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Intro­du­zione

Capi­tolo 1 · Pagine dell’edizione a stampa 12–33

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fig. 1 Piazza della Cancel­leria con le case dei Galli sullo sfondo, Roma, Museo di Roma, Archivio Foto­gra­fico, af 3153. 1888–1900. Foto © Rome, Sovrin­ten­denza Capi­to­lina ai Beni Cultu­rali, Museo di Roma.

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Negli anni Ottanta dell’Ottocento, a Roma, un foto­grafo immor­talò una veduta della piazza davanti al Palazzo della Cancel­leria e a San Lorenzo in Damaso (Fig. 1). Mentre il cavallo e il cocchiere atten­de­vano di cond­urlo alla tappa succes­siva, egli fissò un momento sospeso tra il passato e il futuro di Roma, poco prima dell’avvento di una nuova epoca moderna. A sinistra si erge la facciata della Cancel­leria, il comp­lesso di palazzo e chiesa costruito dal cardi­nale Raffaele Riario tra la fine degli anni Ottanta del Quat­tro­cento e la metà degli anni Dieci del Cinque­cento. L’interesse del foto­grafo, tuttavia, non era rivolto alla celebre facciata della Cancel­leria, bensì alla veduta della piazza vuota. Il suo intento era docu­men­tare questa scena prima della costru­zione di Corso Vittorio Emanuele II, l’ampia arteria che oggi cost­eggia il lato setten­trio­nale della Cancel­leria, river­sando rumore e traf­fico in questo luogo un tempo tran­quillo (Mappe 1 e 3).

Uno degli edifici desti­nati a immi­nente demo­li­zione, visi­bile appena dietro la carrozza del foto­grafo, è una casa con botteghe al pian­ter­reno e un ampio ingresso. Fra la fine del Quat­tro­cento e l’inizio del Cinque­cento, questa casa era appar­te­nuta al romano Jacopo Galli, banchiere, colla­bo­ra­tore e agente del cardi­nale Riario. La foto­grafia ne docu­menta la posi­zione di rilievo, di fronte a Piazza San Lorenzo e a fianco della facciata della Cancel­leria. Il suo prece­dente proprie­tario, Galli, era stato una presenza di grande peso nel quar­tiere: posse­deva non soltanto questa casa, ma quasi un intero isolato di case e botteghe a nord della chiesa e del palazzo di Riario (Mappe 1 e 3). Insieme al palaz­zetto di Jacopo Galli, una fila di case un tempo appar­te­nutegli, che si esten­deva verso ovest lungo via dei Leutari, fu sacri­fi­cata per far posto a Corso Vittorio (si veda Fig. 8).

La sosti­tu­zione di via dei Leutari con l’ampio Corso Vittorio liberò l’area e consentì di ammi­rare la Cancel­leria in sple­ndido isola­mento (Fig. 2). La vista dell’edificio da questa

fig. 2 Roma, Palazzo San Giorgio. Foto: Autrice.

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nuova, ampia arteria avrebbe dovuto, si sperava, metterne in risalto la monu­men­ta­lità, l’armonia delle propor­zioni e la ‘gran­dio­sità dell’idea cui s’ispirò l’Architetto’,1 che allora si riteneva fosse Donato Bramante. In accordo con il ruolo di Roma quale capi­tale dell’Italia da poco unifi­cata, gli urba­nisti otto­cen­te­schi mira­vano a esal­tare la Cancel­leria e a cele­brare Bramante come eroe nazio­nale. È dunque piut­tosto ironico che la distru­zione delle case di Jacopo Galli abbia reciso un legame fra questo quar­tiere romano e il più grande ‘genio’ d’Italia, Michel­an­gelo Buonar­roti. Nell’Ottocento si era dimen­ti­cato che il cardi­nale Riario era stato il primo commit­tente romano di Michel­an­gelo e che Riario e Galli avevano sostenuto l’artista per buona parte di un decennio. Nell’estate del 1496, mentre il palazzo di Riario era ancora in costru­zione, il cardi­nale chiese a Michel­an­gelo di scol­pire il Bacco marmoreo oggi al Museo del Bargello (Figg. 3–4). Il banchiere di Riario, Jacopo Galli, strinse amicizia con l’artista e, fino alla propria morte nel 1505, lo sostenne in una serie di commis­sioni decisive per la sua carriera: la Pietà vati­cana, una pala d’altare per la chiesa romana di Sant’Agostino, statue per il monu­mento di Pio III a Siena e la Madonna di Bruges (si vedano Figg. 193, 198–201). Prima della sua morte, nel 1505, Galli divenne proprie­tario del Bacco e di un’altra scul­tura di Michel­an­gelo, il Giovane arciere oggi a New York (Figg. 5, 187). Dopo la morte di Jacopo Galli, Michel­an­gelo mantenne una stretta amicizia con i suoi figli e, per più di sessant’anni, la fami­glia Galli espose il Bacco e il Giovane arciere nelle proprie case presso San Lorenzo in Damaso (Mappa 3). I Galli anda­rono incontro al declino e, nel 1572, furono costretti a vendere il Bacco a Fran­cesco I de’ Medici. In seguito si separ­a­rono anche dal Giovane arciere, e il loro legame con Michel­an­gelo si perse nella memoria.

Il ricordo della colla­bo­ra­zione dell’artista con il cardi­nale Riario fu cancel­lato deli­be­ra­ta­mente con un unico atto: la pubbli­ca­zione, nel 1553, della Vita di Miche­lag­nolo Buonar­roti di Ascanio Condivi. Amico e allievo di Michel­an­gelo, Condivi utilizzò questa biografia, con l’aiuto del maestro stesso, per reinven­tarne la storia. A metà del Cinque­cento, Condivi era cons­ape­vole che i Riario veni­vano rele­gati dalla parte degli scon­fitti della storia e che Jacopo Galli, sosteni­tore di Michel­an­gelo, rischiava di cadere nell’oblio. Per pren­dere le distanze da Riario e valo­riz­zare Galli, attribuì la commis­sione del Bacco a quest’ultimo anziché al cardi­nale. Si spinse oltre, tentando di cancel­lare del tutto il ricordo del rapporto fra Riario e Michel­an­gelo. Secondo Condivi, Riario aveva acqui­s­tato una scul­tura di Michel­an­gelo oggi perduta, il Cupido dormi­ente, creden­dola antica. Quando scoprì che il Cupido era moderno, restituì l’opera e pretese il rimborso dall’agente che gliel’aveva venduta. Con questo racconto Condivi sotto­li­neava l’ignoranza di Riario come commit­tente: il cardi­nale non aveva saputo rico­no­scere il vero valore del Cupido dormi­ente di Michel­an­gelo, un’opera per la quale non avrebbe dovuto badare a spese. Riario, scrisse Condivi, ‘poco s’intendeva e poco si dilet­tava di statue’ e, pur avendo ospi­tato Michel­an­gelo a Roma per un anno, non gli aveva mai commis­sio­nato alcunché. Fort­u­na­ta­mente, un nobile romano di grande ingegno, Jacopo Galli, seppe rico­no­scere le doti dell’artista. Secondo Condivi, Galli commis­sionò a Michel­an­gelo il Bacco e un Cupido (il Giovane arciere a New York, Figg. 5, 187), lasci­ando entrambe le statue ai figli ed eredi [Appen­dice ii.29].

La falsa convin­zione che il commit­tente del Bacco fosse Jacopo Galli, e non Riario, perdurò per oltre quattro secoli. Tale errore soprav­visse fino al 1981, quando lo storico dell’arte Michael

figg. 3–4 Michel­an­gelo Buonar­roti, Bacco, Firenze, Museo Nazio­nale del Bargello, inv. 10 / Scul­ture. 1496–1497. Foto © Kunst­his­to­ri­sches Institut in Florenz – Max- Planck-Institut, foto­grafo: Roberto Sigismondi.

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Hirst pubblicò un paga­mento di Riario a Michel­an­gelo per il ‘bacho’ (si veda Fig. 178), dimostrando in modo decisivo che la statua era stata commis­sio­nata dal cardi­nale.2 Tuttavia, la scoperta di Hirst ha modi­fi­cato ben poco il dibat­tito storico-artis­tico su Riario, che ancora non è rius­cito a sottrarsi alle affer­ma­zioni di Condivi sulla sua scarsa capa­cità di giudizio artis­tico e sulla sua indif­fe­renza nei confronti di Michel­an­gelo. È soprav­vis­suta un’immagine fram­men­taria e distorta di Riario, e il percorso comples­sivo della sua atti­vità di commit­tente rimane poco inda­gato. Prima del 1981, l’attenzione degli studiosi si concen­trava soprat­tutto sulla sua commit­tenza di San Lorenzo in Damaso e, nei decenni succes­sivi, questa continuò a essere inter­pre­tata preva­len­te­mente attra­verso la lente della storia dell’architettura.3 Un consis­tente corpus di ricerche si è foca­liz­zato sulle vicende costrut­tive della chiesa e del palazzo: i fonda­men­tali arti­coli di Enzo Bentivo­glio e Simo­netta Valtieri degli anni Ottanta, le pubbli­ca­zioni ispi­rate agli scavi della basi­lica paleo­cris­tiana di San Lorenzo in Damaso cond­otti fra il 1988 e il 1993 (Fig. 6) e una raccolta di saggi legata a un recente restauro della Cancel­leria.4 Il grande storico dell’architettura Chris­toph Frommel fu una figura centrale in queste ricerche, e le sue teorie sono state parti­co­lar­mente influ­enti nel dibat­tito su Riario, Galli e il Bacco di Michelangelo.

fig. 5 Michel­an­gelo Buonar­roti, Giovane arciere, New York, The Metro­po­litan Museum of Art (in pres­tito dalla Repubblica fran­cese). 1497?. Foto © Raffa­ello Bencini / Bridgeman Images.

fig. 6 Scavi nel cortile della Cancel­leria, 1988–1993. Foto: Gabriele Fichera, © Biblio­theca Hertziana – Max-Planck-Institut für Kunst­ge­schichte, Rome.

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Di recente, gli atti di un convegno dedi­cato alla commit­tenza di Riario nei confronti di Jacopo Ripanda hanno sotto­li­neato la neces­sità di una visione più equi­li­brata del cardi­nale, che superi la sua repu­ta­zione di person­aggio igno­rante e immo­rale.5 Anche Jacopo Galli è stato oggetto di studi importanti: dalla tesi di Cons­tance Gibbons Lee su Galli (1981), all’articolo di Frommel ‘Jacopo Gallo als Förderer der Künste’ (1992), fino agli appro­fon­diti contri­buti sulla fami­glia Galli e sulle sue colle­zioni di anti­chità di Nico­letta Baldini, Donatella Lodico e Anna Maria Piras (1999 e 2007).6 Nel 2018, Eugenio Lo Sardo e Maria Anto­ni­etta Quesada hanno curato una raccolta di docu­menti d’archivio che ha portato alla luce un inven­tario delle proprietà di Galli redatto poco dopo la sua morte.7 Di parti­co­lare rilievo è stata inoltre la decisiva risco­perta del Giovane arciere di Michel­an­gelo (si vedano Figg. 5, 187), che ha ripor­tato all’attenzione un’altra opera dell’artista un tempo appar­te­nuta a Galli. Negli anni Sessanta, Ales­sandro Parronchi aveva attri­buito per primo la statua al maestro fioren­tino, asso­ci­an­dola al ‘Cupi­dine’ che, secondo Condivi, Galli gli aveva commis­sio­nato.8 Negli anni Novanta, Kath­leen Weil-Garris Brandt ripro­pose l’attribuzione di Parronchi, a lungo respinta, per la figura allora esposta nell’edificio dei Servizi cultu­rali dell’Ambasciata fran­cese a Manhattan. Nel vivo di un acceso dibat­tito sulla sua auto­grafia, la statua fu al centro della mostra Giovi­nezza di Michel­an­gelo del 1999.9 Riecheg­gi­ando critiche che avevano a lungo colpito il Bacco, gli scet­tici conti­nu­arono a insis­tere sulla sua forma ‘debole’ e slan­ciata. Dopo la scoperta di disegni cinque­cen­te­schi della figura e ulte­riori ricerche, tuttavia, l’autografia michel­ang­io­lesca dell’Arciere è oggi ampia­mente accettata, soprat­tutto dopo che la statua è stata presen­tata come opera dell’artista nella mostra del Metro­po­litan Museum del 2017, Michel­an­gelo: Divine Draft­sman and Desi­gner.10

Queste scoperte hanno aperto nuove pros­pet­tive, ma non hanno ancora cond­otto a una riva­lu­ta­zione comples­siva dei rapporti fra Riario, Galli e Michel­an­gelo. Numerosi frain­ten­di­menti riman­gono radi­cati nella lette­ra­tura, e molte fonti preziose, tra cui i libri conta­bili supers­titi della banca Galli-Balducci (Fig. 7), devono ancora essere piena­mente esplo­rate.11 Come si discu­terà più avanti, le inda­gini prece­denti sull’incontro fra Riario, Galli e Michel­an­gelo a Roma sono state condi­zio­nate dalla rice­zione sfavorevole del Bacco e dall’errata ipotesi — avanzata per la prima volta nel Nove­cento e oggi larga­mente accettata — che il cardi­nale Riario non avesse apprez­zato la statua e l’avesse ‘rifi­utata’. Date queste diffi­coltà, forse non sorprende che il periodo tras­corso da Michel­an­gelo con Riario e Galli sia tuttora conside­rato un episodio breve e rela­tiv­a­mente insi­gni­fi­cante della sua carriera.

Cardi­nale, banchiere e scul­tore nel rione Parione

Questo studio si propone di gettare nuova luce su diversi temi: la commit­tenza del cardi­nale Riario nell’arte, nell’architettura, nel teatro, nelle lettere e nell’oratoria; il ruolo di Jacopo Galli come inter­me­diario sia per Riario sia per Michel­an­gelo; e la colla­bo­ra­zione di Michel­an­gelo con entrambi. Intende ries­ami­nare questi argo­menti con l’aiuto di fonti finora scono­sciute o poco inda­gate, che consen­tono di arric­chire e sfumare il dibat­tito. Il percorso prende avvio dall’affermazione della dinastia Riario, per poi passare alla colla­bo­ra­zione di Riario

fig. 7 I libri conta­bili della banca Galli-Balducci, Eredità di Lemmo Balducci 5, fols 21 v –22 r. Febbraio 1501, Firenze, Archivio di Stato. Foto: Autrice, ripro­dotta con auto­riz­za­zione del Minis­tero della Cultura.

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con Galli nella ricos­tru­zione di San Lorenzo in Damaso e del palazzo cardi­na­lizio, oggi noto come Cancel­leria ma chiamato Palazzo San Giorgio al tempo di Riario (Mappa 1.9). Esamina l’arrivo di Michel­an­gelo a Roma nel 1496, il tenta­tivo di vendita del Cupido dormi­ente, la commis­sione del Bacco da parte di Riario e l’esposizione del Bacco nelle case dei Galli fino all’acquisto della statua da parte di Fran­cesco I de’ Medici nel 1572. Questo studio non intende offrire una storia completa della giovi­nezza di Michel­an­gelo, un reso­conto inte­grale della carriera di Riario o un’analisi esaus­tiva dell’iconografia del Bacco. Il suo oggetto è invece il contesto di lunga durata della statua: dall’ascesa della fami­glia Riario, passando per gli anni in cui Riario, Galli e Michel­an­gelo si incon­tra­rono a Roma, fino alla storia succes­siva del Bacco nel Cinque­cento. Anziché concen­trarsi su un singolo commit­tente o artista, analizza la colla­bo­ra­zione fra tre figure all’interno di reti cultu­rali, commer­ciali e artis­tiche comuni. In questo senso trae ispi­ra­zione da studi recenti che hanno messo in discus­sione il modello dell’individuo eroico — un para­digma dell’autorialità di cui Michel­an­gelo è l’emblema — per sotto­li­neare l’importanza della coope­ra­zione, dell’alleanza poli­tica e dell’azione condi­visa.12

Uno dei prot­ago­nisti di questa vicenda è Raffaele Riario, figura di primo piano che ricoprì la carica di Came­ra­rius della Chiesa romana sotto cinque papi.13 La vita del cardi­nale è un’avvincente storia di ascesa e caduta, spec­chio delle fortune poli­tiche della sua fami­glia. Più prin­cipe seco­lare che eccle­si­a­stico — benché cardi­nale, ebbe almeno due figli — colse ogni occa­sione per promuo­vere gli inter­essi fami­liari. I Riario emersero durante il ponti­fi­cato di Sisto IV, grazie all’energica promo­zione da parte del papa del cardi­nale Pietro Riario e del conte Girolamo Riario, zii di Raffaele. Come si discu­terà nel Capi­tolo 2, i fratelli Pietro e Girolamo conso­li­da­rono le ambi­zioni della fami­glia acqui­s­tando la città di Imola dal duca di Milano e inse­di­an­dovi Girolamo come vicario. Nel 1477, quando Raffaele Riario aveva appena dici­as­sette anni, Sisto lo elevò al cardi­nalato. Girolamo inviò subito il giovane cardi­nale a Firenze per parte­cipare alla congiura dei Pazzi, il fami­ge­rato complotto volto a rove­sciare i Medici. Nei primi mesi del 1478, Raffaele rice­vette a Firenze una forma­zione artis­tica e filoso­fica breve ma profonda, soprat­tutto attra­verso l’incontro con Marsilio Ficino. Dopo la sua prigionia a Firenze in seguito al falli­mento della congiura, Sisto lo ricom­pensò a Roma con le cariche di camer­lengo, a capo della tesoreria della Chiesa, e di protet­tore gene­rale dell’ordine agos­ti­niano. Riario ottenne inoltre l’ambita chiesa di San Lorenzo in Damaso e il rela­tivo palazzo nel rione Parione (Mappe 1–2). Una volta stabi­li­tosi nel quar­tiere di San Lorenzo, come appro­fon­dirà il Capi­tolo 3, si alleò con una fami­glia locale di mercanti-banchieri, i Galli, già legati alla Camera Apos­to­lica e da tempo patroni di San Lorenzo. Alla fine degli anni Ottanta del Quat­tro­cento, Jacopo Galli e il suo socio, il fioren­tino Bald­as­sare Balducci, apri­rono una banca dirett­amente su Piazza San Lorenzo. All’incirca nello stesso periodo, Galli cominciò a svol­gere un ruolo centrale nel progetto del cardi­nale di ricos­truire San Lorenzo dalle fonda­menta. Insieme, Raffaele Riario e Jacopo Galli non soltanto avvi­a­rono questo progetto, ma riqua­li­fi­ca­rono anche un’ampia zona del rione Parione fra Palazzo San Giorgio, via dei Leutari e Piazza di Parione. I risul­tati furono stra­or­di­nari: mentre Riario costruiva una nuova basi­lica di San Lorenzo in Damaso e il più grandioso

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palazzo di Roma, Jacopo Galli acqui­siva quasi un intero isolato di case e botteghe a nord della chiesa (Fig. 8; si vedano anche Mappe 1 e 3).

Il mercante-banchiere Jacopo Galli è un altro prot­ago­nista di questo studio.14 Come ammi­nis­tra­tore, agente e orga­niz­za­tore al servizio di Riario, Galli forniva al cardi­nale sia sostegno finan­ziario sia una vasta gamma di servizi. Il suo valore come alleato deri­vava dalle estese rela­zioni negli ambi­enti umani­stici e anti­quari, nella nobiltà romana, nel quar­tiere di Parione e nel settore bancario fioren­tino. Agendo da media­tore cultu­rale, Galli sfrut­tava questa vasta rete per procurare mate­riali, promuo­vere talenti artis­tici e letterari e sostenere un progetto ambi­zioso come la costru­zione della nuova San Lorenzo in Damaso. Sebbene il suo rapporto con Riario sia stato talvolta descritto come una stretta amicizia, è più esatto inten­derlo come una colla­bo­ra­zione profonda e duratura.

A Roma, Riario seguì l’esempio degli zii riunendo una grande corte, popolata di parenti prove­ni­enti dalla sua città natale, Savona — sulla costa ligure fra Genova e Nizza — e da un seguito di artisti, colla­bo­ra­tori, umanisti e teologi. Il Capi­tolo 4 esamina i loro molte­plici inter­essi intel­let­tuali, rivolti non soltanto alla rina­s­cita dell’antichità clas­sica, ma anche a una serie di altri temi, fra cui la progno­sti­ca­zione astro­lo­gica e la cabala. Il neopla­to­nismo e l’interesse per altre forme di rivela­zione precris­tiana fiori­vano nella casa di Riario e nella sua cerchia teolo­gica agos­ti­niana, ispi­rati dalla compo­nente plato­nica degli scritti di sant’Agostino e dai pensa­tori contem­poranei che Riario più ammi­rava, fra cui Ficino, Lorenzo Bonin­contri ed Egidio da Viterbo. Come si vedrà nel capi­tolo, la rete umani­stica di Riario poneva parti­co­lare enfasi sulla cele­bra­zione della Recon­quista spagnola e sull’auspicata età dell’oro del dominio cris­tiano oltre­mare. Il Capi­tolo 5 si rivolge alla commit­tenza del cardi­nale nelle arti figu­ra­tive. Gli storici dell’arte sono stati spesso scet­tici riguardo al sostegno di Riario agli artisti, e il suo gusto è stato conside­rato ‘attar­dato’ per via della sua ammi­ra­zione per Jacopo Ripanda, pittore ritenuto eccen­trico e stili­sti­ca­mente superato. Attin­gendo a fonti tras­cu­rate, il capi­tolo considera più da vicino le commis­sioni di Riario negli anni Novanta del Quat­tro­cento, facendo luce sui mini­a­tori da lui predi­letti, sul suo possi­bile rapporto con Ripanda, sulla sua colle­zione di anti­chità e sulla sua villa in Tras­te­vere, che, come si sosterrà qui, fu

fig. 8 Veduta aerea dell’antica ‘Isola Galli’ fra Piazza di Parione (Piazza di Pasquino) a nord e Corso Vittorio Emanuele II a sud, con l’indicazione dell’estensione delle proprietà di Jacopo Galli. Foto: American Academy in Rome, © J. H. Aronson, 1979, con aggi­unte dell’autrice.

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avviata prima di quanto si sia finora supposto. Il Capi­tolo 6 ha per oggetto il Cupido dormi­ente di Michel­an­gelo, messo in vendita a Roma come anti­chità nel 1496. Il capi­tolo esami­nerà come il Cupido dormi­ente fosse stato conc­e­pito quale nuovo genere di oggetto artis­tico creato in compe­ti­zione con le anti­chità, ma fosse stato tras­for­mato, contro la volontà dell’artista, in un’antichità ‘falsi­fi­cata’ quando passò nelle mani del mercante Bald­as­sare del Mila­nese. Il Cupido uscì dalla cerchia più stretta dell’artista per entrare nel mercato dell’arte, provo­cando un dispe­rato tenta­tivo di Michel­an­gelo e del suo protet­tore Lorenzo di Pier­fran­cesco de’ Medici di ripren­derne il controllo. Questi eventi si collo­cano in un periodo in cui le anti­chità erano sempre più conside­rate una forma di valuta commer­cia­bile e impegna­bile e in cui opere moderne potevano essere spac­ciate con profitto per auten­tiche opere antiche.

La succes­siva commis­sione del Bacco da parte di Riario, descritta dallo stesso Michel­an­gelo in una stra­or­di­naria lettera del luglio 1496 [Appen­dice ii.10], è il tema del Capi­tolo 7. Come racconta la lettera, Riario accolse lo scul­tore chie­d­en­dogli con insis­tenza di osser­vare ‘certe figure’. Il contesto lascia pochi dubbi sul fatto che queste anonime ‘figure’ fossero statue antiche. Compiuto l’incarico, il giorno seguente Michel­an­gelo incontrò Riario nel cantiere del nuovo palazzo di San Lorenzo in Damaso. Il cardi­nale gli chiese che cosa pensasse delle figure viste e se avesse il coraggio di ‘fare qual­cosa di bello’ per lui. L’artista rispose che non avrebbe egua­gliato la bellezza delle ‘certe figure’, ma accettò la sfida. Nel corso dell’anno succes­sivo, Michel­an­gelo scolpì il Bacco in risposta alla stra­or­di­naria richiesta di Riario. Nel realiz­zarlo, sinte­tizzò le prece­denti espe­ri­enze fioren­tine, gli inter­essi del commit­tente, la cultura visiva di Roma e un più ampio programma di scavo, reimpiego e inven­zione all’antica a San Lorenzo. Il Capi­tolo 7 affron­terà questi temi e la ques­tione della desti­na­zione prevista per il Bacco, propo­nendo che Riario avesse proba­bilm­ente imma­gi­nato di collo­care la statua nel giar­dino del palazzo cardi­na­lizio, anziché nel cortile del Palazzo San Giorgio, come oggi comu­n­e­mente si ritiene.

Riario fu esule da Roma fra il 1499 e il 1503 e, negli anni della sua assenza, Jacopo Galli sostenne Michel­an­gelo. Il Capi­tolo 8 si concentra sulla stretta colla­bo­ra­zione che si sviluppò fra loro e durò fino alla morte di Galli nel 1505. Entro quell’anno, Jacopo espo­neva il Bacco nella propria casa, dopo averlo acqui­sito da Riario. Galli commis­sionò inoltre a Michel­an­gelo, o rice­vette da lui in dono, il Giovane arciere oggi a New York (si vedano Figg. 5, 187). Egli ebbe un’influenza decisiva sulla carriera di Michel­an­gelo, sia come colla­bo­ra­tore che lo intro­dusse nella propria stimo­lante cerchia intel­let­tuale, sia come agente che lo aiutò a otte­nere nuove commis­sioni. Galli garantì i cont­ratti dell’artista, ne sostenne l’attività di scul­tore offrendo aiuto pratico e ne orga­nizzò le finanze. La sua compe­tenza e la sua guida furono alla base dei risul­tati raggiunti da Michel­an­gelo per diversi anni: si potrebbe sostenere che, senza il suo appoggio, non esis­ter­eb­bero né la Pietà vati­cana né la Madonna di Bruges. Galli coin­volse inoltre Michel­an­gelo nella vita artis­tica e letteraria della Roma rina­sci­men­tale. Non era soltanto un colle­zio­nista di anti­chità e un commit­tente d’arte, ma anche un poeta, un promo­tore di commedie clas­siche e un intimo amico di lette­rati quali Pietro Bembo, Giacomo Mazzocchi e Jacopo Sadoleto.

Il Capi­tolo 9 è dedi­cato alla storia succes­siva del Bacco nelle case degli eredi di Jacopo Galli, che conti­nu­arono a esporre la statua e il Giovane arciere di Michel­an­gelo nei decenni succes­sivi alla morte di Jacopo. I figli di Galli manten­nero una stretta amicizia con Michel­an­gelo, che eseguì

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fig. 9 Michel­an­gelo Buonar­roti, Bacco, Firenze, Museo Nazio­nale del Bargello, inv. 10 / Scul­ture. 1496–1497. Foto © Kunst­his­to­ri­sches Institut in Florenz – Max-Planck- Institut, foto­grafo: Roberto Sigismondi.

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per loro una commis­sione finora scono­sciuta: una pala d’altare da viaggio, neces­saria per un soggiorno a Bologna al seguito di Riario. Nel 1527, il Sacco di Roma colpì dura­mente i Galli e minacciò le loro case e colle­zioni. Come ha mostrato una recente pubbli­ca­zione di Diletta Gambe­rini, alcune poesie di Antonio Tebaldeo fanno rife­ri­mento a un malde­stro tenta­tivo degli eser­citi di Carlo V di saccheg­giare il Bacco dalla casa dei Galli e trasport­arlo oltre­mare.15 Questo deplo­re­vole episodio fu proba­bilm­ente, come si esami­nerà, la causa della frat­tura ancora visi­bile al polso della statua. La scul­tura rimase esposta per molti anni fra le anti­chità senza la mano e, con il passare del tempo, la sua fram­men­ta­rietà contribuì a plas­mare una mitologia su Michel­an­gelo e sulla sua riva­lità con l’antico. Il progres­sivo declino della fami­glia Galli la costrinse però a vendere molte delle sue proprietà in Parione e, infine, a separ­arsi dal Bacco. Dopo aver acqui­s­tato la statua dai Galli nel 1572, Fran­cesco I de’ Medici la inserì nel culto fioren­tino di Michel­an­gelo, che aveva acqui­s­tato slancio dopo la morte dell’artista nel 1564.

La rice­zione del Bacco di Michelangelo

Poiché questo studio abbraccia un secolo, dal 1471 al 1572, la commis­sione del Bacco di Michel­an­gelo viene affron­tata dirett­amente soltanto nel Capi­tolo 7. È tuttavia opportuno presen­tare già qui una storia della sua rice­zione critica, poiché il dibat­tito su Riario, Galli e la loro colla­bo­ra­zione con Michel­an­gelo è stato condi­zio­nato dalle inter­pre­ta­zioni prece­denti della statua. La compren­sione del rapporto fra queste tre figure è stata oscu­rata dalla rice­zione critica nega­tiva del Bacco, protrat­tasi per secoli. Inoltre, una tradi­zione inter­pre­ta­tiva concen­trata sui testi o sulle imma­gini antiche che avreb­bero potuto fungere da ‘fonti’ per il Bacco ha tenuto l’opera distante dalla turbo­lenta poli­tica del tempo e dal vivace ambi­ente cultu­rale della Roma quattrocentesca.

La figura marmorea a gran­dezza natu­rale di Michel­an­gelo rappre­senta il dio del vino in stato di ebbrezza, intento a fissare la coppa che tiene nella mano destra (si vedano Figg. 3, 4, 132, 148). Bacco è comple­ta­mente nudo, in piedi in una posa insta­bile, proteso in avanti come sul punto di inci­ampare, con il ventre visi­bilm­ente gonfio di vino (Fig. 9). La rappre­sen­ta­zione michel­ang­io­lesca sotto­linea il ruolo di Bacco come inven­tore del vino e dispen­sa­tore dei suoi doni: la testa è coro­nata di grap­poli, i cui acini rica­dono fra i riccioli, e gli occhi sono fissi sulla coppa solle­vata. Alle sue spalle si avvicina furti­va­mente un satiro giocoso, per metà umano e per metà caprino, che appro­fitta della distra­zione del dio per rubare un grap­polo d’uva impi­gliato nella sua pelle felina. Il satiro infan­tile si aggrappa alla pelle, si tira in avanti e torce il busto verso l’uva. La sua espres­sione rivela puro piacere mentre addenta i frutti succosi.

Michel­an­gelo scolpì la statua nel 1496–1497, fra la forma­zione giova­nile nel giar­dino di scul­ture di Lorenzo de’ Medici a Firenze e il successo della Pietà a Roma. Con il passare dei decenni, mentre l’artista diven­tava celebre grazie ad altri progetti più gran­diosi, le circos­tanze della crea­zione del Bacco si persero nella memoria. Il clima reli­gioso mutò radi­cal­mente e, negli anni Cinquanta del Cinque­cento, la spiri­tua­lità di Michel­an­gelo si inten­si­ficò. Il Bacco cominciò ad appa­rire estraneo e inquie­tante, come si avverte nella biografia di Ascanio Condivi, che insiste sui suoi ‘occhi socchiusi e lascivi’ [Appen­dice ii.29]. Agli occhi della metà del Cinque­cento, il Bacco sembrava disco­starsi dalle opere più eroiche della succes­siva carriera di Michel­an­gelo, come il David (si veda Fig. 214) o le figure della tomba di Giulio II (si veda Fig. 161). Nel descri­verlo, Giorgio Vasari mise in evidenza ciò che a metà del secolo era perc­e­pito come una mancanza di ‘viri­lità’: nella prima Vita di Michel­an­gelo (1550) e nella seconda (1568), indi­viduò nella figura una certa combi­na­zione dei generi, affer­mando che il Bacco univa la ‘snel­lezza giova­nile del maschile con la carno­sità e

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roton­dità del femmi­nile’ [Appen­dice II.27 e II.34]. Quando l’autore anonimo del ‘Cambridge Sketch­book’ eseguì il suo disegno del Bacco a sangu­igna, fra la fine degli anni Trenta del Cinque­cento e il 1550 circa, reinter­pretò la statua come una figura robusta dai muscoli spor­genti (si veda Fig. 151). A quell’epoca la scul­tura si discos­tava non soltanto dalle conce­zioni contem­po­ranee dell’opera di Michel­an­gelo, ma anche dalla perce­zione domi­nante dell’antico. Fra gli anni Novanta del Quat­tro­cento e gli anni Cinquanta del Cinque­cento emerse un gran numero di statue antiche, e decenni di studio, confronto e colle­zio­nismo tras­for­ma­rono profon­da­mente la rice­zione dell’arte antica. Descri­vendo la propria reazione alla statua, il pittore portog­hese Fran­cisco de Holanda espresse le aspett­a­tive degli spett­a­tori cinque­cen­te­schi quando sostenne che la posa del Bacco sembrava deviare dalla ‘regola defi­nita dell’antichità’, rife­ren­dosi alla dispo­si­zione non antica delle membra.16

Nono­stante la distanza dagli ideali cinque­cen­te­schi, la statua rimase molto apprez­zata e occupò un posto centrale nel culto di Michel­an­gelo. I Medici la port­arono a Firenze e, entro gli anni Novanta del Cinque­cento, la espo­sero nel corri­doio orien­tale degli Uffizi, acco­s­tan­dola a statue antiche per rico­no­scere il para­gone con l’antico per il quale era stata conc­e­pita.17 Un disegno sette­cen­tesco della galleria mostra che a quell’epoca la figura era collo­cata accanto a busti-ritratto antichi e sotto il Ritratto di Eleo­nora di Toledo con il figlio Giovanni di Agnolo Bron­zino (Fig. 10). Sebbene la posi­zione contro una parete impe­disse di osser­varlo da ogni lato, il Bacco era fra le poche statue moderne esposte in una galleria di capo­la­vori antichi. Il suo status onori­fico di opera ‘pari’ all’antico trovò espres­sione anche in una serie di acque­forti di Fran­çois Perrier, datate

fig. 10 Bene­detto Vincenzo de Greyss, Veduta del corri­doio orien­tale degli Uffizi, Galleria impe­riale di Firenze, Vienna, Öster­rei­chi­sche Natio­nal­bi­blio­thek, Cod. Min. 32/1, s.p. 1748. Foto per cortesia della Öster­rei­chi­sche Nationalbibliothek.

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1633, che raffi­gu­rano celebri statue antiche a Roma e due opere moderne a Firenze — il David e il Bacco di Michel­an­gelo — poste tutte sullo stesso piano grazie alla dispo­si­zione entro nicchie (Fig. 11).18 A partire dal Cinque­cento furono fuse in bronzo repliche di piccolo formato del Bacco (Figg. 146, 219). Nel Seicento vennero ordi­nate copie a gran­dezza natu­rale per le colle­zioni di Luigi XIV di Francia, in marmo, e del prin­cipe Johann Adam Andreas I del Liech­ten­stein, in bronzo (si veda Fig. 147).19 Le incis­ioni nel volume che Anton Fran­cesco Gori dedicò alla scul­tura antica nel suo Musaeum Floren­tinum (1731–1742) illus­tra­vano il Bacco di Michel­an­gelo da tre ango­la­zioni diverse, lodan­done la capa­cità di ‘ingan­nare gli occhi di chi lo guarda, giudi­can­dolo antico’.20 Nel 1761 il Bacco rice­vette un ulte­riore onore, essendo l’unica opera moderna fatta copiare dal duca di North­um­ber­land per esporla a Syon House.21

Questi elogi subi­rono però una svolta radi­cale nell’epoca di un rigo­roso neoclas­si­cismo. Alla fine del Sette­cento, il Bacco era aper­ta­mente criti­cato da osser­va­tori che vi legge­vano un’interpretazione ‘scor­retta’ dell’antichità o un’opera difet­tosa, priva di gran­dezza e misura. La sua distanza dall’ideale clas­sico divenne più evidente negli anni Novanta del Sette­cento, quando, per la prima volta nella sua storia, fu sepa­rato dalle statue antiche. Tras­fe­rito nel corri­doio occi­den­tale degli Uffizi, venne collo­cato fra opere del Quat­tro­cento e del Cinque­cento. Lo spos­ta­mento inserì la statua in una storia dell’arte moderna nella quale essa appa­riva anomala, stili­sti­ca­mente superata e inade­guata nel confronto con l’antico. L’‘antichità’ non era più una rivale, un modello di eccel­lenza che la statua di Michel­an­gelo potesse aspi­rare a egua­gliare. Divenne invece una sfera distinta: un corpus ordi­nato e coerente di testi e manuf­atti auten­tici, al quale il Bacco non appar­teneva.22 Nella sua nuova posi­zione esterna a tale sfera, il Bacco sembrava un frain­ten­di­mento dell’arte antica pale­se­mente estraneo all’antico e susci­tava reazioni molto sfavorevoli. Per Percy Shelley, che ne scrisse nel 1819, era un ‘ripug­nante

fig. 11 Fran­çois Perrier, Il Bacco di Michel­an­gelo, Amsterdam, Rijks­mu­seum, rp-p-oB-72.215. 1633. Foto: Rijks­mu­seum, pubblico dominio.

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fig. 12 La Sala Michel­an­gelo, Firenze, Museo Nazio­nale del Bargello. Foto: Autrice, ripro­dotta con auto­riz­za­zione del Minis­tero della Cultura – Musei del Bargello.

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frain­ten­di­mento dello spirito e del signi­fi­cato di Bacco’.23 In uno scambio sul Bacco con Leopoldo Cico­g­nara nel 1815, Antonio Canova scrisse che Michel­an­gelo aveva impresso all’opera ‘quel carat­tere gonfio e alterato’. ‘È certo’, rispose Cico­g­nara, ‘che uno stile nella forma e un insieme più corretto avreb­bero potuto collo­care questa statua fra le migliori produ­zioni dell’arte moderna’.24

La distanza fra antico e moderno aumentò ulte­rior­mente quando, nel 1873, il Bacco fu tras­fe­rito dagli Uffizi al Museo del Bargello, nuovo museo nazio­nale della scul­tura rina­sci­men­tale. Qui la statua venne esposta in varie sale finché, dopo l’alluvione del 1966, fu collo­cata in una ‘Sala Michel­an­gelo’, un ambi­ente di capo­la­vori cinque­cen­te­schi con opere di Giam­bo­logna, Barto­lomeo Amman­nati e Baccio Bandi­nelli (Fig. 12).25 In compa­gnia di queste statue del Cinque­cento, il Bacco è apparso inade­guato. In tale contesto continua a subire ciò che Fran­cesco Caglioti ha defi­nito — a propo­sito delle critiche stili­stiche al Giovane arciere di Manhattan — una ‘sindrome anacro­ni­stica’: la tendenza a imma­gi­nare che la matu­rità di Michel­an­gelo fosse già piena­mente raggi­unta alla fine del Quat­tro­cento e, di conse­guenza, a giudi­care erro­n­ea­mente le sue opere giova­nili.26 La statua risente anche della tendenza a valu­tare il suo rapporto con il clas­sico secondo conce­zioni dell’antico poste­riori alla sua crea­zione. Si dimen­tica facilm­ente che Michel­an­gelo realizzò il Bacco prima della scoperta del Laocoonte, prima della forma­zione delle grandi colle­zioni di anti­chità del Cinque­cento e molto prima dell’epoca dell’archeologia scientifica.

Questi criteri errati conflui­rono dirett­amente nella nuova disci­plina della storia dell’arte. Quando Herman Grimm (1860), Hein­rich Wölf­flin (1891), Karl Frey (1907) e Henry Thode (1908–1913) compi­rono i primi tenta­tivi di collo­care il Bacco nello sviluppo dello stile di Michel­an­gelo, cerca­rono di stori­ciz­zarne l’aspetto appa­ren­te­mente non clas­sico e non michel­ang­io­lesco. La statua fu tuttavia inevi­ta­bilm­ente descritta come un falli­mento, spesso in termini severi. Grimm scrisse che offriva ‘un’immagine quasi disgus­tosa della debo­lezza umana’. Hein­rich Wölf­flin vi trovò una comica mancanza di corret­tezza antica, che faceva una cattiva impres­sione se para­gonata al Bacco di Jacopo Sanso­vino (si veda Fig. 171). Nel 1909 Carl Justi deplorò l’aspetto del Bacco e il suo volto poco attraente, mise­re­vole ‘al confronto con la vita palpi­tante delle antiche figure bacchiche’.27 Nel dibat­tito storico-artis­tico avviato da questi testi, l’ambiguità di genere della figura e la sua pres­unta ‘debo­lezza’ o mancanza di ‘viri­lità’ sono state spesso conside­rate nega­tiv­a­mente.28

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Fra la fine dell’Ottocento e gli anni Cinquanta del Nove­cento, una vasta lette­ra­tura affrontò la ques­tione delle ‘fonti’ antiche del Bacco. La statua fu confron­tata con figure del giovane Antinoo o con un Doriforo in contrap­posto, mentre il soggetto e il racconto figu­ra­tivo vennero messi in rela­zione con rappre­sen­ta­zioni antiche di Bacco nella statuaria a tutto tondo, nei sarco­fagi e nelle gemme.29 Questi confronti si rive­la­rono inevi­ta­bilm­ente insod­dis­fa­centi. Non fu indi­vi­duato alcun proto­tipo antico per il Bacco e, sebbene scol­pito dal più grande maestro del Rina­sci­mento, esso non soddis­faceva l’aspettativa che dovesse unire forma clas­sica e contenuto clas­sico. La teoria della reinte­gra­zione di Erwin Panofsky, pubbli­cata per la prima volta nell’articolo ‘Renais­sance and Renas­cences’ del 1944, oscurò il punto di vista alter­na­tivo e plau­si­bile di Herbert von Einem, che nello stesso anno descrisse l’‘inarcamento gotico’ tardo­me­dievale del Bacco.30

Nella ricerca delle fonti clas­siche del Bacco, gli storici dell’arte hanno spesso espresso perples­sità davanti all’esplicita rappre­sen­ta­zione dell’ubriachezza, in contrasto con l’iconografia antica del dio del vino.31 Il dibat­tito mutò radi­cal­mente nel 1958, quando Pagan Myste­ries in the Renais­sance di Edgar Wind propose una spie­ga­zione filoso­fica e neopla­to­nica dello stato di ebbrezza della statua. L’interpretazione del tutto nuova di Wind leggeva il Bacco in termini di furor plato­nico, in accordo con la credenza quat­tro­cen­tesca in una ‘teologia antica’, una sapi­enza divina e una compren­sione spiri­tuale che si riten­evano nascoste nell’antichità pagana.32 Dopo la rilet­tura di Wind, il Bacco poteva essere nuova­mente conside­rato in una luce posi­tiva, poiché la sua ebbrezza e l’espressione assorta potevano essere spie­gate come rapi­mento dioni­siaco. Suppo­nendo che il commit­tente fosse Jacopo Galli, Wind si concentrò su un dialogo in lode della filosofia di Jacopo Sado­leto, ambi­en­tato nella vigna romana di Galli. Si trat­tava del De laudibus Philo­so­phiae libri duo, composto fra il 1521 circa e il 1538, una parte del quale era inti­to­lata Phaedrus in rife­ri­mento all’interlocutore Tommaso Inghi­rami, noto con il nome acca­de­mico di ‘Fedra’.33 Benché Wind esage­rasse il pres­unto legame fra il Phaedrus di Sado­leto, il Fedro di Platone e i passi bacchici del dialogo plato­nico, il suo saggio aprì una nuova strada situando il Bacco nell’ambiente intel­let­tuale di Jacopo Galli e Raffaele Riario. Sotto­li­ne­ando l’importanza dei teologi agos­ti­niani che circon­da­vano il cardi­nale, Wind fece luce su un contesto di grande rilievo per la crea­zione del Bacco. Come scrisse:

Riario era cardi­nale protet­tore dell’ordine agos­ti­niano e in stretti rapporti con il suo gene­rale, fra Mariano da Genaz­zano, potente e dichia­rato oppo­si­tore di Girolamo Savo­na­rola. Nella loro cerchia, che era anche quella di Jacopo Galli, una rina­s­cita agos­ti­niana del misti­cismo cris­tiano si univa a un culto formale di Cice­rone e Virgilio.34

Queste intui­zioni fonda­men­tali si colle­gano alle paral­lele ricerche di Wind sul simbo­lismo reli­gioso della volta sistina e sulle sue compo­nenti agos­ti­niane; nel presente studio, servono da guida per compren­dere l’incontro fra Riario, Galli e Michel­an­gelo in ambiti artis­tici, letterari, filoso­fici e teologici.

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Nei decenni succes­sivi, diversi studi di grande rilievo ripre­sero e ampli­a­rono le intui­zioni di Wind, a partire da un arti­colo di Phyllis Bober del 1977 sul tema della Ninfa dormi­ente.35 Nel suo Michel­an­gelo and the Language of Art del 1981, David Summers accolse la lettura neopla­to­nica del Bacco proposta da Wind per contrastare l’ossessione per quella che definì una ‘folla di brutte scul­ture [antiche] […] addotte come proto­tipi del Bacco’.36 Summers si rivolse a passi di testi antichi che avreb­bero potuto ispi­rare Michel­an­gelo, insis­tendo su una lettura filolo­gica fondata sulla descri­zione di Condivi del Bacco come figura la cui ‘forma e il cui aspetto corrispon­dono in ogni modo alle inten­zioni degli autori antichi’ [Appen­dice ii.29]. Richiamò l’attenzione sulla notizia pliniana di perdute scul­ture bronzee di Pras­si­tele raffi­gu­ranti il Padre Libero, l’Ebbrezza (Ebrietas) e un Satiro, nonché sulla descri­zione del Dioniso di Pras­si­tele offerta da Callistrato. Secondo Callistrato, la figura di Pras­si­tele portava una corona d’edera e una pelle di cerbiatto, teneva un tirso, mani­festava ‘follia bacchica e sembrava ispi­rata dalla divi­nità’. Pras­si­tele ‘aveva avuto il potere di infon­dere l’estasi bacchica nella statua’.37 Queste allu­sioni sono sugges­tive e hanno spesso raccolto consensi, ma al tempo stesso esem­pli­fi­cano la ricerca ecces­si­v­a­mente astratta di ‘fonti’ auten­ti­ca­mente clas­siche che ha a lungo carat­te­riz­zato il dibat­tito storico-artis­tico sul Bacco.38

Quando Bober e Summers scri­ve­vano del Bacco, presu­me­vano che la statua fosse stata commis­sio­nata da Jacopo Galli. E ciò nono­stante Johannes Wilde avesse corrett­amente intuito, in un arti­colo degli anni Trenta, che il commit­tente fosse il cardi­nale Riario anziché Galli. In ‘Eine Studie Michel­an­gelos nach der Antike’ (1932–1934), Wilde ipotizzò gius­ta­mente che il Bacco fosse la statua marmorea ‘a gran­dezza natu­rale’ commis­sio­nata da Riario a Michel­an­gelo e descritta dall’artista nella lettera del luglio 1496. Senza ulte­riori spie­ga­zioni, Wilde propose che Riario avesse ordi­nato il Bacco a Michel­an­gelo, ma che l’opera fosse stata poi ‘rifi­utata dal cardi­nale’.39 Sia Charles de Tolnay, in Youth of Michel­an­gelo del 1943, sia Paola Barocchi, nel commento del 1962 alla Vita di Michel­an­gelo di Giorgio Vasari, avan­za­rono la possi­bi­lità che Riario avesse commis­sio­nato la statua e poi l’avesse respinta.40 Nella maggior parte della lette­ra­tura, tuttavia, il sugge­ri­mento di Wilde fu tras­cu­rato e si continuò a ritenere Galli il committente.

Soltanto nel 1981 Michael Hirst, già allievo di Johannes Wilde, poté dimostrare senza alcun dubbio che il Bacco era stato commis­sio­nato dal cardi­nale Riario. Hirst scoprì un paga­mento per la statua nei registri della banca Galli-Balducci, un archivio stra­or­di­na­ria­mente ricco entrato nell’Archivio di Stato di Firenze negli anni Venti del Nove­cento.41 Molti decenni prima della pubbli­ca­zione di Hirst, gli archivi Galli-Balducci erano stati studiati da Giovanni Poggi, soprin­ten­dente all’‘Arte medievale e moderna’ in Toscana, diret­tore degli Uffizi e responsa­bile di un progetto di edizione della corrispon­denza perso­nale di Michel­an­gelo. Poggi comprese l’importanza dei libri conta­bili Galli-Balducci e dei numerosi paga­menti a Michel­an­gelo in essi regis­trati. Eppure, nelle sue pubbli­ca­zioni vi alluse soltanto indi­rett­amente. Seguendo gli indizi lasciati da Poggi nella mono­grafia La Madonna di Bruges di Michel­ang­iolo del 1951, uno studente univer­si­tario ameri­cano, Harold Mancusi-Ungaro, riuscì a indi­vi­duare le carte Galli-Balducci negli archivi fioren­tini. In una mono­grafia del 1971, Mancusi-Ungaro pubblicò i paga­menti registrati

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nei conti Galli-Balducci per la Madonna di Bruges e per le statue eseguite da Michel­an­gelo per il Duomo di Siena.42 Seguendo questa pista, Michael Hirst consultò l’archivio e si imbatté nei paga­menti di Riario a Michel­an­gelo per il Bacco.43 Con questa scoperta, pubbli­cata nel Burlington Maga­zine nel 1981, Hirst dimostrò che Wilde, suo maestro, aveva avuto ragione: Riario aveva commis­sio­nato il Bacco. Nel breve arti­colo, Hirst ripro­pose anche la seconda parte della tesi di Wilde, ossia che Jacopo Galli fosse divenuto proprie­tario del Bacco perché Riario aveva ‘rifi­utato’ la figura.44 Le pres­unte carenze del Bacco, formu­late in una lunga storia di giudizi nega­tivi sulla statua, rende­vano facile credere che Riario avesse commis­sio­nato l’opera per poi respin­g­erla alla vista del risultato finale.

Le scoperte di Hirst costi­tui­rono la base della mostra londi­nese Making & Meaning: The Young Michel­an­gelo (1994), che rafforzò la tesi del rifiuto.45 Da allora si è gene­ral­mente supposto che Riario avesse respinto il Bacco perché lo trovava moral­mente o este­ti­ca­mente difet­toso. Nel contesto di queste argo­men­ta­zioni, il Bacco è stato defi­nito un ‘clamo­roso falli­mento’, una ‘divi­nità scar­tata’ o un insuc­cesso ‘umili­ante’. È conside­rato l’esempio più noto di commis­sione fallita dell’epoca rina­sci­men­tale.46 Si è spesso sostenuto che Riario lo avesse rifi­utato perché non era un’imitazione suffi­ci­en­te­mente corretta dell’antico.47 Oppure si è proposto che lo avesse respinto perché troppo antico, troppo pagano e quindi scon­ve­ni­ente: Riario, per la sua posi­zione di tesoriere della Chiesa, ‘non voleva vedere la statua di una divi­nità pagana nel proprio palazzo’.48 Si è affer­mato che Riario potesse aver preso le distanze dal Bacco per tutel­arsi da prov­ve­di­menti di una commis­sione di riforma isti­tuita da papa Ales­sandro VI all’incirca al momento del comple­ta­mento della statua, oppure che l’avesse rifi­utata accor­gen­dosi che una figura nuda di soggetto pagano non era adatta al cortile del suo palazzo, ritenuto la sua desti­na­zione origi­naria.49 Il Bacco, si è scritto, ‘possiede poche delle qualità eroiche e idea­liz­zanti che normal­mente asso­ciamo a Michel­an­gelo o all’antichità’, ed è dunque ‘facile imma­gi­nare che un cardi­nale di alto rango lo trov­asse sgra­de­vole e forse inap­pro­priato’.50 Queste inter­pre­ta­zioni persis­tono ancora oggi, e perfino la didas­calia della statua al Bargello informa i visi­ta­tori che ‘il precario equi­li­brio e lo sguardo ebbro della statua non piac­quero al suo commit­tente, il cardi­nale Raffaele Riario’.

Nelle fonti contem­po­ranee non vi è però alcuna indi­ca­zione di un improv­viso volta­faccia del commit­tente o di un gesto tanto radi­cale quanto il ‘rifiuto’ della statua. In assenza di elementi che indi­chino che Riario respinse il Bacco, uno degli obiet­tivi prin­ci­pali di questo studio è ride­fi­nire la statua come prodotto di un contesto scom­parso, anziché come opera fallita e rifi­utata da Riario. Le argo­men­ta­zioni sul rifiuto del Bacco per ragioni morali si fondano gene­ral­mente sulla presun­zione che la statua sarebbe stata visi­bile in uno spazio semi­pubblico: il cortile del cardi­nale. Secondo una teoria proposta per la prima volta da Wilde e poi sviluppata da Frommel,

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Riario inten­deva collo­care il Bacco al centro del grande cortile progettato per il suo nuovo palazzo (si veda Fig. 165). In questa posi­zione, il dio del teatro avrebbe compl­etato le rappre­sen­ta­zioni che Riario inten­deva allestirvi.51 La tesi è stata sostenuta da un’altra argo­men­ta­zione colle­gata: il palazzo di Riario sarebbe una risposta diretta all’esortazione rivol­tagli da Giovanni Sulpizio da Veroli, nella sua editio prin­ceps del De Archi­tec­tura di Vitruvio, a costruire il primo teatro perma­nente di Roma.52 Sebbene entrambe le ipotesi abbiano incont­rato ampio consenso, un ulte­riore esame mostrerà che vi sono buone ragioni per metterle in discussione.

Il Bacco non ha occu­pato un posto di rilievo nelle biografie di Michel­an­gelo e il dibat­tito storico-artis­tico sull’opera è rimasto rela­tiv­a­mente circo­scritto. Una ragione del suo isola­mento è la spie­ga­zione neopla­to­nica della statua avviata da Edgar Wind. La lettura di Wind risale agli anni Cinquanta, un’età dell’oro dell’interpretazione neopla­to­nica, quando Wind, Panofsky ed Ernst Gombrich la privi­le­gi­a­vano forte­mente come metodo di analisi ‘icono­lo­gica’. Dopo aver raggiunto l’apice con Marsile Ficin et l’art di André Chastel (1954), il modello neopla­to­nico cominciò a perdere favore. Negli anni Ottanta era ormai in corso una vigo­rosa controf­fen­siva contro il neopla­to­nismo, soprat­tutto nella lette­ra­tura tedesca e anglosa­ssone.53 In mezzo a questi dibat­titi, il Bacco di Michel­an­gelo è rimasto una delle poche opere rina­sci­men­tali per le quali si è costan­te­mente mante­nuta una lettura neopla­to­nica di matrice anni Cinquanta. In gran parte per questo motivo è divenuto un tema di nicchia, in quanto opera strett­amente asso­ciata a una meto­do­logia larga­mente abban­do­nata.54 Inspi­ra­tion: Bacchus and the Cultural History of a Crea­tion Myth di John Moffitt (2005) ha privi­le­giato letture neopla­to­niche, come anche l’articolo di Linda Koch del 2006 ‘Michelangelo’s Bacchus and the Art of Self-Forma­tion’, secondo cui Michel­an­gelo si sarebbe defi­nito nella statua come artista divi­na­mente ispi­rato.55 L’ispirazione bacchica è stata inoltre al centro dell’analisi del Bacco di Phil­ippe Morel, nell’ambito di un vasto studio sull’immaginario del vino nella prima età moderna, in tutta la sua varietà e ricchezza.56

Altri studi hanno conti­nuato a esplo­rare ques­tioni icono­gra­fiche — la nudità e l’ebbrezza di Bacco, la pelle animale che tiene in mano, varia­mente iden­ti­fi­cata come pantera, leone, lupo o leopardus, e l’identità del giovane satiro, o panisco, accanto a lui — concent­ran­dosi sulle possi­bili fonti d’ispirazione di Michel­an­gelo.57 Gran parte del dibat­tito ha mantenuto l’errata suppo­si­zione che queste fonti dove­s­sero neces­sa­ria­mente essere antiche. Un’eccezione è rappre­sen­tata dal lavoro di Andreas Emmer­ling-Skala, che ha convin­cen­te­mente collo­cato il Bacco di Michel­an­gelo nel contesto dei manuali mitogra­fici, tema che sarà esami­nato più in dettaglio nel Capi­tolo 7.58 Nel comp­lesso, tuttavia, l’attenzione rivolta al neopla­to­nismo fici­niano, all’iconografia o a passi di testi clas­sici che un consi­gliere umanista — soli­ta­mente iden­ti­fi­cato con Jacopo Galli o Giulio Pomponio Leto — avrebbe potuto segnalare a Michel­an­gelo ha fatto sì che

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le circos­tanze della commis­sione stessa non rice­ves­sero la dovuta atten­zione.59 Ne è deri­vata una sepa­ra­zione fra il signi­fi­cato della statua e le speci­fi­cità dell’ambiente mate­riale, visivo e intel­let­tuale in cui fu conc­e­pita e realizzata.

Con l’aiuto di un ampio vent­aglio di fonti ines­plo­rate o sotto­uti­liz­zate, questo studio intende riva­lu­tare tale ambi­ente romano. Nume­rose fonti sott­ova­lu­tate fanno luce sugli anni tras­corsi da Michel­an­gelo nella cerchia più stretta di Riario, prima al servizio del cardi­nale e poi come amico e colla­bo­ra­tore di Jacopo Galli. Molto resta da compren­dere della cultura artis­tica, anti­quaria e intel­let­tuale condi­visa da Riario, Galli e Michel­an­gelo. Stra­or­di­nari docu­menti d’archivio e testi letterari dischiudono questo contesto e offrono importanti corret­tivi agli intri­cati racconti di Condivi e Vasari. Fra essi figu­rano due pane­gi­rici in onore di Riario e un’egloga di Bernar­dino Capella e Gaspare ‘Manio’ de Clodiis [Appen­dice i]; un libro di poesie in gran parte dedi­cate a Riario da Antonio ‘Flami­nius’ Biax­ander [Appen­dice ii.19]; copie di decine di docu­menti rogati negli anni Ottanta e Novanta del Quat­tro­cento dal segre­tario di Riario, Gisberto Senilis [Appen­dice ii.5–8 e 12]; e, soprat­tutto, gli stessi archivi della banca Galli-Balducci. Essi regis­trano giorno per giorno i paga­menti in entrata e in uscita dai conti di Michel­an­gelo, Galli, Riario e altri membri della loro cerchia. Sono stati esplo­rati da Mancusi-Ungaro e Hirst, poi da Bentivo­glio e Valtieri, che hanno analiz­zato migliaia di paga­menti per mate­riali e manod­opera per ricos­truire le vicende edilizie del Palazzo San Giorgio e di San Lorenzo in Damaso.60 Più recen­te­mente, i registri hanno alimen­tato The Wealth of Michel­an­gelo di Rab Hatfield e Michel­an­gelo e Iacopo Galli nella Roma dei Borgia di Lo Sardo e Quesada.61 Gli archivi Galli-Balducci possono però offrire una compren­sione più ricca se conside­rati nel loro insieme, alla luce della rete sociale che riportano in vita. Nel corso delle ricerche per questo studio, gli archivi sono stati nuova­mente esami­nati e hanno resti­tuito nuove scoperte rela­tive, per esempio, a nume­rose figure legate a Riario e Galli, all’identità di Galli come commit­tente, alla villa di Riario in Tras­te­vere e al rapporto fra Michel­an­gelo e i figli di Galli.

Adott­ando una pros­pet­tiva estesa a un intero secolo, questo studio intende mettere in discus­sione affer­ma­zioni auto­re­voli da tempo radi­cate nella lette­ra­tura e gettare nuova luce su Riario, Galli e la loro affa­scinante colla­bo­ra­zione con Michel­an­gelo. Nuove ricerche sulla Roma della prima età moderna consen­tono di esplo­rare temi in prece­denza sott­ova­lu­tati: per esempio, l’importanza della carica di Came­ra­rius di Riario per la sua commit­tenza artis­tica e archi­tet­to­nica, oppure la pecu­liare forma di cultura anti­quaria colti­vata dalla fami­glia di mercanti-banchieri Galli. Rivol­gere l’attenzione alla reto­rica anti­se­mita e anti­musul­mana promossa da Riario, che assunse l’identità pubblica di un ‘San Giorgio’ crociato, fa luce su un aspetto finora tras­cu­rato della sua commit­tenza. I capi­toli seguenti mirano inoltre a mettere in discus­sione opinioni conso­li­date sulla rice­zione dell’antichità in quest’epoca: in parti­co­lare, l’idea che una compren­sione ‘archeo­lo­gica’ e corretta dell’antico guidasse l’approccio di Riario come commit­tente e di Michelangelo

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come scul­tore. Come lo studio sotto­li­neerà, l’evocazione dell’antichità si inse­risce in obiet­tivi più ampi, perse­guiti con conti­nuità nella commit­tenza di Riario in ambito umani­stico, teatrale e della predi­ca­zione. Il Bacco fu plas­mato dalla poli­tica del tempo e da una visione del futuro elaborata da Riario, Galli e dalla rete di fami­liari del cardi­nale: quella di una nuova età dell’oro portata a compi­mento dall’ascesa al potere di Riario.