiesa contem­po­ranea avrebbe realiz­zato un rinno­va­mento spiri­tuale.61 Fidu­ciosi nelle capa­cità di Egidio, fra Mariano e il cardi­nale Riario lo chiama­rono presso gli agos­ti­niani a Roma, dove, come egli stesso disse, avrebbe «esposto e difeso tutto Platone» per quanto gli fosse possi­bile.62 Nella prima­vera del 1497 giunse a Roma e sostenne la theo­logia plato­nica durante un esame per conse­guire un grado in teologia. In una lettera a Ficino descrisse l’esame come un’energica difesa di Platone, con un linguaggio che evocava una battaglia:

Sembrava stes­sero per cancel­lare del tutto il nome di Platone, ed esso sarebbe davvero scom­parso se non avesse rice­vuto il favore dei santi sacer­doti che chiamano cardi­nali. Tuttavia una dottrina divina non poteva essere scossa dalla follia dei malvagi, e con l’aiuto di Dio e dei buoni e soccor­re­voli spiriti tutelari di Platone ne uscimmo salvi. E in modo tale che i nostri nemici arros­si­rono davanti all’immensa gran­dezza di Platone.63

Egidio non nomina questi cardi­nali protet­tori, ma si è tentati di presu­mere un rife­ri­mento a Raffaele Riario.

Egidio assunse un ruolo perso­nale di consi­gliere spiri­tuale del cardi­nale, soprat­tutto dopo la nomina di Riario a vescovo di Viterbo nell’agosto 1498. Per offrirgli una tregua dopo anni di predi­ca­zione in numerosi luoghi, Riario gli concesse l’uso di un eremo sul Monte Cimino presso Bagnaia, resi­denza estiva di cui godeva come vescovo di Viterbo. Egidio scri­veva al cardi­nale da quello che chiamava «il nostro Cimino», ed è noto che Riario gli fece visita in questo ritiro.64 Prima del 1505 Egidio era sostenuto non soltanto da Riario, ma anche dal circolo intel­let­tuale di Jacopo Galli. Quando Edgar Wind intuì che a Roma si era veri­fi­cata una «rina­s­cita agos­ti­niana del misti­cismo cris­tiano» in una cerchia che «era anche quella di Jacopo Galli», fondava

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questa ipotesi sull’idea che Galli fosse stato il commit­tente del Bacco.65 I legami di Galli con la «rina­s­cita» agos­ti­niana descritta da Wind sono tuttavia visi­bili in altri modi. È passato inos­ser­vato che uno dei testi­moni del testa­mento di Galli, del codi­cillo e dell’inventario dei beni redatto dopo la morte [Appen­dice II.16–18] fosse Niccolò Mannio di Canepina, sodale di Egidio, descritto in questi docu­menti come precet­tore dei figli di Jacopo Galli.66 Sebbene di Mannio si sappia poco, diverse lettere scam­biate con Egidio sono incluse nella corrispon­denza pubbli­cata di quest’ultimo. Già durante il viaggio in Campania con Mariano da Genaz­zano nel 1498, Egidio corrispon­deva con Mannio.67 Negli anni succes­sivi si scrissero frequen­te­mente, scam­bi­an­dosi notizie degli amici comuni a Roma. Questo gruppo compren­deva diversi membri della cerchia più vicina a Galli: Fran­cesco Cedrario, Giovanni Botonti di Viterbo, Tommaso Inghi­rami, Jacopo Sado­leto, Mario Mellini e Camillo Porcari, i cui rapporti con Jacopo Galli sono delineati nel capi­tolo 8.68 Le lettere rivelano che Mannio prati­cava la medi­ta­zione reli­giosa e almeno una volta visitò Egidio sul Cimino. Mostrano inoltre che era in rapporto con il cardi­nale Riario: nel 1507 gli fu affi­dato il compito di racco­gliere, in vista della pubbli­ca­zione, le lettere inviate da Egidio al cardi­nale e ad altri corrispon­denti romani.69 Non vi sono molti dubbi che Mannio condi­vi­desse la devo­zione di Egidio per il divino Platone. Le sue lettere sono disse­mi­nate di cita­zioni greche, il che sugge­risce che Jacopo Galli lo avesse assunto per insegnare questa lingua ai figli.

Il circolo teolo­gico di Riario seguiva la guida di Egidio da Viterbo e Mariano da Genaz­zano, predi­ca­tori e filosofi agos­ti­niani contrari ai metodi scola­s­tici e favorevoli all’arricchimento poetico, letterario e umani­stico della teologia cris­tiana. Per questo gruppo, la rina­s­cita di Platone e di altre tradi­zioni precris­tiane signi­fi­cava acco­gliere le «Muse cris­tiane», un concetto che ne rias­sume l’approccio. Giovanni Pontano, fonda­tore di una celebre Acca­demia a Napoli, evocò l’immagine delle Muse cris­tiane in rela­zione a Egidio e Mariano da Viterbo nel suo Aegi­dius (1501–1503), un dialogo nel quale il person­aggio di Egidio afferma:

udendo il nome delle Muse mi vengono le lacrime agli occhi, perché mi ricordano fra Mariano degli Eremi­tani di Sant’Agostino. È morto di recente fra il compianto di tutta la cris­tia­nità e soprat­tutto di tutta l’Italia […], lui che colti­vava la vene­ra­zione delle Muse cris­tiane e che, nei santuari o dai pulpiti delle chiese, ne rivelava i segreti con perfetta chia­rezza, facen­doli risuo­nare con grande eloquenza.

«Pontanus» risponde quindi:

Non pian­gere, ma ringrazia gli dèi per quest’uomo che ora è fra le Muse celesti e penetra nel cuore della sapi­enza divina. Ralle­grati che sia ora fra le Muse del cielo,

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che acceda ai loro segreti divini, e sii lieto che attra­verso le Muse dia ispi­ra­zione a Egidio, suo intimo amico. Secondo i riti cris­tiani e con la massima pietà, questi venera i misteri delle Muse e li espone con rara eloquenza, rive­lan­doli al popolo.70

Sembra non potervi essere omaggio migliore alle Muse cris­tiane della statua di Musa di dimen­sioni supe­riori al natu­rale che avrebbe ornato il cortile del Palazzo San Giorgio (si veda fig. 103).

Il circolo intel­let­tuale raccol­tosi intorno a Riario e Galli alla fine degli anni Novanta rimane solo parzi­al­mente esplo­rato, ma gettò le basi del meglio studiato neopla­to­nismo e dell’interesse per la prisca theo­lo­gica fioriti alla corte di Giulio II agli inizi del Cinque­cento. Nel 1506 papa Giulio II chiamò Egidio a rico­prire la carica di vicario gene­rale dell’ordine agos­ti­niano; quando questi oppose resis­tenza, sperando di dedi­carsi allo studio e alla scrit­tura, Riario gli ordinò di accet­tare.71 L’erudizione e la predi­ca­zione coin­vol­gente di Egidio susci­ta­rono vasta ammi­ra­zione, portan­dolo all’elezione a priore gene­rale nel 1507, al cardi­nalato nel 1517 e alla nomina a cardi­nale protet­tore degli agos­ti­niani dopo la morte di Riario nel 1521. Sebbene la sua carriera in questo periodo esuli dall’ambito del presente studio, il sostegno iniziale di Riario fu deter­mi­nante per la succes­siva import­anza di Egidio alla corte di Giulio II. Come è stato da tempo rico­no­sciuto, i suoi studi del neopla­to­nismo, dell’ebraico e dell’arabo, prose­guiti per tutta la vita, avreb­bero inciso profon­da­mente sul futuro dell’arte e della teologia rina­sci­men­tali.72

Riario e la Reconquista

Nono­stante lo studio dell’ebraico e dell’arabo nella cerchia di Riario, i suoi membri crede­vano ferma­mente nell’inferiorità delle altre reli­gioni rispetto al cris­tia­ne­simo e nel dovere della Chiesa di pren­dere le armi contro l’eresia. Gli inter­essi intel­let­tuali del cardi­nale erano strett­amente legati alla speranza di nuove crociate, come dimostra il sostegno a predi­ca­tori che prean­nun­cia­vano un’epoca di trionfo cris­tiano e invo­ca­vano l’estirpazione delle altre reli­gioni nel mondo. Negli anni Novanta, la Chiesa romana cele­brava le vittorie di Ferdi­nando II e Isabella I nell’Andalusia isla­mica e nell’Africa setten­trio­nale, mentre i monarchi spagnoli si affi­da­vano a Roma per la propria legit­ti­ma­zione. La situa­zione favorì rapporti diplo­ma­tici più stretti e lo sviluppo di un programma propa­gan­di­stico guidato da Riario in colla­bo­ra­zione con Rodrigo Borgia, Juan Carvajal e altri potenti mece­nati.73 Riario fungeva da inter­me­diario per Isabella e Ferdi­nando, soprat­tutto perché la Camera Apos­to­lica racco­glieva e distri­buiva i fondi per le crociate. I successi mili­tari e i viaggi oltre­mare spagnoli e portog­hesi degli anni Ottanta e Novanta furono ampia­mente cele­brati nella sua cerchia e diven­nero un punto centrale del suo patro­cinio. Dalla fine degli anni Ottanta, temi anti­se­miti e anti-isla­mici attra­ver­s­a­rono le opere degli umanisti e dei teologi del suo ambi­ente. L’immaginario del

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passato clas­sico svol­geva un ruolo signi­fi­ca­tivo nell’unire Roma e la penisola iberica, compa­rendo ovunque nei programmi cele­bra­tivi che combi­na­vano arti visive, poesia, teatro, predi­ca­zione e cerimoniale.

L’entusiasmo di Riario per le crociate cris­tiane fu proba­bilm­ente incorag­giato in gioventù dal vescovo Niccolò di Modruš, che gli venne in aiuto durante la prigionia fioren­tina. Dopo la congiura dei Pazzi, Modruš dedicò al cardi­nale un trat­tato anti­me­diceo, la Defensio eccle­si­a­sticae liber­tatis.74 Il testo descrive come, in qualità di legato di Pio II alla corte di Mattia Corvino, avesse contri­buito a convin­cere il sovrano a guidare una campagna mili­tare contro gli otto­mani in Bosnia. Potrebbe essere stato in risposta all’appello di Modruš che, molto vicino al palazzo del cardi­nale Riario, nell’attuale via del Pelle­grino, comparve un affresco di re Corvino nelle vesti di crociato cris­tiano, in un momento ante­riore alla morte del re nell’aprile 1490.75 L’affresco è perduto, ma un disegno seicen­tesco (fig. 82) ne docu­menta la compo­si­zione.76 Secondo una descri­zione del 1594, l’immagine raffi­gurava il re «che calpesta una schiera di turchi».77 Nel disegno seicen­tesco manca dunque l’oggetto dell’ira di Corvino: le armate turche che egli aveva tenuto lontane dai confini della cris­tia­nità. Come ha osser­vato Dániel Pócs, l’affresco presen­tava Corvino nelle vesti di san Giorgio, patrono del cardi­nale Riario: un giovane a cavallo con la spada solle­vata sopra il capo. È possi­bile che l’immagine fosse legata a Riario e al suo entus­i­asmo per la reto­rica delle crociate. Il suo scopo potrebbe essere stato assi­mi­lare Corvino a san Giorgio, allu­dendo al tempo stesso a Riario come a un altro «San Giorgio» e cava­liere crociato.78

Negli anni Ottanta e Novanta Riario fece propria questa iden­tità come sosteni­tore della Recon­quista spagnola guidata da Isabella e Ferdi­nando.79 I legami del cardi­nale con la penisola iberica, in particolare

fig. 82 Anonimo, Affresco raffi­gu­rante Mattia Corvino, Biblio­teca Apos­to­lica Vati­cana, ms Barb. lat. 4423, fol. 73 r. XVII secolo. Foto © 2024 Biblio­teca Apos­to­lica Vaticana.

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con la Castiglia, si erano stabi­liti per la prima volta durante il ponti­fi­cato di Sisto IV.80 Il papa aveva coin­volto Riario nelle misure adottate dalla Chiesa per sostenere le campagne spagnole contro le residue roccaf­orti musul­mane in Anda­lusia. Ingenti somme comin­cia­rono ad affluire nelle casse spagnole dopo che Sisto auto­rizzò la vendita delle indul­genze non soltanto ai crociati, ma anche a chiunque contri­buisse finan­zia­ria­mente alla loro causa. Il papa destinò un decimo delle entrate dei bene­fici eccle­si­a­stici nei regni di Ferdi­nando e Isabella, la cosid­detta decima, alla Recon­quista volta a espel­lere i musul­mani dalla penisola iberica. Nel 1485, rico­no­scendo i successi spagnoli, Inno­cenzo VIII consentì ai sovrani di trat­te­nere l’intera decima.81 L’investimento dei papi ebbe un clamo­roso successo nell’agosto 1487 con la conquista dell’importante città di Málaga. A Roma la notizia suscitò diffuse cele­bra­zioni pubbliche e messe comme­mo­ra­tive. A Santa Maria del Popolo il teologo cata­lano Pere Boscà annunciò l’inizio di una nuova età dell’oro, non di quella mitica descritta «nelle cele­bra­zioni dei poeti», ma di una nuova «realtà».82 Ora che le anime cris­tiane erano state animate da un nuovo spirito, per cui Boscà invoca l’espressione virgi­liana numine afflatos, la conquista avrebbe dovuto esten­dersi all’Africa, per «dissipare la sozzura di Maometto e propa­gare il santis­simo nome di Cristo».83

Poco dopo giunsero a Roma prigio­nieri mori che Ferdi­nando e Isabella invia­vano in «dono» ai papi e ad altri sovrani. Furono fatti sfilare con catene al collo e poi, come rife­ris­cono diaristi e cronisti, «sparsi tutti per Roma», dopo essere stati donati a cardi­nali e nobili romani.84 In questo periodo Pietro Marsi, fami­liare di Riario, divenne una figura di primo piano nell’appello all’espansione del cris­tia­ne­simo oltre­mare. Dopo la conquista di Málaga la sua predi­ca­zione assunse toni più belli­cosi e, nel dicembre 1487, pronunciò nella Cappella Sistina un sermone che cele­brava le recenti campagne in Spagna e altrove. Sotto­lineò la minaccia di arabi, sara­ceni, tartari e turchi, esortando il papa e i cardi­nali ad ampliare le crociate cris­tiane. «Impugna la spada di Pietro, Santo Padre», implo­rava, «assa­lite, voi cardi­nali della Chiesa mili­tante».85 Marsi riprese questi temi in un’orazione a Sant’Agostino, un pane­gi­rico del santo proba­bilm­ente pronun­ciato nell’agosto 1488. Il sermone si apre con un lungo encomio di Ferdi­nando e Isabella, esor­tati a esten­dere le campagne mili­tari nell’Africa setten­trio­nale, ricordando che Tagaste, luogo di nascita di sant’Agostino, era in mani musul­mane. Non avreb­bero dovuto fermarsi prima di raggi­ungere il Santo Sepolcro. La recente proces­sione di schiavi prigio­nieri a Roma aveva contri­buito a rendere la loro vittoria una vittoria romana; secondo Marsi, «Roma ha trion­fato in questi giorni e ha contem­plato lieta i mori inca­te­nati, testi­moni della vostra gloriosa vittoria».86

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Anno dopo anno, i papi rinno­va­rono la bolla spagnola della crociata, e il loro inve­s­ti­mento fu ripa­gato in modo spet­ta­co­lare quando la notizia della caduta di Granada venne annun­ciata a Roma nella notte del 31 gennaio 1492. I monarchi spagnoli avevano ottenuto una vittoria decisiva per sé e per il papato, innal­zando sulla torre più alta dell’Alhambra una croce d’argento donata da Sisto IV. La notizia suscitò fest­eg­gi­a­menti esul­tanti a Roma, soprat­tutto perché giungeva nel pieno degli spet­ta­coli teatrali e delle feste di carne­vale. I diari di Gaspare Pontani e Johann Burchard descri­vono le corride orga­niz­zate da Rodrigo Borgia davanti al proprio palazzo.87 Il 19 febbraio seguì una rievo­ca­zione della caduta di Granada, orga­niz­zata in piazza Navona dal cardi­nale Carvajal e dall’ambasciatore castig­liano Juan Ruiz de Medina. Lo spet­ta­colo compren­deva la rappre­sen­ta­zione dell’assedio di una torre di legno raffi­gu­rante «Granada», corride e

fig. 83 Jacopo Ripanda, Trionfo di Roma sulla Sicilia, Roma, Palazzo dei Conser­va­tori. Circa 1507–1508. Foto © Roma, Sovrin­ten­denza Capi­to­lina ai Beni Culturali.

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vino in abbond­anza.88 Il diarista romano Sebas­tiano di Branca Tedal­lini lodò il sontuoso contri­buto di Riario alle feste.89 In quel momento la comu­nità spagnola a Roma era animata da un profondo senso di favore divino, rafforzato dal prov­vi­denziale ritro­va­mento del titulus crucis, reli­quia della Vera Croce, a Santa Croce in Geru­sa­lemme, chiesa tito­lare del cardi­nale spagnolo Pedro González de Mendoza.

Il cardi­nale Riario svolse un ruolo di primo piano nelle cele­bra­zioni, mobi­li­tando la propria cerchia umani­stica e artis­tica per diversi eventi teatrali. Il primo fu un «trionfo dei re spagnoli» il 26 febbraio, con un carro trai­nato da quattro cavalli bianchi nello stile degli antichi trionfi impe­riali. La proces­sione raggi­unse San Giacomo degli Spagnoli, con attori nei panni di Isabella e Ferdi­nando che tenevano in catene il sultano scon­fitto di Granada, Muhammad XII («Boabdil»). Li prece­de­vano prigio­nieri sara­ceni «con gli abiti e il colore di veri mori». Giunti a San Giacomo, il re e la regina offri­rono solen­ne­mente i prigio­nieri alla chiesa. L’evento proseguì poi con una giostra di sei giorni in piazza Navona, finan­ziata da Riario. Come parte dello spet­ta­colo, i premi offerti dal cardi­nale pende­vano dalle fine­stre della piazza: un drappo d’oro, un elmo dorato e speroni d’argento, «tutti deco­rati con le armi del re di Castiglia».90 Il programma visivo del trionfo sembra ispi­rato allo studio della scul­tura antica, in parti­co­lare all’immagine del tropaeum: Sigis­mondo dei Conti descrive «elmi, archi, frecce, arma­ture e scudi appesi a tronchi d’albero, come si vedono negli antichi trionfi e nei monu­menti dei Cesari».91 Il suo racconto dell’elaborato carro richiama i disegni anti­quari e gli affre­schi del bolo­gnese Jacopo Ripanda, che potrebbe essere stato già allora legato al cardi­nale. Nel Cinque­cento Ripanda era uno degli artisti predi­letti di Raffaele Riario e intorno al 1507–1508, forse con il suo sostegno, dipinse nel Palazzo dei Conser­va­tori affre­schi che evocano le feste da lui patro­ci­nate negli anni Novanta. In una scena, una perso­ni­fi­ca­zione di Roma guida un carro trion­fale trai­nato da quattro cavalli bianchi e soggioga la figura prigio­niera della Sicilia (fig. 83). Nella stessa sala Ripanda raffi­gura Anni­bale, nemico di Roma, come un re con turbante (fig. 84), evocando le proces­sioni di prigio­nieri di Riario o gli attori in costume vestiti da «mori».92

Per le Palilie dell’aprile 1492, Riario e i suoi fami­liari allest­irono un altro spet­ta­colo: la rappre­sen­ta­zione di un’opera appena commis­sio­nata sulla conquista di Granada. Si trat­tava dell’Historia Baetica o Regni Granatae obsidio di Carlo Verardi da Cesena, un antico

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alleato dei Riario, già favo­rito da Pietro vent’anni prima.93 Come scrive Verardi nella dedica a Riario del testo a stampa,

hai orga­niz­zato un bellis­simo carro, come quello con cui trion­f­arono su Baudelis [Muhammad XII], re di Granada […] con tanta pompa e sple­ndore che al Senato e al Popolo Romano sembrò di rive­dere gli antichi trionfi degli ante­nati, da tempo scono­sciuti alla nostra gene­ra­zione. Offrendo grandi premi, hai alles­tito magni­fici diver­ti­menti per il popolo nel circo, con molti giorni di giochi affol­lati. […] Hai gran­de­mente appro­vato quest’opera e disposto che fosse reci­tata e rappre­sen­tata in un teatro tempo­raneo alles­tito nel tuo magni­fico palazzo. Fu ascol­tata in profondo silenzio dai padri e dal popolo.94

La rappre­sen­ta­zione ebbe luogo a San Lorenzo in Damaso mentre erano in corso i lavori del palazzo e della chiesa.95 Verardi scrisse l’Historia Baetica come dialogo in prosa fra re Ferdi­nando II d’Aragona e re Muhammad XII, concluden­dolo con la trion­fale vittoria spagnola su Granada. La rappre­sen­ta­zione durante le Palilie consen­tiva di stabi­lire confronti

fig. 84 Jacopo Ripanda, Anni­bale in Italia, Roma, Palazzo dei Conser­va­tori. Circa 1508. Foto © Roma, Sovrin­ten­denza Capi­to­lina ai Beni Culturali.

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fra il re spagnolo e i sovrani dell’antica Roma che avevano conqui­s­tato i «barbari» del passato. Il fatto che il natale di Roma, il 21 aprile, cadesse alla vigilia di Pasqua raffor­zava il senso di conti­nuità fra vittorie antiche e trionfi cris­tiani. Temi reli­giosi e mili­tari pren­de­vano il posto delle commedie e tragedie pagane rappre­sen­tate nelle prece­denti Palilie; nella dedica, Verardi riecheg­giava il sermone di Boscà del 1487 dichia­rando che l’opera non sarebbe stata una favola come le «commedie di Plauto e Nevio», ma una «storia nuova e vera».96

Con il decreto dell’Alhambra del 31 marzo 1492, Isabella e Ferdi­nando ordi­na­rono l’espulsione degli ebrei dai loro terri­tori. In agosto seguì l’elezione del papa valen­ciano Ales­sandro VI. Il senti­mento filos­pa­gnolo crebbe, portando nel dicembre 1492 alla produ­zione di un seguito dell’opera di Verardi. Era un altro dramma neola­tino di carat­tere speri­men­tale, il Fernandus servatus del nipote di Carlo, Marcel­lino Verardi. Dedi­cato al cardi­nale Mendoza, fu rappre­sen­tato davanti al papa e a «molti cardi­nali»; è stato sugge­rito che l’evento si svol­gesse nel palazzo di Riario.97 Carlo Verardi ne scrisse la prefa­zione, ripren­dendo dall’Amphitryon di Plauto il termine «tragi­com­media» per defi­nire un’opera dedi­cata a eventi contem­poranei anziché a favole clas­siche: il tentato assas­sinio di re Ferdi­nando II nel 1492 e la sua prov­vi­denziale salvezza.98 La rappre­sen­ta­zione e il testo stam­pato servi­vano allo scopo poli­tico di confer­mare l’alleanza fra i sovrani spagnoli e il papa, un’alleanza che avrebbe permesso agli sten­dardi di Cristo di «sven­to­lare sul mondo».99

Riario e i lette­rati, predi­ca­tori e artisti da lui patro­ci­nati erano al centro di un vasto programma propa­gan­di­stico che intrecciava le conquiste spagnole con l’immaginario del trionfo antico, presen­tando Ferdi­nando e Isabella, presto insi­gniti del titolo di «Re Catto­lici», sia come legit­timi eredi dell’Impero romano sia come agenti della Chiesa romana.100 Le vittorie di Málaga e Granada avevano susci­tato un’impressione profon­da­mente posi­tiva alla corte papale ed erano, si può sostenere, ritenute persino più importanti delle notizie delle «scoperte» atlan­tiche di Colombo nel 1492. Anche Gaspare de Clodiis, il seguace di Pomponio Leto la cui egloga e il cui pane­gi­rico per Riario sono stati discussi nel capi­tolo 2, rivolse ora il proprio talento alla lode di Ferdi­nando e Isabella: proba­bilm­ente poco dopo la resa di Granada pubblicò a Sivi­glia un Panegy­ricus in onore dei sovrani.101 I temi esplo­rati nei suoi esametri erano clas­si­cisti, con Ferdi­nando para­gonato a Ercole e Isabella a Bellona, e annun­cia­vano il ritorno dell’età di Saturno grazie ai loro trionfi cris­tiani. Anche a Roma i pompo­niani al servizio di Riario univano le vittorie spagnole al pres­tigio della Roma antica e cris­tiana, cele­brando l’alba di una nuova era. Riario promosse questa reto­rica per tutti gli ultimi anni Ottanta e gli anni Novanta, come mostrano non soltanto le orazioni di Marsi, ma anche quelle del predi­ca­tore spagnolo Martin de Viana, iden­ti­fi­cato come capel­lanus di Riario. In un sermone pronun­ciato davanti ad Ales­sandro VI nel 1494 e poi pubbli­cato, de Viana lodò i sovrani spagnoli per i trionfi contro musul­mani ed ebrei, invo­cando ulte­riori crociate contro i turchi in «Grecia» e contro il sultano in Terra Santa.102 Anche il favo­rito di Riario

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Mariano da Genaz­zano rice­vette rico­no­sci­menti per la capa­cità di conver­tire gli «eretici». Si diceva che non vi fosse «spada più affi­lata contro i nemici della fede» dei suoi sermoni.103

Promuo­vendo questa predi­ca­zione, Riario aspi­rava a un’immagine pubblica simile a quella di Oliviero Carafa, suo omologo nell’ordine dome­ni­cano, il cui zio Diomede Carafa aveva guidato perso­nal­mente la flotta ponti­ficia contro i turchi e fatto sfilare prigio­nieri turchi in un corteo trion­fale a Roma nel 1473. Oliviero Carafa è noto come fonda­tore della Festa di Pasquino, una compe­ti­zione poetica incen­trata sulla statua di Pasquino (fig. 85; si veda anche mappa 3), tenuta annu­al­mente in aprile nel giorno di san Marco. Ogni anno Carafa patro­cinava un oratore che pronun­ciava un sermone nella Cappella Carafa di Filip­pino Lippi alla Minerva, in un evento divenuto una vetrina dell’eccellenza nella predi­ca­zione e nell’oratoria. Il sostegno di Riario al teatro e all’Accademia di Pomponio Leto era paral­lelo alla sua dedi­zione alla predi­ca­zione e alle forme di oratoria cris­tiana ispi­rate ai clas­sici a Roma.104 Gli acca­de­mici romani trova­vano sosteni­tori dispo­ni­bili in Riario e Carafa, anche in ragione del loro ruolo di cardi­nali protet­tori degli ordini predi­ca­tori dome­ni­cano e agos­ti­niano. Il mece­na­tismo di Riario può essere inteso come una prose­cu­zione a Roma degli sforzi di Lorenzo de’ Medici per colti­vare l’oratoria umani­stica di fra Mariano da Genaz­zano, animata da uno stile teatrale para­gona­bile a quello di un attore sulla scena. I commen­ta­tori contem­poranei svilup­pa­vano spesso i paral­leli fra l’uso effi­cace dei gesti e dell’estensione vocale nei grandi attori, come Fedra, e nei grandi predi­ca­tori della cerchia di Riario, come fra Mariano ed Egidio da Viterbo.105 Come si è osser­vato nel capi­tolo prece­dente, a Firenze Poli­ziano guar­dava al modello degli antichi, che avevano addestrato i giovani nobili alla reci­ta­zione per affinarne le capa­cità oratorie. Al tempo stesso difen­deva lo stile avvin­cente di fra Mariano, ricco di abilità artis­tica, gesti persua­sivi e modu­la­zioni vocali. Come scrisse Poli­ziano, fra Mariano «variava le imma­gini e la voce secondo i pensieri, e con i gesti sosteneva e accre­sceva l’effetto delle parole».106 A Roma, il patro­cinio di Riario al teatro e alle compa­gnie di Pomponio Leto, come quello di Carafa alla Festa di Pasquino, non nasceva soltanto da un entus­i­asmo astratto per la cultura clas­sica. Aveva anche lo scopo più ampio di rafforzare il potere persua­sivo dell’oratoria in un’epoca di mili­tanza cattolica.

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Negli anni Ottanta e Novanta, mentre proce­de­vano i lavori a San Lorenzo in Damaso, Raffaele Riario sviluppò una vasta rete di fami­liari, umanisti e corti­giani. Al vertice della gerar­chia vi erano i ricchi vescovi che abita­vano con lui, insieme ai parenti Sansoni e Spinola più stretti. Fra i fami­liari emer­gono alcune carat­teristiche comuni, come i legami con Pomponio Leto, Mantova e la Firenze medicea. I temi affron­tati dagli umanisti da lui protetti riflet­tono gli inter­essi parti­co­lari del cardi­nale per l’astrologia, il neopla­to­nismo, lo studio dell’ebraico e dell’arabo e la prisca theo­logia, argo­menti che aveva probabilmente

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incont­rato per la prima volta con Ficino. Nella cerchia di Riario, la ricerca di tracce della rivela­zione divina nelle tradi­zioni precris­tiane si sovrap­po­neva alla rina­s­cita della poesia e della filosofia antiche e, come si vedrà nel prossimo capi­tolo, al fascino per la scul­tura antica. I fami­liari di Riario potevano scor­gere l’ascesa del cardi­nale predetta nelle stelle, nei testi sacri e nelle testi­mo­ni­anze mate­riali del passato romano: tutti i segni indi­ca­vano il suo destino di diven­tare papa e inau­gurare una nuova età dell’oro. Le forme precris­tiane di rivela­zione sembra­vano annun­ciare il compi­mento di questo disegno divino, che avrebbe cond­otto al trionfo mondiale della Chiesa cris­tiana sotto Riario. Per raggi­ungere questo obiet­tivo visio­nario, il cardi­nale patro­cinò predi­ca­tori agos­ti­niani, Pietro Marsi, Mariano da Genaz­zano ed Egidio da Viterbo, rinati oratori clas­sici che, come Quin­ti­liano e Cice­rone, sape­vano persua­dere gli ascolt­a­tori con le abilità dei più grandi attori.

fig. 85 Roma, Pasquino. Copia romana di un origi­nale elle­ni­stico. Foto: autrice.