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Il cardi­nale Riario, i Galli e la ricos­tru­zione di San Lorenzo in Damaso, 1484–1499

Capi­tolo 3 · Pagine dell’edizione a stampa 84–125

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3 Il cardi­nale Riario, i Galli e la ricos­tru­zione di San Lorenzo in Damaso, 1484–1499

La conclu­sione dell’Epistola Veri­tatis del 1478 di Marsilio Ficino, rivolta a Raffaele Riario attra­verso la voce della «Verità», descrive la casa ideale che il giovane cardi­nale dovrebbe costi­tuire al suo arrivo a Roma:

La tua casa sia un tempio di Dio. Sia un occhio di prudenza, una bilancia di gius­tizia e una sede di fortezza. Sia un esempio di mode­ra­zione, un modello d’integrità, uno sple­ndore d’amore, una fonte delle Grazie e un coro delle Muse. Sia una scuola per oratori e poeti, un santuario per filosofi e teologi e una sala di consiglio dei sapi­enti. Sia un vivaio d’ingegno, una ricom­pensa per i dotti, una mensa per i poveri, un rifugio di speranza per i buoni, un asilo per gli inno­centi e una roccaf­orte per gli oppressi.1

Le parole con cui i fami­liari di Riario avreb­bero descritto il Palazzo San Giorgio, che egli infine costruì a San Lorenzo in Damaso e che oggi è noto come Cancel­leria (fig. 50), riecheg­giano da vicino le speranze di Ficino: era un’opera di perfe­zione, una corte il cui sple­ndore mate­riale e le cui propor­zioni armo­niose sembra­vano mani­fes­ta­zioni delle virtù ideali del cardi­nale stesso. Così Niccolò Cruciger, adula­tore di Riario, lodò la sua «gene­ro­sità e libe­ra­lità d’animo, che risple­ndono in te così abbond­an­te­mente, così larga­mente e così magni­fi­ca­mente da esten­dersi al tuo palazzo (“Penates”), che hai sple­ndi­da­mente innalzato in marmo pario dalle fonda­menta e dalla prima pietra fino al cielo».2 Un altro favo­rito del cardi­nale, il poeta e lingu­ista Antonio Biax­ander, ammirò le «mura di bronzo che forti­fi­cano la mente salda [di Riario] con varie virtù; neppure una lieve brezza la scuote» [Appen­dice II.19]. Biax­ander espresse questa lode in una poesia su una colos­sale statua antica di Musa che Riario espo­neva nel cortile (si veda fig. 103), quasi a seguire alla lettera la descri­zione fici­niana di un «coro delle Muse» e di un rifugio per gli uomini dotti.3

Questo capi­tolo esamina il progetto edilizio di Riario dal suo arrivo a San Lorenzo in Damaso nel 1483 fino alla fuga da Roma nel 1499. Considera il suo ingresso nel cuore del rione Parione, un vivace centro commer­ciale animato da arti­giani, mercanti, una nume­rosa popola­zione stra­niera e una cultura letteraria che si irra­diava dall’Università di Roma. Esplora l’alleanza di Riario con i Galli, mercanti-banchieri romani e nobili resi­denti del quar­tiere, legati da lungo tempo alla basi­lica. Presenta Giuliano Galli, il patri­arca che gettò le basi del successo econo­mico della fami­glia colla­borando con la Camera Apos­to­lica e costi­tuendo una società con il banchiere fioren­tino Bald­as­sare Balducci. Nella gene­ra­zione succes­siva, Jacopo, figlio di Giuliano, ampliò le atti­vità della banca Galli-Balducci e, insieme a Balducci, assi­stette il cardi­nale Riario nella ricos­tru­zione di

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San Lorenzo in Damaso. Negli studi moderni, il palazzo di Riario è stato spesso elogiato per il suo stile rina­sci­men­tale e clas­si­cista. È stato anche frequen­te­mente cond­an­nato per le dimen­sioni, per l’impiego di mate­riali saccheg­giati dalle rovine e per aver archi­tet­to­ni­ca­mente inghiot­tito una delle basi­liche paleo­cris­tiane più vene­rate di Roma, nascosta dietro la facciata e «degra­data a una sorta di cappella di palazzo».4 Riario sperava tuttavia che la scala impo­nente del nuovo palazzo e della basi­lica conso­li­dasse la posi­zione della fami­glia dopo un grave rove­scio: l’assassinio di Girolamo Riario nel 1488. Il progetto mirava a stabi­lire nel cuore di Roma una presenza forti­fi­cata e monu­men­tale della dinastia Riario, come dimostra­zione di forza in un momento di debo­lezza poli­tica. Questo capi­tolo considera le origini del progetto, la possi­bile rile­vanza della dedica a Riario dell’editio prin­ceps del De archi­tec­tura di Vitruvio da parte di Giovanni Sulpizio da Veroli nella prima metà del 1487, e il ruolo decisivo di Jacopo Galli. I dati ricavati dai conti della banca Galli-Balducci e dagli atti nota­rili del segre­tario del cardi­nale, Gisberto Senilis, rivelano che Galli e Riario colla­bor­a­rono non soltanto alla ricos­tru­zione di San Lorenzo, ma anche alla riqua­li­fi­ca­zione di via dei Leutari, a nord della basi­lica. Grazie agli acquisti stra­te­gici di terreni effet­tuati dal cardi­nale Riario, Galli arrivò a costi­tuire un isolato unitario di proprietà, l’Isola Galli, strett­amente coor­di­nato con la chiesa e il palazzo di Riario (si veda mappa 3).

fig. 50 Veduta aerea della Cancel­leria. Foto: Alessio Fioretti.

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La fami­glia Galli nel rione Parione e la banca Galli-Balducci

Con il tras­fe­ri­mento a San Lorenzo, Riario entrò a far parte del vivace rione Parione. La nuova resi­denza si trovava a breve distanza dal mercato del pollame in piazza Polla­rola e dal «mercato dei cavalli», dove si vende­vano arti­coli equestri, fra piazza del Paradiso e piazza del Biscione. Sorgeva non lontano dai banchi dei cambiava­lute, dalle taverne e dalle locande di Campo de’ Fiori (mappa 1).5 Il rione era densa­mente popolato da mercanti, bottegai e fami­glie nobili, le cui inte­r­azioni e alle­anze ne plas­ma­vano il tessuto econo­mico e sociale. Il successo di Riario come cardi­nale di San Lorenzo in Damaso, e poi nel progetto di ricos­tru­zione della chiesa e del palazzo, richie­deva una stretta colla­bo­ra­zione con questa rete, e i suoi interlo­cu­tori più importanti furono i Galli. Dall’arrivo a San Lorenzo fino alla morte, Riario si affidò ai Galli come alleati e agenti. Come altre fami­glie eminenti di Roma, essi raggi­unsero questo stretto rapporto con il cardi­nale attra­verso l’attività di mercanti-banchieri, una profes­sione multi­forme che li rendeva colla­bo­ra­tori indispensabili.

Secondo il falsi­fi­ca­tore cinque­cen­tesco di genea­logie Alfonso Cecca­relli, i Galli face­vano risa­lire le proprie origini all’antica fami­glia romana degli Aquilii Galli. Il loro più celebre «ante­nato» antico era il pretore repubbli­cano Gaio Aquilio Gallo, un plebeo divenuto un noto giurista.6 Nel Seicento, lo storico Dirk Ameyden ricon­dusse più plau­si­bilm­ente le origini dei Galli a un certo Paolo da Castro, nato nel 1320. Ameyden affermò che Giacomo, figlio di Paolo, aveva sposato Livia Orsini di Mugnano, e osservò che uno stemma Galli visi­bile in via dei Leutari era inquar­tato con quello degli Orsini.7 La storia di Ameyden menziona anche Nicola Galli, un nipote di Stefano Porcari che parte­cipò alla congiura orga­niz­zata da quest’ultimo nel 1453 per assas­si­nare Niccolò V. Dopo il falli­mento del colpo di Stato, si diceva che Nicola Galli fosse fuggito a Damasco. In seguito tornò a stabi­lirsi a Roma, dove intra­prese la carriera di docente univer­si­tario.8 Sebbene Nicola Galli abbia susci­tato inter­esse negli studi sulla congiura dei Porcari, il suo legame con i Galli del rione Parione e con Jacopo Galli merita un’ulteriore valu­ta­zione: Giuliano Galli aveva un fratello di nome Nicola, forse lo stesso che prese parte alla congiura.9 Se Nicola Galli fosse stato davvero fratello di Giuliano e nipote di Stefano Porcari, ciò contri­bui­rebbe a spie­gare gli stretti legami fra le fami­glie Galli e Porcari durante il Quat­tro­cento e il Cinque­cento.10

Dotato di note­vole senso degli affari, Giuliano Galli portò la fami­glia a nuovi livelli di prospe­rità grazie al successo come mercante-banchiere.11 Secondo il testa­mento redatto nel 1461, Galli risie­deva nel rione Parione, era marito della nobil­donna Concordia Tebal­de­schi e padre di un unico figlio, Jacopo.12 Nel 1467 fu multato per non aver spaz­zato la strada davanti alla propria casa nel quar­tiere di San Lorenzo in Damaso. Nel 1483 ottenne il permesso di ricos­truire una casa imme­dia­ta­mente a sud di San Lorenzo, presso l’«Arco di Santa Marghe­rita», fra la via Florea, oggi via del Pelle­grino, e via dei Cappel­lari (si veda mappa 1.11).13 Mantenne uno stretto legame

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con San Lorenzo in Damaso e posse­deva nella basi­lica una cappella di fami­glia, proba­bilm­ente già nel 1472, quando vi seppellì la madre Mattuzia e la nonna Andreozia.14 Galli parte­ci­pava all’amministrazione di San Lorenzo e ne fu più volte fabri­ciere, una carica che gli affi­dava la responsa­bi­lità della manu­ten­zione della basi­lica.15 Come uno dei responsa­bili della fabbrica, Galli avrebbe colla­bo­rato con il cardi­nale Riario alla cura della chiesa. Lo dimostra, per esempio, l’approvazione da parte di Giuliano Galli, nel 1486, della posa di stipiti marmorei donati da Riario alla chiesa.16

Agli inizi degli anni Ottanta del Quat­tro­cento, Galli cominciò a condi­vi­dere l’attività bancaria con un fioren­tino, Bald­as­sare Balducci. Balducci discen­deva da Lemmo Balducci, capos­ti­pite di un’affermata fami­glia fioren­tina di banchieri.17 Sembra aver iniziato come cassiere nella banca di Giuliano Galli, per poi dive­nirne socio intorno al 1484. La sua influ­enza sull’impresa è già evidente negli anni Ottanta, quando la banca Galli avviò un’ampia colla­bo­ra­zione con la banca Lorenzi di Firenze.18 All’inizio del decennio, mentre espan­deva le atti­vità oltre Roma, la banca di Galli rafforzò i legami con la Camera Apos­to­lica. Nel gennaio 1480 divenne depo­si­ta­rius dei Maestri delle Strade, e l’allora Came­ra­rius, il cardi­nale d’Estouteville, si affi­dava alla banca per rice­vere ed erogare i fondi desti­nati ai lavori edilizi. Nel 1481 Giuliano Galli acquistò il diritto di riscuo­tere la gabella studii, l’imposta sui vini fores­tieri venduti nelle taverne romane.19 Nel 1484 il cardi­nale Riario divenne uno stretto colla­bo­ra­tore della banca Galli, succe­dendo a d’Estouteville come Came­ra­rius. Quell’anno la banca rice­vette nuova­mente l’incarico di depo­si­ta­rius dei Maestri delle Strade.20 Nel 1485 fornì alla Camera i fondi neces­sari a finan­ziare una ripa­ra­zione della fortezza di Monti­celli d’Ongina e assunse anche il ruolo di fidei­us­sore del castel­lano di Todi, garan­ten­dolo per somme enormi contro even­tuali danni o perdite. La Camera di Riario poteva ricor­rere a Giuliano Galli per otte­nere credito: come ha osser­vato Quesada, nel settembre 1484 la Camera pagò Galli per recup­erare una serie di vasi d’argento appar­ten­enti al papa, dati in pegno alla banca. Queste opera­zioni attestano la forza finan­ziaria della banca Galli e la varietà dei servizi che poteva offrire alla tesoreria ponti­ficia.21

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Il ruolo di depo­si­ta­rius dei Maestri avrebbe coin­volto Giuliano Galli nei lavori stra­dali e nelle ripa­ra­zioni eseguiti nel rione Parione negli anni Ottanta del Quat­tro­cento, in parti­co­lare nell’ampliamento, nel 1480, della via Florea, l’attuale via del Pelle­grino, che corre lungo il lato meri­dio­nale di San Lorenzo (mappa 3). Questo progetto, insieme agli ulte­riori miglio­ra­menti appor­tati alla strada nel 1483, è comme­mo­rato da un’iscrizione murata nelle vicinanze (fig. 51). L’ampliamento della via Florea intaccò la navata sinistra della basi­lica, provo­cando danni che avreb­bero contri­buito alla succes­siva decis­ione del cardi­nale Riario di ricos­truire il comp­lesso della chiesa e del palazzo. Al tempo stesso, l’allargamento della strada costituì un passo decisivo verso la riqua­li­fi­ca­zione dell’intero quar­tiere, perché offriva ampio spazio ai carri carichi di merci. L’intervento diede un forte impulso all’area a sud di San Lorenzo in Damaso, tras­for­man­dola in un nodo di colle­gamento fra Ponte Sisto e il porto di Ripa a sud e il

fig. 51 Iscri­zione comme­mo­ra­tiva di lavori stra­dali, Roma, via de’ Balestrari. 1483. Foto: autrice.

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Vati­cano, raggi­ungi­bile attra­verso la via Merca­toria, a nord.22 Fu nel 1483, nel contesto di questi miglio­ra­menti, che Giuliano Galli decise di ricos­truire la propria casa presso l’Arco di Santa Marghe­rita (si veda mappa 1.11). La capa­cità del banchiere di coor­di­nare i propri inter­essi con quelli della basi­lica, del Came­ra­rius e dei Maestri nella riqua­li­fi­ca­zione dell’area a sud di San Lorenzo anti­cipa i succes­sivi inter­venti del figlio Jacopo Galli per rinno­vare via dei Leutari, a nord della chiesa.

La banca di Giuliano Galli produ­ceva reddito attra­verso un’ampia gamma di atti­vità finan­ziarie e commer­ciali. Come altri mercanti-banchieri romani del Quat­tro­cento, Galli inves­tiva nelle taverne di Roma, molte delle quali si trova­vano a Parione, soprat­tutto nei pressi di Campo de’ Fiori (mappa 1.12). Le taverne da lui gestite, fra cui «Lo Gallo» e «La Grotta», trae­vano profitti conside­re­voli dal numero cres­cente di visi­ta­tori e pelle­g­rini che giunge­vano a Roma.23 Preve­dendo un grande afflusso per l’anno giubi­lare, nel 1475 Galli prese in affitto una quota della frequen­tata Taverna della Vacca presso Campo de’ Fiori.24 Le ricerche hanno dimostrato che Galli fu uno degli inves­ti­tori di maggior successo nelle taverne romane: si stima infatti che soltanto in quell’anno «La Grotta» abbia venduto oltre 30,000 litri di vino fores­tiero.25 La vendita di vini fores­tieri nelle taverne alimen­tava la gabella studii e, come si è detto, nel 1481 Giuliano Galli ottenne l’appalto per riscuo­t­erla. Inves­tendo contem­po­ra­nea­mente nelle taverne e nella gabella studii, mise in piedi un’attività alta­mente reddi­tizia che, in sostanza, gli permet­teva di pagare le imposte a se stesso.

Quando la Camera diede in pegno a Giuliano Galli i vasi d’argento del papa, ricorse a un metodo di raccolta di fondi allora diffuso a Roma: impegnare oggetti preziosi come garanzia di pres­titi in denaro.26 Nei libri conta­bili Galli-Balducci ricor­rono rife­ri­menti a perle, diamanti e zaffiri che la banca accet­tava rego­lar­mente come paga­menti o garanzie.27 La compe­tenza nelle pietre preziose si esten­deva natur­al­mente al commercio di piccole anti­chità che, come le gemme, erano oggetti facilm­ente traspor­ta­bili, capaci di conser­vare il proprio valore e quindi utiliz­za­bili come garanzia. La circo­la­zione di questi oggetti favo­riva i rapporti fra mercanti-banchieri, mece­nati, colle­zio­nisti, artisti e anti­quari. All’interno di questa rete, la banca di Giuliano Galli sviluppò compe­tenze specia­li­stiche nel repe­ri­mento e nella valu­ta­zione di oggetti preziosi, comprese gemme antiche e cammei. Un esempio concreto di questa atti­vità è descritto in una lettera inviata dagli impie­gati della banca Medici a Roma. Nel febbraio 1487 questi agenti assi­stet­tero Lorenzo de’ Medici nell’acquisto di una rara gemma antica da Giovanni Ciam­po­lini, il mercante e colle­zio­nista romano che abitava presso Campo de’ Fiori, a breve distanza da

fig. 52 Fetonte alla guida del carro di Elio, con iscri­zione «lav.r.meD», Napoli, Museo Archeo­lo­gico Nazio­nale, inv. 26086, Arditi 592. I secolo d.C. Foto su conces­sione del Minis­tero della Cultura — Museo Archeo­lo­gico Nazio­nale di Napoli.

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Giuliano Galli. La gemma in ques­tione era l’intaglio con Fetonte alla guida del carro di Elio, oggi uno dei tesori del Museo Archeo­lo­gico Nazio­nale di Napoli (fig. 52).28 La lettera, scritta dall’agente di Lorenzo Luigi da Barbe­rino a Roma a Niccolò Miche­lozzi a Firenze, rife­risce delle trat­ta­tive sul prezzo di questo raffi­nato oggetto. Dopo molte cont­rat­ta­zioni, de’ Medici accettò di pagare 200 ducati. Tuttavia, sperando di evitare il paga­mento dell’ultima rata, richiese una perizia sul valore della gemma a «un mercante romano di nome Giuliano Gallo», che la esaminò insieme al «nipote Gentile». Secondo la lettera, Gentile Galli, figlio di Nicola, fratello di Giuliano,29 esaminò atten­ta­mente la gemma con occhio esperto. Concluse che Lorenzo de’ Medici doveva essere lieto di otte­nere un’opera così eccel­lente al prezzo concordato. La corniola valeva infatti 500 ducati e lo stesso Gentile, rife­risce la lettera, «non l’avrebbe lasciata andare per mille». La stima di Gentile Galli fornì a Ciam­po­lini l’appoggio neces­sario per costrin­gere de’ Medici a versare per intero il prezzo pattuito.30 L’episodio illu­mina il ruolo dei mercanti-banchieri romani nel fiorente commercio di anti­chità. Come si vedrà nel capi­tolo 6, la sovrap­po­si­zione fra atti­vità bancaria, commercio d’arte e mercato di piccoli oggetti antichi sarebbe risul­tata signi­fi­ca­tiva nel tenta­tivo di vendita del Cupido dormi­ente di Michel­an­gelo a Roma nel 1496, nonché nella futura colla­bo­ra­zione fra Jacopo Galli e Michelangelo.

È proba­bile che, come Giovanni Ciam­po­lini, Giuliano Galli posse­desse una colle­zione di iscri­zioni e scul­ture antiche, benché non ne riman­gano tracce tangi­bili. Questa possi­bi­lità è avva­lorata dal carat­tere anti­quario della tomba che il figlio Jacopo commis­sionò dopo la sua morte, discussa nel capi­tolo 5 (si veda fig. 90). Anche se le testi­mo­ni­anze sono scarse, già negli anni Ottanta il colle­zio­nismo di anti­chità era ampia­mente prati­cato nell’ambiente di Galli. Per esempio Fran­cesco Porcari, pari e contem­po­raneo di Giuliano Galli, morto nel 1482, posse­deva oltre cento iscri­zioni antiche, «tredici teste di marmo» custo­dite in uno studio e altre scul­ture figu­rate.31 Sembra che Giuliano Galli avesse una biblio­teca, o almeno commer­ci­asse in libri: i registri doga­nali romani pubbli­cati da Arnold Esch segnalano libri «usati» da lui impor­tati nel 1479.32 Inoltre, la sua amicizia con Gaspare da Verona, profes­sore di reto­rica allo Studium, sotto­linea i suoi rapporti con i circoli umani­stici.33

Quando Galli morì nel settembre 1488, gli succe­dette il figlio ed erede Jacopo.34 Giuliano aveva prepa­rato Jacopo a seguirne le orme offr­en­dogli un’educazione umani­stica; come avrebbe scritto in seguito Jacopo Sado­leto, Jacopo Galli dedicò la giovi­nezza alla filosofia, ma inter­ruppe gli studi per assu­mere la responsa­bi­lità della banca paterna.35 Giuliano si assi­curò inoltre

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che Jacopo sposasse una donna di una fami­glia romana adegua­ta­mente nobile e prospera. La sposa di Jacopo fu Saulina Tebaldi, il cui rango nella gene­ra­zione di Giuliano Galli è attestato dalla tomba dello zio, il cardi­nale Giacomo Tebaldi, un impo­nente monu­mento scol­pito da Andrea Bregno (figg. 53–54). Il padre di Saulina, Simone «Mezzo­ca­vallo» Tebaldi, era stato medico di papa Callisto III e compare come interlo­cu­tore nel trat­tato Li Nuptiali di Marcan­tonio Altieri. In quest’opera, Mezzo­ca­vallo descrive l’«eccessivo numero di figlie» che aveva mari­tato a nobili romani: Saulina ai Galli e le sorelle agli Albe­rini, ai Leni e agli Alber­toni.36 Il matri­monio con una Tebaldi sembra aver rafforzato note­vol­mente non soltanto la posi­zione sociale di Jacopo Galli, ma anche le sue finanze. Come rivelano i libri conta­bili Galli-Balducci, durante il matri­monio con Jacopo Saulina ricorse spesso ai propri fondi, per esempio per acquis­tare una casa o per lavori edilizi nella vigna di fami­glia presso il Tevere.37

fig. 53 Andrea Bregno e Giovanni Dalmata, Tomba del cardi­nale Giacomo Tebaldi, Roma, Santa Maria sopra Minerva. 1466 o succes­siva. Foto © Biblio­theca Hertziana – Max-Planck-Institut für Kunst­ge­schichte, Roma.

fig. 54 Andrea Bregno e Giovanni Dalmata, Tomba del cardi­nale Giacomo Tebaldi, parti­co­lare dell’effigie e del sarco­fago, Roma, Santa Maria sopra Minerva. 1466 o succes­siva. Foto: The Cour­t­auld, Conway Library, cc-by-nc.

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Alla morte, Giuliano Galli dovette lasciare la banca sia al figlio Jacopo sia a Bald­as­sare Balducci, che fonda­rono insieme quello che chiama­vano il «Banco degli eredi di Giuliano Galli». Fin dagli inizi, questa banca fu strett­amente legata al cardi­nale Riario e al progetto di ricos­truire su scala monu­men­tale la sua chiesa e il suo palazzo. Le prime regis­tra­zioni supers­titi della banca Galli-Balducci, risa­lenti ai primi mesi del 1489, mostrano che essa era già coin­volta negli affari del cardi­nale. Nell’aprile 1489 Galli e Balducci presero in affitto locali per la banca sulla piazza davanti a San Lorenzo in Damaso. Secondo un atto nota­rile finora tras­cu­rato negli studi, il notaio Gaspare di Pietro e un certo Mattia, figlio di Giovanni Lodo­vico de Narnea, si accorda­rono per affit­tare a Galli e Balducci un «banco» sulla piazza per quaran­t­a­cinque ducati l’anno, inizi­al­mente per sette anni. L’atto descrive la posi­zione precisa della banca, fra proprietà di Mattia, della «chiesa di San Pietro» e della basi­lica di San Lorenzo.38 All’incirca nello stesso periodo, Jacopo Galli stabilì anche la propria resi­denza in piazza San Lorenzo. Nel 1491 abitava sul lato setten­trio­nale della piazza, anziché nella casa paterna all’Arco di Santa Marghe­rita.39 La decis­ione di collo­care banca e resi­denza sulla piazza deve aver fatto parte di un alli­nea­mento stra­te­gico con Riario: il tras­fe­ri­mento di Galli sembra infatti connesso alla scelta del cardi­nale di affi­dare alla banca Galli-Balducci la gestione dei conti del proprio cantiere. I libri conta­bili della banca per gli anni 1489–1496 non sono soprav­vis­suti, ma quando ripren­dono, nel 1496, la banca pagava tutte le spese del cantiere di Riario tramite uno speciale conto della fabbrica.40 Il ruolo della banca Galli-Balducci nel progetto edilizio di Riario rispec­chia quello di depo­si­ta­rius dei Maestri delle Strade, prece­den­te­mente svolto dalla banca di Giuliano Galli per il cardi­nale. Questo inca­rico offrì vantaggi concreti a Jacopo: come si discu­terà più detta­glia­ta­mente oltre, con l’aiuto di Riario egli poté acquis­tare nume­rose case e botteghe lungo via dei Leutari, a nord di San Lorenzo, arri­vando a conso­li­dare un isolato unitario di proprietà noto come Isola Galli. Jacopo poté rist­rut­turare un palaz­zetto affac­ciato su piazza San Lorenzo (mappa 1.10) e, poco prima della morte nel 1505, acquis­tare dalla fami­glia Sant­acroce un grande e nobile palazzo in piazza di Parione (mappa 1.8).41

Nel 1497 Jacopo Galli aveva assunto un ruolo defi­ni­bile come quello di gestore degli affari del cardi­nale, come affermò conci­sa­mente il banchiere fioren­tino Tommaso Spinelli. In una lettera dell’aprile 1497 al fratello Leonardo, Spinelli scrive di essere stato accolto a Roma con infi­nite carezze da Jacopo Galli, «che governa San Giorgio», ossia che «gestisce» il cardi­nale Riario.42 Un rapporto recipro­ca­mente vantag­gioso fra il Came­ra­rius e Jacopo Galli, fondato su un profondo legame di amicizia e fiducia, offriva oppor­tu­nità a entrambi. Il ruolo di Jacopo Galli come

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«gestore» di Riario sembra essere prose­guito fino alla morte di Galli nel 1505; a testi­mo­ni­anza di questo legame dura­turo, Galli nominò Riario e il suo maggior­domo esecu­tori testa­men­tari.43 Alli­ne­ando così strett­amente i propri inter­essi a quelli di Riario, Jacopo Galli adottò una stra­tegia opposta alla poli­tica anti­cu­riale di Stefano Porcari, e forse di suo zio Nicola Galli, nella gene­ra­zione prece­dente. In un’epoca di ripresa di Roma, Galli trasse note­voli profitti dal ruolo di agente e finan­zia­tore del Camerarius.

In un momento in cui la Camera ampliava i propri poteri su Roma, questa stra­tegia non sfuggì alle critiche degli osser­va­tori contem­poranei. Nel 1492 il diarista Stefano Infes­sura descrisse un conflitto sorto intorno all’elezione dei mare­sci­alli e dei guar­diani di ciascun rione romano. Il cardi­nale Riario aveva consultato i prefetti della città per stabi­lire se il diritto di eleg­gere questi uffi­ciali spet­tasse alle auto­rità locali o al Came­ra­rius. I prefetti sosten­nero in modo convin­cente che tale privi­legio appar­teneva ai romani. Quattro capo­rioni, fra cui Jacopo Galli, si schier­a­rono tuttavia contro i prefetti per «fare un favore al camer­lengo». Di conse­guenza, scrive Infes­sura, Riario nominò uomini che gode­vano del suo favore, contrav­ve­nendo al «diritto e all’antica consuetu­dine» e, «cosa peggiore, andando contro la volontà dei prefetti». Ora, aggi­unge Infes­sura, poiché i nomi­nati da Riario sono inadatti ai loro compiti, la colpa ricade su coloro che, come Jacopo Galli, hanno anteposto i propri inter­essi a quelli della «città e del bene comune».44 Nono­stante le critiche che poté susci­tare, l’alleanza perso­nale e profes­sio­nale con il Came­ra­rius consentì a Galli non soltanto di accre­scere i profitti della banca Galli-Balducci, ma anche di assi­cur­arsi un posto al centro dell’entourage di Riario. Grazie alla vicinanza al cardi­nale, Galli coltivò amicizie con lette­rati e artisti e divenne a sua volta un importante mece­nate dell’arte, della lette­ra­tura e del teatro. Queste atti­vità, comprese la colle­zione di scul­ture, le amicizie con celebri umanisti, l’attività poetica e il soda­lizio con Michel­an­gelo, saranno appro­fon­dite nel capi­tolo 8.

La decis­ione di Riario di ricostruire

L’ambizioso comp­lesso di palazzo e basi­lica di San Lorenzo in Damaso si inserì in una più ampia campagna di rinno­va­mento e ricos­tru­zione avviata a Parione fin dagli anni Settanta del Quat­tro­cento, che contribuì a farne il quar­tiere più dina­mico della città. Nel 1479–1480 il portico di San Lorenzo fu rialzato e la piazza davanti alla chiesa ripa­vi­men­tata.45 Fra il 1488 e il 1490 anche Campo de’ Fiori (mappa 1.12) rice­vette una nuova pavi­men­ta­zione in mattoni.46 Nel 1479, per fare spazio a nuove costru­zioni, fu demo­lito un arco antico all’estremità di via dei Cappel­lari, seguito poco dopo dalla distru­zione della chiesa adia­cente di San Salva­tore ad Arco. Un affresco del XII secolo della Madonna in San Salva­tore, ampia­mente vene­rato come imma­gine miracolosa

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fu tras­fe­rito in una cappella di San Lorenzo in Damaso.47 Quando Sisto IV affidò San Lorenzo a Riario nel 1483, doveva essere evidente che prose­guire questi miglio­ra­menti con un palazzo più magni­fico e una chiesa degna di acco­gliere la Madonna mira­co­losa avrebbe prodotto note­voli bene­fici. Doveva essere altrett­anto chiaro che il ruolo di Came­ra­rius confe­riva a Riario l’autorità neces­saria per realiz­zare tale progetto. Durante il camer­len­gato del cardi­nale d’Estouteville, Sisto IV aveva ampliato i poteri del Came­ra­rius in materia edilizia e urba­ni­stica per incorag­giare nuove inizia­tive. Una bolla del 1474 agevo­lava la possi­bi­lità per i cardi­nali di tras­met­tere i propri palazzi ai fami­liari, mentre un’altra del 1480 faci­li­tava l’acquisizione di proprietà adia­centi o lo sgom­bero di strade e piazze circos­tanti per nuove costru­zioni.48 Anche i poteri dei Maestri delle Strade dipen­denti dal camer­lengo si ampli­a­rono: essi potevano pavi­men­tare e allar­gare le strade, appro­vare permessi edilizi e persino espro­priare terreni o demo­lire edifici.49 Inoltre, una riforma dell’ufficio dei Maestri delle Strade nel 1480 attribuì a questi funzio­nari maggiori poteri sullo scavo e sul riuso delle rovine antiche. Si sviluppò un sistema più orga­niz­zato e rego­la­men­tato per il rila­scio delle licenze di scavo, spesso con l’obbligo di riser­vare alla Camera un terzo dei ritro­va­menti.50 Queste poli­tiche diedero impulso a un vero e proprio fervore edilizio fra i cardi­nali di Sisto. Fra il 1471 e il 1483 diversi grandi progetti erano in corso o già compl­etati: quelli di Pietro Riario a San Sisto e ai SS. Apos­toli, di Dome­nico della Rovere nel Borgo, di Girolamo Basso della Rovere a Santa Balbina e del cardi­nale Giuliano della Rovere a San Pietro in Vincoli e ai SS. Apos­toli. La ricos­tru­zione di San Lorenzo in Damaso da parte di Raffaele Riario avrebbe tuttavia superato tutti questi progetti per ambizione.

Il primo rife­ri­mento noto ai lavori di Riario a San Lorenzo compare in un racconto della fortuna del cardi­nale al gioco dei dadi. Descri­vendo gli eventi dell’ottobre 1489, il diarista romano Stefano Infes­sura rife­risce che Riario vinse una somma enorme giocando con il cardi­nale Balue e con Fran­ce­schetto Cibo, figlio di papa Inno­cenzo VIII. Quando Cibo sostenne di essere stato ingan­nato, il papa pretese che Riario resti­tuisse le vincite, ma il cardi­nale rifiutò, dichia­rando di aver già speso il denaro in «legname, cemento e salari degli operai» per ricos­truire il palazzo «dalle fonda­menta». «Soprat­tutto», scrive Infes­sura, «vuole costruire una certa torre all’angolo».51 Infes­sura, alleato dei Colonna e noto avver­sario di Girolamo Riario, non è una fonte del tutto atten­di­bile su questi fatti. Altre testi­mo­ni­anze sembrano tuttavia confer­mare i parti­co­lari del suo racconto. Sia Riario sia Cibo erano noti per l’abitudine al gioco d’azzardo, e proprio nell’ottobre 1489 gli ingenti debiti accu­mu­lati da Fran­ce­schetto a Roma diven­nero motivo di preoc­cu­p­a­zione per il suocero Lorenzo de’ Medici. Fran­ce­schetto aveva sposato Madda­lena, figlia di Lorenzo, il quale inter­ve­niva spesso a saldare i conti delle stra­va­ganze del genero. Il 21 ottobre gli agenti di Lorenzo de’ Medici a Roma scrissero per chie­dere un inter­vento urgente nella solu­zione di un problema finan­ziario di Fran­ce­schetto, forse i debiti di gioco verso

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Riario menzio­nati da Infes­sura.52 Per un singo­lare scherzo del destino, potrebbe quindi essere stato Lorenzo de’ Medici, acer­rimo nemico del conte Girolamo, a fornire parte dei finan­zia­menti iniziali per il colos­sale palazzo del cardi­nale Riario.53

L’ironia appare meno amara se si considera che un evento recente aveva portato Riario a una curiosa alle­anza poli­tica con Lorenzo de’ Medici: il brutale assas­sinio del conte Girolamo a Forlì. Dopo numerosi tenta­tivi falliti da parte di citta­dini scon­tenti, il colpo di mano guidato dai forli­vesi Ludo­vico e Checco Orsi riuscì il 14 aprile 1488. Due setti­mane prima del decimo anni­ver­sario della congiura dei Pazzi, i fratelli Orsi sorp­re­sero il conte nella «Sala delle Ninfe» del palazzo di Forlì, lo uccisero e ne trascin­a­rono il corpo nudo per le strade.54 Dopo questo episodio, il destino dei Riario a Imola e Forlì rimase in bilico. Le due città appar­vero improv­vi­sa­mente un premio conqui­s­ta­bile a diversi conten­denti, fra cui gli Sforza, che mira­vano a rian­net­tere il terri­torio, e Lorenzo de’ Medici, che sperava che Inno­cenzo VIII vi inse­di­asse come vicari Fran­ce­schetto Cibo e Madda­lena de’ Medici. Il papa, dal canto suo, puntava a sotto­porre Imola e Forlì al governo ponti­ficio diretto, escludendo Medici, Riario e Sforza. Dietro le quinte, il cardi­nale Giuliano della Rovere esor­tava Inno­cenzo a perse­guire il governo diretto della Chiesa su Imola. Della Rovere era ansioso di sfrut­tare l’occasione per inde­bo­lire i Riario, e alcuni storici hanno persino sugge­rito che fosse l’ideatore dell’assassinio di Girolamo.55

Dopo il colpo di mano, Cate­rina Sforza agì con decis­ione, occu­p­ando la Rocca di Raval­dino in attesa dell’arrivo delle truppe mila­nesi. Alla minaccia di ucci­dere i suoi figli se non avesse abban­do­nato la rocca, Cate­rina avrebbe risposto che non si sarebbe arresa per loro, poiché aveva «i mezzi per farne altri». Com’è noto, Niccolò Machia­velli aggi­unse alla risposta il gesto di solle­vare le vesti per mostrare le «membra geni­tali».56 Alla fine di aprile arrivò a Forlì un contin­gente mila­nese, che restituì la città al governo dei Riario-Sforza. Tornata al potere, Cate­rina si vendicò brutal­mente degli Orsi e dei loro alleati. Papa Inno­cenzo VIII, incorag­giato dal cardi­nale Giuliano della Rovere, inviò nella regione il cardi­nale Raffaele come legato, inca­ri­can­dolo di impedire a Milano di assu­merne il controllo. Spin­gendo il papa a inviare Riario come rappre­sen­tante, Della Rovere sapeva che la missione avrebbe messo il cardi­nale in diffi­coltà, collo­can­dolo suo malgrado contro gli inter­essi di Ludo­vico il Moro e degli eredi Riario-Sforza.57

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Riario partì per Forlì e vi giunse il 21 maggio. Nei mesi succes­sivi, il cardi­nale e tre fidati vescovi del suo seguito, Thomas James, Giacomo Luzio da Sutri e Tommaso dell’Aste, si adope­r­a­rono per orien­tare l’opinione locale a favore dei figli di Girolamo Riario, guad­a­g­n­ando consensi con la loro gene­rosa spesa. Cate­rina recuperò popola­rità ridu­cendo le imposte.58 Con una svolta sorpren­dente, anche Lorenzo de’ Medici svolse un ruolo decisivo nel risol­vere la situa­zione a favore degli eredi di Girolamo. Da tempo ambiva a Imola e Forlì, sperando che Inno­cenzo VIII nomi­nasse vicari sua figlia e Cibo. Quando divenne chiaro che questo obiet­tivo era irrag­gi­ungi­bile, de’ Medici concluse che la solu­zione migliore ancora possi­bile fosse la conti­nuità degli eredi Riario-Sforza: il governo di questa dinastia rela­tiv­a­mente debole avrebbe almeno impe­dito che Imola cadesse nelle mani di Milano o del papato.59 Nono­stante il ruolo di Girolamo nella congiura dei Pazzi, un freddo calcolo poli­tico indusse de’ Medici a concludere che a Imola e Forlì il governo di signori parti­co­lari, ossia i Riario-Sforza, fosse prefe­ri­bile a quello di signori poten­tati.60 Dietro le quinte, de’ Medici contribuì a indi­riz­zare gli eventi verso un esito favorevole ai figlioli Riario-Sforza. In questa azione mise a frutto la note­vole influ­enza di cui godeva a Roma come membro della cerchia più vicina a Inno­cenzo VIII. Entro l’estate del 1488, con il suo aiuto, la succes­sione di Otta­viano, figlio di Girolamo, fu assi­cu­rata e confer­mata da una bolla papale del 18 luglio. Il 30 luglio il cardi­nale Riario scrisse a Firenze per rallegrarsi della vittoria dei figlioli Riario-Sforza, «che sappiamo essere stata molto desi­de­rata anche dal Magni­fico Lorenzo, al quale rima­niamo gran­de­mente obbli­gati».61

Riario e de’ Medici pote­rono contare sul reciproco appoggio quando nell’estate del 1489 si sviluppò un’altra crisi: il progetto di matri­monio fra Cate­rina Sforza e Antonio Maria di Sanse­ve­rino, cond­ot­tiero vene­ziano e legato di Ludo­vico il Moro. Riario espresse all’ambasciatore fioren­tino a Roma il timore che il duca di Milano annett­esse il terri­torio desti­nato a Otta­viano Riario-Sforza, tras­for­man­dolo in un feudo di Cate­rina e Sanse­ve­rino. Nell’agosto 1489, sperando di ripren­dere il controllo della situa­zione, Riario partì nuova­mente per la Romagna, ma inter­ruppe la missione quando si ammalò a Perugia. Anche grazie agli sforzi di Lorenzo de’ Medici e dei suoi agenti romani, le trat­ta­tive matri­mo­niali furono fermate.62 In questa vicenda Riario e de’ Medici forma­rono ancora una volta un’alleanza impro­ba­bile, uniti dall’obiettivo comune di preser­vare l’indipendenza di Cate­rina Sforza da Milano e dal papato.63

Fra le tensioni poli­tiche della fine degli anni Ottanta, il cardi­nale Riario iniziò a ricos­truire il palazzo di San Lorenzo in Damaso come una roccaf­orte. Dopo l’assassinio dello zio

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nell’aprile 1488, il cardi­nale Raffaele assunse la responsa­bi­lità della conti­nuità della dinastia Riario a Imola e Forlì. La sua stra­tegia per conquis­tare potere consis­teva nel costruire il palazzo più gran­dioso di Roma, sfrut­tare al massimo i poteri della carica di Came­ra­rius e prepar­arsi alla vittoria nel succes­sivo conclave. Secondo Infes­sura, Riario inten­deva inizi­al­mente costruire un palazzo con una «torre d’angolo». Proget­tava una strut­tura difen­siva in risposta al clima poli­tico teso, come mostra il disegno defi­ni­tivo con le sue torri ango­lari spor­genti, origi­na­ria­mente merlate.64 Sebbene i cardi­nali non potessero lasciare ai fami­liari un palazzo tito­lare annesso a una basi­lica, Riario era deciso a edifi­care un monu­mento dinastico, proba­bilm­ente nella speranza che uno dei figli del conte diven­tasse cardi­nale e vi risie­desse. Il palazzo sarebbe stato ornato dentro e fuori con l’araldica fami­liare, comprese le rose Riario, alcune origi­na­ria­mente dorate. Il nome, i motti e gli stemmi del cardi­nale ricor­re­vano nei soffitti a casset­toni, negli stipiti marmorei e nei rilievi deco­ra­tivi (si vedano figg. 25–26, 62, 175).65 Un motto frequen­te­mente ripe­tuto è «Hoc opus sic perpetuo» («così perpetuo quest’opera»), promessa che il palazzo e gli stessi Riario sareb­bero durati per sempre.66

Come i palazzi delle fami­glie baro­nali edifi­cati entro rovine antiche, il palazzo di Riario utiliz­zava il linguaggio dell’architettura antica per comu­ni­care forza e durata. Il Palazzo San Giorgio era un enorme blocco in gran parte retti­lineo, in contrasto con le piccole case e le strade irre­go­lari del quar­tiere circos­tante.67 Questa netta diffe­renza è evidente nel Catasto Urbano, una pianta di Roma realiz­zata fra il 1818 e il 1824, prima delle radi­cali demo­li­zioni per l’apertura di Corso Vittorio Emanuele II (si vedano mappe 1 e 3). A sud del palazzo, la via Florea, ampliata nel 1480, offriva un asse retti­lineo lungo un lato del comp­lesso. A nord di San Lorenzo, via dei Leutari fu ricon­fi­gu­rata e retti­fi­cata negli anni Novanta, come si discu­terà oltre. Il piano urba­ni­stico e la conce­zione archi­tet­to­nica risul­tanti aderi­vano strett­amente all’esempio dell’antica Roma: il palazzo di Riario fu progettato come un blocco massiccio con una facciata di bril­lante pietra bianca, simile per dimen­sioni e sple­ndore alle più gran­diose rovine romane. Fu costruito con mate­riali antichi di reimpiego e presen­tava propor­zioni chiare e simmetriche (figg. 2, 50). L’intenzione di riva­leg­giare con gli antichi impe­ra­tori emerge da una poesia scritta nel Cinque­cento dal segre­tario di Riario, Federico Flavio:

A Raffaele Riario, cardi­nale di San Giorgio, camer­lengo di Santa Romana Chiesa, sulla sua casa: Tutto ciò che un tempo le opere della Mareo­tide, o la casa di Gaio o di Nerone, tutto insomma ciò che i discen­denti di Romolo offri­rono agli occhi del popolo e delle folle riunite […] la tua sola casa, Raffaele, ha prodotto: terme, mura, portici e teatri. Queste cose non sono desti­nate al nostro tempo. Ora abbiamo soltanto templi e case deformi, muti­lati, rozzi e angusti. Tu ora presenti opere pari ai tempi dei nostri ante­nati, ma sono forse infe­riori al tuo spirito? [Appen­dice II.22]

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Flavio menziona i «teatri» del palazzo, allu­dendo sia alle rappre­sen­ta­zioni teatrali che Riario vi orga­niz­zava sia a una speci­fica asso­cia­zione fra San Lorenzo in Damaso e il Teatro di Pompeo, dedi­cato nel 55 a.C. Il palazzo di Riario non sorgeva in realtà sul sito del teatro, ma sopra il canale Euripo e le scuderie dei «verdi», una delle squadre di aurighi che gareggi­a­vano nello Stadio di Domi­ziano.68 Nell’antichità, il Teatro di Pompeo si esten­deva fra l’attuale Largo Argen­tina e piazza dei Satiri, dove le tracce della cavea sono ancora visi­bili nel tessuto stra­dale romano (mappa 1.13). Fu soprat­tutto l’affermazione nell’autorevole Liber Ponti­fi­calis secondo cui papa Damaso I aveva fondato San Lorenzo «iuxta thea­trum» a stabi­lire un’associazione dura­tura, ma falsa, fra San Lorenzo in Damaso e il Teatro di Pompeo. La pianta di Roma di Ales­sandro Strozzi del 1474, per esempio, colloca San Lorenzo in Damaso e il «Thea­trum Pompei» nello stesso luogo (fig. 55).69 La nuova costru­zione di Riario sfrut­tava tale asso­cia­zione, evocando le dimen­sioni e lo sple­ndore del Teatro di Pompeo, oltre alla sua repu­ta­zione di uno dei più magni­fici edifici pubblici dell’antica Roma.70

È stato talvolta proposto che Riario inten­desse inizi­al­mente ricos­truire soltanto il palazzo cardi­na­lizio di San Lorenzo in Damaso, ampli­ando poi il progetto fino a includere la basi­lica. Nel 1489 Infes­sura menzionò soltanto l’intenzione di costruire «un palazzo in piazza San Lorenzo in Damaso», senza rife­ri­menti alla ricos­tru­zione della chiesa. Inoltre, il fatto che alla fine degli anni Ottanta si conti­nu­asse a riparare e mante­nere l’antica basi­lica sugge­risce che i progetti per ricos­truirla non fossero ancora stati defi­niti.71 Seguendo questo ragio­na­mento, Frommel indi­viduò nel settembre 1488, data della morte di Giuliano Galli, un terminus post quem per la

fig. 55 Ales­sandro Strozzi, Pianta di Roma, parti­co­lare, Firenze, Biblio­teca Medicea Lauren­ziana, ms Redi 77, fols vii v –viii r. 1474. Foto © Minis­tero della Cultura. Tutti i diritti riservati.

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decis­ione di ricos­truire la basi­lica di San Lorenzo. Dopo la morte di Giuliano, Jacopo Galli commis­sionò una tomba in marmo per il padre, collo­can­dola nella cappella di fami­glia a San Lorenzo (si veda fig. 90). Frommel ha sostenuto che Jacopo non avrebbe inves­tito in questa tomba se avesse saputo che la cappella era desti­nata alla demo­li­zione.72 Regis­tra­zioni di paga­menti della banca Galli-Balducci, ignote a Frommel, mostrano che Jacopo conti­nuava a inves­tire nella cappella oltre un anno dopo la morte del padre, ancora nel novembre 1489. Secondo i conti, in ottobre Galli pagò un certo maestro Bernar­dino «per resto di pintura della chapella» e un certo maestro Santo per «lavoro della chapella».73 In novembre effettuò un paga­mento al pittore Accur­sini da Viterbo, acquistò 1500 «pezzi d’oro» e pagò «la persona che fece la tavola dell’altare»: ciò sugge­risce la commis­sione di una pala dipinta su tavola con fondo o cornice dorati.74 Galli investì nella cappella e sostenne queste spese proprio mentre Infes­sura rife­riva dei progetti di Riario per ricos­truire il palazzo; al tempo stesso, un recente restauro della Cancel­leria ha confer­mato che il progetto defi­ni­tivo preve­deva la demo­li­zione della basi­lica e la sua ricos­tru­zione più a nord.75 L’intera portata dei piani di Riario per il palazzo e la basi­lica potrebbe dunque essersi defi­nita soltanto dopo l’ottobre/novembre 1489. Oppure Galli potrebbe aver prose­guito la deco­ra­zione della cappella di fami­glia sapendo che non sarebbe soprav­vis­suta. Forse, per lui, l’obbligo di offrire al padre una sepol­tura adeguata prevaleva sulle conside­ra­zioni pratiche rela­tive all’imminente demolizione.

Il Vitruvio di Giovanni Sulpizio da Veroli, il Palazzo San Giorgio e la rina­s­cita del teatro classico

Nella lette­ra­tura storico-artis­tica, la commit­tenza del cardi­nale Riario per il nuovo San Lorenzo in Damaso è stata spesso messa in rela­zione con la dedica al cardi­nale della prima edizione a stampa del De archi­tec­tura di Vitruvio, curata da Giovanni Sulpizio da Veroli.76 Giovanni Sulpizio, origi­nario di Veroli, nei dintorni di Roma, era un gram­ma­tico, filologo ed educa­tore che aveva studiato a Roma con Pomponio Leto, per poi insegnare all’Università di Perugia. Alla corte dei Monte­feltro a Urbino, fra il 1476 e il 1480 circa, assi­stette alla fase finale della costru­zione del celebre palazzo di Federico da Monte­feltro. L’esperienza accese il suo inter­esse per l’architettura e la teoria vitru­viana. Intorno al 1480 tornò a Roma per assu­mere una cattedra allo Studium Urbis.77 Qui intra­prese un’edizione del De archi­tec­tura di Vitruvio, la prima versione a stampa di questo testo fonda­men­tale. La pubbli­ca­zione del Vitruvio di Sulpizio può essere datata con certezza alla prima metà del 1487.78 Mentre lavo­rava a Vitruvio preparò anche un’edizione a stampa del De acquae­ductu Urbis Romae di Fron­tino. Le due pubblicazioni

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erano legate fra loro e, in molti esem­plari supers­titi, il Vitruvio e il Fron­tino di Sulpizio sono rile­gati insieme. Il suo colla­bo­ra­tore nell’edizione di Fron­tino era Pomponio Leto, che potrebbe aver contri­buito dietro le quinte anche all’edizione di Vitruvio.79

Nell’epistola dedi­ca­toria dell’edizione di Vitruvio, Sulpizio si rivolge dirett­amente a Riario, scrivendo:

A chi avrei potuto dedi­care [Vitruvio] più opport­u­na­mente? A chi, se non a colui cui sono devo­tis­simo, dal quale so di essere amato e che anno­vera Vitruvio fra i propri piaceri? Chi avrebbe servito più volen­tieri questo archi­tetto? Colui che tanto si diletta nel leggerlo? E chi ne impieg­her­ebbe i precetti in grandi edifici, se vive, e di cui sappiamo, con certa speranza, che costruirà palazzi prin­cipe­schi, ville, templi, portici, fortezze e corti regali, ma soprat­tutto teatri [Appen­dice II.4].

Sulpizio rende quindi omaggio a Riario come al «primo» ad aver sostenuto le commedie e le tragedie di Pomponio Leto. Il passo succes­sivo del cardi­nale, afferma Sulpizio, dovrebbe essere la costru­zione del primo teatro stabile di Roma:

Tu per primo hai alles­tito in mezzo alla piazza un palco magni­fi­ca­mente deco­rato, alto cinque piedi, per la tragedia che noi per primi in questa età, e anzi dopo molti secoli in cui Roma non l’aveva vista rappre­sen­tata, mostrammo ai giovani, insegn­ando loro a reci­tare e a cantare per ispi­r­arli. […] Tu per primo hai anche offerto alla nostra età lo spet­ta­colo di una scena dipinta, quando i pompo­niani rappre­sen­ta­rono la loro commedia.80 E per questo tutta la città attende da te, con grande desi­derio, anche un nuovo teatro [Appen­dice II.4].

La dedica di Sulpizio sembra prof­e­tica, conside­rando la magni­fica commit­tenza archi­tet­to­nica di Riario e gli spet­ta­coli teatrali tenuti nel Palazzo San Giorgio. Quando esor­tava Riario a costruire un teatro, Sulpizio evocava il ricordo del «celebre Teatro di Pompeo in marmo, che poteva conte­nere tante persone», richi­aman­dosi alla tradi­zio­nale asso­cia­zione fra San Lorenzo in Damaso e il sito del teatro antico. Il progetto del palazzo di Riario, in parti­co­lare l’architettura del cortile, è stato spesso inter­pre­tato come una risposta alla richiesta di Sulpizio e al trat­tato di Vitruvio. In un arti­colo del 1948, molto prima che fosse chia­rita la storia costrut­tiva del Palazzo San Giorgio, Richard Kraut­heimer esplorò per primo il possi­bile legame fra gli studi vitru­viani, il teatro clas­sico e il palazzo clas­si­cista di Raffaele Riario.81 Basan­dosi sull’erronea convin­zione che il cortile cinque­cen­tesco fosse stato almeno in parte compl­etato negli anni Ottanta del Quat­tro­cento, Klaus Neii­endam ampliò la discus­sione in un arti­colo del 1969, colle­gando il nuovo cortile del palazzo (si veda fig. 165) alla

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richiesta di Sulpizio di un teatro e all’abitudine del cardi­nale di mettere in scena drammi clas­sici.82 Questa inter­pre­ta­zione richiama un passo della biografia di Pomponio Leto scritta da Marcan­tonio Sabel­lico, che elogiava Leto per aver utiliz­zato come teatri gli atria, ossia i cortili, dei palazzi dei prin­ci­pali prelati romani, dove insegnava ai giovani a rappre­sen­tare opere di Plauto, Terenzio e autori contem­poranei.83 Negli anni Novanta del Nove­cento, Chris­toph Frommel propose che, sebbene il cortile del Palazzo San Giorgio non esis­tesse ancora al tempo di Sulpizio, essendo stato costruito soltanto intorno al 1500–1503, Riario lo avesse conc­e­pito come il teatro che Sulpizio lo esor­tava a edifi­care, progett­an­dolo appo­si­ta­mente come spazio per spet­ta­coli. L’ipotesi di Frommel ha eser­ci­tato un’ampia influ­enza sull’interpretazione non soltanto del palazzo, ma anche del Bacco di Michel­an­gelo, come si discu­terà nel capi­tolo 7.84

Certa­mente i cortili dei palazzi dell’élite veni­vano usati come palco­s­cenici, e Riario orga­nizzò effet­ti­va­mente spet­ta­coli nel palazzo di San Lorenzo. Sulpizio fu dirett­amente coin­volto in una di queste rappre­sen­ta­zioni, la «tragedia» menzio­nata nella dedica del Vitruvio a Riario. Nel 1486 mise in scena la Fedra di Seneca, allora chiamata Ippo­lito, inter­pre­tata da membri dell’entourage di Giulio Pomponio Leto. La rappre­sen­ta­zione ebbe luogo durante le Palilie, in aprile. Secondo Ales­sandro Cortesi, fratello del più noto Paolo, la tragedia di Seneca fu reci­tata dai «mimi di Roma», «presso Campo de’ Fiori e davanti» al palazzo del reve­r­en­dis­simo Came­ra­rius.85 La dedica di Sulpizio descrive lo spet­ta­colo «nel mezzo di un foro», sotto un velario all’antica.86 Il palco di Riario, scrive Sulpizio, era alto cinque «piedi», richi­amando, forse reto­ri­ca­mente, l’altezza racco­man­data per i palco­s­cenici nel De archi­tec­tura di Vitruvio. Decenni dopo, nel 1523, Erasmo da Rotterdam tramandò un aned­doto che avrebbe udito dirett­amente dal cardi­nale Riario: l’allora sedi­cenne Tommaso Inghi­rami, attore ecce­zio­nale, si era guad­a­gnato il sopran­nome di «Fedra» per la parte nella tragedia di Seneca, rappre­sen­tata «davanti al palazzo» del cardi­nale.87 Oltre a questo evento memo­ra­bile, la dedica ricorda a Riario altre due rappre­sen­ta­zioni dell’Ippolito: una a Castel Sant’Angelo alla presenza di papa Inno­cenzo VIII e un’altra nuova­mente nel

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palazzo di Riario, «fra i tuoi penati, come nel mezzo della cavea di un circo, con tutti seduti all’ombra di un velario, dopo aver accolto onore­vol­mente il popolo e anche molti spett­a­tori del tuo stesso rango».88 Quest’ultimo ambi­ente potrebbe essere stato il cortile o il giar­dino del palazzo cardi­na­lizio di San Lorenzo.

È stato sugge­rito che, ispi­rato da Sulpizio, Riario conce­pisse il cortile del nuovo Palazzo San Giorgio come uno spazio teatrale, la cui perfe­zione e il cui ordine evoca­vano sceno­grafie dipinte.89 A un esame più attento, tuttavia, risulta chiaro che Sulpizio auspi­cava un teatro desti­nato esclu­si­v­a­mente a tale funzione: una strut­tura perma­nente e auto­noma che sosti­tuisse i teatri temporanei e improv­vi­sati nei cortili dei palazzi e nelle piazze dove si esibi­vano gli attori di Leto. Per Sulpizio, il teatro di Riario avrebbe dovuto avere la prece­denza su qual­siasi «palazzo, villa, tempio, portico, fortezza e arco» che il cardi­nale inten­desse costruire. Roma ha già abbastanza chiese, afferma, e Riario potrà costruirne più tardi, quando sarà anziano. Ciò che occor­reva con urgenza era un teatro appo­si­ta­mente costruito, senza neces­sa­ria­mente riva­leg­giare con il Teatro di Pompeo per dimen­sioni o gran­dio­sità. Sarebbe bastato persino restaurare un teatro antico invece di edifi­carne uno da zero. L’importante era che il teatro stabile «auspi­cato da tutto il popolo» fosse acces­si­bile al pubblico e avesse quindi una funzione speci­fica, a diffe­renza dei cortili aris­to­cra­tici adat­tati a palcoscenici.

Sebbene si presuma spesso che Riario abbia commis­sio­nato perso­nal­mente l’edizione di Vitruvio di Sulpizio, sembra che quest’ultimo gliela abbia offerta di propria inizia­tiva e per i propri scopi. Riario aveva patro­ci­nato l’Ippolito di Sulpizio, ma il suo mece­nate e protet­tore era allora Falcone Sini­baldi, tesoriere gene­rale della Camera Apos­to­lica.90 Nella dedica a Riario, Sulpizio elogia Sini­baldi, che chiama quaestor di papa Inno­cenzo VIII, uomo di «grande consiglio, auto­re­vo­lezza e fede, amatis­simo nella sua patria». Negli anni Novanta Sulpizio dedicò a Sini­baldi un commento a Quin­ti­liano e, intorno al 1500, una nuova edizione della propria gram­ma­tica latina. In queste pubbli­ca­zioni chia­risce di essere stato precet­tore del nipote di Falcone

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Sini­baldi, Fran­cesco, e lascia inten­dere di aver fatto parte della casa di Falcone.91 Dedi­cando il Vitruvio a Riario, Sulpizio si rivol­geva al cardi­nale non soltanto per otten­erne ulte­riore prote­zione, ma anche come capo della Camera, dotato del potere di avviare grandi progetti urbani. Come si è osser­vato, la carica di Riario gli attri­buiva la super­vi­sione dei Maestri delle Strade e di quasi tutti i cantieri ponti­fici a Roma. Pubbli­cando Fron­tino insieme a Vitruvio, Sulpizio esor­tava Riario a rivol­gere l’attenzione agli acqued­otti e ai teatri, le due tipo­logie archi­tet­to­niche antiche che i papi moderni non avevano ancora ripris­ti­nato. Con l’aiuto del quaestor Sini­baldi e dei Maestri delle Strade Marcello Capo­di­ferro e Niccolò Porcari, Riario avrebbe dovuto comple­tare la restau­ratio Romae iniziata da Sisto IV e prose­guita da Inno­cenzo VIII. «Quali altre novità riman­gono per questa età?», chiede. «Che altro resta se non portare l’acqua e costruire un teatro?» Un teatro all’interno del palazzo del cardi­nale non figura fra le possi­bi­lità consi­gliate da Sulpizio, e nella dedica è il ruolo di Riario come Came­ra­rius, anziché quello di commit­tente di un palazzo, a essere sotto­li­neato. Vitruvio aveva fornito il modello per un teatro auto­nomo e Riario, come Came­ra­rius, avrebbe dovuto utiliz­zare il trat­tato per rispon­dere all’urgente neces­sità di una versione moderna di questa tipo­logia antica.

Sebbene la dedica di Sulpizio sia stata spesso esami­nata dalla pros­pet­tiva della storia dell’architettura, un altro aspetto note­vole della prefa­zione è l’enfasi sul signi­fi­cato educa­tivo del teatro. Nel sotto­li­neare il bisogno pubblico di un teatro, Sulpizio ricorre ad argo­menti essen­zi­al­mente pedagogici:

Ora rimane soltanto da costruire, secondo le indi­ca­zioni di Vitruvio, un luogo in cui i giovani, a te tanto devoti, possano eser­ci­tarsi nell’imitazione degli antichi reci­tando poesie e rappre­sen­tando favole durante le feste in onore degli dèi, per educare il popolo e intrat­ten­erlo con spet­ta­coli onesti [Appen­dice II.4].

Queste parole offrono preziosi indizi sul modo in cui Sulpizio sperava di persua­dere Riario e sul motivo per cui il cardi­nale potesse essersi inter­es­sato al teatro: la rina­s­cita del teatro antico, e in parti­co­lare della commedia, era conside­rata un metodo ideale per formare i giovani all’arte dell’oratoria. Per tutto il Quat­tro­cento, l’utilità del teatro clas­sico nell’«educazione della gioventù» fu un tema frequen­te­mente ripe­tuto. Umanisti come Giovanni Battista Canta­licio, Giorgio Antonio Vespucci e Angelo Poli­ziano loda­rono la commedia antica come mezzo effi­cace per insegnare ai ragazzi l’oratoria e la reto­rica, ispi­ran­dosi alle idee clas­siche sulla commedia presenti in Cice­rone e nell’Institutio oratoria di Quin­ti­liano.92

Le scoperte di testi prece­den­te­mente scono­sciuti agli inizi del Quat­tro­cento susci­ta­rono nuovo inter­esse per la commedia antica e per il suo pres­unto valore pedago­gico. Al sensa­zio­nale ritro­va­mento da parte di Niccolò Cusano, in

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Germania nel 1427, di dodici commedie di Plauto, seguì nel 1433 quello di Giovanni Aurispa di un commento a Terenzio del gram­ma­tico del IV secolo Elio Donato.93 Le commedie di Plauto e Terenzio sono noto­ria­mente licen­ziose, ma la loro ripresa fu giusti­fi­cata richi­aman­dosi a un argo­mento formu­lato da Donato e attri­buito allo stesso Cice­rone: la commedia può essere conside­rata un’autentica «imma­gine della realtà», in quanto imita­zione della vita e spec­chio delle abitu­dini quoti­diane.94 Si riteneva che il suo realismo le confe­risse un valore educa­tivo pecu­liare, spin­gendo i maestri di scuola a orga­niz­zare rappre­sen­ta­zioni memo­ra­bili: durante il carne­vale fioren­tino del 1476, per esempio, gli allievi di Giorgio Antonio Vespucci misero in scena l’Andria di Terenzio a Palazzo Medici e a Palazzo della Signoria.95 Irri­tato dalle critiche dei conser­va­tori reli­giosi, un altro precet­tore, Angelo Poli­ziano, scrisse una celebre difesa della commedia antica, sotto­li­ne­an­done il valore per i futuri oratori. Il prologo di Poli­ziano ai Menaechmi di Plauto, composto nel 1488, contrastava gli argo­menti dei predi­ca­tori intran­si­genti: alcuni potevano criti­care gli attori, ma, come sape­vano gli stessi antichi, la commedia offriva un mezzo ideale d’istruzione per i ragazzi.96 Coloro che cond­annano questo genere, conclude Poli­ziano, non sono altro che «un gregge schi­amaz­z­ante, frivolo, incap­puc­ciato, dai piedi di legno, cinto di corde, altez­zoso e dal collo ricurvo».97

Tornando alla dedica di Sulpizio al cardi­nale Riario, è in questo contesto umani­stico che il precet­tore e maestro elogia il suo patro­cinio del teatro e il sostegno alle Palilie, una festa che combi­nava spet­ta­coli teatrali e compe­ti­zioni poetiche, dichia­ra­ta­mente a bene­ficio delle future gene­ra­zioni di eccle­si­a­stici, uomini di Stato e oratori. Lo scopo di queste cele­bra­zioni, come sotto­linea la Vita di Pomponio Leto di Sabel­lico, era educare i giovani di Roma e colti­vare nuovi ingegni attra­verso la rappre­sen­ta­zione di drammi clas­sici.98 Come si vedrà nel capi­tolo 4, Riario patro­cinò una forma di predi­ca­zione umani­stica e clas­si­cista prati­cata da diversi oratori di primo piano: fra Mariano da Genaz­zano, Tommaso Inghi­rami ed Egidio da Viterbo. Il trat­tato di Sulpizio, con l’enfasi sul valore del teatro per «educare il popolo», riflette lo stile dotto e «teatrale» della loro predi­ca­zione. Pertanto, sebbene la dedica anti­cipi la ricos­tru­zione del Palazzo San Giorgio, essa va intesa anche nel quadro delle ques­tioni umani­stiche, educa­tive e perfino teolo­giche legate alla rina­s­cita del teatro clas­sico nel tardo Quat­tro­cento. Nono­stante l’architettura «teatrale» del cortile, la dedica di Sulpizio e il suo appello per un teatro stabile non erano legati al palazzo in modo tanto diretto quanto si è supposto.

San Lorenzo in Damaso nell’epoca di Ales­sandro VI

L’iscrizione dedi­ca­toria che corre lungo la facciata del Palazzo San Giorgio colloca il nome di papa Ales­sandro VI in posi­zione promi­nente (si veda fig. 62).99 Sebbene il papa Borgia

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sarebbe in seguito diven­tato un acer­rimo nemico di Riario, mandando il cardi­nale in esilio, la sua elezione al papato nel 1492 fu possi­bile soltanto grazie alla fazione poli­tica di Riario, guidata dal cardi­nale Ascanio Sforza. Dopo che Riario e Sforza ebbero sostenuto Borgia in conclave, Ales­sandro VI li ricom­pensò gene­ro­sa­mente. Circo­la­rono notizie secondo cui Borgia aveva ottenuto il voto di Riario promet­t­en­dogli reddi­tizi bene­fici spagnoli e la resti­tu­zione del Palazzo Riario presso Sant’Apollinare (mappa 1.2), allora abitato dal cardi­nale Sforza, ai figli ed eredi del conte Girolamo. Poco dopo l’elezione, il nuovo papa cominciò a riem­pire le casse di Riario. Un mese dopo l’elezione di Ales­sandro VI, il cardi­nale acquistò una vigna subur­bana sulle rive del Tevere per 1200 ducati. I bene­fici spagnoli inizia­rono ad arri­vare nel maggio 1493, quando Riario fu nomi­nato vescovo di Cuenca, e in giugno, quando ottenne un bene­ficio nella città valen­ciana di Xàtiva, luogo d’origine dei Borgia.100

fig. 56 Giuliano da Sangallo, Palazzo della Rovere, Savona. Circa 1496–1503. Foto: autrice.

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L’elezione di Borgia come Ales­sandro VI innalzò note­vol­mente la posi­zione della fazione Sforza-Riario. Il suo capo, il cardi­nale Ascanio Sforza, divenne vice­can­cel­liere e rice­vette appart­a­menti in Vati­cano come cardi­nale «pala­tino». Sforza conso­lidò l’alleanza con i Borgia nego­zi­ando un matri­monio fra Lucrezia, figlia del papa, e il proprio parente Giovanni Sforza.101 La rapida ascesa dei cardi­nali Sforza e Riario a Roma provocò al tempo stesso l’esilio volon­tario del loro rivale Giuliano della Rovere, che lasciò Roma nell’aprile 1494, recan­dosi a Ostia, a Savona e infine in Francia. Lontano dalla Curia, Giuliano poteva compe­tere con Raffaele Riario soltanto a distanza, costruendo a Savona un nuovo palazzo in gran parte model­lato sul Palazzo San Giorgio (fig. 56).102

Come promesso in conclave, i Riario rien­tra­rono in possesso del palazzo che il conte Girolamo aveva costruito presso Sant’Apollinare. Dall’elezione di Inno­cenzo VIII vi aveva abitato Ascanio Sforza,103 ma la nomina a vice­can­cel­liere nel 1492 gli permise di tras­fer­irsi nel palazzo prece­den­te­mente abitato dal cardi­nale Borgia, in seguito noto come «Cancel­leria Vecchia». Libera­tosi il palazzo di Sant’Apollinare, vi si tras­ferì lo stesso cardi­nale Riario, proba­bilm­ente subito dopo l’elezione di Ales­sandro VI. Riario vi abitò vero­si­milm­ente dalla fine del 1492 fino all’esilio da Roma nel novembre 1499.104 Il tras­fe­ri­mento gli consentì di soddis­fare le esigenze quoti­diane della corte mentre la ricos­tru­zione di San Lorenzo in Damaso proce­deva a pieno ritmo.

La costru­zione iniziò dai corpi orien­tale e meri­dio­nale e, nel 1495, la facciata orien­tale verso piazza San Lorenzo era stata eretta almeno fino all’altezza del piano nobile, come indica la data iscritta sulla facciata (si veda fig. 62). Nel 1496 il Capi­tolo di San Lorenzo poté affit­tare una fila di botteghe appena costruite lungo la via Florea. Dopo il 1496 la crono­logia del cantiere diventa molto più chiara grazie alla soprav­vi­venza dei registri della banca Galli-Balducci.105 Questi conti docu­men­tano l’avanzamento dei lavori con note­vole precis­ione, registrando paga­menti per mate­riali edilizi e salari di mura­tori, artisti e scal­pel­lini. Mostrano che nel 1496 l’attenzione si concen­trava sull’acquisizione di spolia, comprese le colonne antiche di granito poi instal­late nel cortile. Queste furono scavate con l’aiuto di «Bernar­dino ingeg­nerj», l’architetto fioren­tino Bernardo della Volpaia.106 Nel 1497 della Volpaia fu pagato per gettare le fonda­menta delle scuderie del palazzo, un’imponente strut­tura a due piani soprav­vis­suta fino alla demo­li­zione alla fine dell’Ottocento per l’apertura di Corso Vittorio (mappa 1.6; si veda anche fig. 109).107 Le maes­tranze di Riario comple­ta­rono la facciata e l’ala orien­tali entro il 1495, mentre la nuova chiesa (fig. 57) era in gran parte termi­nata nel 1501. I lavori rallentarono

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tempo­ra­nea­mente dopo la fuga di Riario da Roma nel novembre 1499, per poi ripren­dere fra la fine del 1500 e il 1503, quando la chiesa e il cortile furono compl­etati in sua assenza. La deco­ra­zione esterna proseguì nel secondo decennio del Cinque­cento: le fine­stre della facciata occi­den­tale menzio­nano il titolo di vescovo di Ostia, rice­vuto dal cardi­nale nel 1511. La deco­ra­zione interna continuò almeno fino al 1517, quando Riario fu coin­volto nella congiura Petrucci.

Nella monu­men­ta­lità, il palazzo di Riario seguiva il prece­dente del Palazzo San Marco di Pietro Barbo (si veda fig. 113), mentre la facciata, inter­amente rives­tita di marmo e traver­tino, imitava le lumi­nose facciate in traver­tino di Santa Maria del Popolo e Sant’Agostino. Traeva ispi­ra­zione anche da palazzi lontani da Roma, adott­ando il linguaggio dei palazzi ducali di Mantova e Urbino per presen­tare i Riario come pari dei Gonzaga e dei Monte­feltro. Il cortile (fig. 58; si veda anche fig. 165), defi­nito il primo grande cortile di palazzo romano progettato con portici sui quattro lati, rispec­chiava i cortili quadrati porti­cati di Palazzo Medici a Firenze o di Palazzo Picco­lo­mini a Pienza, ma adottava le propor­zioni più gran­diose di un cortile di cinque per otto campate.108 Come ha osser­vato Michael Waters, un aspetto parti­co­lar­mente inno­va­tivo e ambi­zioso era l’integrazione di colonne antiche in granito

fig. 57 Roma, navata di San Lorenzo in Damaso. Foto: Arnaldo Vescovo © Biblio­theca Hertziana – Max-Planck-Institut für Kunst­ge­schichte, Roma. fig. 58 Roma, Palazzo San Giorgio, cortile. Circa 1496–1503. Foto: autrice.

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nell’architettura del cortile. Per otte­nere un effetto unitario e armo­nioso, le maes­tranze di Riario si procur­a­rono colonne antiche di granito dalle Terme di Diocle­ziano,109 adatt­an­dole poi con cura, nono­stante le diffi­coltà di lavo­r­a­zione di questa pietra ecce­zio­nal­mente dura, affinché fossero corrett­amente propor­zio­nate e uniformi nell’aspetto. Circon­dato da colonne di granito, il cortile offriva una potente mani­fes­ta­zione visiva di pres­tigio e gran­dezza. Questo approccio si discos­tava sensi­bilm­ente dal trat­ta­mento consueto degli spolia a Roma, che spesso si limi­tava ad accor­ciare le colonne antiche per adat­tarle ai nuovi contesti.110 Come hanno sostenuto Enzo Bentivo­glio, Suzanne Butters e Waters, scol­pire le colonne e i pilastri ango­lari del palazzo (si veda fig. 58) richiese stru­menti specia­liz­zati impor­tati da Firenze, capaci di lavorare un mate­riale tanto duro. Fra il marzo 1497 e il novembre 1503, i conti regis­trano l’acquisto di vari stru­menti da scul­tore «per lavorare le cholonne di granito».111 Nell’aprile 1497 menzio­nano paga­menti per dici­an­nove «schar­pellj fattj venire dafi­renze». Un fabbro toscano, «maestro Bernar­dino», fu pagato per fornire scal­pelli e altri attrezzi e per temprarli.112 È una coin­ci­denza affa­scinante che, nei mesi in cui gli operai di Riario acquis­ta­vano scal­pelli fioren­tini, Michel­an­gelo facesse già parte della casa del cardi­nale e lavor­asse al Bacco. Si è tentati di ipotiz­zare che Michel­an­gelo, con la propria espe­ri­enza fioren­tina, abbia contri­buito al tras­fe­ri­mento delle cono­scenze tecniche che permi­sero alle maes­tranze di inte­grare così perfett­amente colonne e pilastri antichi in granito nel progetto del cortile. Che fosse dirett­amente coin­volto o meno, Michel­an­gelo era presente nel cantiere di Riario nel momento in cui l’innovazione toscana incon­trava l’ambizione romana, annun­ci­ando un nuovo capi­tolo nel trat­ta­mento degli spolia archi­tet­to­nici a Roma.

La facciata del palazzo di Riario, rives­tita di pietra dall’alto in basso (si vedano figg. 2 e 50), fu un’altra inno­va­zione intro­dotta dagli scal­pel­lini del cardi­nale. La sua opulenza contrastava nett­amente con le facciate into­na­cate tipiche dei palazzi romani dell’epoca. Essa presenta in modo evidente l’opus isodomum, una tecnica muraria descritta da Vitruvio (II.8.5–6), nella quale le pietre sono disposte in filari rego­lari di uguale altezza (si veda fig. 62). L’impiego di questo metodo raffi­nato fu segnalato da Raffaele Maffei, «il Volter­rano», alleato dei Riario, nei suoi enci­clo­pe­dici Commen­tari urbani del 1506.113 L’uso dell’opus isodomum si può collo­care nel contesto della pubbli­ca­zione dell’editio prin­ceps di Vitruvio curata da Sulpizio e dello studio diretto delle rovine romane nella cerchia di Riario. Una pagina del Codex Coner di Bernardo della Volpaia isti­tuisce un signi­fi­ca­tivo paral­lelo fra l’opus isodomum della facciata del Palazzo San Giorgio e quello dell’antico muro taglia­fuoco del Foro di Augusto, iden­ti­fi­cato nel codice come resto del palazzo impe­riale di Nerva (fig. 59).114

Centrale per l’aspetto antico del palazzo era l’ampio impiego di spolia, facilm­ente dispo­ni­bili grazie alle alle­anze e alle risorse del cardi­nale. I conti Galli-Balducci rivelano che enormi quan­tità di marmo e traver­tino antichi veni­vano portate nel palazzo per essere reimpie­gate nella costru­zione o cotte nella fornace da calce instal­lata in cantiere.115 L’autorità di Riario sui Maestri delle Strade e sulle licenze di scavo faci­li­tava senza dubbio l’acquisizione di questi mate­riali archeo­lo­gici.116 I conti nomi­nano diversi scavatori

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al servizio del cardi­nale come forni­tori di pietre, fra cui Simone Cinquini «Pisano», specia­lista nello scavo e nel tras­porto di anti­chità.117 Altri scava­tori impie­gati da Riario erano maestro Manfredi e maestro Daniele, attivi nell’area delle «tre colonne», ossia nel Foro Romano presso le rovine del Tempio di Castore e Polluce.118 Le decine di colonne in granito egiziano che oggi si trovano nel cortile prove­ni­vano, come si è detto, dalle Terme di Diocle­ziano. Sfrutt­ando l’alleanza con il cardi­nale Ascanio

fig. 59 Bernardo della Volpaia, Muro taglia­fuoco del Foro di Augusto (a sinistra) e facciata orien­tale del Palazzo San Giorgio (a destra), Londra, Sir John Soane’s Museum, Codex Coner, fol. 46 r, sm volume 115/51a. 1513–1515. Foto © Sir John Soane’s Museum.

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fig. 60 Sallustio Peruzzi, Disegno di un tempio sul Quiri­nale, Firenze, Uffizi A 664 recto. Post 1536–ante 1567, parti­co­lare. Foto © Minis­tero per i Beni e le Atti­vità Cultu­rali Soprin­ten­denza Speciale per il Patri­monio Storico, Artis­tico ed Etno­an­tro­po­lo­gico e per il Polo Museale della città di Firenze. Tutti i diritti riservati.

fig. 61 Bernardo della Volpaia, con anno­ta­zioni di Antonio da Sangallo il Giovane, Pianta misu­rata del Palazzo San Giorgio, Firenze, Uffizi 987 A recto. Circa 1515. Foto © Minis­tero per i Beni e le Atti­vità Cultu­rali Soprin­ten­denza Speciale per il Patri­monio Storico, Artis­tico ed Etno­an­tro­po­lo­gico e per il Polo Museale della città di Firenze. Tutti i diritti riservati.

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Sforza, Riario estrasse le colonne dal parco di caccia di Sforza, che occu­pava gran parte di questo terri­torio.119 Secondo un’annotazione di Sallustio Peruzzi su un disegno del monu­men­tale Tempio di Sera­pide sul Quiri­nale, «tutti i marmi che ora si trovano nel Palazzo San Giorgio» erano stati scavati lì (fig. 60).120 Testi­mo­ni­anze più atten­di­bili rife­ris­cono anche dello spre­giudi­cato saccheggio dell’Arco di Gordiano presso Castro Pretorio da parte di Riario.121

Gli archivi Galli-Balducci docu­men­tano ampia­mente l’acquisto dei mate­riali impie­gati nel palazzo. Regis­trano paga­menti a grandi squadre anonime di mura­tori e scal­pel­lini, oppure ad arti­giani specia­liz­zati e ingeg­neri, ma non rivelano l’identità del proget­tista origi­nario del palazzo e della chiesa.122 Gran parte degli studi si è concen­trata sull’identificazione dell’architetto, un problema mai risolto in modo soddis­fa­cente. Fra le persone iden­ti­fi­cate nei conti figura il già menzio­nato fioren­tino Bernardo della Volpaia, diseg­na­tore e rile­va­tore nato in una fami­glia di orolo­giai, noto soprat­tutto come autore del Codex Coner. La fabbrica lo assunse per compiti speci­fici, forse legati alla costru­zione di macchi­nari.123 Nel Cinque­cento, Antonio da Sangallo il Giovane sembra aver assunto la dire­zione del cantiere, come si può dedurre da una pianta misu­rata del piano nobile diseg­nata da della Volpaia (fig. 61). Il disegno reca anno­ta­zioni di mano di Sangallo, comprese critiche alle misure di della Volpaia.124 La presenza di Antonio da Sangallo e della sua cerchia nella fase finale della costru­zione si riflette anche nel paga­mento dell’ingente somma di 200 ducati a Lodo­vico da Cara­vaggio nell’ottobre 1514 «per la fabrica del palazzo di Roma».125 Come rivela la docu­men­ta­zione succes­siva, da Cara­vaggio era il primo mura­tore del palazzo Balami-Galitzin in via della Scrofa, un cantiere diretto da Antonio e Gian­fran­cesco da Sangallo.126

Come possi­bile archi­tetto o idea­tore del progetto iniziale, Chris­toph Frommel ha proposto Baccio Pontelli, inta­gli­a­tore e archi­tetto fioren­tino. Pontelli maturò espe­ri­enza a Firenze e a Urbino, dove forse contribuì ai celebri lavori d’intarsio dello studiolo di Federico da Monte­feltro fra il 1478 e il 1481. Sisto IV lo invitò poi a lavorare a progetti quali la Rocca di Civi­ta­vec­chia e la fortezza e la catte­drale di Ostia. Giorgio Vasari attribuì a Pontelli il progetto di diversi importanti edifici romani, fra cui Santa Maria del Popolo, la Cappella Sistina, San Pietro in Montorio e Sant’Agostino. Gli storici dell’architettura lo hanno inoltre colle­gato alla Villa del Belve­dere costruita per Inno­cenzo VIII e a Santa Maria della Pace, ed è stato proposto come prin­ci­pale autore dei disegni anti­quari del Codex Escu­ri­al­ensis.127 È tuttavia dubbio che

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la visione artis­tica espressa nel Palazzo San Giorgio fosse di Pontelli. Negli anni decisivi fra il 1487 e il 1492 Pontelli non risulta docu­men­tato a Roma, ma era impeg­nato in lavori di forti­fi­ca­zione e ingeg­neria nelle Marche.128 Inoltre, il marcato carat­tere lombardo del palazzo non corrisponde alla forma­zione e alle espe­ri­enze di Pontelli.

Scal­pel­lini e mura­tori lombardi compaiono frequen­te­mente nei registri dei paga­menti del cantiere. I conti menzio­nano un certo «Giovanni da Como», che diri­geva la nume­rosa squadra di scal­pel­lini attivi sul posto: proba­bilm­ente Giovanni da Larigo, colla­bo­ra­tore di Andrea Bregno.129 La prefe­renza di Riario per arti­giani e mura­tori lombardi può essere attri­buita ai legami fami­liari con Milano e con il cardi­nale Sforza.130 Si collega inoltre al ruolo signi­fi­ca­tivo dei costrut­tori lombardi nei progetti archi­tet­to­nici e anti­quari della Roma del tardo Quat­tro­cento, soprat­tutto in quelli connessi all’ordine agos­ti­niano.131 Parti­co­lar­mente importanti furono i rapporti fra costrut­tori lombardi e agos­ti­niani svilup­p­a­tisi dopo il 1472, quando Santa Maria del Popolo fu posta sotto il controllo della Congre­ga­zione lombarda. La chiesa fu ricos­truita fra il 1472 e il 1477 seguendo modelli archi­tet­to­nici lombardi e, secondo alcune ipotesi, sotto la super­vi­sione di Andrea Bregno. Seguì una rina­s­cita archi­tet­to­nica delle chiese agos­ti­niane, guidata da Ambrogio Massari da Cori, gene­rale degli Eremi­tani di Sant’Agostino dal 1477 al 1484. Con l’appoggio del cardi­nale d’Estouteville, vescovo di Ostia e Velletri, Massari diresse la ricos­tru­zione della chiesa agos­ti­niana di Sant’Oliva nella sua città natale di Cori. La chiesa, dipen­dente dalla Congre­ga­zione lombarda di Santa Maria del Popolo, fu ricos­truita dall’architetto lombardo Antonio da Como.132

Fra il 1479 e il 1482 anche la chiesa madre degli Eremi­tani agos­ti­niani, Sant’Agostino, fu ricos­truita grazie all’impegno di Massari e del cardi­nale d’Estouteville (si veda mappa 1.4). Gli archi­tetti fioren­tini di Sant’Agostino guar­da­rono all’esempio di Santa Maria del Popolo, e le due chiese si rispec­chiano nelle lumi­nose facciate in traver­tino, ornate da grandi rosoni. Anche il Palazzo San Giorgio presenta una facciata in traver­tino. Il palazzo di Riario utiliz­zava blocchi estratti dal Colosseo, proba­bilm­ente la stessa fonte del traver­tino impie­gato per Sant’Agostino.133 L’unità tema­tica fra Santa Maria del Popolo, Sant’Agostino e Palazzo San Giorgio testi­monia gli inter­essi condi­visi che univano d’Estouteville, Riario, l’ordine agos­ti­niano e la comu­nità degli scal­pel­lini lombardi a Roma. Come è stato osser­vato, le facciate di Santa Maria del Popolo e Sant’Agostino sembrano rendere omaggio alle medi­ta­zioni di sant’Agostino sullo sple­ndore divino e sulla purezza della luce. Ispi­rati al santo, gli scritti di Massari

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descri­ve­vano le qualità che egli considerava vie verso la virtù: fra queste la bellezza e il bianco lumi­noso, poiché «il bianco della luce eterna è uno spec­chio senza macchia della maestà divina».134 Come protet­tore degli agos­ti­niani e succes­sore del cardi­nale d’Estouteville, Riario fece proprie queste asso­cia­zioni, rives­tendo l’intera facciata orien­tale del palazzo di blocchi bianchi e lumi­nosi (si veda fig. 50).

Nel 1568 Giorgio Vasari attribuì la costru­zione del Palazzo San Giorgio a due archi­tetti lombardi. Nella Vita di Bramante afferma che questi lavorò alla «riso­lu­zione di gran parte del palazzo di S. Giorgio e della chiesa di S. Lorenzo in Damaso» insieme ad «altri eccel­lenti archi­tet­tori», aggi­un­gendo che «Antonio Monte­ca­vallo» fu esecu­tore della fabbrica.135

fig. 62 Roma, Palazzo San Giorgio, facciata. 1495. Foto: autrice.

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Bramante giunse tuttavia a Roma soltanto nel 1499, troppo tardi per essere stato il proget­tista origi­nario del Palazzo San Giorgio. Come ha osser­vato Frommel, negli anni Ottanta e Novanta Bramante lavorò per l’alleato di Riario, il cardi­nale Ascanio Sforza, al Duomo di Pavia e a Sant’Ambrogio a Milano. È possi­bile che i cardi­nali Riario e Sforza abbiano favo­rito uno scambio diretto o indi­retto di idee fra Bramante e gli archi­tetti di Riario.136 Arnaldo Bruschi propose che Bramante avesse contri­buito da lontano al progetto, oppure che, come sugge­risce Vasari, fosse inter­venuto nella «riso­lu­zione» del palazzo in una fase succes­siva, dopo l’arrivo a Roma nel 1499. Sulla base dell’analisi delle propor­zioni del nuovo San Lorenzo in Damaso, Valtieri considerò il suo coin­vol­gi­mento «più che ipote­tico». Le nicchie late­rali che un tempo si apri­vano ai lati del coro di San Lorenzo, per esempio, trovano un paral­lelo in quelle progettate da Bramante per il coro di Santa Maria del Popolo.137 Bramante era uno dei pochi archi­tetti in Italia allora dotati di una cono­scenza di Vitruvio e di espe­ri­enza nei molte­plici temi stili­stici che conver­gono nel palazzo: l’architettura di Firenze, Urbino, Lombardia e Mantova, oltre alle anti­chità di Roma e Verona.138

Anche il possi­bile contri­buto dell’«Antonio Monte­ca­vallo» menzio­nato da Vasari è stato oggetto di ampio dibat­tito. Si tratta di Antonio Bregno, scul­tore e nipote di Andrea Bregno, proba­bilm­ente l’architetto che firmò «ANT.DA.COMO.OP» nel chio­stro di Sant’Oliva a Cori.139 Per il resto la sua carriera rimane poco nota, e gli storici dell’arte si sono chiesti se Vasari inten­desse rifer­irsi ad Andrea Bregno, chiaman­dolo erro­n­ea­mente Antonio. Come regis­trano i libri conta­bili Galli-Balducci, Andrea Bregno era responsa­bile delle deli­cate grot­tesche scol­pite nelle edicole delle fine­stre della facciata orien­tale (fig. 62).140 Le deco­ra­zioni scul­toree delle cornici delle fine­stre, eseguite in marmo di Carrara anziché in spolia repe­riti local­mente, sono elementi importanti del progetto.141 È tuttavia impro­ba­bile che Andrea Bregno abbia agito come «archi­tetto» del palazzo: come ha osser­vato Thomas Pöpper, la sua lapide, i cont­ratti e tutti gli altri docu­menti contem­poranei lo defi­nis­cono «sculptor», non «archi­tectus».142

Uno dei nomi frequen­te­mente menzio­nati nei libri conta­bili Galli-Balducci, soprat­tutto per opere in mattoni e pavi­men­ta­zioni stra­dali, è quello di un certo «maestro Alberto».143 Sebbene la sua iden­tità non sia mai stata discussa negli studi, è possi­bile iden­ti­fi­carlo con l’architetto lombardo Alberto de Paneris «de Fontana» da Piacenza, attivo in numerosi progetti per la Camera Apos­to­lica.144 I rife­ri­menti a maestro Alberto compaiono per la prima volta nei conti Galli-Balducci nel febbraio 1490, in rela­zione a un paga­mento di Falcone Sini­baldi, tesoriere gene­rale della Camera.145 Più tardi, fra il 1497 e il 1500, Jacopo Galli lo assunse per rist­rut­turare la propria casa in via dei Leutari e per lavori nella chiesa di Santa Marghe­rita.146 Nel 1499 il cardi­nale Riario affidò a maestro Alberto la costru­zione di

fig. 63 Carlo Maderno, Fontana, piazza San Pietro, con reimpiego di elementi della fontana quat­tro­cen­tesca. 1612–1614. Foto: autrice.

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parti della villa in via della Lungara, l’edificio che avrebbe costi­tuito il nucleo dell’attuale Palazzo Riario-Corsini.147 Nel 1501–1502 Alberto costruì poi un nobile palazzo nel rione Parione per il maggior­domo di Riario, Accursio de Petra.148 All’incirca nello stesso periodo, la Camera Apos­to­lica lo pagò per restaurare la fontana davanti all’antica basi­lica di San Pietro, in seguito ripro­gettata da Carlo Maderno (fig. 63),149 e nel 1509 assi­stette Bramante nella tribuna di Santa Maria del Popolo.150 La varietà di questi progetti è note­vole e, nel loro insieme, essi rivelano lo stretto rapporto di Alberto con Riario e la sua cerchia. Fra i servizi resi al cardi­nale figurava l’esecuzione di archi­tet­ture effi­mere: Alberto fu infatti pagato per costruire il palco alles­tito da Riario in occa­sione della proces­sione inau­gu­rale, o possesso, di papa Giulio II. Assunse inoltre altri inca­richi per la Camera Apos­to­lica, come la costru­zione di una cartiera ponti­ficia ad Ascoli.151 Affi­da­bile appalt­a­tore della Camera, esperto di archi­tet­tura mili­tare e idrau­lica, Alberto fu una figura domi­nante nei progetti romani di Riario e potrebbe aver avuto un ruolo importante nel progetto del Palazzo San Giorgio. Resta però da chie­dersi se godesse di un pres­tigio suffi­ci­ente per rice­vere un inca­rico di tale rilievo.152

Numerosi altri nomi sono stati asso­ciati al progetto e alla costru­zione di San Lorenzo in Damaso, fra cui Melozzo da Forlì, Giuliano da Sangallo e Fran­cesco di Giorgio.153 Frommel ha sugge­rito che, durante il soggiorno romano di Mantegna fra il 1488 e il 1490, il cardi­nale Riario possa averlo consultato sul progetto archi­tet­to­nico del Palazzo San Giorgio e che i suoi costrut­tori abbiano potuto studiare disegni portati da Mantegna da Mantova.154 Come è stato spesso osser­vato, la Domus Nova di Mantova, resi­denza nobile edifi­cata intorno al 1480–1484 da Federico I Gonzaga (fig. 64), somi­glia al palazzo di Riario nella dispo­si­zione delle fine­stre e nelle torri ango­lari spor­genti. Un’altra figura eminente colle­gata al Palazzo San Giorgio è fra Giovanni Giocondo da Verona, la prin­ci­pale auto­rità in materia di teoria vitru­viana a Roma alla fine degli anni Ottanta. Come ha osser­vato Pier Nicola Pagliara, Giocondo potrebbe aver appor­tato al progetto la propria cono­scenza di Vitruvio, in parti­co­lare della discus­sione dell’opus isodomum. È signi­fi­ca­tivo che una delle poche cita­zioni rico­no­sci­bili dell’architettura antica nel Palazzo San Giorgio sia il richiamo a un monu­mento della città natale di Giocondo, Porta Borsari a Verona (fig. 65), il cui registro supe­riore si riflette nell’articolazione delle cornici delle fine­stre del palazzo (si veda fig. 62).155 Nel loro insieme, queste possi­bi­lità sugge­ris­cono uno scenario proposto molto tempo fa da Dome­nico Gnoli e più recen­te­mente sostenuto da Bruschi: il palazzo e la chiesa di San Lorenzo furono il risultato di una colla­bo­ra­zione fra diversi archi­tetti e intel­let­tuali, svilupp­a­tasi in un lungo arco di tempo.156 Nono­stante la coerenza esterna dell’edificio finito, la storia della sua costru­zione corrisponde a ciò che Marvin Trach­ten­berg ha chiamato «buil­ding-in-time», un processo lento e collet­tivo protratto per decenni.157

Jacopo Galli e l’espansione dell’Isola Galli

La banca Galli-Balducci trasse grandi vantaggi dalla gestione del conto della fabbrica, un ruolo che attri­buiva a Jacopo Galli note­voli poteri. Sembra inevi­ta­bile che egli fosse perso­nal­mente coin­volto nelle atti­vità quoti­diane del cantiere di Riario, come il repe­ri­mento e il tras­porto dei mate­riali e l’affidamento dei lavori a costrut­tori e scultori. Galli probabilmente

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fig. 64 Mantova, Domus Nova. Primi anni Ottanta del Quat­tro­cento. Foto di James Austin, The Cour­t­auld, Conway Library photo­gra­phic coll­ec­tion, cc-by-nc.

fig. 65 Verona, Porta Borsari. Foto © iStock / Getty Images, Bepsimage.

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agiva come impren­di­tore e inter­me­diario, rica­vando margini di profitto dalla forni­tura di mate­riali o dall’affidamento di cont­ratti.158 Le oppor­tu­nità di commercio delle materie prime erano certa­mente nume­rose, e Galli proba­bilm­ente le sfrut­tava in qualità di mercante, per esempio attra­verso il commercio del legname. Alla fine del 1498, insieme al romano Bernar­dino Fabi e al banchiere fioren­tino Jacopo Rucellai, prese in affitto da Riario il diritto di tagliare legna nelle tenute cardi­na­lizie di Pali­doro e Statua. Le regis­tra­zioni dei conti Galli-Balducci negli anni succes­sivi menzio­nano il taglio del legname e il suo tras­porto in barca o su carri; sembra inevi­ta­bile che una parte di queste forni­ture fosse desti­nata al cantiere.159

Durante i quasi quattro anni di assenza di Riario da Roma, fra il novembre 1499 e il settembre 1503, la costru­zione del Palazzo San Giorgio proseguì. Fu in questo periodo che venne realiz­zato il cortile monu­men­tale. Mentre Riario si spostava fra l’Italia setten­trio­nale e la Francia, i suoi rappre­sen­tanti avranno sorve­gliato il cantiere e ammi­nis­trato i beni, gli immo­bili e le tenute agri­cole. Sebbene non siano mai speci­fi­cati con precis­ione gli accordi e la gerar­chia delle responsa­bi­lità, sembra inevi­ta­bile che Galli fosse un ammi­nis­tra­tore fonda­men­tale degli affari di Riario, compreso il suo atti­vis­simo cantiere. Questo rapporto deri­vava non soltanto da accordi privati fra Galli e Riario, ma anche dall’esperienza della banca Galli al servizio della Camera Apos­to­lica. A Roma non era raro che i mercanti-banchieri fornis­sero sostegno finan­ziario e mate­riale ai progetti della Camera e del papa.160 In tale contesto, i servizi offerti da Galli a Riario nel cantiere di San Lorenzo sembrano analoghi a quelli del mercante-banchiere romano Giuliano Leni come custode della costru­zione della nuova basi­lica di San Pietro sotto Leone X. Come speci­fica un atto del 1513 o 1514, il papa affidò a Leni «la cura de la speysa de la fabricha di sancto Petro», auto­riz­zan­dolo, per esempio, a ingag­giare scal­pel­lini capaci di eseguire i progetti di Bramante per la tribuna.161

La colla­bo­ra­zione con Riario consentì inoltre a Galli di accu­mu­lare un vasto patri­monio immo­bi­liare a nord del cantiere. Due docu­menti prece­den­te­mente scono­sciuti chia­ris­cono il ruolo decisivo del cardi­nale nella crea­zione di un’«isola» di case e botteghe per Jacopo Galli. Questi atti mostrano che nel 1490 e nel 1491 Riario acquistò terreni e immo­bili utili sia alla costru­zione di San Lorenzo in Damaso sia agli inter­essi di Galli. Il primo, rogato il 4 dicembre 1490, mostra che il cardi­nale pagò 210 ducati a un fornaio (pistor sive furn­a­rius), magister Jachettus (Jacquet) di Arles, per uno stabulum, una stalla. L’edificio confi­nava con altre proprietà di Jacquet e con quelle dei nobili romani

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Gentile e Lorenzo Signo­retti. Su un altro lato confi­nava con le scuderie di Riario, ossia quelle del palazzo di San Lorenzo in Damaso che fian­cheg­gi­a­vano la basi­lica a nord (mappa 2).162 Battista Anselmi de Novara, procu­ra­tore di Riario, fu auto­riz­zato a pren­dere la stalla di Jachettus e tutte «le aree aperte della [sua] casa che si alli­neano con i muri delle scuderie del detto cardi­nale Riario» [Appen­dice II.5]. Il secondo atto, rogato da Senilis nel febbraio 1491, fornisce il primo rife­ri­mento noto alla proprietà di immo­bili di Jacopo Galli in piazza San Lorenzo [Appen­dice II.6]. Stabi­lisce che il cardi­nale Riario avrebbe pagato a Gentile Signo­retti 333 ducati per una stalla e un giar­dino «in platea Sti. Laurenti in Damaso», fra le proprietà di Gentile Signo­retti, Jacopo Galli e gli eredi di Barto­lomeo Sant­acroce.163

Queste descri­zioni degli immo­bili nell’area possono essere confron­tate con un’altra del 28 luglio 1495, che defi­niva i confini del palazzo degli eredi di Barto­lomeo Sant­acroce: su un lato la casa di Gentile Signo­retti, sull’altro e sul retro le case di Jacopo Galli, e davanti piazza di Parione, detta anche piazza di Pasquino.164 Il 23 aprile 1505, quando Prospero Sant­acroce vendette ai fratelli Pietro e Andrea la propria metà del palazzo, questo risul­tava situato fra le case dello speziale Dome­nico delle Vetere da un lato e la casa di Ciriaco Signo­retti dall’altro, con le proprietà di Galli sul retro (mappa 2).165 Combi­n­ando queste descri­zioni comincia a emer­gere la situa­zione topo­gra­fica. Le case dei Signo­retti si affac­cia­vano sulla via Papalis, il percorso proces­sio­nale che attra­ver­sava piazza di Parione e prose­guiva lungo l’attuale via di San Pantaleo.166 Palazzo Sant­acroce era adia­cente alle case dei Signo­retti e si affac­ciava su piazza di Parione: è l’attuale Palazzo Bona­dies-Lancel­lotti, in via di San Pantaleo 66, di fronte all’odierno Museo di Roma e alla celebre statua di Pasquino (fig. 66; si vedano anche mappe 2 e 3).167 Il palazzo dei Sant­acroce era una grande e nobile domus che Jacopo Galli riuscì ad acquis­tare poco prima della morte nel 1505.168 Una veduta di Roma a volo d’uccello di Giovanni Battista Falda, pubbli­cata nel 1676 (fig. 67), pur lontana da un rilievo accu­rato, permette di compren­dere la posi­zione del palazzo e il rapporto con la casa di Galli a sud. Nella stampa di Falda, Palazzo Sant­acroce è raffi­gu­rato dall’altro lato della strada rispetto alla statua di Pasquino, mentre il palaz­zetto di Jacopo Galli, sul «retro» di Palazzo Sant­acroce, si affaccia su piazza San Lorenzo, deno­mi­nata da Falda piazza della Cancel­leria. Fra le due proprietà vi è un’area parzi­al­mente aperta con quelli che sembrano giar­dini e fabbri­cati acces­sori. Gli spazi aperti della veduta devono corrispon­dere, almeno in parte, ai giar­dini e alle stalle acqui­s­tati da Riario nel 1490–1491.

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I docu­menti del 1490 e del 1491 sugge­ris­cono che il terreno acqui­s­tato da Riario fosse esteso, da piazza San Lorenzo a sud fino alle proprietà dei Sant­acroce e dei Signo­retti a nord. Riario potrebbe aver utiliz­zato i poteri di Came­ra­rius per faci­li­tare questi acquisti, bene­fi­ci­ando delle leggi promul­gate sotto Sisto IV che agevo­la­vano l’acquisizione di proprietà adia­centi alle proprie per nuove costru­zioni. Il terreno era certa­mente neces­sario per spostare la basi­lica di San Lorenzo verso nord. Tuttavia, l’acquisto degli immo­bili di Jachettus e dei Signo­retti favorì anche Jacopo Galli. L’estensione verso nord permise a Riario e Galli di siste­mare via dei Leutari, e nel settembre 1496 i conti Galli-Balducci mostrano che Riario pagò k12 per «la pavi­men­ta­zione di metà della strada dalle botteghe di Jacopo [Galli]», appa­ren­te­mente il tratto di via dei Leutari che sepa­rava San Lorenzo in Damaso dal palaz­zetto di Galli.169 Il fatto che Riario e Galli si divi­des­sero il costo della pavi­men­ta­zione di questa

fig. 66 Il Pasquino e Palazzo Bona­dies-Lancel­lotti su via di San Pantaleo, Roma, piazza di Pasquino. Foto: autrice.

fig. 67 Giovanni Battista Falda, Veduta di Roma, parti­co­lare con il Palazzo della Cancel­leria e l’Isola Galli, colle­zione privata. 1676.

fig. 68 Veduta dall’alto, da piazza di Pasquino al Palazzo della Cancel­leria. Foto: Alessio Fioretti.

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strada sugge­risce che l’abbiano progettata insieme come un pass­aggio stretto e retti­lineo fra la chiesa di Riario e la proprietà di Galli.

Gli acquisti di Riario favor­i­rono anche i progetti di Galli per conso­li­dare l’Isola Galli, un isolato unitario di case e botteghe affac­ciate su via dei Leutari. Una foto­grafia dall’alto dell’area (fig. 68) mostra in basso a destra la facciata gialla di Palazzo Bona­dies-Lancel­lotti, che Galli

fig. 69 Progetto per Corso Vittorio Emanuele II, Roma, Archivio Storico Capi­to­lino, Ripar­ti­zione v, Lavori Pubblici, Piano rego­la­tore, Pos. 14, Via Nazio­nale e Corso Vittorio Emanuele II, busta 143, fasc. 103a. 1886. Foto © Sovrin­ten­denza Capi­to­lina – Archivio Storico Capitolino.

fig. 70 Roma, via dei Leutari con le scuderie del Palazzo San Giorgio sullo sfondo, Roma, Museo di Roma, Archivio Foto­gra­fico, af 3009. 1888–1900. Foto © Roma, Sovrin­ten­denza Capi­to­lina ai Beni Cultu­rali, Museo di Roma.

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acquistò dai Sant­acroce nel 1505.170 Il palazzo è circon­dato da case densa­mente addos­sate, con profili dei tetti irre­go­lari, tutte orien­tate verso la via Papalis. Fra queste case e Corso Vittorio Emanuele II si trova­vano i giar­dini e i cortili che un tempo costi­tui­vano il centro dell’Isola Galli. Le case di Jacopo Galli a sud, un tempo affac­ciate su via dei Leutari di fronte a San Lorenzo, furono demo­lite alla fine dell’Ottocento per fare spazio a Corso Vittorio (si veda mappa 3). Il destino dell’area libe­rata dalle demo­li­zioni è visi­bile in una pianta degli anni Ottanta dell’Ottocento (fig. 69): una parte fu utiliz­zata per Corso Vittorio Emanuele II, mentre la restante, indi­cata sulla pianta come «in vendita», servì a costruire la fila di palazzi affac­ciati sul corso (si veda fig. 68).171

Nel 1497 Riario e Galli avvi­a­rono entrambi progetti di riqua­li­fi­ca­zione di via dei Leutari. Nell’estate Riario iniziò a costruire grandi scuderie a nord del proprio giar­dino (mappa 1.6). Come mostra una foto­grafia otto­cen­tesca (fig. 70), l’edificio a due piani chiudeva via dei Leutari all’estremità occi­den­tale, tras­for­man­dola in un pass­aggio senza uscita sotto il controllo di Riario e Galli (si veda fig. 109).172 Nel giugno 1497 anche Galli avviò un proprio ampio progetto edilizio, con l’assistenza di molti degli stessi operai e forni­tori attivi nel cantiere di Riario: la ricos­tru­zione del palaz­zetto in piazza San Lorenzo. La casa di Jacopo Galli compare in foto­grafie ante­riori alla demo­li­zione (figg. 1, 71) e in una stampa sette­cen­tesca di Giuseppe Vasi (fig. 72), che la iden­ti­fica come «Palaz­zetto del Marchese Galli» (fig. 73). Le foto­grafie e l’incisione chia­ris­cono che l’ingresso era strett­amente alli­neato con la magni­fica facciata orien­tale del palazzo di Riario. Dall’estate del 1497 i conti Galli-Balducci regis­trano paga­menti per lavori in questa casa a «maestro Alberto», sopra iden­ti­fi­cato con Alberto da Piacenza. In giugno Galli pagò Alberto per «lavoro della chamera sopra la strada», una stanza supe­riore affac­ciata su via dei Leutari, e per «la fabricha

fig. 71 Palazzo San Giorgio con le case dei Galli sullo sfondo, Roma, Isti­tuto Centrale per il Cata­logo e la Docu­men­ta­zione. Fine del XIX secolo. Foto © iccd, Minis­tero per i beni e le atti­vità cultu­rali e per il turismo.

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fig. 72 Giuseppe Vasi, Palazzo della Cancel­leria Apos­to­lica (tavola 74), Delle magni­ficenze di Roma antica e moderna, Libro quarto, David Rumsey Map Center, Stan­ford Univer­sity. 1754. Foto: David Rumsey Map Center, Stan­ford Libra­ries, cc by-nc-sa 3.0.

fig. 73 Giuseppe Vasi, Palazzo della Cancel­leria Apos­to­lica (tavola 74), parti­co­lare con i numeri 2 («Vicolo de Leutari») e 4 («Palaz­zetto del Marchese Galli»). Delle magni­ficenze di Roma antica e moderna, Libro quarto, David Rumsey Map Center, Stan­ford Univer­sity. 1754. Foto: David Rumsey Map Center, Stan­ford Libra­ries, cc by-nc-sa 3.0.

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della chamera sua».173 Nel luglio e nell’agosto 1497 pagò pittori anonimi per lavori nella «sala insulla strada» e in due camere. Installò un camino in una delle botteghe al pian­ter­reno e assunse un faleg­name, maestro Giorgio, per nuove fine­stre e porte.174 I lavori prose­gui­rono nel giugno 1498, quando Galli pagò maestro Alberto «per achon­ciare lachamera d’ant. o», ossia per siste­mare la camera di Antonio. L’identità di questo Antonio purtroppo non è ulte­rior­mente chia­rita. Jacopo Galli pagò una spal­liera e tessuti costosi e ingaggiò un certo «maestro arcan­giolo di forlj pintore» per lavori nella stanza di Antonio.175 Nel novembre 1498 effettuò i paga­menti finali a un certo «maestro pietro schar­pel­lino» e a maestro Alberto.176 Nel comp­lesso, la rist­rut­tu­ra­zione durò oltre un anno e comprese nuove deco­ra­zioni pitto­riche, arredi, fine­stre e una scala. L’ampiezza dei lavori riflette non soltanto l’ambizione perso­nale di Galli, ma anche il suo alli­nea­mento stra­te­gico con Riario.

Alla morte, Jacopo Galli posse­deva questa casa rist­rut­tu­rata e tutte le proprietà indi­cate nella mappa 3, compresi il palazzo affac­ciato sulla via Papalis già dei Sant­acroce, chiamato dai Galli «casa grande» (mappa 1.8), e una fila di case addos­sate lungo via dei Leutari.177 Queste si esten­de­vano dal palaz­zetto verso ovest, per poi seguire via dei Leutari verso nord, in dire­zione di piazza di Parione. Sebbene i conti offrano pochi indizi su quando e come Galli riuscì ad acqui­sire tanti immo­bili adia­centi,178 nel testa­mento egli chia­risce che la moglie Saulina ne aveva acqui­s­tati alcuni con denaro della propria dote [Appen­dice II.16]. I conti Galli-Balducci del 1500 menzio­nano un’operazione in cui Saulina vendette una parte di casa a Nardo (Bernardo) Paluz­zelli, proba­bilm­ente un immo­bile sulla «banda sinistra» (mappa 1.7), ossia il lato occi­den­tale di via dei Leutari, dove i Paluz­zelli risie­de­vano già negli anni Venti del Cinque­cento.179 Queste circos­tanze sugge­ris­cono che Jacopo Galli possa aver utiliz­zato fondi della dote di Saulina per conso­li­dare le proprietà sulla «banda destra» di via dei Leutari, non soltanto acqui­s­tando case per uso della fami­glia, ma anche tras­fe­rendo altre fami­glie nobili sulla «banda sinistra».

La costi­tu­zione di un dominio dei Galli fu strett­amente coor­di­nata con la ricos­tru­zione della basi­lica di San Lorenzo in Damaso. Quando Riario ricos­truì la basi­lica, Galli tras­ferì dili­gen­te­mente le tombe di fami­glia in una cappella affac­ciata sulla navata destra della nuova chiesa. Jacopo iniziò questa cappella, dedi­cata a San Giacomo, nel maggio 1502.180 Alla fine del Cinque­cento la cappella Galli

fig. 74 Copista fran­cese anonimo da diseg­na­tore italiano, Pianta del Palazzo San Giorgio e di San Lorenzo in Damaso, Monaco di Baviera, Baye­ri­sche Staats­bi­blio­thek, Cod. Icon. 195, fol. 10 v <urn:nbn:de:bvb:12bsb00017404‑7>. 1530–1540. Foto: Baye­ri­sche Staats­bi­blio­thek, Monaco di Baviera, NoC-Nc/1.0.

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fu unita a quelle delle fami­glie Massimi e Pichi, ma la dispo­si­zione origi­naria è rappre­sen­tata in una pianta cinque­cen­tesca (fig. 74).181 La stessa pianta mostra l’ubicazione della porta piccola, un ingresso late­rale secon­dario della nuova chiesa di San Lorenzo, situato più a ovest dell’attuale ingresso late­rale su Corso Vittorio Emanuele II (si veda mappa 3).182 La porta piccola consen­tiva l’accesso diretto alla cappella Galli dalle case della fami­glia in via dei Leutari, un privi­legio che Jacopo proba­bilm­ente concordò con il cardi­nale Riario durante la proget­ta­zione della nuova basi­lica. Docu­menti degli anni Quaranta del Cinque­cento chia­ris­cono che di fronte alla porta piccola, dall’altro lato della strada, si apriva un vicolo chiuso da un cancello che condu­ceva al cuore dell’Isola Galli, inte­grando ulte­rior­mente San Lorenzo nella sfera d’influenza della fami­glia.183

* * *

Più che un progetto affi­dato da un commit­tente a un maestro archi­tetto, il nuovo San Lorenzo in Damaso fu un’impresa comp­lessa, realiz­zata attra­verso la colla­bo­ra­zione, la condi­vi­sione delle responsa­bi­lità e il compro­messo poli­tico. Coin­volse molte­plici prot­ago­nisti, dotati di abilità e compe­tenze diffe­renti. La ricos­tru­zione promossa dal cardi­nale Riario sfruttò lo slancio dei miglio­ra­menti urbani nel rione Parione e i suoi poteri di Came­ra­rius. Vi parte­ci­pa­rono numerosi costrut­tori e arti­giani, molti dei quali furono impie­gati anche in progetti colla­te­rali per fami­liari e alleati del cardi­nale, distri­buendo così responsa­bi­lità e bene­fici nella sua rete di rela­zioni. Uno degli attori più signi­fi­ca­tivi dell’iniziativa fu certa­mente Jacopo Galli. Oltre a gestire i conti del cantiere, Galli fornì proba­bilm­ente buona parte del sostegno mate­riale e orga­niz­za­tivo neces­sario al suo successo. Alla morte nel 1505 poteva a sua volta vantare un impo­nente insieme di proprietà strett­amente connesso alla nuova basi­lica, costi­tuito in un periodo rela­tiv­a­mente breve con l’aiuto del cardi­nale Riario. Gli stra­or­di­nari conti Galli-Balducci, insieme agli atti nota­rili di Senilis, illu­mi­nano vivi­da­mente le opera­zioni dietro le quinte che permi­sero di portare a compi­mento il progetto di Riario e Galli.