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Il cardinale Riario, i Galli e la ricostruzione di San Lorenzo in Damaso, 1484–1499
Capitolo 3 · Pagine dell’edizione a stampa 84–125
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3 Il cardinale Riario, i Galli e la ricostruzione di San Lorenzo in Damaso, 1484–1499
La conclusione dell’Epistola Veritatis del 1478 di Marsilio Ficino, rivolta a Raffaele Riario attraverso la voce della «Verità», descrive la casa ideale che il giovane cardinale dovrebbe costituire al suo arrivo a Roma:
La tua casa sia un tempio di Dio. Sia un occhio di prudenza, una bilancia di giustizia e una sede di fortezza. Sia un esempio di moderazione, un modello d’integrità, uno splendore d’amore, una fonte delle Grazie e un coro delle Muse. Sia una scuola per oratori e poeti, un santuario per filosofi e teologi e una sala di consiglio dei sapienti. Sia un vivaio d’ingegno, una ricompensa per i dotti, una mensa per i poveri, un rifugio di speranza per i buoni, un asilo per gli innocenti e una roccaforte per gli oppressi.1
Le parole con cui i familiari di Riario avrebbero descritto il Palazzo San Giorgio, che egli infine costruì a San Lorenzo in Damaso e che oggi è noto come Cancelleria (fig. 50), riecheggiano da vicino le speranze di Ficino: era un’opera di perfezione, una corte il cui splendore materiale e le cui proporzioni armoniose sembravano manifestazioni delle virtù ideali del cardinale stesso. Così Niccolò Cruciger, adulatore di Riario, lodò la sua «generosità e liberalità d’animo, che risplendono in te così abbondantemente, così largamente e così magnificamente da estendersi al tuo palazzo (“Penates”), che hai splendidamente innalzato in marmo pario dalle fondamenta e dalla prima pietra fino al cielo».2 Un altro favorito del cardinale, il poeta e linguista Antonio Biaxander, ammirò le «mura di bronzo che fortificano la mente salda [di Riario] con varie virtù; neppure una lieve brezza la scuote» [Appendice II.19]. Biaxander espresse questa lode in una poesia su una colossale statua antica di Musa che Riario esponeva nel cortile (si veda fig. 103), quasi a seguire alla lettera la descrizione ficiniana di un «coro delle Muse» e di un rifugio per gli uomini dotti.3
Questo capitolo esamina il progetto edilizio di Riario dal suo arrivo a San Lorenzo in Damaso nel 1483 fino alla fuga da Roma nel 1499. Considera il suo ingresso nel cuore del rione Parione, un vivace centro commerciale animato da artigiani, mercanti, una numerosa popolazione straniera e una cultura letteraria che si irradiava dall’Università di Roma. Esplora l’alleanza di Riario con i Galli, mercanti-banchieri romani e nobili residenti del quartiere, legati da lungo tempo alla basilica. Presenta Giuliano Galli, il patriarca che gettò le basi del successo economico della famiglia collaborando con la Camera Apostolica e costituendo una società con il banchiere fiorentino Baldassare Balducci. Nella generazione successiva, Jacopo, figlio di Giuliano, ampliò le attività della banca Galli-Balducci e, insieme a Balducci, assistette il cardinale Riario nella ricostruzione di
San Lorenzo in Damaso. Negli studi moderni, il palazzo di Riario è stato spesso elogiato per il suo stile rinascimentale e classicista. È stato anche frequentemente condannato per le dimensioni, per l’impiego di materiali saccheggiati dalle rovine e per aver architettonicamente inghiottito una delle basiliche paleocristiane più venerate di Roma, nascosta dietro la facciata e «degradata a una sorta di cappella di palazzo».4 Riario sperava tuttavia che la scala imponente del nuovo palazzo e della basilica consolidasse la posizione della famiglia dopo un grave rovescio: l’assassinio di Girolamo Riario nel 1488. Il progetto mirava a stabilire nel cuore di Roma una presenza fortificata e monumentale della dinastia Riario, come dimostrazione di forza in un momento di debolezza politica. Questo capitolo considera le origini del progetto, la possibile rilevanza della dedica a Riario dell’editio princeps del De architectura di Vitruvio da parte di Giovanni Sulpizio da Veroli nella prima metà del 1487, e il ruolo decisivo di Jacopo Galli. I dati ricavati dai conti della banca Galli-Balducci e dagli atti notarili del segretario del cardinale, Gisberto Senilis, rivelano che Galli e Riario collaborarono non soltanto alla ricostruzione di San Lorenzo, ma anche alla riqualificazione di via dei Leutari, a nord della basilica. Grazie agli acquisti strategici di terreni effettuati dal cardinale Riario, Galli arrivò a costituire un isolato unitario di proprietà, l’Isola Galli, strettamente coordinato con la chiesa e il palazzo di Riario (si veda mappa 3).
fig. 50 Veduta aerea della Cancelleria. Foto: Alessio Fioretti.
La famiglia Galli nel rione Parione e la banca Galli-Balducci
Con il trasferimento a San Lorenzo, Riario entrò a far parte del vivace rione Parione. La nuova residenza si trovava a breve distanza dal mercato del pollame in piazza Pollarola e dal «mercato dei cavalli», dove si vendevano articoli equestri, fra piazza del Paradiso e piazza del Biscione. Sorgeva non lontano dai banchi dei cambiavalute, dalle taverne e dalle locande di Campo de’ Fiori (mappa 1).5 Il rione era densamente popolato da mercanti, bottegai e famiglie nobili, le cui interazioni e alleanze ne plasmavano il tessuto economico e sociale. Il successo di Riario come cardinale di San Lorenzo in Damaso, e poi nel progetto di ricostruzione della chiesa e del palazzo, richiedeva una stretta collaborazione con questa rete, e i suoi interlocutori più importanti furono i Galli. Dall’arrivo a San Lorenzo fino alla morte, Riario si affidò ai Galli come alleati e agenti. Come altre famiglie eminenti di Roma, essi raggiunsero questo stretto rapporto con il cardinale attraverso l’attività di mercanti-banchieri, una professione multiforme che li rendeva collaboratori indispensabili.
Secondo il falsificatore cinquecentesco di genealogie Alfonso Ceccarelli, i Galli facevano risalire le proprie origini all’antica famiglia romana degli Aquilii Galli. Il loro più celebre «antenato» antico era il pretore repubblicano Gaio Aquilio Gallo, un plebeo divenuto un noto giurista.6 Nel Seicento, lo storico Dirk Ameyden ricondusse più plausibilmente le origini dei Galli a un certo Paolo da Castro, nato nel 1320. Ameyden affermò che Giacomo, figlio di Paolo, aveva sposato Livia Orsini di Mugnano, e osservò che uno stemma Galli visibile in via dei Leutari era inquartato con quello degli Orsini.7 La storia di Ameyden menziona anche Nicola Galli, un nipote di Stefano Porcari che partecipò alla congiura organizzata da quest’ultimo nel 1453 per assassinare Niccolò V. Dopo il fallimento del colpo di Stato, si diceva che Nicola Galli fosse fuggito a Damasco. In seguito tornò a stabilirsi a Roma, dove intraprese la carriera di docente universitario.8 Sebbene Nicola Galli abbia suscitato interesse negli studi sulla congiura dei Porcari, il suo legame con i Galli del rione Parione e con Jacopo Galli merita un’ulteriore valutazione: Giuliano Galli aveva un fratello di nome Nicola, forse lo stesso che prese parte alla congiura.9 Se Nicola Galli fosse stato davvero fratello di Giuliano e nipote di Stefano Porcari, ciò contribuirebbe a spiegare gli stretti legami fra le famiglie Galli e Porcari durante il Quattrocento e il Cinquecento.10
Dotato di notevole senso degli affari, Giuliano Galli portò la famiglia a nuovi livelli di prosperità grazie al successo come mercante-banchiere.11 Secondo il testamento redatto nel 1461, Galli risiedeva nel rione Parione, era marito della nobildonna Concordia Tebaldeschi e padre di un unico figlio, Jacopo.12 Nel 1467 fu multato per non aver spazzato la strada davanti alla propria casa nel quartiere di San Lorenzo in Damaso. Nel 1483 ottenne il permesso di ricostruire una casa immediatamente a sud di San Lorenzo, presso l’«Arco di Santa Margherita», fra la via Florea, oggi via del Pellegrino, e via dei Cappellari (si veda mappa 1.11).13 Mantenne uno stretto legame
con San Lorenzo in Damaso e possedeva nella basilica una cappella di famiglia, probabilmente già nel 1472, quando vi seppellì la madre Mattuzia e la nonna Andreozia.14 Galli partecipava all’amministrazione di San Lorenzo e ne fu più volte fabriciere, una carica che gli affidava la responsabilità della manutenzione della basilica.15 Come uno dei responsabili della fabbrica, Galli avrebbe collaborato con il cardinale Riario alla cura della chiesa. Lo dimostra, per esempio, l’approvazione da parte di Giuliano Galli, nel 1486, della posa di stipiti marmorei donati da Riario alla chiesa.16
Agli inizi degli anni Ottanta del Quattrocento, Galli cominciò a condividere l’attività bancaria con un fiorentino, Baldassare Balducci. Balducci discendeva da Lemmo Balducci, capostipite di un’affermata famiglia fiorentina di banchieri.17 Sembra aver iniziato come cassiere nella banca di Giuliano Galli, per poi divenirne socio intorno al 1484. La sua influenza sull’impresa è già evidente negli anni Ottanta, quando la banca Galli avviò un’ampia collaborazione con la banca Lorenzi di Firenze.18 All’inizio del decennio, mentre espandeva le attività oltre Roma, la banca di Galli rafforzò i legami con la Camera Apostolica. Nel gennaio 1480 divenne depositarius dei Maestri delle Strade, e l’allora Camerarius, il cardinale d’Estouteville, si affidava alla banca per ricevere ed erogare i fondi destinati ai lavori edilizi. Nel 1481 Giuliano Galli acquistò il diritto di riscuotere la gabella studii, l’imposta sui vini forestieri venduti nelle taverne romane.19 Nel 1484 il cardinale Riario divenne uno stretto collaboratore della banca Galli, succedendo a d’Estouteville come Camerarius. Quell’anno la banca ricevette nuovamente l’incarico di depositarius dei Maestri delle Strade.20 Nel 1485 fornì alla Camera i fondi necessari a finanziare una riparazione della fortezza di Monticelli d’Ongina e assunse anche il ruolo di fideiussore del castellano di Todi, garantendolo per somme enormi contro eventuali danni o perdite. La Camera di Riario poteva ricorrere a Giuliano Galli per ottenere credito: come ha osservato Quesada, nel settembre 1484 la Camera pagò Galli per recuperare una serie di vasi d’argento appartenenti al papa, dati in pegno alla banca. Queste operazioni attestano la forza finanziaria della banca Galli e la varietà dei servizi che poteva offrire alla tesoreria pontificia.21
Il ruolo di depositarius dei Maestri avrebbe coinvolto Giuliano Galli nei lavori stradali e nelle riparazioni eseguiti nel rione Parione negli anni Ottanta del Quattrocento, in particolare nell’ampliamento, nel 1480, della via Florea, l’attuale via del Pellegrino, che corre lungo il lato meridionale di San Lorenzo (mappa 3). Questo progetto, insieme agli ulteriori miglioramenti apportati alla strada nel 1483, è commemorato da un’iscrizione murata nelle vicinanze (fig. 51). L’ampliamento della via Florea intaccò la navata sinistra della basilica, provocando danni che avrebbero contribuito alla successiva decisione del cardinale Riario di ricostruire il complesso della chiesa e del palazzo. Al tempo stesso, l’allargamento della strada costituì un passo decisivo verso la riqualificazione dell’intero quartiere, perché offriva ampio spazio ai carri carichi di merci. L’intervento diede un forte impulso all’area a sud di San Lorenzo in Damaso, trasformandola in un nodo di collegamento fra Ponte Sisto e il porto di Ripa a sud e il
fig. 51 Iscrizione commemorativa di lavori stradali, Roma, via de’ Balestrari. 1483. Foto: autrice.
Vaticano, raggiungibile attraverso la via Mercatoria, a nord.22 Fu nel 1483, nel contesto di questi miglioramenti, che Giuliano Galli decise di ricostruire la propria casa presso l’Arco di Santa Margherita (si veda mappa 1.11). La capacità del banchiere di coordinare i propri interessi con quelli della basilica, del Camerarius e dei Maestri nella riqualificazione dell’area a sud di San Lorenzo anticipa i successivi interventi del figlio Jacopo Galli per rinnovare via dei Leutari, a nord della chiesa.
La banca di Giuliano Galli produceva reddito attraverso un’ampia gamma di attività finanziarie e commerciali. Come altri mercanti-banchieri romani del Quattrocento, Galli investiva nelle taverne di Roma, molte delle quali si trovavano a Parione, soprattutto nei pressi di Campo de’ Fiori (mappa 1.12). Le taverne da lui gestite, fra cui «Lo Gallo» e «La Grotta», traevano profitti considerevoli dal numero crescente di visitatori e pellegrini che giungevano a Roma.23 Prevedendo un grande afflusso per l’anno giubilare, nel 1475 Galli prese in affitto una quota della frequentata Taverna della Vacca presso Campo de’ Fiori.24 Le ricerche hanno dimostrato che Galli fu uno degli investitori di maggior successo nelle taverne romane: si stima infatti che soltanto in quell’anno «La Grotta» abbia venduto oltre 30,000 litri di vino forestiero.25 La vendita di vini forestieri nelle taverne alimentava la gabella studii e, come si è detto, nel 1481 Giuliano Galli ottenne l’appalto per riscuoterla. Investendo contemporaneamente nelle taverne e nella gabella studii, mise in piedi un’attività altamente redditizia che, in sostanza, gli permetteva di pagare le imposte a se stesso.
Quando la Camera diede in pegno a Giuliano Galli i vasi d’argento del papa, ricorse a un metodo di raccolta di fondi allora diffuso a Roma: impegnare oggetti preziosi come garanzia di prestiti in denaro.26 Nei libri contabili Galli-Balducci ricorrono riferimenti a perle, diamanti e zaffiri che la banca accettava regolarmente come pagamenti o garanzie.27 La competenza nelle pietre preziose si estendeva naturalmente al commercio di piccole antichità che, come le gemme, erano oggetti facilmente trasportabili, capaci di conservare il proprio valore e quindi utilizzabili come garanzia. La circolazione di questi oggetti favoriva i rapporti fra mercanti-banchieri, mecenati, collezionisti, artisti e antiquari. All’interno di questa rete, la banca di Giuliano Galli sviluppò competenze specialistiche nel reperimento e nella valutazione di oggetti preziosi, comprese gemme antiche e cammei. Un esempio concreto di questa attività è descritto in una lettera inviata dagli impiegati della banca Medici a Roma. Nel febbraio 1487 questi agenti assistettero Lorenzo de’ Medici nell’acquisto di una rara gemma antica da Giovanni Ciampolini, il mercante e collezionista romano che abitava presso Campo de’ Fiori, a breve distanza da
fig. 52 Fetonte alla guida del carro di Elio, con iscrizione «lav.r.meD», Napoli, Museo Archeologico Nazionale, inv. 26086, Arditi 592. I secolo d.C. Foto su concessione del Ministero della Cultura — Museo Archeologico Nazionale di Napoli.
Giuliano Galli. La gemma in questione era l’intaglio con Fetonte alla guida del carro di Elio, oggi uno dei tesori del Museo Archeologico Nazionale di Napoli (fig. 52).28 La lettera, scritta dall’agente di Lorenzo Luigi da Barberino a Roma a Niccolò Michelozzi a Firenze, riferisce delle trattative sul prezzo di questo raffinato oggetto. Dopo molte contrattazioni, de’ Medici accettò di pagare 200 ducati. Tuttavia, sperando di evitare il pagamento dell’ultima rata, richiese una perizia sul valore della gemma a «un mercante romano di nome Giuliano Gallo», che la esaminò insieme al «nipote Gentile». Secondo la lettera, Gentile Galli, figlio di Nicola, fratello di Giuliano,29 esaminò attentamente la gemma con occhio esperto. Concluse che Lorenzo de’ Medici doveva essere lieto di ottenere un’opera così eccellente al prezzo concordato. La corniola valeva infatti 500 ducati e lo stesso Gentile, riferisce la lettera, «non l’avrebbe lasciata andare per mille». La stima di Gentile Galli fornì a Ciampolini l’appoggio necessario per costringere de’ Medici a versare per intero il prezzo pattuito.30 L’episodio illumina il ruolo dei mercanti-banchieri romani nel fiorente commercio di antichità. Come si vedrà nel capitolo 6, la sovrapposizione fra attività bancaria, commercio d’arte e mercato di piccoli oggetti antichi sarebbe risultata significativa nel tentativo di vendita del Cupido dormiente di Michelangelo a Roma nel 1496, nonché nella futura collaborazione fra Jacopo Galli e Michelangelo.
È probabile che, come Giovanni Ciampolini, Giuliano Galli possedesse una collezione di iscrizioni e sculture antiche, benché non ne rimangano tracce tangibili. Questa possibilità è avvalorata dal carattere antiquario della tomba che il figlio Jacopo commissionò dopo la sua morte, discussa nel capitolo 5 (si veda fig. 90). Anche se le testimonianze sono scarse, già negli anni Ottanta il collezionismo di antichità era ampiamente praticato nell’ambiente di Galli. Per esempio Francesco Porcari, pari e contemporaneo di Giuliano Galli, morto nel 1482, possedeva oltre cento iscrizioni antiche, «tredici teste di marmo» custodite in uno studio e altre sculture figurate.31 Sembra che Giuliano Galli avesse una biblioteca, o almeno commerciasse in libri: i registri doganali romani pubblicati da Arnold Esch segnalano libri «usati» da lui importati nel 1479.32 Inoltre, la sua amicizia con Gaspare da Verona, professore di retorica allo Studium, sottolinea i suoi rapporti con i circoli umanistici.33
Quando Galli morì nel settembre 1488, gli succedette il figlio ed erede Jacopo.34 Giuliano aveva preparato Jacopo a seguirne le orme offrendogli un’educazione umanistica; come avrebbe scritto in seguito Jacopo Sadoleto, Jacopo Galli dedicò la giovinezza alla filosofia, ma interruppe gli studi per assumere la responsabilità della banca paterna.35 Giuliano si assicurò inoltre
che Jacopo sposasse una donna di una famiglia romana adeguatamente nobile e prospera. La sposa di Jacopo fu Saulina Tebaldi, il cui rango nella generazione di Giuliano Galli è attestato dalla tomba dello zio, il cardinale Giacomo Tebaldi, un imponente monumento scolpito da Andrea Bregno (figg. 53–54). Il padre di Saulina, Simone «Mezzocavallo» Tebaldi, era stato medico di papa Callisto III e compare come interlocutore nel trattato Li Nuptiali di Marcantonio Altieri. In quest’opera, Mezzocavallo descrive l’«eccessivo numero di figlie» che aveva maritato a nobili romani: Saulina ai Galli e le sorelle agli Alberini, ai Leni e agli Albertoni.36 Il matrimonio con una Tebaldi sembra aver rafforzato notevolmente non soltanto la posizione sociale di Jacopo Galli, ma anche le sue finanze. Come rivelano i libri contabili Galli-Balducci, durante il matrimonio con Jacopo Saulina ricorse spesso ai propri fondi, per esempio per acquistare una casa o per lavori edilizi nella vigna di famiglia presso il Tevere.37
fig. 53 Andrea Bregno e Giovanni Dalmata, Tomba del cardinale Giacomo Tebaldi, Roma, Santa Maria sopra Minerva. 1466 o successiva. Foto © Bibliotheca Hertziana – Max-Planck-Institut für Kunstgeschichte, Roma.
fig. 54 Andrea Bregno e Giovanni Dalmata, Tomba del cardinale Giacomo Tebaldi, particolare dell’effigie e del sarcofago, Roma, Santa Maria sopra Minerva. 1466 o successiva. Foto: The Courtauld, Conway Library, cc-by-nc.
Alla morte, Giuliano Galli dovette lasciare la banca sia al figlio Jacopo sia a Baldassare Balducci, che fondarono insieme quello che chiamavano il «Banco degli eredi di Giuliano Galli». Fin dagli inizi, questa banca fu strettamente legata al cardinale Riario e al progetto di ricostruire su scala monumentale la sua chiesa e il suo palazzo. Le prime registrazioni superstiti della banca Galli-Balducci, risalenti ai primi mesi del 1489, mostrano che essa era già coinvolta negli affari del cardinale. Nell’aprile 1489 Galli e Balducci presero in affitto locali per la banca sulla piazza davanti a San Lorenzo in Damaso. Secondo un atto notarile finora trascurato negli studi, il notaio Gaspare di Pietro e un certo Mattia, figlio di Giovanni Lodovico de Narnea, si accordarono per affittare a Galli e Balducci un «banco» sulla piazza per quarantacinque ducati l’anno, inizialmente per sette anni. L’atto descrive la posizione precisa della banca, fra proprietà di Mattia, della «chiesa di San Pietro» e della basilica di San Lorenzo.38 All’incirca nello stesso periodo, Jacopo Galli stabilì anche la propria residenza in piazza San Lorenzo. Nel 1491 abitava sul lato settentrionale della piazza, anziché nella casa paterna all’Arco di Santa Margherita.39 La decisione di collocare banca e residenza sulla piazza deve aver fatto parte di un allineamento strategico con Riario: il trasferimento di Galli sembra infatti connesso alla scelta del cardinale di affidare alla banca Galli-Balducci la gestione dei conti del proprio cantiere. I libri contabili della banca per gli anni 1489–1496 non sono sopravvissuti, ma quando riprendono, nel 1496, la banca pagava tutte le spese del cantiere di Riario tramite uno speciale conto della fabbrica.40 Il ruolo della banca Galli-Balducci nel progetto edilizio di Riario rispecchia quello di depositarius dei Maestri delle Strade, precedentemente svolto dalla banca di Giuliano Galli per il cardinale. Questo incarico offrì vantaggi concreti a Jacopo: come si discuterà più dettagliatamente oltre, con l’aiuto di Riario egli poté acquistare numerose case e botteghe lungo via dei Leutari, a nord di San Lorenzo, arrivando a consolidare un isolato unitario di proprietà noto come Isola Galli. Jacopo poté ristrutturare un palazzetto affacciato su piazza San Lorenzo (mappa 1.10) e, poco prima della morte nel 1505, acquistare dalla famiglia Santacroce un grande e nobile palazzo in piazza di Parione (mappa 1.8).41
Nel 1497 Jacopo Galli aveva assunto un ruolo definibile come quello di gestore degli affari del cardinale, come affermò concisamente il banchiere fiorentino Tommaso Spinelli. In una lettera dell’aprile 1497 al fratello Leonardo, Spinelli scrive di essere stato accolto a Roma con infinite carezze da Jacopo Galli, «che governa San Giorgio», ossia che «gestisce» il cardinale Riario.42 Un rapporto reciprocamente vantaggioso fra il Camerarius e Jacopo Galli, fondato su un profondo legame di amicizia e fiducia, offriva opportunità a entrambi. Il ruolo di Jacopo Galli come
«gestore» di Riario sembra essere proseguito fino alla morte di Galli nel 1505; a testimonianza di questo legame duraturo, Galli nominò Riario e il suo maggiordomo esecutori testamentari.43 Allineando così strettamente i propri interessi a quelli di Riario, Jacopo Galli adottò una strategia opposta alla politica anticuriale di Stefano Porcari, e forse di suo zio Nicola Galli, nella generazione precedente. In un’epoca di ripresa di Roma, Galli trasse notevoli profitti dal ruolo di agente e finanziatore del Camerarius.
In un momento in cui la Camera ampliava i propri poteri su Roma, questa strategia non sfuggì alle critiche degli osservatori contemporanei. Nel 1492 il diarista Stefano Infessura descrisse un conflitto sorto intorno all’elezione dei marescialli e dei guardiani di ciascun rione romano. Il cardinale Riario aveva consultato i prefetti della città per stabilire se il diritto di eleggere questi ufficiali spettasse alle autorità locali o al Camerarius. I prefetti sostennero in modo convincente che tale privilegio apparteneva ai romani. Quattro caporioni, fra cui Jacopo Galli, si schierarono tuttavia contro i prefetti per «fare un favore al camerlengo». Di conseguenza, scrive Infessura, Riario nominò uomini che godevano del suo favore, contravvenendo al «diritto e all’antica consuetudine» e, «cosa peggiore, andando contro la volontà dei prefetti». Ora, aggiunge Infessura, poiché i nominati da Riario sono inadatti ai loro compiti, la colpa ricade su coloro che, come Jacopo Galli, hanno anteposto i propri interessi a quelli della «città e del bene comune».44 Nonostante le critiche che poté suscitare, l’alleanza personale e professionale con il Camerarius consentì a Galli non soltanto di accrescere i profitti della banca Galli-Balducci, ma anche di assicurarsi un posto al centro dell’entourage di Riario. Grazie alla vicinanza al cardinale, Galli coltivò amicizie con letterati e artisti e divenne a sua volta un importante mecenate dell’arte, della letteratura e del teatro. Queste attività, comprese la collezione di sculture, le amicizie con celebri umanisti, l’attività poetica e il sodalizio con Michelangelo, saranno approfondite nel capitolo 8.
La decisione di Riario di ricostruire
L’ambizioso complesso di palazzo e basilica di San Lorenzo in Damaso si inserì in una più ampia campagna di rinnovamento e ricostruzione avviata a Parione fin dagli anni Settanta del Quattrocento, che contribuì a farne il quartiere più dinamico della città. Nel 1479–1480 il portico di San Lorenzo fu rialzato e la piazza davanti alla chiesa ripavimentata.45 Fra il 1488 e il 1490 anche Campo de’ Fiori (mappa 1.12) ricevette una nuova pavimentazione in mattoni.46 Nel 1479, per fare spazio a nuove costruzioni, fu demolito un arco antico all’estremità di via dei Cappellari, seguito poco dopo dalla distruzione della chiesa adiacente di San Salvatore ad Arco. Un affresco del XII secolo della Madonna in San Salvatore, ampiamente venerato come immagine miracolosa
fu trasferito in una cappella di San Lorenzo in Damaso.47 Quando Sisto IV affidò San Lorenzo a Riario nel 1483, doveva essere evidente che proseguire questi miglioramenti con un palazzo più magnifico e una chiesa degna di accogliere la Madonna miracolosa avrebbe prodotto notevoli benefici. Doveva essere altrettanto chiaro che il ruolo di Camerarius conferiva a Riario l’autorità necessaria per realizzare tale progetto. Durante il camerlengato del cardinale d’Estouteville, Sisto IV aveva ampliato i poteri del Camerarius in materia edilizia e urbanistica per incoraggiare nuove iniziative. Una bolla del 1474 agevolava la possibilità per i cardinali di trasmettere i propri palazzi ai familiari, mentre un’altra del 1480 facilitava l’acquisizione di proprietà adiacenti o lo sgombero di strade e piazze circostanti per nuove costruzioni.48 Anche i poteri dei Maestri delle Strade dipendenti dal camerlengo si ampliarono: essi potevano pavimentare e allargare le strade, approvare permessi edilizi e persino espropriare terreni o demolire edifici.49 Inoltre, una riforma dell’ufficio dei Maestri delle Strade nel 1480 attribuì a questi funzionari maggiori poteri sullo scavo e sul riuso delle rovine antiche. Si sviluppò un sistema più organizzato e regolamentato per il rilascio delle licenze di scavo, spesso con l’obbligo di riservare alla Camera un terzo dei ritrovamenti.50 Queste politiche diedero impulso a un vero e proprio fervore edilizio fra i cardinali di Sisto. Fra il 1471 e il 1483 diversi grandi progetti erano in corso o già completati: quelli di Pietro Riario a San Sisto e ai SS. Apostoli, di Domenico della Rovere nel Borgo, di Girolamo Basso della Rovere a Santa Balbina e del cardinale Giuliano della Rovere a San Pietro in Vincoli e ai SS. Apostoli. La ricostruzione di San Lorenzo in Damaso da parte di Raffaele Riario avrebbe tuttavia superato tutti questi progetti per ambizione.
Il primo riferimento noto ai lavori di Riario a San Lorenzo compare in un racconto della fortuna del cardinale al gioco dei dadi. Descrivendo gli eventi dell’ottobre 1489, il diarista romano Stefano Infessura riferisce che Riario vinse una somma enorme giocando con il cardinale Balue e con Franceschetto Cibo, figlio di papa Innocenzo VIII. Quando Cibo sostenne di essere stato ingannato, il papa pretese che Riario restituisse le vincite, ma il cardinale rifiutò, dichiarando di aver già speso il denaro in «legname, cemento e salari degli operai» per ricostruire il palazzo «dalle fondamenta». «Soprattutto», scrive Infessura, «vuole costruire una certa torre all’angolo».51 Infessura, alleato dei Colonna e noto avversario di Girolamo Riario, non è una fonte del tutto attendibile su questi fatti. Altre testimonianze sembrano tuttavia confermare i particolari del suo racconto. Sia Riario sia Cibo erano noti per l’abitudine al gioco d’azzardo, e proprio nell’ottobre 1489 gli ingenti debiti accumulati da Franceschetto a Roma divennero motivo di preoccupazione per il suocero Lorenzo de’ Medici. Franceschetto aveva sposato Maddalena, figlia di Lorenzo, il quale interveniva spesso a saldare i conti delle stravaganze del genero. Il 21 ottobre gli agenti di Lorenzo de’ Medici a Roma scrissero per chiedere un intervento urgente nella soluzione di un problema finanziario di Franceschetto, forse i debiti di gioco verso
Riario menzionati da Infessura.52 Per un singolare scherzo del destino, potrebbe quindi essere stato Lorenzo de’ Medici, acerrimo nemico del conte Girolamo, a fornire parte dei finanziamenti iniziali per il colossale palazzo del cardinale Riario.53
L’ironia appare meno amara se si considera che un evento recente aveva portato Riario a una curiosa alleanza politica con Lorenzo de’ Medici: il brutale assassinio del conte Girolamo a Forlì. Dopo numerosi tentativi falliti da parte di cittadini scontenti, il colpo di mano guidato dai forlivesi Ludovico e Checco Orsi riuscì il 14 aprile 1488. Due settimane prima del decimo anniversario della congiura dei Pazzi, i fratelli Orsi sorpresero il conte nella «Sala delle Ninfe» del palazzo di Forlì, lo uccisero e ne trascinarono il corpo nudo per le strade.54 Dopo questo episodio, il destino dei Riario a Imola e Forlì rimase in bilico. Le due città apparvero improvvisamente un premio conquistabile a diversi contendenti, fra cui gli Sforza, che miravano a riannettere il territorio, e Lorenzo de’ Medici, che sperava che Innocenzo VIII vi insediasse come vicari Franceschetto Cibo e Maddalena de’ Medici. Il papa, dal canto suo, puntava a sottoporre Imola e Forlì al governo pontificio diretto, escludendo Medici, Riario e Sforza. Dietro le quinte, il cardinale Giuliano della Rovere esortava Innocenzo a perseguire il governo diretto della Chiesa su Imola. Della Rovere era ansioso di sfruttare l’occasione per indebolire i Riario, e alcuni storici hanno persino suggerito che fosse l’ideatore dell’assassinio di Girolamo.55
Dopo il colpo di mano, Caterina Sforza agì con decisione, occupando la Rocca di Ravaldino in attesa dell’arrivo delle truppe milanesi. Alla minaccia di uccidere i suoi figli se non avesse abbandonato la rocca, Caterina avrebbe risposto che non si sarebbe arresa per loro, poiché aveva «i mezzi per farne altri». Com’è noto, Niccolò Machiavelli aggiunse alla risposta il gesto di sollevare le vesti per mostrare le «membra genitali».56 Alla fine di aprile arrivò a Forlì un contingente milanese, che restituì la città al governo dei Riario-Sforza. Tornata al potere, Caterina si vendicò brutalmente degli Orsi e dei loro alleati. Papa Innocenzo VIII, incoraggiato dal cardinale Giuliano della Rovere, inviò nella regione il cardinale Raffaele come legato, incaricandolo di impedire a Milano di assumerne il controllo. Spingendo il papa a inviare Riario come rappresentante, Della Rovere sapeva che la missione avrebbe messo il cardinale in difficoltà, collocandolo suo malgrado contro gli interessi di Ludovico il Moro e degli eredi Riario-Sforza.57
Riario partì per Forlì e vi giunse il 21 maggio. Nei mesi successivi, il cardinale e tre fidati vescovi del suo seguito, Thomas James, Giacomo Luzio da Sutri e Tommaso dell’Aste, si adoperarono per orientare l’opinione locale a favore dei figli di Girolamo Riario, guadagnando consensi con la loro generosa spesa. Caterina recuperò popolarità riducendo le imposte.58 Con una svolta sorprendente, anche Lorenzo de’ Medici svolse un ruolo decisivo nel risolvere la situazione a favore degli eredi di Girolamo. Da tempo ambiva a Imola e Forlì, sperando che Innocenzo VIII nominasse vicari sua figlia e Cibo. Quando divenne chiaro che questo obiettivo era irraggiungibile, de’ Medici concluse che la soluzione migliore ancora possibile fosse la continuità degli eredi Riario-Sforza: il governo di questa dinastia relativamente debole avrebbe almeno impedito che Imola cadesse nelle mani di Milano o del papato.59 Nonostante il ruolo di Girolamo nella congiura dei Pazzi, un freddo calcolo politico indusse de’ Medici a concludere che a Imola e Forlì il governo di signori particolari, ossia i Riario-Sforza, fosse preferibile a quello di signori potentati.60 Dietro le quinte, de’ Medici contribuì a indirizzare gli eventi verso un esito favorevole ai figlioli Riario-Sforza. In questa azione mise a frutto la notevole influenza di cui godeva a Roma come membro della cerchia più vicina a Innocenzo VIII. Entro l’estate del 1488, con il suo aiuto, la successione di Ottaviano, figlio di Girolamo, fu assicurata e confermata da una bolla papale del 18 luglio. Il 30 luglio il cardinale Riario scrisse a Firenze per rallegrarsi della vittoria dei figlioli Riario-Sforza, «che sappiamo essere stata molto desiderata anche dal Magnifico Lorenzo, al quale rimaniamo grandemente obbligati».61
Riario e de’ Medici poterono contare sul reciproco appoggio quando nell’estate del 1489 si sviluppò un’altra crisi: il progetto di matrimonio fra Caterina Sforza e Antonio Maria di Sanseverino, condottiero veneziano e legato di Ludovico il Moro. Riario espresse all’ambasciatore fiorentino a Roma il timore che il duca di Milano annettesse il territorio destinato a Ottaviano Riario-Sforza, trasformandolo in un feudo di Caterina e Sanseverino. Nell’agosto 1489, sperando di riprendere il controllo della situazione, Riario partì nuovamente per la Romagna, ma interruppe la missione quando si ammalò a Perugia. Anche grazie agli sforzi di Lorenzo de’ Medici e dei suoi agenti romani, le trattative matrimoniali furono fermate.62 In questa vicenda Riario e de’ Medici formarono ancora una volta un’alleanza improbabile, uniti dall’obiettivo comune di preservare l’indipendenza di Caterina Sforza da Milano e dal papato.63
Fra le tensioni politiche della fine degli anni Ottanta, il cardinale Riario iniziò a ricostruire il palazzo di San Lorenzo in Damaso come una roccaforte. Dopo l’assassinio dello zio
nell’aprile 1488, il cardinale Raffaele assunse la responsabilità della continuità della dinastia Riario a Imola e Forlì. La sua strategia per conquistare potere consisteva nel costruire il palazzo più grandioso di Roma, sfruttare al massimo i poteri della carica di Camerarius e prepararsi alla vittoria nel successivo conclave. Secondo Infessura, Riario intendeva inizialmente costruire un palazzo con una «torre d’angolo». Progettava una struttura difensiva in risposta al clima politico teso, come mostra il disegno definitivo con le sue torri angolari sporgenti, originariamente merlate.64 Sebbene i cardinali non potessero lasciare ai familiari un palazzo titolare annesso a una basilica, Riario era deciso a edificare un monumento dinastico, probabilmente nella speranza che uno dei figli del conte diventasse cardinale e vi risiedesse. Il palazzo sarebbe stato ornato dentro e fuori con l’araldica familiare, comprese le rose Riario, alcune originariamente dorate. Il nome, i motti e gli stemmi del cardinale ricorrevano nei soffitti a cassettoni, negli stipiti marmorei e nei rilievi decorativi (si vedano figg. 25–26, 62, 175).65 Un motto frequentemente ripetuto è «Hoc opus sic perpetuo» («così perpetuo quest’opera»), promessa che il palazzo e gli stessi Riario sarebbero durati per sempre.66
Come i palazzi delle famiglie baronali edificati entro rovine antiche, il palazzo di Riario utilizzava il linguaggio dell’architettura antica per comunicare forza e durata. Il Palazzo San Giorgio era un enorme blocco in gran parte rettilineo, in contrasto con le piccole case e le strade irregolari del quartiere circostante.67 Questa netta differenza è evidente nel Catasto Urbano, una pianta di Roma realizzata fra il 1818 e il 1824, prima delle radicali demolizioni per l’apertura di Corso Vittorio Emanuele II (si vedano mappe 1 e 3). A sud del palazzo, la via Florea, ampliata nel 1480, offriva un asse rettilineo lungo un lato del complesso. A nord di San Lorenzo, via dei Leutari fu riconfigurata e rettificata negli anni Novanta, come si discuterà oltre. Il piano urbanistico e la concezione architettonica risultanti aderivano strettamente all’esempio dell’antica Roma: il palazzo di Riario fu progettato come un blocco massiccio con una facciata di brillante pietra bianca, simile per dimensioni e splendore alle più grandiose rovine romane. Fu costruito con materiali antichi di reimpiego e presentava proporzioni chiare e simmetriche (figg. 2, 50). L’intenzione di rivaleggiare con gli antichi imperatori emerge da una poesia scritta nel Cinquecento dal segretario di Riario, Federico Flavio:
A Raffaele Riario, cardinale di San Giorgio, camerlengo di Santa Romana Chiesa, sulla sua casa: Tutto ciò che un tempo le opere della Mareotide, o la casa di Gaio o di Nerone, tutto insomma ciò che i discendenti di Romolo offrirono agli occhi del popolo e delle folle riunite […] la tua sola casa, Raffaele, ha prodotto: terme, mura, portici e teatri. Queste cose non sono destinate al nostro tempo. Ora abbiamo soltanto templi e case deformi, mutilati, rozzi e angusti. Tu ora presenti opere pari ai tempi dei nostri antenati, ma sono forse inferiori al tuo spirito? [Appendice II.22]
Flavio menziona i «teatri» del palazzo, alludendo sia alle rappresentazioni teatrali che Riario vi organizzava sia a una specifica associazione fra San Lorenzo in Damaso e il Teatro di Pompeo, dedicato nel 55 a.C. Il palazzo di Riario non sorgeva in realtà sul sito del teatro, ma sopra il canale Euripo e le scuderie dei «verdi», una delle squadre di aurighi che gareggiavano nello Stadio di Domiziano.68 Nell’antichità, il Teatro di Pompeo si estendeva fra l’attuale Largo Argentina e piazza dei Satiri, dove le tracce della cavea sono ancora visibili nel tessuto stradale romano (mappa 1.13). Fu soprattutto l’affermazione nell’autorevole Liber Pontificalis secondo cui papa Damaso I aveva fondato San Lorenzo «iuxta theatrum» a stabilire un’associazione duratura, ma falsa, fra San Lorenzo in Damaso e il Teatro di Pompeo. La pianta di Roma di Alessandro Strozzi del 1474, per esempio, colloca San Lorenzo in Damaso e il «Theatrum Pompei» nello stesso luogo (fig. 55).69 La nuova costruzione di Riario sfruttava tale associazione, evocando le dimensioni e lo splendore del Teatro di Pompeo, oltre alla sua reputazione di uno dei più magnifici edifici pubblici dell’antica Roma.70
È stato talvolta proposto che Riario intendesse inizialmente ricostruire soltanto il palazzo cardinalizio di San Lorenzo in Damaso, ampliando poi il progetto fino a includere la basilica. Nel 1489 Infessura menzionò soltanto l’intenzione di costruire «un palazzo in piazza San Lorenzo in Damaso», senza riferimenti alla ricostruzione della chiesa. Inoltre, il fatto che alla fine degli anni Ottanta si continuasse a riparare e mantenere l’antica basilica suggerisce che i progetti per ricostruirla non fossero ancora stati definiti.71 Seguendo questo ragionamento, Frommel individuò nel settembre 1488, data della morte di Giuliano Galli, un terminus post quem per la
fig. 55 Alessandro Strozzi, Pianta di Roma, particolare, Firenze, Biblioteca Medicea Laurenziana, ms Redi 77, fols vii v –viii r. 1474. Foto © Ministero della Cultura. Tutti i diritti riservati.
decisione di ricostruire la basilica di San Lorenzo. Dopo la morte di Giuliano, Jacopo Galli commissionò una tomba in marmo per il padre, collocandola nella cappella di famiglia a San Lorenzo (si veda fig. 90). Frommel ha sostenuto che Jacopo non avrebbe investito in questa tomba se avesse saputo che la cappella era destinata alla demolizione.72 Registrazioni di pagamenti della banca Galli-Balducci, ignote a Frommel, mostrano che Jacopo continuava a investire nella cappella oltre un anno dopo la morte del padre, ancora nel novembre 1489. Secondo i conti, in ottobre Galli pagò un certo maestro Bernardino «per resto di pintura della chapella» e un certo maestro Santo per «lavoro della chapella».73 In novembre effettuò un pagamento al pittore Accursini da Viterbo, acquistò 1500 «pezzi d’oro» e pagò «la persona che fece la tavola dell’altare»: ciò suggerisce la commissione di una pala dipinta su tavola con fondo o cornice dorati.74 Galli investì nella cappella e sostenne queste spese proprio mentre Infessura riferiva dei progetti di Riario per ricostruire il palazzo; al tempo stesso, un recente restauro della Cancelleria ha confermato che il progetto definitivo prevedeva la demolizione della basilica e la sua ricostruzione più a nord.75 L’intera portata dei piani di Riario per il palazzo e la basilica potrebbe dunque essersi definita soltanto dopo l’ottobre/novembre 1489. Oppure Galli potrebbe aver proseguito la decorazione della cappella di famiglia sapendo che non sarebbe sopravvissuta. Forse, per lui, l’obbligo di offrire al padre una sepoltura adeguata prevaleva sulle considerazioni pratiche relative all’imminente demolizione.
Il Vitruvio di Giovanni Sulpizio da Veroli, il Palazzo San Giorgio e la rinascita del teatro classico
Nella letteratura storico-artistica, la committenza del cardinale Riario per il nuovo San Lorenzo in Damaso è stata spesso messa in relazione con la dedica al cardinale della prima edizione a stampa del De architectura di Vitruvio, curata da Giovanni Sulpizio da Veroli.76 Giovanni Sulpizio, originario di Veroli, nei dintorni di Roma, era un grammatico, filologo ed educatore che aveva studiato a Roma con Pomponio Leto, per poi insegnare all’Università di Perugia. Alla corte dei Montefeltro a Urbino, fra il 1476 e il 1480 circa, assistette alla fase finale della costruzione del celebre palazzo di Federico da Montefeltro. L’esperienza accese il suo interesse per l’architettura e la teoria vitruviana. Intorno al 1480 tornò a Roma per assumere una cattedra allo Studium Urbis.77 Qui intraprese un’edizione del De architectura di Vitruvio, la prima versione a stampa di questo testo fondamentale. La pubblicazione del Vitruvio di Sulpizio può essere datata con certezza alla prima metà del 1487.78 Mentre lavorava a Vitruvio preparò anche un’edizione a stampa del De acquaeductu Urbis Romae di Frontino. Le due pubblicazioni
erano legate fra loro e, in molti esemplari superstiti, il Vitruvio e il Frontino di Sulpizio sono rilegati insieme. Il suo collaboratore nell’edizione di Frontino era Pomponio Leto, che potrebbe aver contribuito dietro le quinte anche all’edizione di Vitruvio.79
Nell’epistola dedicatoria dell’edizione di Vitruvio, Sulpizio si rivolge direttamente a Riario, scrivendo:
A chi avrei potuto dedicare [Vitruvio] più opportunamente? A chi, se non a colui cui sono devotissimo, dal quale so di essere amato e che annovera Vitruvio fra i propri piaceri? Chi avrebbe servito più volentieri questo architetto? Colui che tanto si diletta nel leggerlo? E chi ne impiegherebbe i precetti in grandi edifici, se vive, e di cui sappiamo, con certa speranza, che costruirà palazzi principeschi, ville, templi, portici, fortezze e corti regali, ma soprattutto teatri [Appendice II.4].
Sulpizio rende quindi omaggio a Riario come al «primo» ad aver sostenuto le commedie e le tragedie di Pomponio Leto. Il passo successivo del cardinale, afferma Sulpizio, dovrebbe essere la costruzione del primo teatro stabile di Roma:
Tu per primo hai allestito in mezzo alla piazza un palco magnificamente decorato, alto cinque piedi, per la tragedia che noi per primi in questa età, e anzi dopo molti secoli in cui Roma non l’aveva vista rappresentata, mostrammo ai giovani, insegnando loro a recitare e a cantare per ispirarli. […] Tu per primo hai anche offerto alla nostra età lo spettacolo di una scena dipinta, quando i pomponiani rappresentarono la loro commedia.80 E per questo tutta la città attende da te, con grande desiderio, anche un nuovo teatro [Appendice II.4].
La dedica di Sulpizio sembra profetica, considerando la magnifica committenza architettonica di Riario e gli spettacoli teatrali tenuti nel Palazzo San Giorgio. Quando esortava Riario a costruire un teatro, Sulpizio evocava il ricordo del «celebre Teatro di Pompeo in marmo, che poteva contenere tante persone», richiamandosi alla tradizionale associazione fra San Lorenzo in Damaso e il sito del teatro antico. Il progetto del palazzo di Riario, in particolare l’architettura del cortile, è stato spesso interpretato come una risposta alla richiesta di Sulpizio e al trattato di Vitruvio. In un articolo del 1948, molto prima che fosse chiarita la storia costruttiva del Palazzo San Giorgio, Richard Krautheimer esplorò per primo il possibile legame fra gli studi vitruviani, il teatro classico e il palazzo classicista di Raffaele Riario.81 Basandosi sull’erronea convinzione che il cortile cinquecentesco fosse stato almeno in parte completato negli anni Ottanta del Quattrocento, Klaus Neiiendam ampliò la discussione in un articolo del 1969, collegando il nuovo cortile del palazzo (si veda fig. 165) alla
richiesta di Sulpizio di un teatro e all’abitudine del cardinale di mettere in scena drammi classici.82 Questa interpretazione richiama un passo della biografia di Pomponio Leto scritta da Marcantonio Sabellico, che elogiava Leto per aver utilizzato come teatri gli atria, ossia i cortili, dei palazzi dei principali prelati romani, dove insegnava ai giovani a rappresentare opere di Plauto, Terenzio e autori contemporanei.83 Negli anni Novanta del Novecento, Christoph Frommel propose che, sebbene il cortile del Palazzo San Giorgio non esistesse ancora al tempo di Sulpizio, essendo stato costruito soltanto intorno al 1500–1503, Riario lo avesse concepito come il teatro che Sulpizio lo esortava a edificare, progettandolo appositamente come spazio per spettacoli. L’ipotesi di Frommel ha esercitato un’ampia influenza sull’interpretazione non soltanto del palazzo, ma anche del Bacco di Michelangelo, come si discuterà nel capitolo 7.84
Certamente i cortili dei palazzi dell’élite venivano usati come palcoscenici, e Riario organizzò effettivamente spettacoli nel palazzo di San Lorenzo. Sulpizio fu direttamente coinvolto in una di queste rappresentazioni, la «tragedia» menzionata nella dedica del Vitruvio a Riario. Nel 1486 mise in scena la Fedra di Seneca, allora chiamata Ippolito, interpretata da membri dell’entourage di Giulio Pomponio Leto. La rappresentazione ebbe luogo durante le Palilie, in aprile. Secondo Alessandro Cortesi, fratello del più noto Paolo, la tragedia di Seneca fu recitata dai «mimi di Roma», «presso Campo de’ Fiori e davanti» al palazzo del reverendissimo Camerarius.85 La dedica di Sulpizio descrive lo spettacolo «nel mezzo di un foro», sotto un velario all’antica.86 Il palco di Riario, scrive Sulpizio, era alto cinque «piedi», richiamando, forse retoricamente, l’altezza raccomandata per i palcoscenici nel De architectura di Vitruvio. Decenni dopo, nel 1523, Erasmo da Rotterdam tramandò un aneddoto che avrebbe udito direttamente dal cardinale Riario: l’allora sedicenne Tommaso Inghirami, attore eccezionale, si era guadagnato il soprannome di «Fedra» per la parte nella tragedia di Seneca, rappresentata «davanti al palazzo» del cardinale.87 Oltre a questo evento memorabile, la dedica ricorda a Riario altre due rappresentazioni dell’Ippolito: una a Castel Sant’Angelo alla presenza di papa Innocenzo VIII e un’altra nuovamente nel
palazzo di Riario, «fra i tuoi penati, come nel mezzo della cavea di un circo, con tutti seduti all’ombra di un velario, dopo aver accolto onorevolmente il popolo e anche molti spettatori del tuo stesso rango».88 Quest’ultimo ambiente potrebbe essere stato il cortile o il giardino del palazzo cardinalizio di San Lorenzo.
È stato suggerito che, ispirato da Sulpizio, Riario concepisse il cortile del nuovo Palazzo San Giorgio come uno spazio teatrale, la cui perfezione e il cui ordine evocavano scenografie dipinte.89 A un esame più attento, tuttavia, risulta chiaro che Sulpizio auspicava un teatro destinato esclusivamente a tale funzione: una struttura permanente e autonoma che sostituisse i teatri temporanei e improvvisati nei cortili dei palazzi e nelle piazze dove si esibivano gli attori di Leto. Per Sulpizio, il teatro di Riario avrebbe dovuto avere la precedenza su qualsiasi «palazzo, villa, tempio, portico, fortezza e arco» che il cardinale intendesse costruire. Roma ha già abbastanza chiese, afferma, e Riario potrà costruirne più tardi, quando sarà anziano. Ciò che occorreva con urgenza era un teatro appositamente costruito, senza necessariamente rivaleggiare con il Teatro di Pompeo per dimensioni o grandiosità. Sarebbe bastato persino restaurare un teatro antico invece di edificarne uno da zero. L’importante era che il teatro stabile «auspicato da tutto il popolo» fosse accessibile al pubblico e avesse quindi una funzione specifica, a differenza dei cortili aristocratici adattati a palcoscenici.
Sebbene si presuma spesso che Riario abbia commissionato personalmente l’edizione di Vitruvio di Sulpizio, sembra che quest’ultimo gliela abbia offerta di propria iniziativa e per i propri scopi. Riario aveva patrocinato l’Ippolito di Sulpizio, ma il suo mecenate e protettore era allora Falcone Sinibaldi, tesoriere generale della Camera Apostolica.90 Nella dedica a Riario, Sulpizio elogia Sinibaldi, che chiama quaestor di papa Innocenzo VIII, uomo di «grande consiglio, autorevolezza e fede, amatissimo nella sua patria». Negli anni Novanta Sulpizio dedicò a Sinibaldi un commento a Quintiliano e, intorno al 1500, una nuova edizione della propria grammatica latina. In queste pubblicazioni chiarisce di essere stato precettore del nipote di Falcone
Sinibaldi, Francesco, e lascia intendere di aver fatto parte della casa di Falcone.91 Dedicando il Vitruvio a Riario, Sulpizio si rivolgeva al cardinale non soltanto per ottenerne ulteriore protezione, ma anche come capo della Camera, dotato del potere di avviare grandi progetti urbani. Come si è osservato, la carica di Riario gli attribuiva la supervisione dei Maestri delle Strade e di quasi tutti i cantieri pontifici a Roma. Pubblicando Frontino insieme a Vitruvio, Sulpizio esortava Riario a rivolgere l’attenzione agli acquedotti e ai teatri, le due tipologie architettoniche antiche che i papi moderni non avevano ancora ripristinato. Con l’aiuto del quaestor Sinibaldi e dei Maestri delle Strade Marcello Capodiferro e Niccolò Porcari, Riario avrebbe dovuto completare la restauratio Romae iniziata da Sisto IV e proseguita da Innocenzo VIII. «Quali altre novità rimangono per questa età?», chiede. «Che altro resta se non portare l’acqua e costruire un teatro?» Un teatro all’interno del palazzo del cardinale non figura fra le possibilità consigliate da Sulpizio, e nella dedica è il ruolo di Riario come Camerarius, anziché quello di committente di un palazzo, a essere sottolineato. Vitruvio aveva fornito il modello per un teatro autonomo e Riario, come Camerarius, avrebbe dovuto utilizzare il trattato per rispondere all’urgente necessità di una versione moderna di questa tipologia antica.
Sebbene la dedica di Sulpizio sia stata spesso esaminata dalla prospettiva della storia dell’architettura, un altro aspetto notevole della prefazione è l’enfasi sul significato educativo del teatro. Nel sottolineare il bisogno pubblico di un teatro, Sulpizio ricorre ad argomenti essenzialmente pedagogici:
Ora rimane soltanto da costruire, secondo le indicazioni di Vitruvio, un luogo in cui i giovani, a te tanto devoti, possano esercitarsi nell’imitazione degli antichi recitando poesie e rappresentando favole durante le feste in onore degli dèi, per educare il popolo e intrattenerlo con spettacoli onesti [Appendice II.4].
Queste parole offrono preziosi indizi sul modo in cui Sulpizio sperava di persuadere Riario e sul motivo per cui il cardinale potesse essersi interessato al teatro: la rinascita del teatro antico, e in particolare della commedia, era considerata un metodo ideale per formare i giovani all’arte dell’oratoria. Per tutto il Quattrocento, l’utilità del teatro classico nell’«educazione della gioventù» fu un tema frequentemente ripetuto. Umanisti come Giovanni Battista Cantalicio, Giorgio Antonio Vespucci e Angelo Poliziano lodarono la commedia antica come mezzo efficace per insegnare ai ragazzi l’oratoria e la retorica, ispirandosi alle idee classiche sulla commedia presenti in Cicerone e nell’Institutio oratoria di Quintiliano.92
Le scoperte di testi precedentemente sconosciuti agli inizi del Quattrocento suscitarono nuovo interesse per la commedia antica e per il suo presunto valore pedagogico. Al sensazionale ritrovamento da parte di Niccolò Cusano, in
Germania nel 1427, di dodici commedie di Plauto, seguì nel 1433 quello di Giovanni Aurispa di un commento a Terenzio del grammatico del IV secolo Elio Donato.93 Le commedie di Plauto e Terenzio sono notoriamente licenziose, ma la loro ripresa fu giustificata richiamandosi a un argomento formulato da Donato e attribuito allo stesso Cicerone: la commedia può essere considerata un’autentica «immagine della realtà», in quanto imitazione della vita e specchio delle abitudini quotidiane.94 Si riteneva che il suo realismo le conferisse un valore educativo peculiare, spingendo i maestri di scuola a organizzare rappresentazioni memorabili: durante il carnevale fiorentino del 1476, per esempio, gli allievi di Giorgio Antonio Vespucci misero in scena l’Andria di Terenzio a Palazzo Medici e a Palazzo della Signoria.95 Irritato dalle critiche dei conservatori religiosi, un altro precettore, Angelo Poliziano, scrisse una celebre difesa della commedia antica, sottolineandone il valore per i futuri oratori. Il prologo di Poliziano ai Menaechmi di Plauto, composto nel 1488, contrastava gli argomenti dei predicatori intransigenti: alcuni potevano criticare gli attori, ma, come sapevano gli stessi antichi, la commedia offriva un mezzo ideale d’istruzione per i ragazzi.96 Coloro che condannano questo genere, conclude Poliziano, non sono altro che «un gregge schiamazzante, frivolo, incappucciato, dai piedi di legno, cinto di corde, altezzoso e dal collo ricurvo».97
Tornando alla dedica di Sulpizio al cardinale Riario, è in questo contesto umanistico che il precettore e maestro elogia il suo patrocinio del teatro e il sostegno alle Palilie, una festa che combinava spettacoli teatrali e competizioni poetiche, dichiaratamente a beneficio delle future generazioni di ecclesiastici, uomini di Stato e oratori. Lo scopo di queste celebrazioni, come sottolinea la Vita di Pomponio Leto di Sabellico, era educare i giovani di Roma e coltivare nuovi ingegni attraverso la rappresentazione di drammi classici.98 Come si vedrà nel capitolo 4, Riario patrocinò una forma di predicazione umanistica e classicista praticata da diversi oratori di primo piano: fra Mariano da Genazzano, Tommaso Inghirami ed Egidio da Viterbo. Il trattato di Sulpizio, con l’enfasi sul valore del teatro per «educare il popolo», riflette lo stile dotto e «teatrale» della loro predicazione. Pertanto, sebbene la dedica anticipi la ricostruzione del Palazzo San Giorgio, essa va intesa anche nel quadro delle questioni umanistiche, educative e perfino teologiche legate alla rinascita del teatro classico nel tardo Quattrocento. Nonostante l’architettura «teatrale» del cortile, la dedica di Sulpizio e il suo appello per un teatro stabile non erano legati al palazzo in modo tanto diretto quanto si è supposto.
San Lorenzo in Damaso nell’epoca di Alessandro VI
L’iscrizione dedicatoria che corre lungo la facciata del Palazzo San Giorgio colloca il nome di papa Alessandro VI in posizione prominente (si veda fig. 62).99 Sebbene il papa Borgia
sarebbe in seguito diventato un acerrimo nemico di Riario, mandando il cardinale in esilio, la sua elezione al papato nel 1492 fu possibile soltanto grazie alla fazione politica di Riario, guidata dal cardinale Ascanio Sforza. Dopo che Riario e Sforza ebbero sostenuto Borgia in conclave, Alessandro VI li ricompensò generosamente. Circolarono notizie secondo cui Borgia aveva ottenuto il voto di Riario promettendogli redditizi benefici spagnoli e la restituzione del Palazzo Riario presso Sant’Apollinare (mappa 1.2), allora abitato dal cardinale Sforza, ai figli ed eredi del conte Girolamo. Poco dopo l’elezione, il nuovo papa cominciò a riempire le casse di Riario. Un mese dopo l’elezione di Alessandro VI, il cardinale acquistò una vigna suburbana sulle rive del Tevere per 1200 ducati. I benefici spagnoli iniziarono ad arrivare nel maggio 1493, quando Riario fu nominato vescovo di Cuenca, e in giugno, quando ottenne un beneficio nella città valenciana di Xàtiva, luogo d’origine dei Borgia.100
fig. 56 Giuliano da Sangallo, Palazzo della Rovere, Savona. Circa 1496–1503. Foto: autrice.
L’elezione di Borgia come Alessandro VI innalzò notevolmente la posizione della fazione Sforza-Riario. Il suo capo, il cardinale Ascanio Sforza, divenne vicecancelliere e ricevette appartamenti in Vaticano come cardinale «palatino». Sforza consolidò l’alleanza con i Borgia negoziando un matrimonio fra Lucrezia, figlia del papa, e il proprio parente Giovanni Sforza.101 La rapida ascesa dei cardinali Sforza e Riario a Roma provocò al tempo stesso l’esilio volontario del loro rivale Giuliano della Rovere, che lasciò Roma nell’aprile 1494, recandosi a Ostia, a Savona e infine in Francia. Lontano dalla Curia, Giuliano poteva competere con Raffaele Riario soltanto a distanza, costruendo a Savona un nuovo palazzo in gran parte modellato sul Palazzo San Giorgio (fig. 56).102
Come promesso in conclave, i Riario rientrarono in possesso del palazzo che il conte Girolamo aveva costruito presso Sant’Apollinare. Dall’elezione di Innocenzo VIII vi aveva abitato Ascanio Sforza,103 ma la nomina a vicecancelliere nel 1492 gli permise di trasferirsi nel palazzo precedentemente abitato dal cardinale Borgia, in seguito noto come «Cancelleria Vecchia». Liberatosi il palazzo di Sant’Apollinare, vi si trasferì lo stesso cardinale Riario, probabilmente subito dopo l’elezione di Alessandro VI. Riario vi abitò verosimilmente dalla fine del 1492 fino all’esilio da Roma nel novembre 1499.104 Il trasferimento gli consentì di soddisfare le esigenze quotidiane della corte mentre la ricostruzione di San Lorenzo in Damaso procedeva a pieno ritmo.
La costruzione iniziò dai corpi orientale e meridionale e, nel 1495, la facciata orientale verso piazza San Lorenzo era stata eretta almeno fino all’altezza del piano nobile, come indica la data iscritta sulla facciata (si veda fig. 62). Nel 1496 il Capitolo di San Lorenzo poté affittare una fila di botteghe appena costruite lungo la via Florea. Dopo il 1496 la cronologia del cantiere diventa molto più chiara grazie alla sopravvivenza dei registri della banca Galli-Balducci.105 Questi conti documentano l’avanzamento dei lavori con notevole precisione, registrando pagamenti per materiali edilizi e salari di muratori, artisti e scalpellini. Mostrano che nel 1496 l’attenzione si concentrava sull’acquisizione di spolia, comprese le colonne antiche di granito poi installate nel cortile. Queste furono scavate con l’aiuto di «Bernardino ingegnerj», l’architetto fiorentino Bernardo della Volpaia.106 Nel 1497 della Volpaia fu pagato per gettare le fondamenta delle scuderie del palazzo, un’imponente struttura a due piani sopravvissuta fino alla demolizione alla fine dell’Ottocento per l’apertura di Corso Vittorio (mappa 1.6; si veda anche fig. 109).107 Le maestranze di Riario completarono la facciata e l’ala orientali entro il 1495, mentre la nuova chiesa (fig. 57) era in gran parte terminata nel 1501. I lavori rallentarono
temporaneamente dopo la fuga di Riario da Roma nel novembre 1499, per poi riprendere fra la fine del 1500 e il 1503, quando la chiesa e il cortile furono completati in sua assenza. La decorazione esterna proseguì nel secondo decennio del Cinquecento: le finestre della facciata occidentale menzionano il titolo di vescovo di Ostia, ricevuto dal cardinale nel 1511. La decorazione interna continuò almeno fino al 1517, quando Riario fu coinvolto nella congiura Petrucci.
Nella monumentalità, il palazzo di Riario seguiva il precedente del Palazzo San Marco di Pietro Barbo (si veda fig. 113), mentre la facciata, interamente rivestita di marmo e travertino, imitava le luminose facciate in travertino di Santa Maria del Popolo e Sant’Agostino. Traeva ispirazione anche da palazzi lontani da Roma, adottando il linguaggio dei palazzi ducali di Mantova e Urbino per presentare i Riario come pari dei Gonzaga e dei Montefeltro. Il cortile (fig. 58; si veda anche fig. 165), definito il primo grande cortile di palazzo romano progettato con portici sui quattro lati, rispecchiava i cortili quadrati porticati di Palazzo Medici a Firenze o di Palazzo Piccolomini a Pienza, ma adottava le proporzioni più grandiose di un cortile di cinque per otto campate.108 Come ha osservato Michael Waters, un aspetto particolarmente innovativo e ambizioso era l’integrazione di colonne antiche in granito
fig. 57 Roma, navata di San Lorenzo in Damaso. Foto: Arnaldo Vescovo © Bibliotheca Hertziana – Max-Planck-Institut für Kunstgeschichte, Roma. fig. 58 Roma, Palazzo San Giorgio, cortile. Circa 1496–1503. Foto: autrice.
nell’architettura del cortile. Per ottenere un effetto unitario e armonioso, le maestranze di Riario si procurarono colonne antiche di granito dalle Terme di Diocleziano,109 adattandole poi con cura, nonostante le difficoltà di lavorazione di questa pietra eccezionalmente dura, affinché fossero correttamente proporzionate e uniformi nell’aspetto. Circondato da colonne di granito, il cortile offriva una potente manifestazione visiva di prestigio e grandezza. Questo approccio si discostava sensibilmente dal trattamento consueto degli spolia a Roma, che spesso si limitava ad accorciare le colonne antiche per adattarle ai nuovi contesti.110 Come hanno sostenuto Enzo Bentivoglio, Suzanne Butters e Waters, scolpire le colonne e i pilastri angolari del palazzo (si veda fig. 58) richiese strumenti specializzati importati da Firenze, capaci di lavorare un materiale tanto duro. Fra il marzo 1497 e il novembre 1503, i conti registrano l’acquisto di vari strumenti da scultore «per lavorare le cholonne di granito».111 Nell’aprile 1497 menzionano pagamenti per diciannove «scharpellj fattj venire dafirenze». Un fabbro toscano, «maestro Bernardino», fu pagato per fornire scalpelli e altri attrezzi e per temprarli.112 È una coincidenza affascinante che, nei mesi in cui gli operai di Riario acquistavano scalpelli fiorentini, Michelangelo facesse già parte della casa del cardinale e lavorasse al Bacco. Si è tentati di ipotizzare che Michelangelo, con la propria esperienza fiorentina, abbia contribuito al trasferimento delle conoscenze tecniche che permisero alle maestranze di integrare così perfettamente colonne e pilastri antichi in granito nel progetto del cortile. Che fosse direttamente coinvolto o meno, Michelangelo era presente nel cantiere di Riario nel momento in cui l’innovazione toscana incontrava l’ambizione romana, annunciando un nuovo capitolo nel trattamento degli spolia architettonici a Roma.
La facciata del palazzo di Riario, rivestita di pietra dall’alto in basso (si vedano figg. 2 e 50), fu un’altra innovazione introdotta dagli scalpellini del cardinale. La sua opulenza contrastava nettamente con le facciate intonacate tipiche dei palazzi romani dell’epoca. Essa presenta in modo evidente l’opus isodomum, una tecnica muraria descritta da Vitruvio (II.8.5–6), nella quale le pietre sono disposte in filari regolari di uguale altezza (si veda fig. 62). L’impiego di questo metodo raffinato fu segnalato da Raffaele Maffei, «il Volterrano», alleato dei Riario, nei suoi enciclopedici Commentari urbani del 1506.113 L’uso dell’opus isodomum si può collocare nel contesto della pubblicazione dell’editio princeps di Vitruvio curata da Sulpizio e dello studio diretto delle rovine romane nella cerchia di Riario. Una pagina del Codex Coner di Bernardo della Volpaia istituisce un significativo parallelo fra l’opus isodomum della facciata del Palazzo San Giorgio e quello dell’antico muro tagliafuoco del Foro di Augusto, identificato nel codice come resto del palazzo imperiale di Nerva (fig. 59).114
Centrale per l’aspetto antico del palazzo era l’ampio impiego di spolia, facilmente disponibili grazie alle alleanze e alle risorse del cardinale. I conti Galli-Balducci rivelano che enormi quantità di marmo e travertino antichi venivano portate nel palazzo per essere reimpiegate nella costruzione o cotte nella fornace da calce installata in cantiere.115 L’autorità di Riario sui Maestri delle Strade e sulle licenze di scavo facilitava senza dubbio l’acquisizione di questi materiali archeologici.116 I conti nominano diversi scavatori
al servizio del cardinale come fornitori di pietre, fra cui Simone Cinquini «Pisano», specialista nello scavo e nel trasporto di antichità.117 Altri scavatori impiegati da Riario erano maestro Manfredi e maestro Daniele, attivi nell’area delle «tre colonne», ossia nel Foro Romano presso le rovine del Tempio di Castore e Polluce.118 Le decine di colonne in granito egiziano che oggi si trovano nel cortile provenivano, come si è detto, dalle Terme di Diocleziano. Sfruttando l’alleanza con il cardinale Ascanio
fig. 59 Bernardo della Volpaia, Muro tagliafuoco del Foro di Augusto (a sinistra) e facciata orientale del Palazzo San Giorgio (a destra), Londra, Sir John Soane’s Museum, Codex Coner, fol. 46 r, sm volume 115/51a. 1513–1515. Foto © Sir John Soane’s Museum.
fig. 60 Sallustio Peruzzi, Disegno di un tempio sul Quirinale, Firenze, Uffizi A 664 recto. Post 1536–ante 1567, particolare. Foto © Ministero per i Beni e le Attività Culturali Soprintendenza Speciale per il Patrimonio Storico, Artistico ed Etnoantropologico e per il Polo Museale della città di Firenze. Tutti i diritti riservati.
fig. 61 Bernardo della Volpaia, con annotazioni di Antonio da Sangallo il Giovane, Pianta misurata del Palazzo San Giorgio, Firenze, Uffizi 987 A recto. Circa 1515. Foto © Ministero per i Beni e le Attività Culturali Soprintendenza Speciale per il Patrimonio Storico, Artistico ed Etnoantropologico e per il Polo Museale della città di Firenze. Tutti i diritti riservati.
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Sforza, Riario estrasse le colonne dal parco di caccia di Sforza, che occupava gran parte di questo territorio.119 Secondo un’annotazione di Sallustio Peruzzi su un disegno del monumentale Tempio di Serapide sul Quirinale, «tutti i marmi che ora si trovano nel Palazzo San Giorgio» erano stati scavati lì (fig. 60).120 Testimonianze più attendibili riferiscono anche dello spregiudicato saccheggio dell’Arco di Gordiano presso Castro Pretorio da parte di Riario.121
Gli archivi Galli-Balducci documentano ampiamente l’acquisto dei materiali impiegati nel palazzo. Registrano pagamenti a grandi squadre anonime di muratori e scalpellini, oppure ad artigiani specializzati e ingegneri, ma non rivelano l’identità del progettista originario del palazzo e della chiesa.122 Gran parte degli studi si è concentrata sull’identificazione dell’architetto, un problema mai risolto in modo soddisfacente. Fra le persone identificate nei conti figura il già menzionato fiorentino Bernardo della Volpaia, disegnatore e rilevatore nato in una famiglia di orologiai, noto soprattutto come autore del Codex Coner. La fabbrica lo assunse per compiti specifici, forse legati alla costruzione di macchinari.123 Nel Cinquecento, Antonio da Sangallo il Giovane sembra aver assunto la direzione del cantiere, come si può dedurre da una pianta misurata del piano nobile disegnata da della Volpaia (fig. 61). Il disegno reca annotazioni di mano di Sangallo, comprese critiche alle misure di della Volpaia.124 La presenza di Antonio da Sangallo e della sua cerchia nella fase finale della costruzione si riflette anche nel pagamento dell’ingente somma di 200 ducati a Lodovico da Caravaggio nell’ottobre 1514 «per la fabrica del palazzo di Roma».125 Come rivela la documentazione successiva, da Caravaggio era il primo muratore del palazzo Balami-Galitzin in via della Scrofa, un cantiere diretto da Antonio e Gianfrancesco da Sangallo.126
Come possibile architetto o ideatore del progetto iniziale, Christoph Frommel ha proposto Baccio Pontelli, intagliatore e architetto fiorentino. Pontelli maturò esperienza a Firenze e a Urbino, dove forse contribuì ai celebri lavori d’intarsio dello studiolo di Federico da Montefeltro fra il 1478 e il 1481. Sisto IV lo invitò poi a lavorare a progetti quali la Rocca di Civitavecchia e la fortezza e la cattedrale di Ostia. Giorgio Vasari attribuì a Pontelli il progetto di diversi importanti edifici romani, fra cui Santa Maria del Popolo, la Cappella Sistina, San Pietro in Montorio e Sant’Agostino. Gli storici dell’architettura lo hanno inoltre collegato alla Villa del Belvedere costruita per Innocenzo VIII e a Santa Maria della Pace, ed è stato proposto come principale autore dei disegni antiquari del Codex Escurialensis.127 È tuttavia dubbio che
la visione artistica espressa nel Palazzo San Giorgio fosse di Pontelli. Negli anni decisivi fra il 1487 e il 1492 Pontelli non risulta documentato a Roma, ma era impegnato in lavori di fortificazione e ingegneria nelle Marche.128 Inoltre, il marcato carattere lombardo del palazzo non corrisponde alla formazione e alle esperienze di Pontelli.
Scalpellini e muratori lombardi compaiono frequentemente nei registri dei pagamenti del cantiere. I conti menzionano un certo «Giovanni da Como», che dirigeva la numerosa squadra di scalpellini attivi sul posto: probabilmente Giovanni da Larigo, collaboratore di Andrea Bregno.129 La preferenza di Riario per artigiani e muratori lombardi può essere attribuita ai legami familiari con Milano e con il cardinale Sforza.130 Si collega inoltre al ruolo significativo dei costruttori lombardi nei progetti architettonici e antiquari della Roma del tardo Quattrocento, soprattutto in quelli connessi all’ordine agostiniano.131 Particolarmente importanti furono i rapporti fra costruttori lombardi e agostiniani sviluppatisi dopo il 1472, quando Santa Maria del Popolo fu posta sotto il controllo della Congregazione lombarda. La chiesa fu ricostruita fra il 1472 e il 1477 seguendo modelli architettonici lombardi e, secondo alcune ipotesi, sotto la supervisione di Andrea Bregno. Seguì una rinascita architettonica delle chiese agostiniane, guidata da Ambrogio Massari da Cori, generale degli Eremitani di Sant’Agostino dal 1477 al 1484. Con l’appoggio del cardinale d’Estouteville, vescovo di Ostia e Velletri, Massari diresse la ricostruzione della chiesa agostiniana di Sant’Oliva nella sua città natale di Cori. La chiesa, dipendente dalla Congregazione lombarda di Santa Maria del Popolo, fu ricostruita dall’architetto lombardo Antonio da Como.132
Fra il 1479 e il 1482 anche la chiesa madre degli Eremitani agostiniani, Sant’Agostino, fu ricostruita grazie all’impegno di Massari e del cardinale d’Estouteville (si veda mappa 1.4). Gli architetti fiorentini di Sant’Agostino guardarono all’esempio di Santa Maria del Popolo, e le due chiese si rispecchiano nelle luminose facciate in travertino, ornate da grandi rosoni. Anche il Palazzo San Giorgio presenta una facciata in travertino. Il palazzo di Riario utilizzava blocchi estratti dal Colosseo, probabilmente la stessa fonte del travertino impiegato per Sant’Agostino.133 L’unità tematica fra Santa Maria del Popolo, Sant’Agostino e Palazzo San Giorgio testimonia gli interessi condivisi che univano d’Estouteville, Riario, l’ordine agostiniano e la comunità degli scalpellini lombardi a Roma. Come è stato osservato, le facciate di Santa Maria del Popolo e Sant’Agostino sembrano rendere omaggio alle meditazioni di sant’Agostino sullo splendore divino e sulla purezza della luce. Ispirati al santo, gli scritti di Massari
descrivevano le qualità che egli considerava vie verso la virtù: fra queste la bellezza e il bianco luminoso, poiché «il bianco della luce eterna è uno specchio senza macchia della maestà divina».134 Come protettore degli agostiniani e successore del cardinale d’Estouteville, Riario fece proprie queste associazioni, rivestendo l’intera facciata orientale del palazzo di blocchi bianchi e luminosi (si veda fig. 50).
Nel 1568 Giorgio Vasari attribuì la costruzione del Palazzo San Giorgio a due architetti lombardi. Nella Vita di Bramante afferma che questi lavorò alla «risoluzione di gran parte del palazzo di S. Giorgio e della chiesa di S. Lorenzo in Damaso» insieme ad «altri eccellenti architettori», aggiungendo che «Antonio Montecavallo» fu esecutore della fabbrica.135
fig. 62 Roma, Palazzo San Giorgio, facciata. 1495. Foto: autrice.
Bramante giunse tuttavia a Roma soltanto nel 1499, troppo tardi per essere stato il progettista originario del Palazzo San Giorgio. Come ha osservato Frommel, negli anni Ottanta e Novanta Bramante lavorò per l’alleato di Riario, il cardinale Ascanio Sforza, al Duomo di Pavia e a Sant’Ambrogio a Milano. È possibile che i cardinali Riario e Sforza abbiano favorito uno scambio diretto o indiretto di idee fra Bramante e gli architetti di Riario.136 Arnaldo Bruschi propose che Bramante avesse contribuito da lontano al progetto, oppure che, come suggerisce Vasari, fosse intervenuto nella «risoluzione» del palazzo in una fase successiva, dopo l’arrivo a Roma nel 1499. Sulla base dell’analisi delle proporzioni del nuovo San Lorenzo in Damaso, Valtieri considerò il suo coinvolgimento «più che ipotetico». Le nicchie laterali che un tempo si aprivano ai lati del coro di San Lorenzo, per esempio, trovano un parallelo in quelle progettate da Bramante per il coro di Santa Maria del Popolo.137 Bramante era uno dei pochi architetti in Italia allora dotati di una conoscenza di Vitruvio e di esperienza nei molteplici temi stilistici che convergono nel palazzo: l’architettura di Firenze, Urbino, Lombardia e Mantova, oltre alle antichità di Roma e Verona.138
Anche il possibile contributo dell’«Antonio Montecavallo» menzionato da Vasari è stato oggetto di ampio dibattito. Si tratta di Antonio Bregno, scultore e nipote di Andrea Bregno, probabilmente l’architetto che firmò «ANT.DA.COMO.OP» nel chiostro di Sant’Oliva a Cori.139 Per il resto la sua carriera rimane poco nota, e gli storici dell’arte si sono chiesti se Vasari intendesse riferirsi ad Andrea Bregno, chiamandolo erroneamente Antonio. Come registrano i libri contabili Galli-Balducci, Andrea Bregno era responsabile delle delicate grottesche scolpite nelle edicole delle finestre della facciata orientale (fig. 62).140 Le decorazioni scultoree delle cornici delle finestre, eseguite in marmo di Carrara anziché in spolia reperiti localmente, sono elementi importanti del progetto.141 È tuttavia improbabile che Andrea Bregno abbia agito come «architetto» del palazzo: come ha osservato Thomas Pöpper, la sua lapide, i contratti e tutti gli altri documenti contemporanei lo definiscono «sculptor», non «architectus».142
Uno dei nomi frequentemente menzionati nei libri contabili Galli-Balducci, soprattutto per opere in mattoni e pavimentazioni stradali, è quello di un certo «maestro Alberto».143 Sebbene la sua identità non sia mai stata discussa negli studi, è possibile identificarlo con l’architetto lombardo Alberto de Paneris «de Fontana» da Piacenza, attivo in numerosi progetti per la Camera Apostolica.144 I riferimenti a maestro Alberto compaiono per la prima volta nei conti Galli-Balducci nel febbraio 1490, in relazione a un pagamento di Falcone Sinibaldi, tesoriere generale della Camera.145 Più tardi, fra il 1497 e il 1500, Jacopo Galli lo assunse per ristrutturare la propria casa in via dei Leutari e per lavori nella chiesa di Santa Margherita.146 Nel 1499 il cardinale Riario affidò a maestro Alberto la costruzione di
fig. 63 Carlo Maderno, Fontana, piazza San Pietro, con reimpiego di elementi della fontana quattrocentesca. 1612–1614. Foto: autrice.
parti della villa in via della Lungara, l’edificio che avrebbe costituito il nucleo dell’attuale Palazzo Riario-Corsini.147 Nel 1501–1502 Alberto costruì poi un nobile palazzo nel rione Parione per il maggiordomo di Riario, Accursio de Petra.148 All’incirca nello stesso periodo, la Camera Apostolica lo pagò per restaurare la fontana davanti all’antica basilica di San Pietro, in seguito riprogettata da Carlo Maderno (fig. 63),149 e nel 1509 assistette Bramante nella tribuna di Santa Maria del Popolo.150 La varietà di questi progetti è notevole e, nel loro insieme, essi rivelano lo stretto rapporto di Alberto con Riario e la sua cerchia. Fra i servizi resi al cardinale figurava l’esecuzione di architetture effimere: Alberto fu infatti pagato per costruire il palco allestito da Riario in occasione della processione inaugurale, o possesso, di papa Giulio II. Assunse inoltre altri incarichi per la Camera Apostolica, come la costruzione di una cartiera pontificia ad Ascoli.151 Affidabile appaltatore della Camera, esperto di architettura militare e idraulica, Alberto fu una figura dominante nei progetti romani di Riario e potrebbe aver avuto un ruolo importante nel progetto del Palazzo San Giorgio. Resta però da chiedersi se godesse di un prestigio sufficiente per ricevere un incarico di tale rilievo.152
Numerosi altri nomi sono stati associati al progetto e alla costruzione di San Lorenzo in Damaso, fra cui Melozzo da Forlì, Giuliano da Sangallo e Francesco di Giorgio.153 Frommel ha suggerito che, durante il soggiorno romano di Mantegna fra il 1488 e il 1490, il cardinale Riario possa averlo consultato sul progetto architettonico del Palazzo San Giorgio e che i suoi costruttori abbiano potuto studiare disegni portati da Mantegna da Mantova.154 Come è stato spesso osservato, la Domus Nova di Mantova, residenza nobile edificata intorno al 1480–1484 da Federico I Gonzaga (fig. 64), somiglia al palazzo di Riario nella disposizione delle finestre e nelle torri angolari sporgenti. Un’altra figura eminente collegata al Palazzo San Giorgio è fra Giovanni Giocondo da Verona, la principale autorità in materia di teoria vitruviana a Roma alla fine degli anni Ottanta. Come ha osservato Pier Nicola Pagliara, Giocondo potrebbe aver apportato al progetto la propria conoscenza di Vitruvio, in particolare della discussione dell’opus isodomum. È significativo che una delle poche citazioni riconoscibili dell’architettura antica nel Palazzo San Giorgio sia il richiamo a un monumento della città natale di Giocondo, Porta Borsari a Verona (fig. 65), il cui registro superiore si riflette nell’articolazione delle cornici delle finestre del palazzo (si veda fig. 62).155 Nel loro insieme, queste possibilità suggeriscono uno scenario proposto molto tempo fa da Domenico Gnoli e più recentemente sostenuto da Bruschi: il palazzo e la chiesa di San Lorenzo furono il risultato di una collaborazione fra diversi architetti e intellettuali, sviluppatasi in un lungo arco di tempo.156 Nonostante la coerenza esterna dell’edificio finito, la storia della sua costruzione corrisponde a ciò che Marvin Trachtenberg ha chiamato «building-in-time», un processo lento e collettivo protratto per decenni.157
Jacopo Galli e l’espansione dell’Isola Galli
La banca Galli-Balducci trasse grandi vantaggi dalla gestione del conto della fabbrica, un ruolo che attribuiva a Jacopo Galli notevoli poteri. Sembra inevitabile che egli fosse personalmente coinvolto nelle attività quotidiane del cantiere di Riario, come il reperimento e il trasporto dei materiali e l’affidamento dei lavori a costruttori e scultori. Galli probabilmente
fig. 64 Mantova, Domus Nova. Primi anni Ottanta del Quattrocento. Foto di James Austin, The Courtauld, Conway Library photographic collection, cc-by-nc.
fig. 65 Verona, Porta Borsari. Foto © iStock / Getty Images, Bepsimage.
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agiva come imprenditore e intermediario, ricavando margini di profitto dalla fornitura di materiali o dall’affidamento di contratti.158 Le opportunità di commercio delle materie prime erano certamente numerose, e Galli probabilmente le sfruttava in qualità di mercante, per esempio attraverso il commercio del legname. Alla fine del 1498, insieme al romano Bernardino Fabi e al banchiere fiorentino Jacopo Rucellai, prese in affitto da Riario il diritto di tagliare legna nelle tenute cardinalizie di Palidoro e Statua. Le registrazioni dei conti Galli-Balducci negli anni successivi menzionano il taglio del legname e il suo trasporto in barca o su carri; sembra inevitabile che una parte di queste forniture fosse destinata al cantiere.159
Durante i quasi quattro anni di assenza di Riario da Roma, fra il novembre 1499 e il settembre 1503, la costruzione del Palazzo San Giorgio proseguì. Fu in questo periodo che venne realizzato il cortile monumentale. Mentre Riario si spostava fra l’Italia settentrionale e la Francia, i suoi rappresentanti avranno sorvegliato il cantiere e amministrato i beni, gli immobili e le tenute agricole. Sebbene non siano mai specificati con precisione gli accordi e la gerarchia delle responsabilità, sembra inevitabile che Galli fosse un amministratore fondamentale degli affari di Riario, compreso il suo attivissimo cantiere. Questo rapporto derivava non soltanto da accordi privati fra Galli e Riario, ma anche dall’esperienza della banca Galli al servizio della Camera Apostolica. A Roma non era raro che i mercanti-banchieri fornissero sostegno finanziario e materiale ai progetti della Camera e del papa.160 In tale contesto, i servizi offerti da Galli a Riario nel cantiere di San Lorenzo sembrano analoghi a quelli del mercante-banchiere romano Giuliano Leni come custode della costruzione della nuova basilica di San Pietro sotto Leone X. Come specifica un atto del 1513 o 1514, il papa affidò a Leni «la cura de la speysa de la fabricha di sancto Petro», autorizzandolo, per esempio, a ingaggiare scalpellini capaci di eseguire i progetti di Bramante per la tribuna.161
La collaborazione con Riario consentì inoltre a Galli di accumulare un vasto patrimonio immobiliare a nord del cantiere. Due documenti precedentemente sconosciuti chiariscono il ruolo decisivo del cardinale nella creazione di un’«isola» di case e botteghe per Jacopo Galli. Questi atti mostrano che nel 1490 e nel 1491 Riario acquistò terreni e immobili utili sia alla costruzione di San Lorenzo in Damaso sia agli interessi di Galli. Il primo, rogato il 4 dicembre 1490, mostra che il cardinale pagò 210 ducati a un fornaio (pistor sive furnarius), magister Jachettus (Jacquet) di Arles, per uno stabulum, una stalla. L’edificio confinava con altre proprietà di Jacquet e con quelle dei nobili romani
Gentile e Lorenzo Signoretti. Su un altro lato confinava con le scuderie di Riario, ossia quelle del palazzo di San Lorenzo in Damaso che fiancheggiavano la basilica a nord (mappa 2).162 Battista Anselmi de Novara, procuratore di Riario, fu autorizzato a prendere la stalla di Jachettus e tutte «le aree aperte della [sua] casa che si allineano con i muri delle scuderie del detto cardinale Riario» [Appendice II.5]. Il secondo atto, rogato da Senilis nel febbraio 1491, fornisce il primo riferimento noto alla proprietà di immobili di Jacopo Galli in piazza San Lorenzo [Appendice II.6]. Stabilisce che il cardinale Riario avrebbe pagato a Gentile Signoretti 333 ducati per una stalla e un giardino «in platea Sti. Laurenti in Damaso», fra le proprietà di Gentile Signoretti, Jacopo Galli e gli eredi di Bartolomeo Santacroce.163
Queste descrizioni degli immobili nell’area possono essere confrontate con un’altra del 28 luglio 1495, che definiva i confini del palazzo degli eredi di Bartolomeo Santacroce: su un lato la casa di Gentile Signoretti, sull’altro e sul retro le case di Jacopo Galli, e davanti piazza di Parione, detta anche piazza di Pasquino.164 Il 23 aprile 1505, quando Prospero Santacroce vendette ai fratelli Pietro e Andrea la propria metà del palazzo, questo risultava situato fra le case dello speziale Domenico delle Vetere da un lato e la casa di Ciriaco Signoretti dall’altro, con le proprietà di Galli sul retro (mappa 2).165 Combinando queste descrizioni comincia a emergere la situazione topografica. Le case dei Signoretti si affacciavano sulla via Papalis, il percorso processionale che attraversava piazza di Parione e proseguiva lungo l’attuale via di San Pantaleo.166 Palazzo Santacroce era adiacente alle case dei Signoretti e si affacciava su piazza di Parione: è l’attuale Palazzo Bonadies-Lancellotti, in via di San Pantaleo 66, di fronte all’odierno Museo di Roma e alla celebre statua di Pasquino (fig. 66; si vedano anche mappe 2 e 3).167 Il palazzo dei Santacroce era una grande e nobile domus che Jacopo Galli riuscì ad acquistare poco prima della morte nel 1505.168 Una veduta di Roma a volo d’uccello di Giovanni Battista Falda, pubblicata nel 1676 (fig. 67), pur lontana da un rilievo accurato, permette di comprendere la posizione del palazzo e il rapporto con la casa di Galli a sud. Nella stampa di Falda, Palazzo Santacroce è raffigurato dall’altro lato della strada rispetto alla statua di Pasquino, mentre il palazzetto di Jacopo Galli, sul «retro» di Palazzo Santacroce, si affaccia su piazza San Lorenzo, denominata da Falda piazza della Cancelleria. Fra le due proprietà vi è un’area parzialmente aperta con quelli che sembrano giardini e fabbricati accessori. Gli spazi aperti della veduta devono corrispondere, almeno in parte, ai giardini e alle stalle acquistati da Riario nel 1490–1491.
I documenti del 1490 e del 1491 suggeriscono che il terreno acquistato da Riario fosse esteso, da piazza San Lorenzo a sud fino alle proprietà dei Santacroce e dei Signoretti a nord. Riario potrebbe aver utilizzato i poteri di Camerarius per facilitare questi acquisti, beneficiando delle leggi promulgate sotto Sisto IV che agevolavano l’acquisizione di proprietà adiacenti alle proprie per nuove costruzioni. Il terreno era certamente necessario per spostare la basilica di San Lorenzo verso nord. Tuttavia, l’acquisto degli immobili di Jachettus e dei Signoretti favorì anche Jacopo Galli. L’estensione verso nord permise a Riario e Galli di sistemare via dei Leutari, e nel settembre 1496 i conti Galli-Balducci mostrano che Riario pagò k12 per «la pavimentazione di metà della strada dalle botteghe di Jacopo [Galli]», apparentemente il tratto di via dei Leutari che separava San Lorenzo in Damaso dal palazzetto di Galli.169 Il fatto che Riario e Galli si dividessero il costo della pavimentazione di questa
fig. 66 Il Pasquino e Palazzo Bonadies-Lancellotti su via di San Pantaleo, Roma, piazza di Pasquino. Foto: autrice.
fig. 67 Giovanni Battista Falda, Veduta di Roma, particolare con il Palazzo della Cancelleria e l’Isola Galli, collezione privata. 1676.
fig. 68 Veduta dall’alto, da piazza di Pasquino al Palazzo della Cancelleria. Foto: Alessio Fioretti.
strada suggerisce che l’abbiano progettata insieme come un passaggio stretto e rettilineo fra la chiesa di Riario e la proprietà di Galli.
Gli acquisti di Riario favorirono anche i progetti di Galli per consolidare l’Isola Galli, un isolato unitario di case e botteghe affacciate su via dei Leutari. Una fotografia dall’alto dell’area (fig. 68) mostra in basso a destra la facciata gialla di Palazzo Bonadies-Lancellotti, che Galli
fig. 69 Progetto per Corso Vittorio Emanuele II, Roma, Archivio Storico Capitolino, Ripartizione v, Lavori Pubblici, Piano regolatore, Pos. 14, Via Nazionale e Corso Vittorio Emanuele II, busta 143, fasc. 103a. 1886. Foto © Sovrintendenza Capitolina – Archivio Storico Capitolino.
fig. 70 Roma, via dei Leutari con le scuderie del Palazzo San Giorgio sullo sfondo, Roma, Museo di Roma, Archivio Fotografico, af 3009. 1888–1900. Foto © Roma, Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali, Museo di Roma.
acquistò dai Santacroce nel 1505.170 Il palazzo è circondato da case densamente addossate, con profili dei tetti irregolari, tutte orientate verso la via Papalis. Fra queste case e Corso Vittorio Emanuele II si trovavano i giardini e i cortili che un tempo costituivano il centro dell’Isola Galli. Le case di Jacopo Galli a sud, un tempo affacciate su via dei Leutari di fronte a San Lorenzo, furono demolite alla fine dell’Ottocento per fare spazio a Corso Vittorio (si veda mappa 3). Il destino dell’area liberata dalle demolizioni è visibile in una pianta degli anni Ottanta dell’Ottocento (fig. 69): una parte fu utilizzata per Corso Vittorio Emanuele II, mentre la restante, indicata sulla pianta come «in vendita», servì a costruire la fila di palazzi affacciati sul corso (si veda fig. 68).171
Nel 1497 Riario e Galli avviarono entrambi progetti di riqualificazione di via dei Leutari. Nell’estate Riario iniziò a costruire grandi scuderie a nord del proprio giardino (mappa 1.6). Come mostra una fotografia ottocentesca (fig. 70), l’edificio a due piani chiudeva via dei Leutari all’estremità occidentale, trasformandola in un passaggio senza uscita sotto il controllo di Riario e Galli (si veda fig. 109).172 Nel giugno 1497 anche Galli avviò un proprio ampio progetto edilizio, con l’assistenza di molti degli stessi operai e fornitori attivi nel cantiere di Riario: la ricostruzione del palazzetto in piazza San Lorenzo. La casa di Jacopo Galli compare in fotografie anteriori alla demolizione (figg. 1, 71) e in una stampa settecentesca di Giuseppe Vasi (fig. 72), che la identifica come «Palazzetto del Marchese Galli» (fig. 73). Le fotografie e l’incisione chiariscono che l’ingresso era strettamente allineato con la magnifica facciata orientale del palazzo di Riario. Dall’estate del 1497 i conti Galli-Balducci registrano pagamenti per lavori in questa casa a «maestro Alberto», sopra identificato con Alberto da Piacenza. In giugno Galli pagò Alberto per «lavoro della chamera sopra la strada», una stanza superiore affacciata su via dei Leutari, e per «la fabricha
fig. 71 Palazzo San Giorgio con le case dei Galli sullo sfondo, Roma, Istituto Centrale per il Catalogo e la Documentazione. Fine del XIX secolo. Foto © iccd, Ministero per i beni e le attività culturali e per il turismo.
fig. 72 Giuseppe Vasi, Palazzo della Cancelleria Apostolica (tavola 74), Delle magnificenze di Roma antica e moderna, Libro quarto, David Rumsey Map Center, Stanford University. 1754. Foto: David Rumsey Map Center, Stanford Libraries, cc by-nc-sa 3.0.
fig. 73 Giuseppe Vasi, Palazzo della Cancelleria Apostolica (tavola 74), particolare con i numeri 2 («Vicolo de Leutari») e 4 («Palazzetto del Marchese Galli»). Delle magnificenze di Roma antica e moderna, Libro quarto, David Rumsey Map Center, Stanford University. 1754. Foto: David Rumsey Map Center, Stanford Libraries, cc by-nc-sa 3.0.
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della chamera sua».173 Nel luglio e nell’agosto 1497 pagò pittori anonimi per lavori nella «sala insulla strada» e in due camere. Installò un camino in una delle botteghe al pianterreno e assunse un falegname, maestro Giorgio, per nuove finestre e porte.174 I lavori proseguirono nel giugno 1498, quando Galli pagò maestro Alberto «per achonciare lachamera d’ant. o», ossia per sistemare la camera di Antonio. L’identità di questo Antonio purtroppo non è ulteriormente chiarita. Jacopo Galli pagò una spalliera e tessuti costosi e ingaggiò un certo «maestro arcangiolo di forlj pintore» per lavori nella stanza di Antonio.175 Nel novembre 1498 effettuò i pagamenti finali a un certo «maestro pietro scharpellino» e a maestro Alberto.176 Nel complesso, la ristrutturazione durò oltre un anno e comprese nuove decorazioni pittoriche, arredi, finestre e una scala. L’ampiezza dei lavori riflette non soltanto l’ambizione personale di Galli, ma anche il suo allineamento strategico con Riario.
Alla morte, Jacopo Galli possedeva questa casa ristrutturata e tutte le proprietà indicate nella mappa 3, compresi il palazzo affacciato sulla via Papalis già dei Santacroce, chiamato dai Galli «casa grande» (mappa 1.8), e una fila di case addossate lungo via dei Leutari.177 Queste si estendevano dal palazzetto verso ovest, per poi seguire via dei Leutari verso nord, in direzione di piazza di Parione. Sebbene i conti offrano pochi indizi su quando e come Galli riuscì ad acquisire tanti immobili adiacenti,178 nel testamento egli chiarisce che la moglie Saulina ne aveva acquistati alcuni con denaro della propria dote [Appendice II.16]. I conti Galli-Balducci del 1500 menzionano un’operazione in cui Saulina vendette una parte di casa a Nardo (Bernardo) Paluzzelli, probabilmente un immobile sulla «banda sinistra» (mappa 1.7), ossia il lato occidentale di via dei Leutari, dove i Paluzzelli risiedevano già negli anni Venti del Cinquecento.179 Queste circostanze suggeriscono che Jacopo Galli possa aver utilizzato fondi della dote di Saulina per consolidare le proprietà sulla «banda destra» di via dei Leutari, non soltanto acquistando case per uso della famiglia, ma anche trasferendo altre famiglie nobili sulla «banda sinistra».
La costituzione di un dominio dei Galli fu strettamente coordinata con la ricostruzione della basilica di San Lorenzo in Damaso. Quando Riario ricostruì la basilica, Galli trasferì diligentemente le tombe di famiglia in una cappella affacciata sulla navata destra della nuova chiesa. Jacopo iniziò questa cappella, dedicata a San Giacomo, nel maggio 1502.180 Alla fine del Cinquecento la cappella Galli
fig. 74 Copista francese anonimo da disegnatore italiano, Pianta del Palazzo San Giorgio e di San Lorenzo in Damaso, Monaco di Baviera, Bayerische Staatsbibliothek, Cod. Icon. 195, fol. 10 v <urn:nbn:de:bvb:12bsb00017404‑7>. 1530–1540. Foto: Bayerische Staatsbibliothek, Monaco di Baviera, NoC-Nc/1.0.
fu unita a quelle delle famiglie Massimi e Pichi, ma la disposizione originaria è rappresentata in una pianta cinquecentesca (fig. 74).181 La stessa pianta mostra l’ubicazione della porta piccola, un ingresso laterale secondario della nuova chiesa di San Lorenzo, situato più a ovest dell’attuale ingresso laterale su Corso Vittorio Emanuele II (si veda mappa 3).182 La porta piccola consentiva l’accesso diretto alla cappella Galli dalle case della famiglia in via dei Leutari, un privilegio che Jacopo probabilmente concordò con il cardinale Riario durante la progettazione della nuova basilica. Documenti degli anni Quaranta del Cinquecento chiariscono che di fronte alla porta piccola, dall’altro lato della strada, si apriva un vicolo chiuso da un cancello che conduceva al cuore dell’Isola Galli, integrando ulteriormente San Lorenzo nella sfera d’influenza della famiglia.183
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Più che un progetto affidato da un committente a un maestro architetto, il nuovo San Lorenzo in Damaso fu un’impresa complessa, realizzata attraverso la collaborazione, la condivisione delle responsabilità e il compromesso politico. Coinvolse molteplici protagonisti, dotati di abilità e competenze differenti. La ricostruzione promossa dal cardinale Riario sfruttò lo slancio dei miglioramenti urbani nel rione Parione e i suoi poteri di Camerarius. Vi parteciparono numerosi costruttori e artigiani, molti dei quali furono impiegati anche in progetti collaterali per familiari e alleati del cardinale, distribuendo così responsabilità e benefici nella sua rete di relazioni. Uno degli attori più significativi dell’iniziativa fu certamente Jacopo Galli. Oltre a gestire i conti del cantiere, Galli fornì probabilmente buona parte del sostegno materiale e organizzativo necessario al suo successo. Alla morte nel 1505 poteva a sua volta vantare un imponente insieme di proprietà strettamente connesso alla nuova basilica, costituito in un periodo relativamente breve con l’aiuto del cardinale Riario. Gli straordinari conti Galli-Balducci, insieme agli atti notarili di Senilis, illuminano vividamente le operazioni dietro le quinte che permisero di portare a compimento il progetto di Riario e Galli.